Ho detto che nella stessa giornata in cui l’Inghilterra aveva appreso
la decapitazione di Luigi XVI, il governo inglese aveva invitato
l’ambasciatore di Francia a prendere i suoi passaporti.
Era un insulto che nel suo orgoglio la Francia non poteva sopportare,
quantunque avesse dichiarato per la prima la guerra all’Austria: nove
giorni dopo il rinvio del suo ambasciatore, essa dichiarò la guerra
all’Inghilterra ed all’Olanda.
L’Inghilterra non aspettava che questo passo. Intesi allora sir William
e la regina a numerare le forze delle due potenze e constatare con
gioia la superiorità delle forze materiali della Gran Brettagna in
confronto di quelle della Francia.
La Francia era senza denaro, senz’armi e quasi senz’armata; tutte le
sue forze consistevano in 66 vascelli di linea e 96 fregate o corvette.
L’Inghilterra era in uno stato finanziario così prospero, che M. Pitt
diceva che se avesse tanto danaro per rimborsare il debito, invece di
far ciò, egli getterebbe quel denaro nel Tamigi.
In quanto alle sue forze navali erano di 158 vascelli di linea, di 22
vascelli da cinquanta cannoni, di 125 fregate e 180 cutters; vale a
dire che aveva quattro volte circa il numero delle navi che aveva la
Francia.
Aggiungete a ciò 100 vascelli di guerra che possedeva l’Olanda, e
vedrete che le due potenze potevano opporre 503 legni a 162.
Questo calcolo fatto e rifatto dieci volte innanzi al re Ferdinando,
gli diede il coraggio di unirsi all’Inghilterra; ed al 20 luglio 1793,
senza far significare alla Francia la rottura del suo trattato, il
governo di Napoli firmò _un trattato segreto_ col governo britannico.
Questo trattato portava che il re di Napoli aggiungeva dodici legni, di
cui quattro vascelli di linea ed altrettante fregate alla squadra che
l’Inghilterra inviava nel Mediterraneo, e sei mila uomini alle truppe
che erano a bordo di quella squadra.
Il re aveva a poco a poco abbandonato la presidenza del consiglio; era
la regina che assisteva alle deliberazioni, e che le spingeva colla
rabbia dell’odio. Uomini e navi furono pronte in due mesi, ed una parte
andò a raggiungere la flotta anglo-spagnuola che incrociava innanzi a
Tolone.
Da un agente realista che la regina aveva in questa città, noi
sapevamo tutto ciò che avveniva; Tolone aveva preso parte alla grande
insurrezione che era scoppiata nel mezzogiorno della Francia contro la
Convenzione.
La città era divisa in tre parti: i Giacobini, i Realisti
costituzionali, ed i Realisti puri.
Sapevamo che i realisti costituzionali ed i realisti puri, spaventati
dalle esecuzioni che avevano incominciato a decimarli, si erano riuniti
insieme, e si trattava nientemeno che di dare la città agl’Inglesi.
Al 10 settembre si segnalò un vascello inglese che faceva vela verso il
porto di Napoli, e sembrava venire dalle coste di Francia.
Da alcune settimane, in attesa di notizie importanti, noi non ci
allontanammo più da Napoli.
La regina fu dunque prevenuta dell’avvenimento, e fece prevenire sir
William e me. Dico dell’avvenimento, perchè nelle circostanze, in cui
noi eravamo, l’arrivo di un vascello inglese era un avvenimento.
Ci recammo di fretta a palazzo. Trovai la regina sul terrazzo che
osservava col cannocchiale il bastimento, che ammainava a poco a poco
le vele per diminuire di velocità ed entrava nel porto.
Dai segnali si seppe che questo bastimento era l’_Agamennone_, vascello
di linea di S. M. Britannica, e che veniva da Tolone.
Questo poco che si sapea, voleva dir molto, il re e sir William non
ebbero la pazienza d’aspettare le notizie che portava, ed andarono ad
incontrarlo.
Tutti e due s’imbarcarono su di un canotto della Real Marina, e ad onta
delle leggi sanitarie salirono a bordo.
Appena saliti, i fianchi del vascello rimbombarono con una salva
d’onore, e l’_Agamennone_ disparve in una nube di fumo.
Dopo mezz’ora il re e sir William ritornarono. Sir William si recò
direttamente alla ambasciata e mi fece dire di venire a raggiungerlo,
avendo bisogno di me per aiutarlo a ricevere un ospite inaspettato.
Lasciai che Sua Maestà desse alla regina le notizie di cui era curiosa,
e pensando che sir William ne era consapevole al pari del re, perchè
nella conferenza fra il re ed il capitano dell’_Agamennone_, egli aveva
servito di interprete, presi congedo dalla regina, e salii in carrozza
ordinando al cocchiere di andare a casa.
Sir William mi aspettava.
— Mia cara Emma, mi disse scorgendomi, vi presenterò un uomo piccolo,
che non può vantarsi di esser bello, ma che a mio avviso sarà uno dei
più grandi uomini di guerra che l’Inghilterra abbia avuto.
Mi misi a ridere dell’entusiasmo di sir William.
— Come potete prevederlo? gli chiesi io.
— Dalle poche parole che abbiamo contraccambiato, vi rispondo che
costui maraviglierà il mondo. Voi sapete che non ho mai voluto
ricevere in casa mia nessun uffiziale inglese; ebbene per amor mio, vi
prego di fargli gli onori di casa; date gli ordini di preparargli un
appartamento, e che non manchi di nulla.
— E quando arriva il vostro futuro grand’uomo, sir William? dimandai.
— Da un momento all’altro pranzeremo insieme col Re, e domani andremo
tutti insieme a passare la giornata a Portici.
— Mi direte almeno come si chiama il vostro eroe?
— Orazio Nelson, cara amica: non dimenticate questo nome, che sarà
celebre un giorno.
Non aveva da fare alcuna osservazione, e non ne feci punto.
Il palazzo dell’ambasciata era immenso. Era corsa la voce, qualche
tempo prima, che il Principe di Galles, quello stesso Principe che vidi
una sera raggiante di gioventù e d’amore a traverso le finestre aperte
di miss Arabella, doveva venire a Napoli; a questa notizia sir William
si era dato premura di preparare un appartamento; il Principe non era
venuto, e l’appartamento era rimasto tutto in ordine per ricevere
un Principe. — Credetti che nulla era troppo bello nè troppo buono
pel futuro grand’uomo di sir William, e destinai l’appartamento del
Principe di Galles per il capitano Nelson.
Volle il caso che uno del più be’ ritratti che mi fece Romney si
trovasse in quest’appartamento.
Quando rientrai nella sala, sir William non era più solo: era con
un uffiziale che portava l’uniforme della marina inglese: appena mi
videro, si alzarono e mi vennero incontro. Sir William mi presentò il
capitano Nelson.
Se è permesso di credere ai presentimenti, giurerei qui che, sia
attrazione istintiva o la potenza della preoccupazione per ciò che
mi aveva detto sir William, sentii una certa emozione nel rispondere
alle parole del capitano Nelson. Come lo aveva detto sir William, il
capitano Nelson era però lontano dell’essere un bell’uomo.
Sono scorsi diciotto anni da quel giorno, eppure lo veggo tale e
quale si trovava quando mi fu presentato, e la guerra aveagli ancora
risparmiate le mutilazioni che ha dovuto sopportare.
Era un uomo di trentacinque anni, piccolo di statura, pallido in
faccia, con occhi azzurri, il naso aquilino che distingue il profilo
degli uomini di guerra, ed il mento fortemente pronunciato, indizio di
tenacità spinta fino all’ostinazione; i capelli e la barba erano di un
biondo fulvo, i capelli erano radi e la barba mal disposta.
Mi baciò la mano con molto imbarazzo, ma abbastanza con disinvoltura.
Era facile riconoscere in lui l’uomo di mare in tutto il significato
della parola, e si sarebbe cercato invano in lui il gentleman inglese,
di cui mi avevano lasciato un ricordo le mie prime conoscenze.
Si conosce già la notizia che egli recava, tale notizia era terribile
per la Francia: il suo primo porto militare era stato reso agli
Inglesi.
Ecco in due parole i particolari dell’avvenimento, raccolti dalla bocca
stessa del capitano Nelson.
Ho già detto ciò che noi sapevamo dei tre diversi partiti ch’esistevano
a Tolone: giacobini, realisti costituzionali e realisti puri.
Gli ultimi due, domati dai giacobini, si riunirono e risolsero di fare
una controrivoluzione tostochè l’occasione si presentasse.
Ciò avvenne ben presto. — La costituzione del 1793 era stata stabilita;
i giacobini l’avevan fatta proclamare a suoni di tamburo e di tromba.
Questa Costituzione, tutta di violenza e bagnata ancora del sangue di
Luigi XVI, non era stata fatta certamente per conciliare i partiti.
Un fermento generale destossi nella città in seguito alla sua
proclamazione; i realisti puri ed i costituzionali si riunirono per
opporsi alla sua accettazione.
Prevedendo le autorità giacobine ciò che sarebbe avvenuto, fecero
affiggere un decreto che puniva di morte chiunque osasse proporre
l’apertura delle sezioni.
Quel decreto produsse un effetto contrario a quello che si supponeva.
Tutti si recarono in folla alle sezioni e fu tale la premura, che le
porte non si aprirono ma si sfondarono.
La controrivoluzione fu compita in un istante, le carte del club dei
giacobini furono sequestrate, ed arrestati i principali capi della
società, e condotti nella stessa prigione donde, per lasciar loro il
posto, si fecero uscire i realisti.
Il generale conte Maudit che comandava la piazza, e sul quale i
realisti sapevano con ragione di poter contare, fu una di quelle rare
autorità civili e militari che restarono al loro posto.
Il patibolo, come le prigioni, dopo aver lavorato pei realisti,
lavorava pei giacobini; la ghigliottina invece di essere demolita,
continuò a funzionare, e tagliava la testa dei repubblicani invece di
decapitare i realisti.
Una di queste esecuzioni fece nascere un tumulto, che quasi fece
perdere tutto.[3]
Il nuovo tribunale condannò a morte un tal Alessio Lambert, uomo molto
popolare a Tolone: si formò una congiura per salvarlo; e difatti,
nel momento che lo conducevano al supplizio, una immensa folla di
popolo si precipitò sulla forza armata che lo scortava. Il corteggio
funebre era arrivato in questo momento nella contrada dei Calderai
che divenne il teatro di un combattimento terribile. Uno degli uomini
della scorta, vedendo che il popolo trionfava, scaricò a bruciapelo il
suo fucile sul prigioniero, che cadde ferito gravemente, ma forse non
mortalmente, poichè la palla gli aveva attraversato il corpo; ma tosto
le sezioni ripresero il sopravvento, e gli assalitori furono messi in
fuga. Alessio Lambert seguito alla traccia del sangue come un capriolo
ferito, ricadde nelle mani dei reazionari che si divisero in due
partiti; gli uni volevano fosse protratta l’esecuzione, gli altri che
fosse giustiziato immediatamente. La maggioranza fu per la esecuzione
immediata; difatti nello stesso giorno Alessio Lambert fu giustiziato.
Tolone fu messa fuori della legge dalla Convenzione, vale a dire che
ogni patriota aveva diritto di tirare su di un Tolonese come su di un
cane.
Ma ad onta della sua rivolta, cosa singolare, Tolone aveva conservato
tutte le forme repubblicane, e la bandiera tricolore sventolava
sulla città. Era troppo pei giacobini, ma non era abbastanza pei
realisti. Volgendo gli occhi al mare, questi ultimi videro la crociera
anglo-ispano-napolitana, che bloccava il porto, e risolsero di
consegnare Tolone agli Inglesi, e di sfuggire con questo tradimento
all’anatema della Convenzione nazionale.
Si fecero delle trattative coll’ammiraglio Hood, che non voleva
decidere nulla senza essere sicuro della cooperazione del generale
conte Maudit che comandava la piazza, e dell’ammiraglio Tragoff che
comandava la flotta. Costoro entrarono a parte delle trattative, ma non
poterono far intender tanto facilmente la ragione al contrammiraglio
Saint Julien che era un Giacobino marcio. Non era quasi venuto in
cognizione del progetto, che invece di secondarlo radunò il suo
equipaggio, lo arringò con veemenza, e fece giurare agli uffiziali ed
ai marinai di non giammai sopportare che le flotte nemiche entrassero
nei porto di Tolone. Il contrammiraglio Saint Julien aveva approfittato
per fare questo discorso repubblicano del momento appunto in cui il
suo superiore era a terra, vedendo l’unanimità non soltanto del suo
equipaggio, ma anche di quelli degli altri bastimenti. Il signor di S.
Julien ne prese il comando, e manovrò in modo di chiudere interamente
l’approdo verso la rada.
Questa volta senza un colpo disperato i realisti sarebbero stati
perduti. L’armata del generale Carteau, dopo aver preso Marsiglia, si
dirigeva su Tolone; il contrammiraglio S. Julien chiudendo la rada,
impediva loro qualunque ritirata.
Questo colpo disperato fu tentato e riuscì.
I realisti combinarono cogl’Inglesi un trattato nel quale fu stabilito
che entrando in Tolone, essi avrebbero preso possesso della piazza in
nome e come alleati di S. M. il re Luigi XVII, povero re fanciullo
prigioniero nelle carceri del Tempio colla sua madre, che doveva
ben presto lasciarlo orfano, a cui il calzolaio Simon, al quale era
affidato, faceva ballare la carmagnola a colpi di cinghia.
In seguito a questo trattato, essi dichiararono la flotta ribelle
alla volontà generale degli abitanti, e stabilirono che si sarebbe
impiegato la forza contro di essa; in conseguenza di che si misero
degli ufficiali realisti a tutti i posti ove trovavansi degli ufficiali
repubblicani, e particolarmente alla gran torre, le cui batterie si
ordinava al capo di tener pronte, e di tirare sulla flotta al primo
segnale. Nel tempo stesso l’ammiraglio Hood attaccherebbe e cercherebbe
di forzare l’entrata nella rada.
Queste notizie pervennero al contrammiraglio S. Julien, il quale
rispose che bombarderebbe la città, facendo da tutti i legni il fuoco
delle sue artiglierie.
La guerra civile stava per iscoppiare, e nessuno avrebbe saputo
dire come la cosa sarebbe terminata; allorchè la fregata _la Perle_,
comandata dal luogotenente Van Kempen, si staccò ad un tratto dalla
flotta e venne a cimentarlo dalla parte della città, l’ammiraglio
Tragoff approfittò subito dell’occasione. Si fece trasportare sulla
fregata, ed inalberò la sua bandiera di comando, sapendo quanta era
la venerazione dei marinai per questo segno: infatti a quella vista
una parte dei legni abbandonò il contrammiraglio S. Julien, il quale,
rimasto solamente con sette navi, risolse di passare in mezzo alla
squadra inglese, risoluzione che egli eseguì con vera fortuna. Ma
allora Tolone restò senza difensori, ed i realisti, diventati padroni,
vi introdussero gl’Inglesi.
Ho curato molto i particolari di quest’avvenimento, sebbene non
sembrassero appartenere alle memorie di una donna per due ragioni; la
prima perchè hanno avuto, per la impressione prodotta sull’animo della
regina, una grande influenza sugli avvenimenti sui quali ho preso più
tardi una parte troppo attiva; la seconda, perchè la mia intimità colla
Corte di Napoli mi ha messo in posizione di conoscere dei particolari,
ignorati anche dagli stessi storici che hanno scritto in quella epoca.