_Conquiste de' Normanni sopra la Calabria: Papa STEFANO successor di
LIONE vi si oppone; ma morto opportunamente in Firenze, vengon rotti i
suoi disegni._
La morte di Lione IX rinovò in Roma i disordini per l'elezione del
successore: e dappoichè per le contrarie fazioni stette quella Chiesa
per un anno senza Capo, finalmente il famoso Ildebrando, che dal
monastero di Cugnì erasi portato in Roma, ove fu fatto Sottodiacono di
quella Chiesa, come uomo di somma accortezza, fu adoperato a por fine
a tali confusioni. I Romani, non trovandosi nella lor Chiesa persona
idonea per occupar quella Sede, mandarono Ildebrando oltre i monti a
dimandar all'Imperadore un successore, ch'egli in nome del Clero e del
Popolo romano avesse eletto: assentì Errico, e fugli dimandato Gebeardo
Vescovo di Eichstat, di cui fecesi poc'anzi menzione. Con sommo
dispiacer d'Errico, che non voleva toglierselo dal suo lato, venne
costui in Roma, ed innalzato a quella Sede, Vittore II fu nomato[254].
Come si vide nel Trono pontificio, tosto mutò sentimenti di quanto
prima avea fatto mentr'era in Germania, dove avea a Lione impediti i
domandati soccorsi, di che con gran pentimento amaramente, fatto Papa,
si dolse. E se il suo Ponteficato non fosse stato cotanto breve, e la
sconfitta precedente non avessegli scemate le forze, ed ingrandito
quelle dei Normanni, avrebbero questi certamente sperimentato in
Vittore gl'istessi sentimenti di Lione.
Ma morto egli in Firenze nel 1057 due anni dopo la sua esaltazione,
e rifatto in suo luogo Federico Abate di Monte Cassino, e Cardinale,
che prese il possesso di quella Sede il giorno di S. Stefano, e
perciò prese il nome di Stefano X, da altri, per la cagione altrove
rapportata, detto Stefano IX, furono da costui calcate le medesime
vestigia de' suoi predecessori. Fu da' diligenti investigatori
delle gesta de' Pontefici con istupore notato, che ancorchè i loro
predecessori, per sostenere le loro intraprese, avessero sofferto
morti, prigionie ed altre calamità; non per tutto ciò gli successori si
spaventavano di proseguirle, anzi vie più forti e vigorosi s'esponevano
ad ogni maggior rischio e cimento. Essi eransi persuasi, che
l'ingrandimento dei Normanni in queste nostre province, era lo stesso
che il loro abbassamento, e lo reputavano come loro declinazione,
siccome queste medesime gelosie tennero co' Longobardi, quando gli
videro troppo potenti in Italia. Gli accagionavano perciò di mille
delitti, che rapivano le robe delle Chiese, che desolavano le province;
ed in fine proccuravano rendergli odiosi a' provinciali, per potere
in cotal modo giustificare le loro intraprese, e renderle al Mondo
commendabili. E se bene sopra queste province non potessero pretendervi
ragione alcuna di sovranità; nientedimeno la loro grandissima gelosia
degli avanzamenti de' Normanni pose costoro in tal necessità, che
siccome prima doveano reprimere, ed opporsi alle forze degl'Imperadori
d'Oriente a' quali finalmente queste province si toglievano: così ora
aveano da contrastare co' Pontefici romani, i quali come se ad essi si
togliessero, si opponevano con vigore a' loro disegni, nè v'era mezzo,
che non adoperassero per impedire i loro progressi.
Prima, come si è potuto osservare nel corso di quest'Istoria,
non avendo per se forze tali, solevano implorare gli aiuti de'
Principi stranieri, siccome per discacciare i Longobardi ricorsero
a' Franzesi; ora essendosi resi per lo dominio temporale di tanti
Stati più forti, lontani questi soccorsi, e mancata ogni speranza di
potergli avere dall'Imperadore, e potendogli somministrare i loro
Stati forze sufficienti, lo facevano per se soli; e quando queste
mancavano, solevano ricorrere al presidio delle armi spirituali e delle
scomuniche, alle quali la forza della religione avea dato tanto vigore
e spavento, che non solo a' Popoli ed a' Principi erano tremende, ma
quel ch'è degno di stupore, erano formidabili e spaventose a' Capitani
delle milizie, ed a' soldati stessi, uomini per lo più scelleratissimi;
i quali nell'istesso tempo, che s'atterrivano delle scomuniche, non
avevano alcuna difficoltà di menare una vita scellerata, e d'usurparsi
quello del prossimo, senz'alcun riguardo d'offendere la Maestà Divina.
Innalzato pertanto Stefano al Ponteficato romano, si dispose
immantenente a voler discacciare d'Italia i Normanni. Traeva egli
origine da' Duchi di Lorena, e nato da regal stirpe, voleva nel
Ponteficato segnalarsi in opre grandi ed illustri. Fu prima da Lione
IX fatto Cancelliero della Sede Appostolica: indi fu Abate di Monte
Cassino, e poi da Vittore II fu fatto Cardinale. Assunto ora al
Ponteficato vennegli in pensiero, imitando Lione, di voler discacciar
d'Italia i Normanni[255]; anzi nato per cose più grandi s'accinse ad
una più illustre impresa.
Un anno avanti nel 1056 era morto in Germania Errico, ed avea lasciato
per successore un suo piccolo figliuolo di sette anni, che succeduto
poi all'Imperio, fu col nome del padre anche chiamato Errico. Fra gli
Scrittori germani ed italiani vi è gran confusione nel numero di questi
Errichi. Errico il Negro da' Germani vien chiamato III, gli Italiani
lo dicono II, non tenendo conto di quell'altro Errico, che non fu se
non semplice Re di Germania, nè giammai Imperadore. Noi seguiteremo gli
Italiani, onde il successore d'Errico il Negro lo diremo Errico III non
IV. Morì Errico dopo aver regnato diciassette anni, e quattro mesi. Le
sue leggi furon raccolte da Goldasto[256], e Cujacio nel quinto libro
de' Feudi ne registrò alcune a quelli appartenenti.
Per l'infanzia del figliuolo governava l'Imperadrice Agnesa sua madre:
Stefano valendosi dell'opportunità del tempo, vennegli in pensiero
d'innalzare al Trono imperiale il Duca Goffredo suo fratello, con
risoluzione, che unendo le sue forze con quelle del fratello, potessero
con facilità discacciare i Normanni d'Italia, a' quali egli portava
odio implacabile.
Ma intanto questi valorosi Campioni sotto il famoso Roberto Guiscardo,
a cui il Conte Umfredo suo Fratello avea somministrate molte truppe,
perchè l'impiegasse alla conquista della Calabria, aveano fatti
progressi maravigliosi sopra questa provincia[257]. Essi da poi che
Roberto per una sua ingegnosa astuzia, erasi impadronito di Malvito,
aveano steso più oltre i confini, e sotto la lor dominazione poco da
poi fecero passare le città di Bisignano, di Cosenza e di Martura.
Nè la morte del Conte Umfredo accaduta in Puglia intorno l'anno 1056
avea potuto interrompere il corso di tante conquiste, anzi diede a
quelle più veloce corso: poichè non lasciando Umfredo che due piccioli
figliuoli, Bacelardo ed Ermanno, lasciò il governo de' suoi Stati a
Roberto stesso, a cui raccomandò i figliuoli, e spezialmente Bacelardo
suo primogenito; onde succeduto Roberto nel Contado di Puglia dava
terrore a tutti i Principi vicini, e molto più a Stefano R. P., dal
quale era perciò grandemente odiato.
Ma a Stefano, cui non mancava ardire di cacciare i Normanni d'Italia,
mancavano però le forze, e sopra tutto i danari: fu perciò tutto inteso
a farne raccolta, e l'impegno nel quale era entrato gli fece pensare
un modo pur troppo violento e scandaloso. Egli che da Abate di Monte
Cassino fu innalzato alla Cattedra di S. Pietro, volle nel Ponteficato
stesso ritenere quella Badia, nè permise che in suo luogo fosse altri
sustituito; onde disponeva di quel monastero per doppia ragione con
tutta libertà ed arbitrio[258]. Per le molte oblazioni de' Fedeli in
questo tempo, pur troppo per li Monaci prospero, aveano essi raccolto
un ricchissimo tesoro d'oro e d'argento, che in quel monastero i
Monaci con gran cura e vigilanza custodivano: Stefano vedendo che per
nessun altro miglior modo poteva conseguir il suo fine, pensò averlo
in mano, ed ordinò al Proposito di quel monastero, che tutto il tesoro
d'oro e d'argento ch'ivi trovavasi l'avesse subito, e di nascosto
portato in Roma. Avea egli disposto di passare con quello in Toscana,
ove era il Duca Goffredo suo fratello, affinchè conferito con lui il
suo disegno, potessero da poi ritornarsene insieme per discacciare
d'Italia i Normanni. La costernazione nella quale entrarono i Monaci
per sì infausta novella ben ciascuno potrà immaginarsela: essi tutti
mesti e dolenti, tentarono invano colle lagrime rimovere il Papa;
onde finalmente da dura necessità costretti, avendo ragunato tutto il
tesoro, in Roma a Stefano lo portarono. Il Papa quando lo vide, e vide
insieme la mestizia ed il dolore de' Monaci, che glie lo portarono,
sorpreso allora dalla mostruosità del fatto, ravvedutosi dell'eccesso,
tosto pentissi d'averlo domandato, e lo rimandò indietro[259]. Ma poco
da poi essendosi incamminato per la Toscana, fermatosi in Firenze, fu
sorpreso da una improvvisa languidezza, che in pochi dì lo privò di
vita in quest'anno 1058[260].
Così, morto Stefano, andarono a vuoto tutti i suoi disegni, e fu la
costui morte sì opportuna a' Normanni, che non avendo altri, che
impedisse i loro vantaggi, poterono indi a poco stendere le loro
conquiste, non pur nella Calabria, ma sopra il Principato di Capua
ancora, per un'occasione, che più innanzi saremo a narrare.