Dopo le disposizioni del re e quelle del consiglio, si potè prevedere
che l’inviato del signor Latouche Treville non avrebbe trovato molta
difficoltà nel successo delle trattative: difatti il re era disposto
ad accordare alla Francia quanto gli avrebbe chiesto, pronto però
a mancare di parola, od a tradirla, quando l’Inghilterra si sarebbe
decisa a parteggiare con esso.
Il re aveva dunque dichiarato in seduta, a voce come in iscritto, che
egli era pronto a ricevere il cittadino Mackau, ed a trattarlo come un
ambasciatore di una potenza amica; aveva promesso di serbare la più
stretta neutralità nelle guerre di Francia coll’Europa; finalmente
aveva promesso di richiamare da Costantinopoli il suo ambasciatore
che era stato causa per cui Semonville non era stato subito ricevuto;
vale a dire che aveva ceduto su tutti i punti, ed aveva date tutte le
soddisfazioni alla Francia.
Cosicchè nella stessa sera vedemmo far vela la flotta francese,
allontanarsi e perdersi nel crepuscolo, ed al giorno dopo non si vide
più nemmeno una vela.
Ma prima di partire l’ammiraglio Latouche Treville aveva sbarcato
l’ambasciatore di Francia, che era accompagnato dall’ambasciatore di
Roma, il cittadino Basseville.
Come aveva osservato il re, la folla attonita allo spettacolo di una
flotta francese, che manovrava a piene vele nel golfo, era immensa su
tutti i punti del vasto anfiteatro; ma si era stipata più densa e più
tumultuosa là dove era sbarcato l’inviato dell’ammiraglio francese.
La bandiera tricolore che ornava la poppa del vascello ammiraglio,
sventolando così vicina alla terra napolitana, aveva svegliato delle
emozioni assai differenti. I lazzaroni la guardavano con una specie
d’idiotismo odioso; ma tutti quelli che appartenevano alla gioventù
istruita di Napoli, e le persone che professavano arti liberali,
qualunque fosse la loro età, sentivansi battere il cuore a questo segno
visibile di una rivoluzione, colla quale il partito avanzato sperava
un giorno di associarsi. Si riportarono tutti questi particolari alla
regina, assicurandola in pari tempo che un gruppo di giovani, fra i
quali si trovava un certo Emanuele De Deo, non avevano saputo contenere
il loro entusiasmo, ed al momento in cui l’inviato dell’ammiraglio
era passato in mezzo a loro col suo abito alla repubblicana, avevano
gridato:
— Viva la Francia.
Alla sera ritornando all’ambasciata inglese, posta sull’angolo
della riviera e sulla strada di Chiaja, vidi dei gruppi nella via di
Chiatamone; questi gruppi eransi riuniti alla vista della bandiera
tricolore francese che sventolava da un balcone della casa, ove abitava
il cittadino Mackau.
Il giorno seguente, verso mezzogiorno scorso, avvenne ciò che aveva
predetto il capitano Caracciolo: i venti spiravano da sud-ovest, e
scoppiò una terribile tempesta. Se Napoli avesse resistito solamente
ventiquattr’ore, la flotta francese sarebbe stata obbligata, o di
prendere il largo e per conseguenza di fuggire, oppure era perduta, dal
primo fino all’ultimo legno.
A quella vista, che le dava completamente ragione, la regina non
potè più contenersi, e rimproverò al re la sua viltà, rimprovero a
cui Ferdinando era poco sensibile; invece di felicitarsi di questa
tempesta, che poteva, senza bisogno che vi partecipasse il cannone
napolitano, cagionare una terribile avaria alla flotta dell’ammiraglio
francese, egli deplorava una partita di caccia che fu protratta al
giorno seguente, nella foresta di Persano, ed alla quale era obbligato
di rinunziare. Per altro egli aveva un poco rassicurata la regina,
facendole una teoria sul modo di considerare la fede dei trattati, e
si era positivamente combinato con sir William di voltar faccia alla
Francia tosto che gl’inglesi si sarebbero uniti alla coalizione. M.
Pitt non avrebbe che a fargli un segno, e uomini e navi sarebbero a
disposizione dell’Inghilterra.
Al 20 dicembre, vale a dire quattro giorni dopo la partenza della
flotta, fui svegliata da un gran rumore: una folla di gente scendeva
con rumore dal ponte di Chiaja, e si spargeva nei giardini della villa.
Tirai il campanello, e chiesi quale avvenimento dava motivo a questo
rumore; mi si rispose, che era la flotta francese che ritornava nel
porto.
Mi alzai e mi vestii di fretta, pensando che la regina mi avrebbe
mandato a chiamare: difatti non aveva quasi terminato di acconciarmi,
che ricevetti un suo viglietto che mi invitava di andare a palazzo;
quasi nello stesso momento entrò sir William, che aveva ricevuto lo
stesso invito dal re, e si offriva ad accompagnarmi.
Salimmo in vettura, ed ordinammo al cocchiere di andare dalla parte di
santa Lucia.
Appena arrivati sulla banchina, vedemmo tutta la flotta che rientrava
nel porto, ma non già nell’ordine ammirevole con cui si era presentata
la prima volta, ma come uno stormo di uccelli marini spaventati, che
battevano l’ali alla meglio, per trovare un rifugio.
Arrivammo a palazzo, ove si era radunato di fretta il consiglio, e nel
salire lo scalone incontrammo lo stesso capitano Caracciolo, che si era
stimato opportuno di chiamarlo, quantunque la prima volta fosse stato
di opinione diversa da quella del re.
Sir William mi lasciò alla porta della regina, e si recò alla sala del
consiglio.
Entrando nella camera della regina le raccontai l’incontro che aveva
fatto sullo scalone, ed essa tirò subito il campanello.
— Si preghi il capitano Caracciolo di venire da me, prima ch’ei vada al
consiglio, debbo parlargli.
Poi tirandomi a lei:
— Comprendi tu qualche cosa di ciò che succede? Noi ci credevamo
liberati da questa flotta francese! — Che vuole dunque da noi questo
ammiraglio Latouche Treville colle sue bandiere e colle sue coccarde
tricolori? Viene forse qui a fare la propaganda repubblicana per
mettere anche noi in rivoluzione? Oh! Se ne guardi bene, noi siamo
prevenuti: non ci avranno così a buon mercato come Luigi XVI e Maria
Antonietta! In quanto a me, lo dichiaro, sarò senza pietà.
Non aveva ancora avuto il tempo di rispondere che la porta si aperse, e
si annunziò il capitano Francesco Caracciolo.
— Venite, venite, signore, disse la regina; voi siete stato il solo che
l’altro giorno fosse del mio avviso.
Caracciolo fece un inchino.
— È un grande onore per me, disse egli, perchè l’altro giorno Vostra
Maestà parlava in nome dell’onore napolitano.
— Ebbene, vediamo, diteci francamente che cosa è che succede adesso.
— Ciò che aveva predetto, signora; la flotta francese è stata
battuta e dispersa dalla tempesta; se avessimo tenuto fermo soltanto
ventiquattr’ore, noi saremmo padroni della situazione.
— Non possiamo ora diventarlo?
— Come! signora?
— A vostro avviso la flotta francese entra in Napoli perchè è in
pericolo.
— Per quanto possa giudicare, disse Caracciolo, osservando verso il
mare, non vi è un legno che non abbia sofferto avaria.
— Ebbene, se si approfittasse della situazione, se si tentasse oggi ciò
che non si è osato far l’altro giorno, sareste voi pronto ad attaccare
la nave ammiraglia colla vostra corvetta?
— Impossibile, signora.
— Come! impossibile!
— L’altro giorno proponeva di attaccare il nemico.
— Poi....
— Oggi questo nemico è diventato nostro alleato.
— Nostro alleato!
— Senza dubbio, si sono scambiate delle promesse, signora, e si è
firmato un trattato. L’ammiraglio Latouche Treville veniva ad imporre
delle condizioni ad una nazione nemica, oggi viene a chiedere soccorso
ad un degno alleato; l’altro giorno era un dovere combatterlo,
attaccarlo oggi sarebbe un tradimento.
— Ma però se voi ne riceveste l’ordine dal re....
— D’attaccare?
— Sì.
— Spero, signora, che il re non mi darà un ordine simile.
— Ma infine se ve lo desse?
— Avrei il dispiacere di presentare la mia dimissione.
— L’intendi tu, Emma? disse la regina volgendosi dalla mia parte:
giudicate da lui gli altri, ecco come ci sono divoti.
Poi a Caracciolo:
— Va bene, signore, ho saputo da voi ciò che voleva sapere; io non vi
trattengo più.
Caracciolo fece un inchino ed uscì.
— Ora tutto viene in chiaro, continuò la regina, la flotta ritorna dopo
aver fatto avaria, e viene a rifugiarsi a Napoli, perchè no? Napoli,
come l’ha detto il _cittadino_ Caracciolo, facendo spiccare la parola
_cittadino_, Napoli non è alleato di questa repubblica francese che
viene a dichiarare la guerra ai re, e che va a tagliare la testa a mio
cognato?
Io mi stetti silenziosa.
— Ebbene, dimandò la regina, tu non mi rispondi? non hai nulla a dirmi?
— Crederei di offendere la regina, dicendole francamente la mia
opinione.
— Offendermi? sei ben buona; in che mi potresti offendere tu?
— Ma mettendomi dell’opinione di quell’uomo....
— Di quale?
— Del principe Caracciolo, e Dio sa che non ho punto simpatia per lui.
— Allora tu trovi che i francesi hanno ragione di metterci i piedi
sulla testa.
— Trovo che si ha avuto torto di trattar con loro.
— Ed ora che abbiamo trattato con loro, dobbiamo subire le conseguenze
della parola data. Tu hai forse ragione; noi consulteremo in questo Sir
William.
Intanto la flotta francese era entrata in porto, come si entra in un
porto amico, ed aveva gettato l’áncora.
Un’ora dopo sapemmo che era avvenuto tutto ciò che il capitano
Caracciolo aveva predetto: appena era stata al largo, la flotta
francese era stata battuta da una tempesta orribile, sette navi
sopra undici, avevano sofferto grandi avarie. L’ammiraglio Latouche
Treville col suo trattato in mano, che gli accordava i vantaggi
concessi alle nazioni più favorite, venne a chiedere di riparare i suoi
legni avariati, a rinnovare le sue provvigioni di acqua dolce, ed a
comunicare col porto per comperare viveri, cordami e tele.
Tutte queste dimande furono accordate.
Vi fu di più: nella premura che aveva il governo napolitano di
allontanare quegli ospiti pericolosi, si affrettò di fornire
all’ammiraglio e operai, e materiali, e viveri; e da un condotto
provvisorio si fecero arrivare fino alla punta del molo le acque del
Carmignano, le più limpide e più salubri di Napoli.
In quanto alla regina per non avere continuamente sotto gli occhi
quelle uniformi odiate e quelle bandiere detestate, si ritirò a
Caserta, benchè si fosse nel maggior rigore dell’inverno, vale a dire
nel mese di gennaio, e mi condusse seco.