Nel secolo passato, come si diceva sino a nove anni addietro; ora diremo
nel secolo XVIII, le guerre duravano molti anni. Anzi si può dire che
tutta la prima metà di quel secolo così singolare, che comincia col
Metastasio e finisce con la «Marsigliese», fu tutta una continuazione di
tre guerre, che si trascinarono per la bellezza di quarant'otto anni,
qua e là per l'Europa come una pestilenza.
I popoli, cioè i fedelissimi sudditi, avevano da tempo osservato che
dietro alla guerra veniva spesso la peste vera e la carestia e perciò si
erano abituati a notarle come tre fatalità, e pregavano il Signore di
tenerle lontane:
a peste, fame et bello, libera nos, Domine!
Ma che fossero una fatalità non pare proprio, se è vero che i
serenissimi principi potevano a loro talento scatenare i nembi di queste
guerre come Eolo faceva dei venti.
Bene è vero però che in quella prima metà del secolo, all'infuori di
eserciti imperiali, cioè austriaci e alemanni da un lato ed eserciti
gallo-ispani dall'altro, densi di archibusi, e comandati da marescialli
imparruccati, instivalati, isperonati, e loro coorti, altri nembi non
cavalcavano per l'aria serena. Il nembo della ribellione era tuttora nel
cervello dei filosofi e appariva in forma di leggiadre nuvolette, come
il polline dei fiori. Anzi quando la tempesta del fiero Marte s'era
trasportata d'uno in altro paese, dalle riposate ville o dai bei palagi
qualche Nice incipriata udivasi sospirare:
Se cerca, se dice:
L'amico dov'è?
L'amico infelice,
Rispondi, morì.
Nè si deve d'altra parte pensare che questi eserciti nelle loro zuffe o
battaglie si decimassero scambievolmente, perchè se così fosse stato,
dopo tante battaglie e in tanti anni non sarebbero rimaste in piedi che
le parrucche e gli stivaloni. Anzi tutto la scienza chimica e la
meccanica non avevano posto a disposizione del progresso tanti
rapidissimi e perfetti congegni di morte; ed inoltre appare evidente che
quelle antiche milizie, se trovavano professionalmente utili le guerre
lunghe, non altrettanto utili dovevano trovare le guerre micidiali.
Queste guerre furono tre, e tutte e tre ebbero il nome di guerre di
successione, perchè furono cagionate dal diritto che i Serenissimi
Principi avevano o credevano di avere alla successione di un trono
rimasto vacante. E prima fu vacante il trono di Spagna e la guerra arse
per 14 anni, cioè dal 1700 al 1714; poi fu vacante il trono di Polonia e
la guerra arse per altri 5 anni, cioè dal 1733 al 1738; in ultimo fu
vacante il trono d'Austria e la guerra arse dal 1740 al 1748. Dopo si
fece la pace che ha il bel nome imperiale di Acquisgrana, anzi, cosa
singolare, i Serenissimi Principi, venuti ad occupare, per effetto di
quelle guerre, i troni d'Italia, si posero a restaurare la nuova casa a
beneficio dei fedelissimi sudditi. Se non che un bel giorno quel polline
diventò nembo, quel venticello leggero di fronda filosofica, bufera.
Tutto il cielo si oscurò dalla parte di occidente, dove è la Francia, e
in quel buio lampeggiò una cosa orribile: la mannaia della ghigliottina.
Poi apparve sull'Alpe un giovane pallido, Napoleone. La bufera scoppiò
anche da noi e spazzò quei restauri ed anche quei Serenissimi Principi.
Da allora in poi altre case per il popolo ed altri restauri domanda il
popolo.
Era quello un ben felice tempo per i Re e per i Principi, giacchè tanto
le terre quanto i sudditi si ritenevano come una specie di loro
proprietà privata, concessa da Dio: il tempo delle monarchie assolute e
del diritto divino, come dicono gli storici. Oh, non che tutti i Re
governassero a loro talento. Governava chi poteva, come sempre è
avvenuto. Ciambellani, gran signori, gran dame, confessori governavano
anche: un complesso di interessi che si connettevano o si ritenevano
congiunti agli interessi supremi del trono alla cui ombra fiorivano quei
signori.
Dunque era proprio morto il re di Spagna, l'erede di Carlo V e di
Filippo II, due nomi che hanno riempito tanto il mondo di sè, che vivono
anche nei romanzi: il sole non tramontava mai nei suoi Stati: egli era
tramontato. I cortigiani, secondo il rito, lo avranno chiamato per nome
e gli avranno chiesto gli ordini: ma il re non ha risposto. Era morto e
non lasciava erede alcun figliuolo; ma un nipote, che a sua volta era
pronipote del più folgorante di questi re, il re di Francia, così
folgorante anzi che era chiamato il Re Sole, era stato nominato erede.
Se non che l'imperatore d'Austria avanzava anch'egli diritti, come
parente, a quel bel trono di Spagna. Grande era la potenza di questo
imperatore, e grande il suo retaggio. Tuttavia ambiva anche al trono di
Spagna ed alla monarchia universale, come al tempo dei Cesari romani del
cui nome era erede, e di Carlo V, di cui pure egli era erede. Io non
parlo degli aspiranti minori che non furono pochi.
Questa ambizione dell'Austria poco piacendo alla Francia, e viceversa, i
contendenti ricorsero all'eloquenza del cannone: i cannoni su cui era
impresso tra fregi adorni il motto: «Ultima razon de Reyes, ultima ratio
regum», per dire che i re non avevano bisogno di ricorrere ad alcun
Areopago o giudizio di popolo nelle loro contese.
Dopo quattordici anni, quanto potrebbe durare una causa per successione
presso i nostri tribunali, cioè nel 1714, le armi avendo dato ragione al
nepote del re di Francia, avvenne che il trono di Spagna a lui si
rimase. Ma l'imperatore d'Austria aveva per tanti anni combattuto per
niente? Era pur dovere ricompensarlo. Ebbene gli furono dati quei
possessi che la Spagna da due secoli circa aveva in Italia, cioè buona
parte d'Italia: il reame di Napoli, la Sicilia e la Lombardia. Se non
che dopo alcuni anni gli stessi contendenti, cioè Francesi e Spagnoli da
un lato e Imperiali dall'altra, essendosi trovati di fronte ancora per
un'altra successione e il cannone avendo questa volta dato ragione
all'Imperatore, il reame di Napoli e la Sicilia furono dall'Austria
restituiti alla Spagna; e più precisamente se ne formò un piccolo e bel
regno ad esercizio regale ed a conforto dei figli di Filippo Borbone. E
fu in tale modo che cominciò in Italia quel dominio dei Borboni di
Napoli, il quale durò per 126 anni, cioè sino al 1860. E in simile modo
spenta la vecchia casa dei Medici in Toscana, vi si costituì un altro
secondo regno, anzi gran ducato, a conforto dei figli dell'Imperatore
d'Austria di Absburgo-Lorena, che durò sino al 1859; e in simile modo
spenta la casa dei Farnesi in Parma, se ne formò un altro piccolo regno,
anzi ducato, a conforto di un altro figliuolo di Filippo Borbone, la cui
successione durò pure sino al 1859. E in simile modo per la pace di
Aquisgrana, fu assicurata la Lombardia a Maria Teresa, di cui vive
ancora la buona memoria in queste terre lombarde, benchè i successori di
lei, quando del '59 si accomiatarono, non lasciassero certo nessuna
brama di sè.
Ma dunque l'Italia serviva come ricca merce di compensazione ai
soccombenti in queste liti di Re? Dunque spenta una dinastia se ne
sostituiva un'altra senza consultare il popolo? E il popolo d'Italia non
insorgeva a simili mercati? Quel popolo d'Italia che vediamo nella
lontananza dell'Evo Medio così pronto alle armi ed al sangue, così
geloso dei suoi diritti, così indomito nelle sue passioni, che oppresse
un primo e un secondo Federigo, pur d'onore sì degno, quel popolo che
oggi s'aduna nei comizi e può imporre la sua volontà ai governanti,
nulla vedeva, nulla sentiva allora di simili obbrobriosi mercati?
O come la profezia dei nostri profeti, di Dante, del Petrarca, del
Machiavelli si era compiuta! Ma dove era allora il popolo d'Italia? In
verità v'erano dei nobili e dei cavalieri i cui privilegi non erano
offesi per nulla da tali mutamenti politici. V'erano molti monaci e
molte monache le cui dovizie e la cui troppo riposata vita non era
turbata. Molti briganti e banditi pur v'erano la cui vita non era
turbata, molto artigianato libero e tranquillo, moltissima plebe
pasciuta, o rassegnata, a cui poco importava di Francia e Spagna, «basta
che s'magna», come dice ancora il motto. Molti poeti pur v'erano che si
ricordavano talvolta di variare il lamento su l'Italia, destinata a
servir sempre, o vincitrice o vinta, una specie di fatalità, come la
guerra, la fame e la peste. Del resto, questi numerosi intelletti canori
erano onorati presso i Serenissimi Principi in premio di loro belle
poesie per le nascite, per le morti, per le nozze, per le monacazioni,
per l'esaltazione degli eccellentissimi prelati.
E poi l'Italia con la voce dei Papi non comandava ancora «urbi et orbi»?
e l'Imperatore d'Austria non rappresentava i Cesari? e quell'insalatuzza
degli orticelli d'Arcadia non dava ancora l'illusione di un primato
intellettuale? Era un così dolce stare tra quei boschetti d'Arcadia,
quando un grido atterrì: era l'Alfieri. Era un così tranquillo occuparsi
di antiquaria, quando una voce disse: occupatevi della Vita. Era il
Leopardi. Ma quanto tempo occorse perchè quelle voci fossero udite!
*
O dolce conforto del non vedere e del non sentire, che il pietoso Iddio
regala ai popoli destinati ad essere servi degli altri!
Queste tre guerre furono combattute anche in Italia, benchè gli Italiani
non facessero, essi, la guerra: la subissero soltanto, e con le sue
conseguenze. Ma è bello ed è comodo trasportare il trambusto di Marte
nella casa degli altri, specialmente quando essa vi si presta bene per
la sua posizione. Infatti il dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina,
pareva fatto apposta per le battaglie tra l'Impero, la Francia, la
Spagna.
Questa cosa, del resto, era avvenuta anche due secoli prima, nel
Cinquecento, quando la patria nostra non «era soggetta ad altro dominio
che de' suoi».
Allora i magnifici signori e le potenti republiche nostre avevano con
quel buon gusto che li distinguea assistito allo spettacolo di battaglie
da giganti che in quel bel piano ci avevano favorito un cattolico Re di
Spagna e un cristianissimo Re di Francia. Non solo assistito, tanto che
l'Ariosto ne avea tolto il modello per le fantastiche guerre del suo
folle Orlando, ma vi avevano anche partecipato, ciascuno secondo i
propri interessi, ben si intende. Ci fu anzi una volta che in una di
quelle battaglie uno di questi signori, forse in un istante di lucida
visione, disse ai suoi artiglieri irresoluti se tirare contro gli
Spagnoli azzuffati coi Francesi: Tirate senza timor di fallare chè son
tutti nostri nemici.
Ci fu anche un Papa, un vecchio bizzarro ed energico che leggeva Dante,
il quale gridò: Fuori i barbari! Ma tranne questi casi isolati, noi
Italiani fummo di una ospitalità classica: ospitalissimo fu Ludovico il
Moro, il quale se non avesse dichiarato che l'Italia non l'aveva mai
vista nè conosciuta, e che conosceva soltanto i suoi privati interessi,
sarebbe stata la mente politica più fine del secolo XV. Ospitalissimi i
nostri olimpici signori. Li accolsero nei loro incantevoli palazzi quei
re d'oltremonte, li intrattennero in belli e savi discorsi di filosofia
e di politica: l'Ariosto fece omaggio del suo folle Orlando: un pittore,
il Tiziano, ritrasse le sembianze del più potente di questi re; un
orafo, il Cellini, battè spade, elmi e corazze per l'altro re suo
rivale: vi furono anche scambi di doni nuziali, finchè un bel giorno i
signori d'Italia, così maestri nel «tessere una fraude», si avvidero di
essere frodati. Uno di questi re, anzi re ed imperatore, ci aveva
piantate le tende.
Fu il popolo spagnolo che ci piantò le tende allora, e l'imperatore e re
fu Carlo V. Un Papa, di nome Clemente, e quindi un altro Clemente,
benedissero quell'imperatore e quelle tende, e costui li compensò
aiutandoli a dare reale consistenza al lungo ambizioso sogno dell'Evo
Medio, cioè a consolidare nel cuore d'Italia quello Stato della Chiesa
che paralizzò il cuore d'Italia: grave accusa, in verità, contro il
governo dei preti, e certo ad essi, che sono sottili dialettici, non
mancherebbero nemmeno oggi buoni ragionamenti per dimostrare che quello
Stato era reclamato da san Pietro o che quella morte in terra aiutava a
conquistare la vita in cielo. Malauguratamente sino da quel Cinquecento
il Machiavelli si fa publico accusatore di un'accusa molto grave: quando
dice che è merito della Chiesa se l'Italia ha perduto ogni religione.
Gli Spagnoli ci tennero le tende per quasi due secoli e ci insegnarono
tutte le loro qualità cattive, tenendo per sè le buone.
Dopo, come abbiamo veduto, ve le piantarono gli Austriaci quelle tende
che il Manzoni nel 1821 e nel 1848 consigliava di levare, adducendo
inoppugnabili ragioni di diritto divino ed umano:
O stranieri, levate le tende
Da una terra che madre non v'è.
Se non che l'Austria riteneva quelle tende legittime e collocate da Dio,
e tutto dà a credere che non le avrebbe mai levate di suo spontaneo
volere.
*
Bel campo, dicevamo, per le battaglie questa, ahi, non più nostra
Italia! E così avvenne una seconda volta durante le tre guerre di
successione: scorrazzavano per le nostre terre e città eserciti
imperiali ed eserciti gallo-ispani, e vi dimoravano per lunga stanza ed
i buoni cittadini erano consigliati a far lieto viso, le dame a danzare
in onore dei generali e marescialli, i municipi a pagare le spese. Erano
fieramente nemici i gallo-ispani degli imperiali, ma in questo andavano
d'accordo. Ci fu una volta, in una di queste città papaline, che uno di
cotali eserciti imperiali annunciò la sua gradita partenza dopo un lungo
periodo di saccheggi, uccisioni e feste per le nozze di una figlia di
Maria Teresa. Prima di partire gli ufficiali del principe, generale
supremo, fecero sapere ai consoli della città come fosse cosa di dovere
e solita a praticarsi in ogni terra occupata da un esercito, l'offerire,
allorchè questo è in procinto di andarsene, un conveniente regalo al
generale, all'effetto di obbligarselo ed avere riguardo al territorio. I
consoli con dignitosa prudenza risposero di conoscere il loro dovere; ma
la Comunità versare in tali strettezze per le ingenti spese sostenute
nell'onore di mantenere l'imperiale esercito, che non potevano spremere
dall'erario la benchè minima somma. Allora quei signori dichiararono che
il non dare ascolto al benevolo loro suggerimento equivaleva a vedere
saccheggiata la terra. Fu adunato il consiglio della città e si deliberò
di offrire al principe generale una borsa con duecento cinquanta
zecchini. Tenue offerta! Ma le belle parole, umili, ossequiose; gli
augurî di ogni prosperità a lui ed alle armi cesaree, fecero a Sua
Altezza accettare il dono, oh non confacente alle obbligazioni che la
città gli professava! Ma partiti gli imperiali, ecco sopraggiungere i
gallo-ispani!
Le gravezze dei balzelli e le brutalità dei soldati erano giunte al
punto che quelle non si potevano più nascondere sotto il cerimonioso
sorriso, nè queste confortare con la fatalistica e pulita espressione
della «militare licenza». Si rivolsero quindi al legittimo signore, che
era il Papa, anzi al signore del mondo. Era presumibile che egli non
potesse imporre un poco di rispetto per le sue proprietà, almeno a
questi re e imperatori cattolici e cristianissimi? Ma il Papa rispose
dolentissimo che quei re cattolici ubbidivano più volentieri alle armi e
alla voce del cannone che alla sua, la quale si trovava senza il
sussidio delle armi e dei denari. Poteva ben compatire, ma nulla fare in
aiuto. Era proprio il caso davvero di aver fatto tante feste, tanti
tridui, tanti ringraziamenti all'Altissimo quando quelle città passarono
sotto il dominio del Papa!
Questa umiliante consuetudine di fare buon viso e festa, volta a volta,
ad eserciti nemici ci rimase, è doloroso il dirlo, nel sangue sino a
tempi a noi vicini. Oh, quante volte «fuori i lumi!» per i Francesi,
quante altre «fuori i lumi!» per gli Austriaci! E il gonfaloniere coi
signori della città farsi incontro sino fuor delle porte, col sorriso
sulle labbra e l'angoscia nel cuore, a corrucciati generali cavalcanti,
e porgere le chiavi della città su cuscini di velluto assicurando che i
buoni cittadini avrebbero sfarzosamente illuminate le vie, fatto scelti
concerti, le dame ballato, e il Comune pagato! Sono sessant'anni appena
che queste miserabili cose più non avvengono: il popolo, ohimè!, non le
ricorda nemmeno: ma ci si accusa e noi ci accusiamo tuttora di mancare
di educazione politica, ma con tanto alternarsi a brevissima distanza di
tempo di grida coatte: Viva Napoleone! viva Francesco I nostro signore,
viva il Papa, viva la Rivoluzione, viva la Libertà, viva la Forca, viva
Murat, viva l'Austria, come era possibile imprimere ad un popolo
l'educazione politica? Mi sta a mente un minuscolo fatto d'arme,
ricordato pur ne' manuali scolastici. Nel marzo 1831, il dì venticinque,
un pugno di animosi presso le Celle a un miglio da Rimini, su la via
Emilia, fece fronte all'esercito tedesco. Ma le prime avanguardie
austriache non chiesero: dove è il nemico? chiesero: dove sono i
briganti?
I briganti! Oh, lo dicevano in buona fede e molte timorose coscienze da
noi vi credevano. La storia di questi briganti che affrancarono un
popolo e poi furono venerati come martiri ed eroi, è gran parte della
nostra storia recente!
Ma quale nenia malefica era stata cantata? quale veleno di sonno era
stato propinato a questo popolo già così indomito, insofferente, feroce,
fecondo? Fin la fecondità materiale della generazione parve avere sosta!
Per qual delitto d'audacia fu l'Italia punita? Torquato Tasso domanda ai
gesuiti un confessore che lo assolva di grande peccato. Ultimo grande
della Rinascita, in che hai mai tu peccato? Quella grande rivoluzione
del pensiero, la Rinascita, fu dunque così mortale peccato? Così grande
peccato che solo le fiamme che arsero le carni di Giordano Bruno parvero
pena condegna? Sommessamente, umilmente davanti al tribunale del Santo
Ufficio, in Roma, Galileo osò ripetere: Eppur si muove! Non fu il rogo
che annienta, fu un'altra forma di annientamento: la segregazione da
ogni essere umano del mirabile vegliardo affinchè quella voce non fosse
più udita: ma essa volò e si diffuse come il santo spiro di Cristo fuor
dell'avello![1]
[1] Si accoglie il motto nella sua forza e significazione
tradizionale.
*
Quando discesero i Francesi in Italia col Bonaparte, e ciò fu nel 1796,
parve, come dopo lunga afosa stagione, il sorgere al confine del cielo
di un temporale nero come la pece. Fiamme e lampi balenavano dietro e ne
solcavano i margini. Pochi istanti ancora ed ecco si leverà il vento.
Chi ha le messi all'aperto s'affretta a nasconderle: porte, finestre
siano sbarrate. Hanno ucciso il loro re, hanno abolito Iddio! Che mai
sarà di noi? Chi può, come don Abbondio all'arrivare dei lanzichenecchi,
prende la via dei monti. Nascondete sotterra i tesori, le reliquie. Le
vergini, le caste monache siano pur esse nascoste; e si attende
immobili, col cuore che palpita. La nube nera è squarciata da fulgori
d'armi e cannoni; eccoli, eccoli, sono arrivati, hanno tutto spazzato,
tutto vinto. Il re del Piemonte come una festuca, quattro antichi
eserciti del sacro romano impero dell'Austria sono stati da quelle furie
francesi spezzati come verghe di un inutile fascio: i signori di Milano
su cuscino prezioso hanno, tremando, offerto al giovanetto guerriero le
chiavi della città. Attila s'arrestò davanti a papa Leone: non
s'arresterà il Bonaparte: un grido lo precede, l'antico, immutabile
grido del diritto della forza: «O soldati, avete riportato sei vittorie,
avete ammazzato o ferito più di dieci mila persone; avete vinto
battaglie senza cannoni, passati fiumi senza ponti, marciato senza
scarpe, alloggiato allo scoperto, etc.». Sostò appena al petrone dove
Cesare arringò le legioni dopo il Rubicone e mosse contro Pio VI. Solo
gli immobili santi nelle arche secolari possono dare aiuto e San Marco a
Venezia e Verona, e San Gennaro a Napoli, e Santa Maria a Genova; Santa
Maria, dal cielo lontano, è invocata dal popolo. E il popolo è pronto a
combattere per i suoi santi e per i suoi signori. Ma i signori di
Venezia non han membra che per tremare, non han voce che per proclamare
un atto di viltà così grande che il mercato di Campoformio può sembrare
quasi espiazione.
Il re di Napoli, Ferdinando IV, che s'era avanzato sino a Roma, ebbe
tronca dal terrore una vana parola di iattanza: è precipitato a Napoli,
di lì salperà coi tesori, con le ree femmine, Carolina, Emma Leona, per
Sicilia. Più lontano fuggire non può.
Orribili a vedersi, in istrane fogge, laceri, sordidi di polvere e di
sangue; ma tante terre hanno corse, tanto sangue hanno sparso!
Voi non li capite? Ma se rulla il tamburo e canta la «Marsigliese», voi
li capite. Voi tremate? E che? «Anime timide; e voi, bocche perfide,
cessate di spargere il vostro veleno. Noi siamo qui per proteggere
l'innocenza, la probità, la virtù!»
I cuori cessarono di battere. Stupri, uccisioni, rapine, non ne fecero
essi di più che gli antichi imperiali e cattolici eserciti. I Lazzari,
feroci, domandarono onore per San Gennaro, e fu concessa al santo una
guardia d'onore. Del resto, c'erano i nuovi santi e i nuovi inni:
«Liberté, égalité, fraternité», l'albero della «Libertà», il vessillo
tricolore, «Allons enfants de la patrie», «Ça ira». Rullava il tamburo e
si capiva; torme poi di Italiani, scomunicati e indiavolati anch'essi,
con nomi nuovi alla francese, giacobini e patriotti, seguivano gli
eserciti della Rivoluzione e facevano da interpreti. In fondo si
trattava di ballare, ballare a tondo la «Carmagnola» e le donne e i
giovani — ben lo sapete — imparano presto le nuove danze e si vestono
volentieri delle nuove fogge. Si trattava anche di veder fuggire
atterriti gli antichi padroni, i preti ed i signori nobili: spettacolo
crudele: ma questa soddisfazione accade così di rado che quando accade
ci prende sempre gusto il popolo.
Questo temporale durò tre anni (1796-1799), e dove prima sorgevano
ducati, granducati, regni, sorsero tante piccole republiche, generate
convulsamente dalla grande madre: la Francia.
Se non che nell'anno 1799, al tempo che Napoleone inseguiva in Oriente
non so qual suo meraviglioso sogno dietro le orme di Alessandro, ecco la
tenace e formidabile Austria, collegata alla Russia, ridurre in breve
tutta Italia alla fortuna di prima. Fuori i lumi, adunque: giù l'Albero
della libertà. Si intuoni dai re e dai popoli il «Te Deum», si esponga
il Sacramento. Bonaparte è tornato! Ma Bonaparte è vinto! L'infame
Bonaparte è vinto, il vecchio generale austriaco Melas, sempre nei
fatali campi d'Italia, lo ha vinto. Messi a spron battuto ne diffondono
la gran nuova. A Livorno è giunta la regina Carolina moglie del re di
Napoli, sorella dell'imperatore d'Austria, sorella della decapitata
Maria Antonietta. Ella si affretta a Vienna a domandare più vasto regno:
il sangue sparso dei patriotti napoletani non ha saziato la sua
vendetta: altro sangue e più vasto regno domanda. Ma ecco nella notte
ella è desta: un nuovo messo è giunto. Ella, nell'aprire il foglio
diceva: leggiamo la fine del presuntuoso esercito di Buonaparte. Ma
quando lesse la disfatta del Melas, instupidì, rilesse come incredula il
foglio, le mancò la luce e si appoggiò morente alla donna che l'aveva
desta.[2]
[2] COLLETTA, _Storia del Reame di Napoli_. Libro V, cap. XVII.
Oh, è ancora la dolce primavera, l'astro di Napoleone non tramonta, anzi
sale con l'estate al suo grande meriggio; tredici anni durerà
quell'estate purpureo, spentosi contro le brume e il gelo del Nord. La
dolce terra di Francia ne ha a gioire come ai tempi d'Orlando. La
vendetta dei re maturerà nell'odio ancora tredici anni.
Napoleone dopo Marengo fu ancora arbitro del mondo e d'Italia. Egli con
la spada la tagliò come un bel manto antico; col pezzo più unito e piano
fece prima una Republica e poi un Regno; e di stoffa regale tanta ne
avanzò, che ne diede alla Francia, ne vestì i parenti, le sorelle
orgogliose. E tu, madre mia, nulla vuoi? Nulla volle Letizia. Lunga vita
e lungo martirio ebbe solo quella lungi-veggente.
Dopo la battaglia di Marengo furono di nuovo esposti i lumi per la
Francia e fu cantata la «Marsigliese». Certamente molte cose in quegli
anni mutarono, ma non così profondamente come può credersi pensando al
principio di quel moto, cioè alla Rivoluzione. Le rivoluzioni hanno una
certa somiglianza col corso dei fiumi. Noi vediamo i fiumi presso le
loro sorgenti precipitare dai monti con impeto così grande che fanno
paura e diciamo: Guai se essi devono seguitare così! Oh, non seguitano.
Appena giunti al piano, dilagano e prendono corso tranquillo.
Napoleone quando prese nome imperiale, mutò il rito; non si fece
incoronare dal sacerdote, ma, come tutti sanno, si pose egli stesso la
corona ferrea sul capo, pronunciando quelle famose parole che fecero
stupire tutti e sorridere qualche filosofo: «Dio me l'ha data, guai a
chi la toccherà!» Chi sa che anche egli non abbia creduto a quelle
parole! Gli eroi dell'azione se non avessero fede nel sogno della loro
onnipotenza, rimarrebbero inerti come certi eroi del pensiero.
Mutò il rito e rimase l'impero: risorsero i titoli di conte, duca,
marchese: scomparvero le immobili ricchezze del feudo e delle chiese;
nacque la nuova, mutabile e maggior ricchezza dei traffichi e delle
industrie. Cessò la tirannia dei nobili, germogliò quella che dovea
crescere così fiorente, e fu detta tirannia borghese, e forse oggi è
nata nuova tirannide
che l'una e l'altra caccerà di nido.
Poi Napoleone cadde in un tragico precipitare. Guerra di Spagna, di
Russia, Lipsia, Waterloo, sono le tappe di questa caduta. Ritornò ancora
l'Austria in Italia tenendo a mano i piccoli principi: fu cantato il
«Tedeum» ancora, furono restaurate o, meglio, si desiderò di restaurare
le cose come prima.
*
Ma a questo punto noi ci domandiamo: In questo alternarsi violento dal
caldo al gelo, dall'azione alla riazione, dal «Tedeum» alla
«Carmagnola», quale mutamento intimo, molecolare, era avvenuto nelle
fibre del nostro popolo? e le plebi asservite che cosa avevano imparato
dai così detti immortali principî dell'ottantanove?
La risposta è difficile, ma ricordo che Michele il Pazzo, capo dei
Lazzari, richiesto che cosa fosse uguaglianza, rispose: Poter essere
lazzaro e colonnello. I signori erano colonnelli nel ventre della madre:
io lo sono per la uguaglianza. Allora si nasceva alla grandezza, oggi vi
si arriva. E dietro Michele il Pazzo sta tutta una schiera di morti,
tragicamente sublime in quello sfondo sereno e ridente di Napoli:
Caracciolo, Mario Pagano, Domenico Cirillo.
Un giovinetto fremente incominciava in quegli anni un suo libro con le
parole: «Il sacrificio della patria nostra è consumato». Venezia,
infatti, fu sacrificata, ma dietro le sorgeva più grande patria,
l'Italia.
Meneghino, che dal tempo della battaglia di Legnano si era disabituato
alle armi, imparò a marciare e a fissare in volto il nemico.
Il «giovin signore» meditò su la politica e su le congiure: affronterà
la carcere ed il patibolo.
Pantalone, Brighella, Florindo ebbero un grande colpo in quegli anni e
ne morirono, almeno come maschere.
L'ultimo arcade ed abate si chiamò Giuseppe Parini, e dopo di lui i
poeti non fiorirono più all'ombra dei troni, ma fra il popolo, e molti
di essi oltre alla lira portarono la fiaccola e la spada: Ugo Foscolo,
Giovanni Berchet, Goffredo Mameli.
Di republica o di monarchia, di federazione o di unità si occuparono i
nostri studiosi, per conforto di Napoleone, anzichè di antiquaria e di
arcadiche ciance. Un vessillo anche ne fu dato!
Infine in quegli anni furono seminati i denti del dragone da cui
nacquero i liberatori della patria: Garibaldi, Mazzini, Cattaneo, Carlo
Alberto, Cavour, ecc. Nacquero «sub Julio», sotto il nuovo Cesare, sotto
Napoleone.
Ma una mutazione non meno interessante si compì anche nei Serenissimi
Principi, i quali, da allora in poi, si trovarono turbati nella loro
serenità e dichiararono ai popoli che per l'avvenire li avrebbero
governati da buoni padri. Dichiarazione preziosa che fa supporre il
riconoscimento di aver governato molto male per il passato. Oh, li aveva
ben ammoniti il Petrarca sin da lontano:
Qual colpa, qual giudicio o qual destino
Fastidire il vicino?
Ahimè, gli ammaestramenti in poesia e in filosofia persuadono poco; ed è
mortificante il pensare che occorra la Rivoluzione e il tamburo della
rossa «Marsigliese» per insegnar qualche cosa!
Dunque fu un gran bene la Rivoluzione francese? E di Napoleone
lascieremo sempre l'«ardua sentenza» ai posteri? Bisognerà pur dire
qualche cosa e dell'una e dell'altro, pur essendo persuaso di non
piacere a nessuna categoria di lettori.
Noi nelle scuole, nei libri, nei discorsi, abbiamo imparato a
considerare la Rivoluzione francese il più gran fatto del mondo; il
sangue delle sue vittime ci parve una purificazione e, svanendo, divenne
come una cornice purpurea intorno a un quadro di incomparabile potenza e
le disperate grida noi non le abbiamo udite, perchè suonava così
giocondamente, così terribilmente la «Marsigliese» che non si potevano
udire! Le orride megere[3] attorno al palco della ghigliottina in Parigi
ci parvero giuste come le Parche. Abbiamo imparato che Marat aveva nel
cuore il dolore dei secoli. E come noi, tutti, che assistemmo da un
posto più o meno distinto al dramma meraviglioso; e se qualche solitario
osava criticare o zittire, noi non chiedemmo: Perchè disapprovate o
zittite? ma dicemmo: Fuori!
[3] _Tricoteuses._
Questo giudizio si è alquanto modificato da quando, per un bizzarro
privilegio concesso a chi medita, siamo potuti entrare nel palcoscenico
dove si svolse quel dramma. Ma di questa modificazione di giudizio è
inutile parlare: esso è cosa più che altro soggettiva, mentre cosa
obbiettiva è il fatto che la Rivoluzione di Francia è stata la
generatrice della età nostra, nel bene e nel male, in ciò che si vuol
conservare e in ciò che di lei si vuole distruggere o rinnovare. È
evidente perciò che i figli la venerino come madre ed evitino di
discuterla.
Intorno a Napoleone poi molte poesie italiane, francesi, tedesche
abbiamo anche imparato a memoria fin dall'adolescenza, ed abbiamo osato
spingere lo sguardo sino all'alto vertice del suo monumento, sperso nel
cielo come una guglia alpina: se non che altri, obbligandoci ad
accostarci a quel monumento, ha fatto osservare che di cadaveri sono le
basi, di sangue e di lagrime il cemento. Vero! ed avremmo inorridito se
subito non ci fosse venuto a mente che gli uomini elevano di solito i
loro edifici con simile macabro materiale costruttivo.
Ce lo hanno anche rappresentato con Giulio Cesare, cavalcante cupamente
per una via senza fine, lastricata di cadaveri allineati: meno
impassibile di quei truci cavalcatori. Eppure, chi sa per qual malìa,
noi non abbiamo potuto odiare. La nostra ragione non ha saputo vincere
il nostro affetto. Sovente anzi l'affetto disse alla ragione: Guarda:
una lagrima è impietrata nel suo ciglio!
Infatti l'Austria quando di soppiatto, negli anni 1814, 1815, penetrò in
Italia, trasse partito non soltanto dell'odio degli Italiani verso
Napoleone per il molto oro e il molto sangue che costui richiese in quel
suo ultimo, folle, disperato opporsi contro al fato; ma blandamente,
astutamente cercò di insinuarsi nell'animo degli Italiani coi ricordi
dell'antico tempo, delle antiche glorie municipali, della nostra storia
passata. Un generale, il Bellegarde, presenta gli Austriaci come i
nostri liberatori, dichiara che era suonata «l'ora della nostra
redenzione», ci chiama «alla difesa comune», ci parla «dei nostri
legittimi diritti». Anche di «indipendenza» ci parlarono gli Austriaci,
della felice Italia formata di tante piccole patrie, delle arti anche,
del piacere di rivedere gli amati principi e dell'odiato Brenno sul
Campidoglio: un curioso miscuglio di antico e di nuovo fecero sventolare
davanti alle nostre passioni.
Era naturale. Napoleone non cadde per effetto di un solo colpo mortale,
ma molti colpi mortali occorsero, come ad Orlando, affinchè fosse
atterrato. Murat e Beauharnais, benchè avversi e avversati, pur si
mantenevano con eserciti in Italia; d'Italia libera ed una parlò anzi il
Murat con una voce che rimbomberà fra poco, ma che allora, fra il
crollare dell'immane edificio napoleonico, non potè bene essere udita.
Bisognava ricorrere ad ogni mezzo per atterrare il colosso e l'Austria
ricorse sino a stimolare il nostro orgoglio di Italiani. Infine l'ultimo
crollo avvenne, le macerie precipitarono, la tempesta delle passioni
posarono come posa la polvere dopo che un edificio è caduto; e allora
apparvero nettamente le cose: apparve l'Austria.
Come e che cosa l'Austria intendesse per indipendenza lo dicono, per
esempio, queste parole dell'imperatore Francesco I, che accompagnano
l'alta onorificenza al Metternich, repressore dei moti del '31: «Per
aver tanto contribuito a mantenere l'indipendenza negli Stati italiani».
Appare l'Austria nel suo atteggiamento vero e fatale; ed anche dai sensi
più ottusi fu sentita quell'atmosfera «di taciturna oppressione quale
mai non erasi, nè fu più provata, tanto maggiore quanto non ricreata da
verun lampo di speranza». Queste parole si tengano a mente perchè non
sono di Giuseppe Mazzini: sono di Cesare Cantù!
Allora quel fiero e fanatico ministro della reazione dell'Austria, il
Metternich, torcendo a peggiore e maligno senso tutta la storia della
patria nostra, dirà: «Ma che nazione! l'Italia non è nazione. È
espressione geografica!» E se non basta questo oltraggio dall'oriente,
dall'occidente verrà altro oltraggio: «L'Italia è la terra dei morti».
Venitela a vedere come è poetica questa terra dei morti!... Briganti fra
le ruine e monaci molti fra le tombe. Al sole qualche Graziella
canta.... E gli inglesi taciturni e strani infatti vengono a contemplare
e pregano che tale bello spettacolo non sia mai rimosso: ma un inglese,
appunto, gettando una sua romantica face fra quelle cose di morte,
gridò: Si agitano dei vivi in quel sepolcreto! Giorgio Byron. Ma
vediamo, vediamo ciò più minutamente.
*
Alfredo De Musset, nel principio delle sue «Confessioni di un figlio del
secolo», descrive con impareggiabile pennello il senso di stanchezza e
di smarrimento dei Francesi dopo quella disperata corsa dietro alla
gloria e alla guerra. Si guardarono e si videro brutti di squallore e di
sangue. E allora quei guerrieri ricordarono che oltre a Napoleone e alla
gloria, avevano le culle e le tombe. Tale senso di stanchezza invase
anche l'Italia, come quella nazione che più da presso aveva seguito le
sorti francesi. Non c'è più sangue nelle vene da offrire a Napoleone?
Non c'è più sangue, e molti videro in Blücher e in Wellington i nuovi
Tesei che avevano liberato il mondo dal Minotauro, divoratore di giovani
vite.
Se non che la Francia fu vinta soltanto, e l'Italia fu conquistata e
trattata secondo il diritto della conquista.
Le grandi potenze d'Europa, coalizzate prima contro Napoleone, poi, dopo
che egli fu vinto, strette in un'alleanza che fu detta Santa, imposero
per re alla Francia, conforme al principio del «legittimismo»,
escogitato in quelle circostanze, Luigi XVIII, fratello di Luigi XVI,
quel re che, a testimonianza di Samson, il carnefice, seppe morire da Re
dopo essere vissuto poco bene, almeno come Re.
L'Italia, invece, fu tutta preda dell'Austria. Blandamente da prima e
quasi amorevolmente, sì che molti si mossero incontro a lei. Ella ci
ricordò il volto degli antichi amati sovrani e promise che ce li avrebbe
ricondotti. A chi aveva imparato dalla Rivoluzione il principio di
nazionalità richiamò astutamente, come dicemmo, le nostre antiche glorie
e libertà comunali. A chi amava la pace, ricordò il lungo e pacifico
governo di Maria Teresa. A chi odiava le novità democratiche, fece
sapere che i Re grandi e gli Imperatori, stretti in una alleanza Santa,
avrebbero rimesse le cose come prima. Seppe, insomma, abilmente trarre
profitto di quel complesso di passioni politiche che si scatenano in
ogni nazione dopo un grande sfacelo, ma che in Italia, per effetto
dell'indole nostra e delle antiche dissensioni regionali, hanno maggior
rigurgito e più confusa violenza. E se il Metternich non lesse il
Machiavelli, dove è fatta la psicologia dei Fiorentini, ai quali per
naturale disposizione «ogni stato rincresce, ed ogni accidente li
divide», certo questa psicologia comprese e mirabilmente sfruttò.
Verso coloro poi che odiavano Napoleone, l'Austria aveva le maggiori
benemerenze. Voi direte Lipsia, la tragica battaglia di tre giorni, voi
direte Waterloo, voi direte gli eserciti imperiali risorgenti sempre
dopo la sconfitta.
V'è di più: l'imperatore d'Austria gli ha infitto nel mezzo del petto
una spada avvelenata: bene ha il petto di bronzo colui che vide
impassibile i campi coperti dei morti: ma a tanto strazio non resisterà.
La moglie sua, figlia dell'imperatore austriaco, Maria Luisa, sorride
dall'incosciente volto di bambola, in Parma, odorosa di viole, ai
cavalieri austriaci. Ma un più indomabile affetto aveva quel cuore di
bronzo. Lo so, la storia ufficiale non ha tempo di registrare gli
affetti privati dei protagonisti dei grandi drammi della vita. Ma questa
ommissione è erronea. Un indomabile affetto: il figliuolo; per lui solo
oramai il Minotauro folle conquistava il mondo. Al nepote dell'avvocato
Carlo Bonaparte e dell'umile Letizia Ramolino egli aveva imposto il
titolo trionfale di re di Roma. Di tutti i grevi emblemi dell'impero, lo
aveva gravato, il bambinello! Mille canori poeti cantarono il suo
nascimento. Ma noi non ricorderemo nè quei canti nè quei poeti. Ma
ricorderemo che era là, su le rive della Moscova il giorno in cui mezzo
milione d'uomini si preparavano a sgozzare altri uomini che un messo
venne e che recava il ritratto del pargoletto sorreggente nella manina i
mostruosi pesi del mondo e dello scettro.
Ricorderemo che quando Napoleone fu deposto, domandò al suocero la
moglie e il figlio. E l'imperatore d'Austria negò. Ricorderemo che nel
marzo del 1815, quando Napoleone riprese per cento giorni l'impero,
domandò ancora la moglie ed il figlio e l'imperatore d'Austria negò. Al
giovanetto fu mutato abito, linguaggio, nome. Il bel castello di
Schönbrunn fu la imperiale fiorita Bastiglia ove languì, morì — nuova
maschera di ferro — il figlio di Napoleone.
Dopo ciò che cosa è il «Bellerofonte» che naviga verso l'isola di
Sant'Elena? che cosa è Hudson Lowe, il carceriere feroce?
Dunque bene aveva titoli di benemerenza Francesco I imperatore d'Austria
per coloro che in Italia odiavano Napoleone. Ma altra cosa conviene dire
per ispiegare come molti si fecero incontro all'Austria, tanto che
aristocrazia di sentimenti fu detto il parteggiare per l'Austria, e in
Milano quell'aristocrazia provocò un tumulto per affrettare l'ultimo
crollo del dominio francese. Io voglio dire il giuoco degli interessi,
la molla occulta che governa tanta parte dei fatti umani: la classe dei
nobili sperò nel ritorno dell'Austria il ritorno degli antichi privilegi
e nei soldati austriaci videro soltanto i buoni servi armati, che li
avrebbero difesi dalla Rivoluzione.
Ma più sottile cosa conviene dire, cosa confessata a mezzo, occultata
spesso, determinabile con fatica e che tuttavia è la ragione per cui i
fatti si svolgono in un certo modo costante.
Molte persone, all'infuori di ogni interesse ed opinione, provano un
invincibile senso di repugnanza contro la mediocrità e la viltà
invidiose, procaccianti, trionfanti: queste numerose e maligne forze
umane si sviluppano tanto in regime aristocratico come in regime
democratico e per distruggerle io dubito che convenga distruggere
l'umana natura. Ma certo in clima democratico hanno una fioritura più
appariscente o se vogliamo dire in altro modo, possiamo dire che il
regime aristocratico vietando molte cose, vieta nelle piazze l'ingombro
e il tumulto dei ciarlatani e dei cavadenti e non permette le grida di
viva o di morte che il publico alterna. Il regime aristocratico,
inoltre, essendo più stabile, non permette così facilmente che sul corpo
della povera volpe, caduta nel fosso, e succhiata dalle mosche canine,
queste, gonfie di sangue, siano scacciate per dare posto ad altre mosche
di altrettanto più avide quanto meno sono pasciute. Ora molte nature
sensibili dovendo scegliere tra due mali, dànno la preferenza a quello
che è meno nauseabondo.
Chi non ricorda, ad esempio, le terribili invettive di Ugo Foscolo nella
«Ypercalypseos» contro la demagogia del tempo napoleonico, e le atroci
accuse contro Milano, «Babylon minima», che pur fioriva di uomini
insigni, compreso lui, il Foscolo, magnifico figlio di quella
democrazia?
Ma la verità è questa: quei grandi sono rimasti e la turba agitata e
agitante è scomparsa, come allorchè la nobile pianta è riuscita a
crescere a dispetto delle male erbe che rigogliose attorno le succhiano
l'umore, più quelle non teme, anzi intorno le uccide.
Certo che per allora l'Austria si presentava a molti come la giustiziera
contro l'invidia demagogica, contro «quei prepotentoni di Frances», come
il buon governo che riconduceva il quieto vivere e il lauto «pacchiare».
Giovannin Bongee col suo fratello Marchionn di gamb avert, avevano di
che querelarsi: donna Fabia Fabron De-Fabrian poteva con amabile
terrore, ma sicura oramai, parlare nel suo salotto al frate confessore
delle «fellonnii» del passato tempo francese, e dei «sovvertiment de
troni e de costumm».
Blandamente e con mano guantata si insinuò l'Austria in Italia: tanto
che il suo ritorno venne cantato da Vincenzo Monti come il ritorno di
Astrea. Ma pare che l'Austria gradisse poco, non dirò le lodi, ma il
lodatore, sì che ne cercò carezzevolmente lui altro: costui era però
d'altro metallo. Ugo Foscolo odorò il lupo sotto il manto del pastor
buono. Preferì il volontario esilio, anzi, come dice il Cattaneo, diè
primo all'Italia questa nuova istituzione: l'esilio.
Se non che quetate le cose d'Europa e d'Italia, fatta in quel generale
abbattimento forte e sicura la sorte dei gran Re alleati, e prima già
disperso l'esercito italico (è bene non conservare i denti nè anche alle
rane), sconfitto a Tolentino l'altro esercito italico di Gioachino
Murat, tra Napoleone e l'Europa l'Oceano, l'Austria divenuta arbitra
delle sorti d'Italia, potè mostrarsi più schiettamente.
Signori, dichiarò l'Imperatore austriaco ai professori dell'Università
di Pavia, sappiate che io non voglio gente di studio, ma voglio che mi
facciate dei sudditi fedeli, devoti a me ed alla mia casa. E buoni
vassalli furono avvertiti in segreto di essere i piccoli re, duchi e
granduchi, che l'Austria ci riconduceva.
Oh essi, sì, erano disposti ad essere buoni vassalli! Fu decretato che
tutto dovesse tornare come era prima della Rivoluzione e di Napoleone;
tutto doveva essere restaurato: restaurate le decrepite ruine feudali. A
mano, dunque, l'Austria ce li ricondusse gli amati principi. Ma di che
avete paura? Le baionette austriache vi difendono. Egli è là, in mezzo
all'Oceano.
E primo il papa Pio VII. Egli soffrì quasi il martirio per opera di
Napoleone: strappato da Roma, deportato in Francia! E i pii vescovi
chiusi nel forte di Fenestrelle e costretti a leggere l'empio Voltaire!
Oh, i devoti sudditi non lo ricompenseranno mai abbastanza di tante
afflizioni! L'Austria riconduce nel regno di Napoli anche Ferdinando
Borbone: egli ha mutato nome. Non è più Ferdinando IV, ma I. È più
tremante di prima perchè fu lì lì per vedersi soppiantato da Giovacchino
Murat. Però i sudditi lo riconosceranno lo stesso. Le macchie di sangue
dei grandi morti della Republica Partenopea, non si possono scancellare:
non resta che coprirle di nuovo sangue, e quello di Giovacchino Murat
sarà pur bello e generoso sangue. Poi verrà il sangue e il tradimento
dei costituzionali del Ventuno, chè a tanto obbrobrio lo riserba la sua
lunga vecchiezza.
In Torino a gran festa ritorna Vittorio Emanuele I, con parrucca e
spadino come prima che Napoleone lo confinasse in Sardegna. Veste
all'antica e le baionette austriache lo circondano. «Sed hastae regis
septemtrionis circumdabant eum», come scrisse Santorre di Santarosa.
S'industria con l'aiuto di un almanacco del 1793 a rimettere cose e
persone come prima. Sventuratamente se si potevano restaurare le cose
(diritti di primogenitura, tribunali privilegiati, procedure segrete con
torture e tenaglie), non si potevano restaurare gli uomini di prima per
la ragione che erano morti. Le nuove generazioni guardavano e
sorridevano.
Tutto come prima, e in fatti il buon Re soleva ripetere che aveva
dormito per quindici anni, dichiarazione che può fare il paio con
l'altra di Ferdinando IV, cioè che egli non camminerebbe nelle vie
aperte dai Francesi. Ma non aveva dormito l'Austria, chè se avesse anche
lei dormito, il buon Re non si sarebbe destato sul trono. Oh ma non
tutto proprio come prima! l'Austria alla Lombardia che sola possedeva
nel secolo XVIII, aggiunse anche il Veneto e Venezia. Venezia era stata
la più aristocratica e patriarcale delle Republiche e gran nemica della
Republica giacobina francese. Avrebbe dovuto come premio di quella
inimicizia e a rigor del principio legittimista essere restaurata, ma o
che il nome di republica suonasse male in quell'anno 1815, o che non ci
fossero legittimi principi da rimettere sul trono o piuttosto che
sembrasse una bella preda agognata fino da antico, l'Austria fece
proprio come Napoleone, si prese Venezia per sè. Così abituato alla
docilità quel popolo di Venezia! I suoi carnevali e le sue sagre gli
saranno conservati. Anche si prese la Valtellina, la quale, insieme al
Friuli, cioè dall'Isonzo all'Adda, congiungeva le provincie italiane a
quelle austriache direttamente, mentre nel secolo XVIII la Lombardia era
separata dall'Austria per mezzo della republica dei Grigioni. Avrebbe
altresì l'Austria desiderato di annettere anche le legazioni, cioè le
quattro provincie di Ferrara, Bologna, Ravenna, Forlì. Così belle, così
ubertose! Presidiarle, almeno! E infatti le presidiò quasi sempre sino
alla primavera del 1859. D'altra parte si passava così bene per quella
magnifica antica via Emilia, tracciata dal genio di Roma, ove corsero le
legioni e le aquile di Mario e di Cesare! Inoltre si passava per terre
amiche dell'Austria, perchè il bel ducato di Parma, Piacenza, Guastalla
era stato dato a conforto della sua vedovanza a Maria Luisa, austriaca;
si passava per il bel piano di Modena e Reggio, ridente di ubertà, che
era stato dato a Francesco IV da Este, nome italiano e glorioso, ma
sangue austriaco, ambizione e orgoglio austriaco: era cugino e cognato
dell'imperatore d'Austria. Di lì si poteva ben passare in Toscana, che
era stata ridata a Ferdinando IV, austriaco, che si apprestava ad
applicare ai suoi popoli la cura del papavero chè già «il mondo va da
sè», come assicurava un suo acuto e italicamente scettico ministro, il
Fossombroni.
Stati amici e Stati «reversibili» all'Austria. Tanto amici che si
risparmiano loro le spese dei soldati. Ci pensa l'Austria. Di soldati ne
ha tanti l'Austria: quanti ne volete. Anche se non volete, verranno i
soldati dell'Austria. Appena il gallo canterà ai dormienti nell'alba
chiara, l'Austria manderà i suoi soldati dalle quattro fortezze di
Mantova, Verona, Legnago, Peschiera, già che lo disse anche Dante:
Peschiera bello e forte arnese.
Dopo ciò quale meraviglia (io non dirò le sette Carbonare e Massoniche
pullulanti in quegli anni) se un plenipotenziario inglese, lord
Castlereagh, reduce dal congresso di Vienna, ove questi paterni Re si
erano adunati a congresso, ci parla di «mercato dei popoli» fatto in
Italia? Se un cardinale, il Consalvi, vagheggia una setta segreta contro
l'invadenza austriaca? Se lo stesso Giuseppe De Maistre, il poeta
mistico della Santa Alleanza e della forca, onora l'Italia della sua
compassione? Oh non mai tanto oltraggio era stato fatto ad un popolo!
Potè l'Italia essere stata saccheggiata, lacera, corsa, più schiava, più
afflitta, ma più oltraggiata, più schiaffeggiata con profumata mano, no!
Sentirono gli Italiani questo mercato, questo oltraggio? Sì, lo
sentirono quando il laccio al collo era ben stato messo e con un sintomo
terribile che montò alla gola di quelli stessi che avevano invocato sei
anni prima il ritorno di Astrea: il soffocamento, l'assorbimento.
L'Austria stessa ci obbligò a reagire, a spezzare quel laccio se
volevamo vivere.
Non tutto però come prima: non soltanto perchè non si volle, ma
essenzialmente perchè con tutto il buon volere di un Metternich, con
tutti gli sforzi del sofisma di un De Maistre, con tutto il misticismo
dei gesuiti fioriti accanto ai troni, non si potè. Non si potè per la
semplice forza delle cose. Le antiche corone videro l'impossibilità di
rinnovellare la consacrazione se non col beneplacito dei popoli. Si
desiderò, e in buona fede da molti, di restaurare i patriarcali governi
di una volta, il patronato delle caste privilegiate come in antico: ma
non fu più possibile. Il passato era morto per sempre! Ai popoli ai
quali si erano voluti togliere i beneficî degli ordinamenti democratici,
non fu possibile ridonare un'altra volta i beneficî dell'antico stato di
servitù. Anzi gli stessi governi assoluti, prima l'Austria, che non
volevano a nessun patto camminare per le vie aperte dalla Francia,
furono costretti non solo a camminarvi, ma conservarono ciò che di meno
desiderabile produssero la Rivoluzione e Napoleone: l'accentramento e la
tirannide burocratica, la coscrizione, gli eserciti stanziali, e infine
la gravezza dei tributi.
Sotto questo anacronismo si sfasciò la lega dei Re. La libertà non è
dono della rivoluzione, ma è dono di natura. I trattati del '15
violarono questa legge di natura.
Ma per ciò che riguarda l'Italia, essa, soggetta ad uno speciale
inasprimento da parte dell'Austria, ha una storia sua propria. Questa
vetusta madre delle genti fu qualificata «come popolo infante, che essa,
l'Austria, durava gran fatica a educare alla sapienza germanica» chiosa
il Cattaneo; e la ribellione si formò spontanea e fu soprattutto
ribellione di aristocrazia e di intelligenza.
Un patrizio un giorno trovò che con tutti i suoi privilegi di casta, non
poteva respirare e disse: «No!» Alle frivole spose danzanti con usseri
damerini, alle insensate matrone ciancianti con decrepiti marescialli,
stette dinanzi la testa terribile di un loro pari, già presso al
patibolo: Federico Confalonieri.
Ai buoni popoli addormentati nel queto vivere e nel bel mangiare, un
poeta, come Dante i commutati in mostri della bolgia ottava, così il
Berchet presenta i figli del popolo sotto la metamorfosi orrenda, come
simbolo di una metamorfosi dell'anima nostra.
Ha bianco il vestito,
Ha il mirto al cimiero,
I fianchi gli cingono
Il giallo ed il nero,
Colori esecrabili
A un italo cor.
*
La storia delle armi e delle arti politiche per cui furono stracciati
quei rei trattati del 1815, è la storia di questo libro.