CURZIO, RUFINO, CECA.

CURZIO. Sollécitati, esci qui fuori. Giá son presso che tre ore e non

será se non buono ch'io me invii pian piano in lá. Oh Amore! Guidami,

non mi lasciar perire in sí profundo pelago de incomparabile leticia;

per ciò che, senza l'aiuto tuo, sono come fragile barca vicin'al porto

da contrari venti combattuta. Per certo, ch'al desiderio ch'io al

presente me trovo, non pur una brevissima notte come fia questa ch'in

somma felicitá trapassar aspetto, ma quella che Ercole produsse, o se

ella fosse piú lunga che l'anno, una minima parte de l'ardor mio

potrebbe estinguere. Costui tarda pur assai a venire. Oh Rufino!

RUFINO. Eccomi, signore.

CURZIO. Vieni presto, ché l'è tardo.

RUFINO. Or ora sarò da voi.

CURZIO. Deh! camina; non tardar piú, de grazia.

RUFINO. Eccome. Andiamo.

CURZIO. Hai tu avertito colui che stanghi bene la porta?

RUFINO. Signor sí. Ma io saria de parere che voi me lassassivo

ritornare, ché non sta bene la casa sola.

CURZIO. Sta ben pur troppo, ché non stiamo in terra de ladri.

RUFINO. Non è questo: ma la commoditá suol fare li uomini e le donne

cattive.

CURZIO. Be', io non voglio restar di notte fuori di casa senza te; e

tanto piú in simili luoghi. E che so io se mi bisognassi cosa alcuna?

RUFINO. E che volete che vi bisogni?

CURZIO. E che ne so io? Solo Idio sa el secreto dei cuori umani.

RUFINO. Fate adunque come vi pare, ch'io, a dirve il vero, ho caro di

trovarmi sempre appresso di voi; ch'accadendo, vi possa mostrare

l'affezione ch'io vi porto.

CURZIO. Io ne sono chiaro pur troppo, Rufino; e, dallo esserti io

patrone in poi, tutto el resto è commune fra te e me: e tu lo sai. Ma

dimmi, or che me ricordo: porti tu i danari?

RUFINO. Signor sí: eccoli.

CURZIO. Avertisci che non ti caschino.

RUFINO. Non dubitate. Ma, da qui a un poco, potrete ben dire che vi

sieno caduti.

CURZIO. Anzi, farò conto de avergli alogati in buona parte. E dicoti

che, se io avessi meglio el modo che non ho, che non mi pensarei mai di

spendere el mio danaio bene se non quando io lo dessi a qualche donna:

ché certamente le sono l'onor del mondo per le quali l'uomo,

argumentando, a perfetta cognizione delle bellezze del cielo suol

venire. E quale è quel cuore sí efferato, sí inumano che, drizzando gli

occhi in un bel volto, che, ad un'otta, non perda l'ardire e l'orgoglio

e riverente non se gli inchini e voluntario pregione non se gli renda?

Io, certo, le amo, le adoro, le reverisco, per ciò che sono degne

d'essere sopra tutti li altri uomini essaltate e reverite mediante i

buoni effetti che da loro ne segueno.

RUFINO. Patrone, voi lodate quello che molti biasmano.

CURZIO. Questi sono simie, che paiono e non sono uomini; e, per la

spurcizia dei vizi ch'egli hanno, inei quai cercano di sotrarre altrui

per aver piú compagni acciò piú licito gli sia el peccare,

maliziosamente parlano. Ma questo non è maraviglia, ché dicono male de

Idio, ben lo possino ancor dire di esse. Non ti niego che non ve nne

siano delle cattive; ma in tanto numero ch'è!... Ma par che voglia el

destino che de quella sola ribalda che è al mondo cento scrittori ne

parlino come se loro mancassi altra materia da scrivere. Ma non se dice

però de tanti uomini infami e vituperosi che si scriveno; e, se di

questi che oggidí viveno se nne facessi istoria, si legerebbono altre

che Pasifae e che Medee! Poi non si accorgeno questi tali maledici che,

biasmando le donne, biasmano loro stessi, essendo la donna, come

vogliano i savi, la metá di noi. Ma vattene innanzi; e pichia e fa'

oprire. E questi tali dichino tanto che crepino.

RUFINO. Ámenne. Aspettate qui, se vi pare.

CURZIO. Odi. Oh Rufino!

RUFINO. Che vi piace?

CURZIO. A che modo gli dirai, che non se nne accorghino li vicini?

RUFINO. Giá mi ha detto Filippa ch'io dica che sono el fratello della

Ceca.

CURZIO. Or vanne, adunque. Odi un'altra cosa.

RUFINO. Dite: che volete?

CURZIO. Tu sai che avemo inteso che quel pedante poltrone, ogni notte,

gli viene a cantare a l'uscio non so che canzoni. Vorrei che tu gli

rompessi el capo in qualche bel modo, che non si accorgessi chi fussi

stato, se pur ci viene stanotte.

RUFINO. State de bona voglia, che vi prometto di servirve.

CURZIO. Va'! Pichia, adunque.

RUFINO. Io so certo che costoro ci deveno aspettare. Tic.

CECA. Chi è la giú?

RUFINO. Sono el fratello della Ceca vostra.

CECA. Chi sei? Antonio?

RUFINO. Madonna sí.

CECA. Tu sia el ben venuto. Aspetta, ch'io ti vengo a oprire.

RUFINO. Zi! Patrone, acostatevi.

CURZIO. O Dio, aiutame.

RUFINO. Acostatevi piú alla porta.

CURZIO. Che te hanno detto?

RUFINO. Adesso vengono a oprire.

CECA. Entrate, olá! Non fate rumore.

Il pedante Commedie del Cinquecento · 第 55 / 72 题