RITA. Caminamo, de grazia, Ceca, sorella, ch'ell'è tardo; e so che si
lamentará di me c'ho temporeggiato troppo al ritornare.
CECA. E che si lamenti. E poi è ella sí frettolosa che vogli esser
servita sí presto?
RITA. Io gli ho discrezione alla poverina per ciò che sta sola.
CECA. Come sola? Non ha ella sí gran compagnia di monache?
RITA. Gli è vero. Ma assai li par di esser sola quando non vi sono io.
CECA. Questo si è tanto piú quanto si trova in questa terra ove persona
non ci cognosce. Ma ditemi un poco, madonna Rita: avete marito voi?
RITA. Io non so quello che me abbia, a dirti el vero.
CECA. Come che non lo sapete?
RITA. Dirotelo. Io mi maritai, son giá parecchi anni, e il signore
nostro lo mandò in non so che sua bisogna forsi un mese doppo ch'io el
tolsi; e, d'allora in qua, mai piú non l'ho veduto e temo ch'il sia piú
tosto morto che no. Questo è el premio, sorella, che si acquista in
servire i signori.
CECA. De grazia, non ne ragioniam piú; ché non sta bene a noi, che siam
femine, parlare de' fatti loro.
RITA. Anzi, a noi sta bene, ché diremo el vero e saremo scusate per
pazze.
CECA. Non fate cosí, che ci potrebbono fare qualche cattivo scherzo.
RITA. E che ci potreben mai fare?
CECA. Che, eh? Dio ce nne guardi! Qualche trent'uno.
RITA. Non ci faccino peggio che questo.
CECA. O farci sfregiare, o una cosa simile, ché non mancano loro, no, i
sviati e i ribaldi, ché, Dio grazia, ne hanno le case ripiene; ch'i
buoni non vi vogliano stare per ciò che sono inimici del vizio.
RITA. Ragionamo de altro, adunque.
CECA. Voltiamo questo canto qui, ché scortaremo un pezzo di strada.
RITA. Sí, de grazia, ch'io non vo' che me veda colui ch'esce di quella
casa.
CECA. E perché? chi è?
RITA. Non vedete ch'ell'è Curzio, el mio patrone?
CECA. Dite el vero. Leviamoci presto de qui.