=Borkman=, poi =Guglielmo Foldal=.
(_Borkman, rimasto solo, s’avvia pensieroso verso il pianoforte,
come se volesse chiuderlo: poco dopo però s’arresta. Dopo d’aver
girato e rigirato gli occhi nel vuoto, incomincia a camminare —
con aria d’impazienza e d’inquietudine — su e giù fra lo spazio
che corre dal pianoforte all’angolo destro in fondo. Alla fine
s’avvicina alla scrivania: sta per un momento in ascolto verso la
direzione della porta a sinistra: poi si guarda in uno specchietto
e s’accomoda la cravatta._)
(_Bussano alla porta di sinistra. Borkman, che ha inteso, lancia
un’occhiata furtiva alla porta: non risponde. Si bussa di nuovo e
più forte._)
BORK. (_vicino alla scrivania, con la mano sinistra appoggiata sul
tappeto e con la destra nello sparato del vestito_). Avanti!
(_Guglielmo Foldal entra con aria di soggezione: è un uomo
dall’aspetto macilento e dal portamento curvo; ha gli occhi
azzurri e miti; i capelli lunghi e grigi gli coprono il bavero del
soprabito. Ha sotto il braccio un portafoglio; in mano un cappello
a cencio. Porta, rialzati sulla fronte, un paio d’occhiali orlati
di corno._)
BORK. (_cambiando posizione e guardando Foldal con un’aria ambigua, fra
la disillusione e la soddisfazione_). Ah sei tu, Foldal!
FOLDAL. Sono io. Buona sera, Gian Gabriele.
BORK. (_guardandolo con sguardo severo_). Mi pare che arrivi un po’
tardi.
FOL. Che vuoi, per venire da te c’è da fare un bel pezzo di strada,
specialmente per un uomo che, come me, è costretto di andare a piedi!
BORK. Perchè andare sempre a piedi, Foldal? Il _tramvay_ non è poi
tanto lontano da casa tua.
FOL. D’altronde l’andar a piedi è più igienico: e poi ci risparmio
dieci centesimi. — A proposito, è già stata da te la Frida? Ti ha fatto
della musica?
BORK. È andata via in questo momento. Non vi siete incontrati?
FOL. No: non la vedo da parecchio tempo.... dal giorno in cui è entrata
in casa della signora Wilton.
BORK. (_sedendosi sul sofà ed indicando una sedia a Foldal_). Siediti,
Guglielmo.
FOL. (_sedendosi_). Grazie. (_con aria melanconica_) Non puoi
immaginarti quanto increscioso mi riesca di dover viver solo, senza
aver Frida vicino a me!
BORK. Diavolo! E gli altri tuoi figlioli?
FOL. Sì: quei cinque marmocchi!... Frida però era la sola che mi
comprendesse un pochino. (_tentennando il capo, con tono triste_) Gli
altri non mi comprendono affatto.
BORK. (_guardando dinanzi a sè con sguardo fosco e battendo le dita
sulla scrivania_). Sì, così vanno le cose: è una maledizione che
gravita sempre su noi, gli uomini eletti. La massa e la maggioranza —
formate esclusivamente da uomini dozzinali — non ci comprendono, buon
Guglielmo.
FOL. (_con rassegnazione_). Io non esigo per ora dai miei figli
dell’intelligenza: questa si matura con un po’ di pazienza e coll’andar
del tempo.... (_con voce piagnucolosa_) Oh ma c’è un’altra cosa, ben
più amara!
BORK. (_scosso_). Più amara?
FOL. Sì, Gian Gabriele. Prima di uscire di casa.... assistetti ad una
certa scenata.
BORK. Vorresti dire?
FOL. (_prorompendo_). A casa.... mi sprezzano.... capisci!
BORK. (_trasalendo_). Come? Ti sprezzano!
FOL. (_asciugandosi le lagrime_). Me n’ero accorto da parecchio tempo:
ma appena oggi ne ebbi la prova....
BORK. (_dopo breve pausa_). Fosti ben infelice nella scelta, quando
prendesti moglie.
FOL. Oh allora non si poteva più parlare di una scelta. Del resto....
si prende tanto volentieri moglie, quando gli anni incominciano a
pesare. E poi allora ero ridotto a sì mal partito....
BORK. (_alzandosi adirato_). Dovrebbe essere questa forse un’allusione
a me? Vorresti forse rinfacciarmi....?
FOL. (_con angoscia_). Dio me ne liberi; Gian Gabriele....
BORK. Sì, tu alludi in questo momento alla rovina che travolse la
Banca....!
FOL. (_tentando di calmarlo_). Ma io per quell’affare non ho mai
gettato su te la colpa! Per l’amor del Cielo!
BORK. (_si mette nuovamente a sedere e mormora:_) Sta bene!
FOL. Non credere già che io mi lagni di mia moglie. La povera donna non
è molto educata, ne convengo: ma sì può sempre sopportarla.... no; sono
i bambini.... capisci....
BORK. Oh, lo sapevo bene!
FOL. Poichè i bambini.... hanno un’educazione più completa; e credono
perciò di poter vantare maggiori esigenze.
BORK. (_mostrando interesse alle parole di Foldal_). E perchè mai ti
sprezzano quelle birbe?
FOL. (_scrollando le spalle_). Sai bene.... la mia carriera si ridusse
a ben poca cosa.... ne sono d’accordo....
BORK. (_avvicinandoglisi e prendendolo per un braccio_). E sanno quei
marmocchi che tu, nella tua giovinezza, hai scritto una tragedia?
FOL. Oh se lo sanno! Sembra però che non ne siano rimasti troppo
soddisfatti.
BORK. Allora i tuoi figli non hanno nemmeno un’ombra d’intelligenza. La
tua tragedia è un lavoro ben fatto: te lo dico io!
FOL. (_con viso raggiante_). Non è vero che c’è del buono in quel
mio lavoro, Gian Gabriele? Ah, se potessi far rappresentare la mia
tragedia in qualche teatro! (_apre frettolosamente il portafoglio e ne
estrae alcuni fogli_) Eccola! Ora ti mostrerò i punti dove ho creduto
opportuno di introdurre qualche modificazione....
BORK. Ne hai con te il copione?
FOL. Sì, l’ho portato qui con me. — È passato tanto tempo dall’ultima
volta che te la lessi! — E poi ho pensato che la lettura di due o tre
atti potrebbe procurarti un po’ di distrazione....
BORK. (_alzandosi e tentennando il capo_). No; non oggi; sarà per
un’altra volta.
FOL. Bene, come t’aggrada.
(_Borkman cammina su e giù per la stanza. Foldal ripone il
manoscritto nel portafoglio._)
BORK. (_fermandosi davanti a Foldal_). Quello che mi andavi dicendo
poc’anzi è giusto.... la tua carriera si ridusse a ben poca cosa.
Però senti, Guglielmo.... quando sarà scoccata l’ora della mia
redenzione.... ti prometto....
FOL. (_in procinto di alzarsi_). Ah quanto te ne sono grato....!
BORK. (_con un cenno di mano_). No, resta al tuo posto. (_poi
animandosi sempre più_) Quando sarà suonata l’ora della mia
redenzione.... quando si capirà di non poter fare senza di me....
e verranno qui, nel salotto.... tutti sommessi.... a pregarmi, a
supplicarmi di riprendere la direzione della nuova Banca.... di
quella Banca, che hanno fondato e che non sono capaci di reggere!
(_avvicinandosi alla scrivania e battendosi il petto_) Voglio
aspettarli, voglio riceverli proprio in questo salotto! E quali comenti
per il paese quando si saranno divulgate le condizioni imposte da
Gian Gabriele Borkman nel.... (_interrompendosi bruscamente e fissando
Foldal_) Ma che? Perchè mi guardi con quello sguardo diffidente? Dubiti
forse che abbiano da venire? lo dovranno.... sì, dovranno venire da me,
un giorno o l’altro! Eh!
FOL. Lo credo, oh se lo credo, Gian Gabriele!
BORK. (_sedendosi sul sofà_). Io nutro una fede forte, incrollabile....
sono convinto che verranno. Se non ne avessi la certezza.... da
parecchio tempo mi sarei cacciato una palla nel cervello.
FOL. (_atterrito_). Per l’amor del Cielo!
BORK. (_con aria di trionfo_). Essi verranno! sì, verranno! Fa
attenzione! — Io li attendo qui ogni giorno, ogni ora. E come vedi mi
tengo sempre pronto per riceverli.
FOL. (_singhiozzando_). Venissero presto!
BORK. (_con inquietudine_). Hai ragione; il tempo passa; passano gli
anni.... no.... no.... è meglio non pensarvi! (_fissandolo_) Talvolta
però provo una certa impressione....
FOL. Quale?
BORK. Mi pare di provare l’identica impressione che avrebbe provato
Napoleone il Grande se fosse stato ferito e storpiato nella sua prima
battaglia campale.
FOL. (_appoggiando una mano sul portafoglio_). Anch’io provo
un’impressione consimile.
BORK. Sì, ma in proporzione ridotta.
FOL. (_calmo_). Il mio piccolo mondo poetico ha un grande valore per
me, Gian Gabriele.
BORK. (_con irruenza_). Io che avrei potuto accumulare tanti milioni!
E tutte quelle miniere, che avrebbero dovuto formare il mio dominio!
Miniere ancora inesplorate e stendentisi all’infinito! Cascate d’acqua!
Cave di marmo! Nuove vie commerciali e nuove linee di navigazione
abbraccianti il mondo intero! E tutti questi progetti io li avrei
potuti mandare ad effetto con le mie sole forze!
FOL. Lo so; non esisteva difficoltà che tu non l’avessi sormontata.
BORK. (_stringendosi le mani_). Ed ora devo razzolare qui come un
uccellaccio con l’ali monche e devo sopportare che gli altri usurpino
il mio posto.... e che mi derubino.... pezzo per pezzo!
FOL. Anche io mi trovo nelle stesse acque!
BORK. (_senza prestargli attenzione_). Oh, si sono già vedute molte di
questo cose!... Ed ero là, vicino alla méta; oh se avessi avuto otto,
soli otto giorni per rimettere tutto al suo posto! Tutti i depositi
di denaro sarebbero stati surrogati con dei nuovi: tutti i valori che
io aveva adoperato con un’audacia senza pari, sarebbero ritornati nei
loro forzieri, ai loro antichi posti. Mancava un’inezia per mettere
in attività tutte quelle colossali società per azioni: e nessuno vi
avrebbe rimesso un centesimo....
FOL. È vero; fosti tanto vicino alla tua méta....
BORK. (_invelenito_). Sorse allora il tradimento e fui preso alle
spalle! Proprio alla vigilia della vittoria decisiva. (_fissando
Foldal_) Dimmi un po’: sai tu quale sia il più infame delitto che possa
commettere un uomo?
FOL. No: quale?
BORK. Nè l’omicidio, nè la rapina; e neanche lo spergiuro o lo scasso
notturno — giacchè tutti questi delitti vengono commessi per lo più
contro uomini che sono odiati dai malfattori o che sono indifferenti
alla maggioranza della gente....
FOL. Il delitto più infame è adunque....
BORK. (_facendo spiccare le parole_). Se.... se un amico abusa della
fiducia del proprio amico.
FOL. (_un po’ pensieroso_). Sì, però.... ascolta....
BORK. (_stizzito_). Che volevi tu dire? Lo so, lo so! Ma non era questo
il caso! Le persone che avevano depositato alla Banca il loro denaro
avrebbero ricevuto di ritorno tutto il loro avere.... fino all’ultimo
centesimo!... No, caro Foldal.... il delitto più infame che possa
venir commesso da un uomo è quello di abusare delle lettere del proprio
amico.... divulgando ai quattro venti tutte quello confidenze che gli
sono state affidate a quattr’occhi dall’amico — a fil di voce ed in una
stanza vuota, oscura e chiusa a chiave. Un uomo che si serve di simili
mezzi, è corroso sino al midollo delle ossa dalla morale professata
da tutti i farabutti di questo mondo. Ed io ebbi un tale amico! E fu
quest’amico che mi mandò in rovina!
FOL. Mi pare di conoscere questo tuo amico!
BORK. Io gli confidai tutti i miei affari, anche i più inconcludenti:
ma al momento opportuno egli scaricò su me tutte lo armi che io stesso
gli avevo messo fra le mani.
FOL. Non ho mai potuto comprendere perchè egli.... Del resto a quel
tempo corse la voce....
BORK. Ebbene? Dimmela! Non mi pervenne all’orecchio nemmeno una
sillaba.... giacchè, poco dopo, fui posto in.... in isolamento. Dunque
che si divulgò in allora sul conto mio?
FOL. Si sparse la voce che saresti diventato ministro.
BORK. Infatti mi si offerse anche un portafoglio, che io però rifiutai.
FOL. Tu non gli eri adunque d’ostacolo!
BORK. Egli mi tradì per un altro motivo.
FOL. Allora non comprendo più nulla....
BORK. Oh a te posso raccontare tutto, Foldal!
FOL. Spiegati!
BORK. Ci fu di mezzo.... un affare.... un affare in cui erano involte
delle donne....
FOL. Un intrigo di donne, Gian Gabriele?
BORK. (_interrompendolo_). Sì.... ma non vale la pena di parlare più
oltre di quella vecchia ed insulsa storia. — Però se io non divenni
ministro, non lo divenne neppur lui.
FOL. Egli salì però molto in alto.
BORK. Ed io discesi molto in basso.
FOL. Tragedia davvero tremenda....
BORK. (_affermando col capo_). Tanto tremenda, quanto la tua, mi pare.
FOL. (_schermendosi_). Sì; per lo meno altrettanto tremenda.
BORK. (_ridendo a fior di labbra_). Esaminandola da un altro punto di
vista, quella tragedia ha però anche un po’ della commedia.
FOL. Della commedia?
BORK. Sì, giudicandola almeno dalla piega che sembra aver preso in
questo momento. Mi spiego....
FOL. Sì, sì.
BORK. Venendo qui da me, non t’incontrasti con Frida — è vero?
FOL. No.
BORK. Ebbene, mentre noi stiamo chiacchierando in questo salotto, la
tua Frida suona musica da ballo in casa dell’amico.... di quello che mi
tradì e mi mandò in rovina.
FOL. Non ne avevo il più lontano sospetto!
BORK. Eppure è così! Tua figlia, dopo d’aver preso i suoi pezzi di
musica, si congedò da me per andare da quel.... signore.
FOL. (_cercando di scusare la figlia_). Non devi dimenticare che la
povera piccina....
BORK. E chi credi che sia anche andato a quella festa ed ascolti ora la
musica che suona la tua Frida?
FOL. Non lo saprei....
BORK. Mio figlio!
FOL. Tuo figlio?
BORK. Sì: che ne dici, Guglielmo? Uno dei ballerini di questa sera è
anche Erardo.... Ora non avevo io ragione, dicendoti poc’anzi che tutta
quella tragedia ha anche un po’ della commedia?
FOL. Probabilmente tuo figlio non sarò a giorno dell’accaduto....
BORK. Di che?
FOL. Egli sarà — senza dubbio — all’oscuro del modo con cui.... quel
signore....
BORK. Nominalo pure — ormai quel nome non mi fa andare più in collera!
FOL. Eppure io persisto nel credere che tuo figlio non conosce nemmeno
una fase di quella fosca storia.
BORK. (_pestando sulla tavola e con voce cupa_). Oh se la conosco!...
la conosce com’è vero che in questo momento mi trovo qui con te!
FOL. È mai possibile che tuo figlio frequenti quella casa?
BORK. (_tentennando il capo_). Forse mio figlio potrà vedere le cose
da un punto di vista diverso dal mio... È probabile anche che Erardo
si sia a quest’ora schierato dalla parte dei miei nemici! Lo giurerei!
Crederà anche lui, come tutti gli altri, che l’avvocato Hinkel col
tradirmi non abbia fatto che semplicemente il proprio dovere.
FOL. Per amor di Dio! E chi mai dovrebbe averlo trasformato in tal modo?
BORK. Chi? E me lo domandi ancora? Ma non ti rammenti più le persone
che si presero cura della sua educazione? Dapprima sua zia.... che se
lo portò via quando Erardo aveva sei o sette anni.... poi sua madre.
FOL. Mi pare che tu sia ingiusto verso quelle due donne.
BORK. (_trasalendo_). Io non sono mai ingiusto con nessuno! Ti faccio
osservare che tutte e due lo aizzarono contro di me!
FOL. (_come accondiscendendo_). Può essere che tu abbia ragione.
BORK. (_con amarezza_). Ah queste donne! Come ci amareggiano la
vita! Come ci fanno girare e rigirare! E ci rovinano tutto il nostro
destino.... tutti i nostri trionfi!
FOL. Non tutte le donne, Borkman!
BORK. Non tutte? Sta bene! Nominami allora una — una sola donna, che
valga qualcosa.
FOL. Ecco il nodo! Le poche donne che conosco io non valgono nulla.
BORK. (_ironico_). Che importa allora che esistano tali donne.... se
poi non si conoscono!
FOL. (_accalorandosi_). Se importa, Gian Gabriele? È un pensiero così
splendido, così importante: là fuori, lungi, lungi da noi.... esiste
ancora la vera donna.
BORK. (_con impazienza_). Cessa una buona volta con questi tuoi sogni
di poeta!
FOL. (_colpito profondamente_). Ah chiami sogni di poeta ciò che
costituisce la mia più sacra convinzione?
BORK. (_con asprezza_). Sì, sogni di poeta! Ed è per questi tuoi sogni
che non hai mai fatto carriera nel mondo. Mandali una buona volta al
diavolo! Solo in tal caso potrei aiutarti.... a salire in alto.
FOL. (_in preda ad un’interna agitazione_). Tu questo non lo puoi più!
BORK. Lo potrò, quando sarò giunto nuovamente al potere.
FOL. Ci dovrà correre molta acqua per la china....
BORK. (_con impeto_). Non credi che ritornerò ancora una volta al
potere? Rispondimi, subito!
FOL. Non so proprio cosa risponderti!
BORK. (_alzandosi grave e freddo ed indicando la porta_). Allora non ho
più bisogno di te.
FOL. (_alzandosi rapidamente_). Non hai più bisogno di me?
BORK. Se non credi che il mio destino debba ancora mutarsi....
FOL. Alla fine non posso credere a ciò che cozza col buon senso! —
Anzitutto dovresti esserti riabilitato....
BORK. Prosegui! Prosegui!
FOL. Ti premetto che non mi è mai riuscito di dare i miei esami: ma da
quel poco che mi ricordo dei miei studî....
BORK. (_affrettato_). La credi un’impossibilità?
FOL. Non conosco un precedente che possa far sperare....
BORK. Ciò non è necessario per gli uomini superiori!
FOL. La legge però non si occupa degli uomini superiori.
BORK. (_negando col capo_). Tu non sei poeta, Guglielmo!
FOL. (_stringendosi le mani_). Parli sul serio?
BORK. (_senza rispondergli alla domanda_). Noi due sprechiamo
miseramente il nostro tempo.... è meglio che tu non venga più da me.
FOL. Vuoi adunque che ci lasciamo?
BORK. (_senza guardarlo_). Non ho più bisogno di te.
FOL. (_calmo e mettendosi sotto il braccio il portafoglio_). È
possibile.
BORK. Dunque tu, durante tutto questo tempo, non hai fatto altro che
ingannarmi.
FOL. Gian Gabriele, io non ti ho mai ingannato.
BORK. Non m’ingannasti tu, adunque, coll’insinuarmi fede, fiducia,
speranza?
FOL. Non t’ingannai fino a che tu credesti nella mia vocazione: fino a
che tu avesti fede in me, io pure l’ebbi in te.
BORK. Dunque ci siamo ingannati reciprocamente. Abbiamo ingannato....
noi stessi.
FOL. Alla fin dei conti l’amicizia non è questa, Gian Gabriele?
BORK. (_con riso amar_o). Sì, l’inganno.... è l’amicizia. Hai ragione:
ne ho fatto già un’altra volta l’esperienza.
FOL. (_fissandolo_). Dunque, secondo te, io non possiedo nemmeno
un’ombra di vocazione poetica.... E me lo dicesti con tanta
indifferenza!
BORK. (_in tuono più mite_). Non sono competente in fatto di poesia.
FOL. Più di quello che tu stesso lo credi.
BORK. Io?
FOL. Sì, tu. Talvolta.... sorsero anche a me dei dubbî.... un terribile
dubbio.... l’aver speso tutta la mia vita per un’illusione!
BORK. Ma se nascono dei dubbî anche a te, allora anche la tua fede è
ben poco salda!
FOL. Ed è perciò che trovavo un conforto venendo a casa tua e facendo
assegnamento su te, che eri pieno di fede. (_prendendo il cappello_)
Ora però mi sei diventato uno sconosciuto.
BORK. Altrettanto da parte mia.
FOL. Buona notte, Gian Gabriele.