Ancora il Palazzo del Diavolo.
Dopo la morte del vecchio alchimista nella casa della valle regnava una
misteriosa calma... Il nero portone che s’era chiuso sui passi d’Enrico
la notte che ei ne era uscito per non più ritornarvi, non fece mai più
sentire il cigolìo de’ suoi cardini arrugginiti.
Cos’era avvenuto d’Enrico?... L’oro del diavolo non resta in mano,
dicevano i vecchi del paese gettando una furtiva occhiata alla casa
deserta.
Era opinione dei più che il nipote del mago avesse consumato nelle
orgie la sostanza ereditata dallo zio; si vociferava che lo si avesse
visto a Milano sciallar colla sgherraglia del duca e che egli tenesse
mano a non so che indiavolati progetti. Si credea d’averlo veduto una
notte entrare nella taverna del Gallo Nero, e starvi qualche tempo, da
dove uscì poi in compagnia d’alcuni di quei bravi avventori; poi era
ripartito di nuovo e s’era dato, dicevasi, a far poco onesto mestiere
coll’antica soldatesca con cui s’era ingaggiato prima della morte del
mago, ritornato come era quasi al verde di quattrini. Si volea che gli
usurai della città lo ricordassero con tenera memoria, e chiedesser
conto de’ fatti suoi per l’amore che aveano alla sua vita... e tante
e tant’altre cose!... si discorreva di lui dopo che fu lontano dalla
città ove esercitava un tal qual superstizioso terrore, come si fa
dai bimbi dopo che si sono svegliati da un mal sonno; e credono di
non aver più paura delle corna del folletto, finchè arrivata la notte
susseguente, strillano ancora da ossessi e non andrebbero a letto senza
lume per tutto l’oro del mondo..
La vecchia Marta vivea sempre chiusa nella casa della valle; non avea
lasciato il suo seggiolone di legno, filava sempre la sua rocca sulla
soglia della porta interna, là dove oggi si entra nell’osteria del
diavolo. Nel vasto cortile scorazzavano le sue galline, si sentiva di
fuori la monotona cantilena della sua canzone, e si diceva che vivesse
senza mangiare essendo che nessuno l’avea mai veduta far compera di
cibi... Il che non prova però ch’ella non mangiasse!... che se avea
fiato da strillar le sue canzoni, diceva qualcuno, qualche cosa si sarà
pur messa sullo stomaco tanto da darle forza a tirar innanzi.
Ma quand’è mai che si possono fare in pace le cose sue?...
Dacchè San Tommaso che era un santo, mandò in voga la smania di cacciar
il naso dappertutto ed anche chi sa in quali parti!... quel sistema
rivelatoci dalla Bibbia è diventato il _sine qua non_ di tutti i tempi,
di tutti i luoghi, di tutte le persone!... e siccome anche gli uomini
d’allora erano uomini, e la lingua e le abitudini delle comari di città
non aveano subìto alcuna diversificazione, così si trovava a dire ed
a ridire sulla casa della valle, e sulla vecchia Marta, e sull’uomo
nero che l’avea lasciata per andare all’inferno a fare i suoi patti col
diavolo, da dove ritornerebbe per fare chi sa che cose!
L’incompreso, fu sempre l’offa gettata alla curiosità, appunto perchè
i più pensano con maggior voglia ai fatti degli altri che ai proprii,
e ciò in causa della vecchia favola d’Esopo. V’era abbastanza di che
solleticare questo sentimento che talvolta non è quello che meglio
onori la dignità della razza umana, nelle misteriose origini, e nel
mistero permanente, indefinibile, inqualificabile, del Palazzo del
Diavolo....
Però dopo alcun tempo, tutte le strambe dicerie che vi circolavano
intorno pareva si fossero acquietate: non si parlava che a caso del
nipote del mago, poco della vecchia strega che era rimasta custode
della casa maledetta... Tutto vi taceva dentro, pareva non fosse
abitata da anima viva, la notte la avvolgeva colle sue tenebre senza
che sul suo tetto si vedesser più danzare gli spiriti... Pareva insomma
che l’immaginazione vi avesse esaurito sopra tutte le fantasticaggini,
e si riposasse ora in attesa di riprendersi la rivincita alla prima
occasione.
Or avvenne che la notte precedente agli avvenimenti narrati a questo
punto del nostro romanzo, si vide improvvisamente oscillare una luce
fantastica dalle ampie finestre della casa deserta... si disse che
il portone del palazzo chiudendosi dietro non si sapea quale spirito
che ci fosse entrato, mandò tal fragore come se un terremoto avesse
scrollato tutto intero l’edificio che era diventato più alto che prima
non lo fosse! e che pure nessuna figura che avesse forma d’uomo s’avea
veduto nè entrare, nè uscire... S’era inteso di nuovo echeggiare più
lugubre che mai quel maledetto canto della vecchia Marta... si disse
che lo spirito dell’inferno tutto vestito di fiamme, e che appunto
perciò mandava tanta luce, avea girato tutto il palazzo, s’era fermato
in una stanza per più di due o tre ore e ciò lo si desumeva dall’avervi
osservata fissa, la luce che prima correva rapida di finestra in
finestra dovunque passasse lo spirito.. poi sul tetto si elevò una
fiamma fatta a serpe... e nel punto che suonava la mezzanotte, tutto
ritornò nel primiero silenzio.
Fu un fatto che fe’ parlare da inspiritate tutte le comari del borgo
di porta Leona, che fe’ strillare e piangere di paura i ragazzi, e
pensare le fanciulle, che al sentir parlare di diavoli e di folletti
vi prendono un gusto matto, tal che se ne può desumere il perchè corran
sempre addietro a chi lor fa più corna....
Lo straniero all’albeggiar del domani di quella strana notte fra le
cui tenebre i demonj avrien dovuto aver ballata la tregenda nella casa
della valle, era di ritorno alla villa del marchese Gian Paolo e vi
portava il prezioso amuleto che dovea restituire Angela al tenero amore
de’ suoi cari.