CURZIO. Se io avessi guadagnati oggi mille scudi non mi sarebbono stati
sí cari, ancor ch'io ne abbia di bisogno, come mi è stato caro lo aver
provato costui: ch'ogni volta che m'incontrava, e tu lo sai, sempre
voleva ch'io lo affannassi; e ora, che de picol summa di dinari l'ho
richiesto, tu l'hai sentito quello che m'ha risposto e con quanti
preambuli e paroline si è scusato.
RUFINO. Patrone, io ve ricordo che, se piú ne avessivo rechiesti, piú ne
arestivo trovati ch'el medesmo vi arebbono detto.
CURZIO. Vedi che 'l nostro banchieri ne ha aiutato inel bisogno con una
sola polizza delle nostre senza altri contratti o cavillazioni.
RUFINO. Io me ne sono maravigliato, ché sogliano questi mercanti essere
sufistichi, schizzinosi, ch'a pena si fidono di loro stessi nel conto
del danaio.
CURZIO. Acceleramo i passi; andiamone in casa, acciò ch'io me possa
mettere in ordine per ritrovarmi stanotte con la mia Livia.
RUFINO. Eh! patrone, perdonatemi. Se voi ve fossete guidato per mio
conseglio, buon per voi!
CURZIO. Come! Che buon per me? che aresti fatto?
RUFINO. Avria mandato per madonna Fulvia.
CURZIO. E pur lá ritorni.
RUFINO. Ci torno, signor sí; e ritornaròvi sempre, ché voi non avete
però causa di volergli male.
CURZIO. Io, per me, non gli vo' male. Tu hai torto.
RUFINO. Assai mal me pare che li vogliate, quando la tenete lontana da
voi. Ma ricordatevi che lei è donna ed è bella e giovane; e, se voi che
sète uomo non possete contrastare ai stimoli della carne, che fará lei
ch'è di piú fragile e di piú debole complessione?
CURZIO. Rufino, tu vedi ch'io volentieri ascolto i consegli tuoi. Ma ti
priego che, per adesso, non ne parliamo. Lasciamo passare un po' qualche
giorno ancora; e poi qualche cosa sará.
RUFINO. Eimè, che non ne farete altro! per ciò che, se nne avessivo
voglia, lo farestivo senza aspettare che vi uscissino questi danari
delle mani, che sono perduti per voi. E non so che vi conoschiate piú in
costei ch'in vostra moglie; ché, per mia fé, val piú un'ogna del piede
suo che non tutta lei insieme.
CURZIO. Tu non la vedi come la vedo io: però parli cosí. Poi io non me
la piglio per moglie.
RUFINO. E' si dice ben cosí; ma...
CURZIO. Ma che?
RUFINO. Voglio dire ch'ell'è peggio: ché le moglie patiscono di quelle
cose che non patiscono le concubine. Oltre che vi pelano e vi tirano
sino al sangue. Ed èvvi vergogna e danno all'anima e alla borsa.
CURZIO. Non posso io desordinare una volta?
RUFINO. Fate voi. Vi priego che non l'aviate per male, ché l'amore ch'io
vi porto mel fa dire e la pace ch'io vorrei vedere in casa vostra.
CURZIO. Credolo. Ma vattene innanzi e fa' oprire.
RUFINO. Signor sí.
CURZIO. Certo, gran sorte è stata la mia a trovar, in tanto bisogno,
questi denari.
RUFINO. Tic, tic. Costui deve essere in cantina.
CURZIO. Non ci deve essere in casa, neh vero?
RUFINO. Io non vel so dire. Tic, tac.
CURZIO. Ripichia, ripichia meglio.
RUFINO. Che volete pichiare? Questo è un perder di tempo. Tic.
CURZIO. Fatti conto ch'el deve dormire.
RUFINO. Piú presto deve esser morto.
CURZIO. Di questo ne sei cagione tu.
RUFINO. E perché io?
CURZIO. Perché, se tu lo gastigassi qualche volta, sarebbe piú avertito
alle cose mie che non è. Ma non piú. Va' e ripichia un'altra volta; e,
se non risponde, gitta giú la porta, ch'io voglio entrare per ogni modo.
RUFINO. Cosí farò. Tic, tac, toc.
TRAPPOLINO. Chi è lá? chi è lá? chi è lá?
RUFINO. Malan che Dio ti dia!
TRAPPOLINO. Te dia el malanno e la mala pasqua a te. Oh patrone!
Perdonateme.
CURZIO. Non ti curar, forca! Vieni, vieni a oprire.
TRAPPOLINO. Adesso.
CURZIO. Che domino poteva far costui?
RUFINO. Fatevi conto ch'el dove a merendare.
CURZIO. Fa' che tu gne llo ricordi la prima volta ch'erra, se tu me vòi
esser amico.
TRAPPOLINO. Buon dí. Entrate.
CURZIO. Non curar, giotton, forfantello!