SCENA V

PRUDENZIO pedante, MALFATTO servo.

PRUDENZIO. Non me sono accorto di questo giottonciculo del famulo

ch'inel mezzo del fòro, in nel conspetto di molti egregi ed

eccellentissimi uomini, me ha derelicto mentre eravamo in circulo a

discutere alcuni dubi delle peculiali virtú nostre. Ma testor Deum ch'io

li voglio dare ad minus cento verberature. Certum est ch'io non fo bene

a tenerlo, ché quanti báiuli, quanti inepti villichi sono in questa

inclita e alma cittá tutti lo cognoscono, se li congratulano; e non si

acconviene a me esser veduto con esso lui perché non si dica, appresso

delli insipidi ideoti garuli e rinoceronti, che lo eximio maestro

Prudenzio, eletto e approbato da Sua Santitá censore e maestro

regionario con stipendio congruo e condecente ad un paro nostro, meni

apud se un tal famulo. Sed «necessitas non habet legem», la necessitá,

l'uopo non ha lege, qui a multum interest a noi el suo magisterio circa

le cose veneree, stimulandone molto la concupiscenzia carnale. Et ipse è

molto cognosciuto apresso della genitrice della mia unica, lepida,

blandula, melliflua e morigerosa Livia, vero speculo di pulcritudine e

di exemplare vertú: che, totiens quotiens me immemoro quei membricoli e'

flavi capegli e li ocelli glauci co' supercilii leni biforcati, col

pettusculo niveo, vera cassula et arcula ove ch'el nostro còrculo si

latita e lo anellito de quella boccula roscicula che fiata un'aura, una

fragranzia, uno odore manneo che tutto me letifica, e che io contemplo

quella fenestrula, statim divengo un metamorfoseo. E, per quanto posso

comprendere, gli piace molto ch'un par nostro l'ami. E «certum est quod

natura dat»: non si può negare ch'essendo la maestá sua di sottile,

acuto e peregrino ingegno, per consequenti è amica de' periti, savi e

dotti uomini, quia melius est nomen bonum che non sono le richezze. Ma

ecco el nostro insipido famulo ch'esce del ludo litterario.

MALFATTO. Diavolo! Non passará mai piú nessuno delle ciambelle? ché

vorria spendere questi quatrini.

PRUDENZIO. Ah scelesto! Non curare: te castigarò bene, sí.

MALFATTO. Oh mastro! Bon dí e bon anno. Ve sono venuto aspettare a casa

e me sono stati donati questi.

PRUDENZIO. E chi te lli ha dati? Ché non parli? Quis est ille che...

MALFATTO. Che nascio sino pelle di te quello mastro.

PRUDENZIO. Io dico questi. Chi te lli ha dati?

MALFATTO. Uno che m'ha ditto che voi site un poltrone e che lo fuoco ve

possa abrusciare.

PRUDENZIO. E chi è questo?

MALFATTO. E che voi sèti un certo che fa alli scolari...

PRUDENZIO. Taci, famulo, carnifice.

MALFATTO. E dove è la carne? Ve sognate, neh vero?

PRUDENZIO. Quid latras?

MALFATTO. Misser no, che non son latro. Non li ho robbati, alla fé.

PRUDENZIO. Non curar, giotto, uso al lupanaro. T'imparerò de avermi

derelicto mentre ero con quelli uomini eruditi nel foro.

MALFATTO. Oh! adesso adesso sono uscito fuori.

PRUDENZIO. Non respondes ad propositum.

MALFATTO. Prosopito des los bondi.

PRUDENZIO. Taci, temerario, poltrone, inepto! Dimi un po': perché te nne

sei tornato a casa?

MALFATTO. Perché me è piaciuto.

PRUDENZIO. Cosí me rispondi? Adunque, io te devo dare da resarcire el

ventre e farte le calighe e i diploidi e i pilei, e devi fare a tuo

modo? Ma guarda pur ch'io non ti dia qualche alapa che non ti metti

quattro denti nel gutture!

MALFATTO. Per Dio! Patrone, missere, odite, per questa croce.

PRUDENZIO. Che vòi ch'io oda? Vederai ch'io farò che, quando tu verrai

meco, non te parterai dal latere nostro. Dimmi un po': chi te ha dato

quelli quadranti?

MALFATTO. Che quadranti?

PRUDENZIO. Questi; questi nummi.

MALFATTO. Son quatrini, son quatrini. Voi non ci vedete lume. Che me lli

ha dati esso quello.

PRUDENZIO. Quale?

MALFATTO. Quello che dice che voi site un poltrone.

PRUDENZIO. E cognoscelo tu?

MALFATTO. Misser sí, che ve cognosce.

PRUDENZIO. Io dico se tu lo cognosci; intendi bene.

MALFATTO. Vedete se me cognosce, ché m'ha dati li quatrini.

PRUDENZIO. È questo possibile, che tu non mi respondi a quello ch'io te

interrogo? Io te ho detto se tu lo saperai ricognoscere, sí o no. Che

dici tu?

MALFATTO. Sí e no.

PRUDENZIO. Iuro per deum Herculem che...

MALFATTO. Non se chiamava Ercole, messer no.

PRUDENZIO. Se io fosse cerciorato vendundarme la toga, voglio

cognoscerlo e fargli dar molte vulnere da questi sicari famuli di questi

magnifici eccellentissimi signori principi mei patroni sempre

observantissimi e fargli cavar el cuor del corpore.

MALFATTO. Oh! Mastro, ha ditto ancora che voi site un somaro.

PRUDENZIO. Un asino, eh?

MALFATTO. Misser no: un somaro.

PRUDENZIO. E quo casu lui?

MALFATTO. Non ho comparato caso, messer no. Avete fame, neh vero?

PRUDENZIO. Io arei per manco de darte un equo, se tu non taci, che

disputare. Gran cosa che questa inclita cittá magnanima sia cosí sterile

del consorzio de' viri probi e sia fertile delli invidiosi inimici delle

sacrosante, buone e megliori e optime vertú! E sono come l'ortiche che

pultano a chiunque le tagne; e sono inepti a tutte le cose.

MALFATTO. O misser, sapete? Ho trovata a quella... Oh! non me se

recorda. Ah! ah! sí; la patrona de madonna Iulia.

PRUDENZIO. Che patrona hai trovata? Ché non lo dici?

MALFATTO. Quella che va fuori, che parla sempre con io.

PRUDENZIO. E che ti ha detto?

MALFATTO. Me ssi aricomanda e me ha ditto che me vol bene.

PRUDENZIO. Andiamo all'ospizio, idest in domo; ch'io voglio che tu ci

vadia per ogni modo quando averemo epulato. Camina.

MALFATTO. Ecco, io vengo.

Il pedante Commedie del Cinquecento · 第 20 / 72 题