CAPITOLO XVII.

Ancora il Palazzo del Diavolo.

Dopo la morte del vecchio alchimista nella casa della valle regnava una

misteriosa calma... Il nero portone che s’era chiuso sui passi d’Enrico

la notte che ei ne era uscito per non più ritornarvi, non fece mai più

sentire il cigolìo de’ suoi cardini arrugginiti.

Cos’era avvenuto d’Enrico?... L’oro del diavolo non resta in mano,

dicevano i vecchi del paese gettando una furtiva occhiata alla casa

deserta.

Era opinione dei più che il nipote del mago avesse consumato nelle

orgie la sostanza ereditata dallo zio; si vociferava che lo si avesse

visto a Milano sciallar colla sgherraglia del duca e che egli tenesse

mano a non so che indiavolati progetti. Si credea d’averlo veduto una

notte entrare nella taverna del Gallo Nero, e starvi qualche tempo, da

dove uscì poi in compagnia d’alcuni di quei bravi avventori; poi era

ripartito di nuovo e s’era dato, dicevasi, a far poco onesto mestiere

coll’antica soldatesca con cui s’era ingaggiato prima della morte del

mago, ritornato come era quasi al verde di quattrini. Si volea che gli

usurai della città lo ricordassero con tenera memoria, e chiedesser

conto de’ fatti suoi per l’amore che aveano alla sua vita... e tante

e tant’altre cose!... si discorreva di lui dopo che fu lontano dalla

città ove esercitava un tal qual superstizioso terrore, come si fa

dai bimbi dopo che si sono svegliati da un mal sonno; e credono di

non aver più paura delle corna del folletto, finchè arrivata la notte

susseguente, strillano ancora da ossessi e non andrebbero a letto senza

lume per tutto l’oro del mondo..

La vecchia Marta vivea sempre chiusa nella casa della valle; non avea

lasciato il suo seggiolone di legno, filava sempre la sua rocca sulla

soglia della porta interna, là dove oggi si entra nell’osteria del

diavolo. Nel vasto cortile scorazzavano le sue galline, si sentiva di

fuori la monotona cantilena della sua canzone, e si diceva che vivesse

senza mangiare essendo che nessuno l’avea mai veduta far compera di

cibi... Il che non prova però ch’ella non mangiasse!... che se avea

fiato da strillar le sue canzoni, diceva qualcuno, qualche cosa si sarà

pur messa sullo stomaco tanto da darle forza a tirar innanzi.

Ma quand’è mai che si possono fare in pace le cose sue?...

Dacchè San Tommaso che era un santo, mandò in voga la smania di cacciar

il naso dappertutto ed anche chi sa in quali parti!... quel sistema

rivelatoci dalla Bibbia è diventato il _sine qua non_ di tutti i tempi,

di tutti i luoghi, di tutte le persone!... e siccome anche gli uomini

d’allora erano uomini, e la lingua e le abitudini delle comari di città

non aveano subìto alcuna diversificazione, così si trovava a dire ed

a ridire sulla casa della valle, e sulla vecchia Marta, e sull’uomo

nero che l’avea lasciata per andare all’inferno a fare i suoi patti col

diavolo, da dove ritornerebbe per fare chi sa che cose!

L’incompreso, fu sempre l’offa gettata alla curiosità, appunto perchè

i più pensano con maggior voglia ai fatti degli altri che ai proprii,

e ciò in causa della vecchia favola d’Esopo. V’era abbastanza di che

solleticare questo sentimento che talvolta non è quello che meglio

onori la dignità della razza umana, nelle misteriose origini, e nel

mistero permanente, indefinibile, inqualificabile, del Palazzo del

Diavolo....

Però dopo alcun tempo, tutte le strambe dicerie che vi circolavano

intorno pareva si fossero acquietate: non si parlava che a caso del

nipote del mago, poco della vecchia strega che era rimasta custode

della casa maledetta... Tutto vi taceva dentro, pareva non fosse

abitata da anima viva, la notte la avvolgeva colle sue tenebre senza

che sul suo tetto si vedesser più danzare gli spiriti... Pareva insomma

che l’immaginazione vi avesse esaurito sopra tutte le fantasticaggini,

e si riposasse ora in attesa di riprendersi la rivincita alla prima

occasione.

Or avvenne che la notte precedente agli avvenimenti narrati a questo

punto del nostro romanzo, si vide improvvisamente oscillare una luce

fantastica dalle ampie finestre della casa deserta... si disse che

il portone del palazzo chiudendosi dietro non si sapea quale spirito

che ci fosse entrato, mandò tal fragore come se un terremoto avesse

scrollato tutto intero l’edificio che era diventato più alto che prima

non lo fosse! e che pure nessuna figura che avesse forma d’uomo s’avea

veduto nè entrare, nè uscire... S’era inteso di nuovo echeggiare più

lugubre che mai quel maledetto canto della vecchia Marta... si disse

che lo spirito dell’inferno tutto vestito di fiamme, e che appunto

perciò mandava tanta luce, avea girato tutto il palazzo, s’era fermato

in una stanza per più di due o tre ore e ciò lo si desumeva dall’avervi

osservata fissa, la luce che prima correva rapida di finestra in

finestra dovunque passasse lo spirito.. poi sul tetto si elevò una

fiamma fatta a serpe... e nel punto che suonava la mezzanotte, tutto

ritornò nel primiero silenzio.

Fu un fatto che fe’ parlare da inspiritate tutte le comari del borgo

di porta Leona, che fe’ strillare e piangere di paura i ragazzi, e

pensare le fanciulle, che al sentir parlare di diavoli e di folletti

vi prendono un gusto matto, tal che se ne può desumere il perchè corran

sempre addietro a chi lor fa più corna....

Lo straniero all’albeggiar del domani di quella strana notte fra le

cui tenebre i demonj avrien dovuto aver ballata la tregenda nella casa

della valle, era di ritorno alla villa del marchese Gian Paolo e vi

portava il prezioso amuleto che dovea restituire Angela al tenero amore

de’ suoi cari.

Il palazzo del diavolo, vol. 1/2 · 第 28 / 34 题