X.

Dopo le disposizioni del re e quelle del consiglio, si potè prevedere

che l’inviato del signor Latouche Treville non avrebbe trovato molta

difficoltà nel successo delle trattative: difatti il re era disposto

ad accordare alla Francia quanto gli avrebbe chiesto, pronto però

a mancare di parola, od a tradirla, quando l’Inghilterra si sarebbe

decisa a parteggiare con esso.

Il re aveva dunque dichiarato in seduta, a voce come in iscritto, che

egli era pronto a ricevere il cittadino Mackau, ed a trattarlo come un

ambasciatore di una potenza amica; aveva promesso di serbare la più

stretta neutralità nelle guerre di Francia coll’Europa; finalmente

aveva promesso di richiamare da Costantinopoli il suo ambasciatore

che era stato causa per cui Semonville non era stato subito ricevuto;

vale a dire che aveva ceduto su tutti i punti, ed aveva date tutte le

soddisfazioni alla Francia.

Cosicchè nella stessa sera vedemmo far vela la flotta francese,

allontanarsi e perdersi nel crepuscolo, ed al giorno dopo non si vide

più nemmeno una vela.

Ma prima di partire l’ammiraglio Latouche Treville aveva sbarcato

l’ambasciatore di Francia, che era accompagnato dall’ambasciatore di

Roma, il cittadino Basseville.

Come aveva osservato il re, la folla attonita allo spettacolo di una

flotta francese, che manovrava a piene vele nel golfo, era immensa su

tutti i punti del vasto anfiteatro; ma si era stipata più densa e più

tumultuosa là dove era sbarcato l’inviato dell’ammiraglio francese.

La bandiera tricolore che ornava la poppa del vascello ammiraglio,

sventolando così vicina alla terra napolitana, aveva svegliato delle

emozioni assai differenti. I lazzaroni la guardavano con una specie

d’idiotismo odioso; ma tutti quelli che appartenevano alla gioventù

istruita di Napoli, e le persone che professavano arti liberali,

qualunque fosse la loro età, sentivansi battere il cuore a questo segno

visibile di una rivoluzione, colla quale il partito avanzato sperava

un giorno di associarsi. Si riportarono tutti questi particolari alla

regina, assicurandola in pari tempo che un gruppo di giovani, fra i

quali si trovava un certo Emanuele De Deo, non avevano saputo contenere

il loro entusiasmo, ed al momento in cui l’inviato dell’ammiraglio

era passato in mezzo a loro col suo abito alla repubblicana, avevano

gridato:

— Viva la Francia.

Alla sera ritornando all’ambasciata inglese, posta sull’angolo

della riviera e sulla strada di Chiaja, vidi dei gruppi nella via di

Chiatamone; questi gruppi eransi riuniti alla vista della bandiera

tricolore francese che sventolava da un balcone della casa, ove abitava

il cittadino Mackau.

Il giorno seguente, verso mezzogiorno scorso, avvenne ciò che aveva

predetto il capitano Caracciolo: i venti spiravano da sud-ovest, e

scoppiò una terribile tempesta. Se Napoli avesse resistito solamente

ventiquattr’ore, la flotta francese sarebbe stata obbligata, o di

prendere il largo e per conseguenza di fuggire, oppure era perduta, dal

primo fino all’ultimo legno.

A quella vista, che le dava completamente ragione, la regina non

potè più contenersi, e rimproverò al re la sua viltà, rimprovero a

cui Ferdinando era poco sensibile; invece di felicitarsi di questa

tempesta, che poteva, senza bisogno che vi partecipasse il cannone

napolitano, cagionare una terribile avaria alla flotta dell’ammiraglio

francese, egli deplorava una partita di caccia che fu protratta al

giorno seguente, nella foresta di Persano, ed alla quale era obbligato

di rinunziare. Per altro egli aveva un poco rassicurata la regina,

facendole una teoria sul modo di considerare la fede dei trattati, e

si era positivamente combinato con sir William di voltar faccia alla

Francia tosto che gl’inglesi si sarebbero uniti alla coalizione. M.

Pitt non avrebbe che a fargli un segno, e uomini e navi sarebbero a

disposizione dell’Inghilterra.

Al 20 dicembre, vale a dire quattro giorni dopo la partenza della

flotta, fui svegliata da un gran rumore: una folla di gente scendeva

con rumore dal ponte di Chiaja, e si spargeva nei giardini della villa.

Tirai il campanello, e chiesi quale avvenimento dava motivo a questo

rumore; mi si rispose, che era la flotta francese che ritornava nel

porto.

Mi alzai e mi vestii di fretta, pensando che la regina mi avrebbe

mandato a chiamare: difatti non aveva quasi terminato di acconciarmi,

che ricevetti un suo viglietto che mi invitava di andare a palazzo;

quasi nello stesso momento entrò sir William, che aveva ricevuto lo

stesso invito dal re, e si offriva ad accompagnarmi.

Salimmo in vettura, ed ordinammo al cocchiere di andare dalla parte di

santa Lucia.

Appena arrivati sulla banchina, vedemmo tutta la flotta che rientrava

nel porto, ma non già nell’ordine ammirevole con cui si era presentata

la prima volta, ma come uno stormo di uccelli marini spaventati, che

battevano l’ali alla meglio, per trovare un rifugio.

Arrivammo a palazzo, ove si era radunato di fretta il consiglio, e nel

salire lo scalone incontrammo lo stesso capitano Caracciolo, che si era

stimato opportuno di chiamarlo, quantunque la prima volta fosse stato

di opinione diversa da quella del re.

Sir William mi lasciò alla porta della regina, e si recò alla sala del

consiglio.

Entrando nella camera della regina le raccontai l’incontro che aveva

fatto sullo scalone, ed essa tirò subito il campanello.

— Si preghi il capitano Caracciolo di venire da me, prima ch’ei vada al

consiglio, debbo parlargli.

Poi tirandomi a lei:

— Comprendi tu qualche cosa di ciò che succede? Noi ci credevamo

liberati da questa flotta francese! — Che vuole dunque da noi questo

ammiraglio Latouche Treville colle sue bandiere e colle sue coccarde

tricolori? Viene forse qui a fare la propaganda repubblicana per

mettere anche noi in rivoluzione? Oh! Se ne guardi bene, noi siamo

prevenuti: non ci avranno così a buon mercato come Luigi XVI e Maria

Antonietta! In quanto a me, lo dichiaro, sarò senza pietà.

Non aveva ancora avuto il tempo di rispondere che la porta si aperse, e

si annunziò il capitano Francesco Caracciolo.

— Venite, venite, signore, disse la regina; voi siete stato il solo che

l’altro giorno fosse del mio avviso.

Caracciolo fece un inchino.

— È un grande onore per me, disse egli, perchè l’altro giorno Vostra

Maestà parlava in nome dell’onore napolitano.

— Ebbene, vediamo, diteci francamente che cosa è che succede adesso.

— Ciò che aveva predetto, signora; la flotta francese è stata

battuta e dispersa dalla tempesta; se avessimo tenuto fermo soltanto

ventiquattr’ore, noi saremmo padroni della situazione.

— Non possiamo ora diventarlo?

— Come! signora?

— A vostro avviso la flotta francese entra in Napoli perchè è in

pericolo.

— Per quanto possa giudicare, disse Caracciolo, osservando verso il

mare, non vi è un legno che non abbia sofferto avaria.

— Ebbene, se si approfittasse della situazione, se si tentasse oggi ciò

che non si è osato far l’altro giorno, sareste voi pronto ad attaccare

la nave ammiraglia colla vostra corvetta?

— Impossibile, signora.

— Come! impossibile!

— L’altro giorno proponeva di attaccare il nemico.

— Poi....

— Oggi questo nemico è diventato nostro alleato.

— Nostro alleato!

— Senza dubbio, si sono scambiate delle promesse, signora, e si è

firmato un trattato. L’ammiraglio Latouche Treville veniva ad imporre

delle condizioni ad una nazione nemica, oggi viene a chiedere soccorso

ad un degno alleato; l’altro giorno era un dovere combatterlo,

attaccarlo oggi sarebbe un tradimento.

— Ma però se voi ne riceveste l’ordine dal re....

— D’attaccare?

— Sì.

— Spero, signora, che il re non mi darà un ordine simile.

— Ma infine se ve lo desse?

— Avrei il dispiacere di presentare la mia dimissione.

— L’intendi tu, Emma? disse la regina volgendosi dalla mia parte:

giudicate da lui gli altri, ecco come ci sono divoti.

Poi a Caracciolo:

— Va bene, signore, ho saputo da voi ciò che voleva sapere; io non vi

trattengo più.

Caracciolo fece un inchino ed uscì.

— Ora tutto viene in chiaro, continuò la regina, la flotta ritorna dopo

aver fatto avaria, e viene a rifugiarsi a Napoli, perchè no? Napoli,

come l’ha detto il _cittadino_ Caracciolo, facendo spiccare la parola

_cittadino_, Napoli non è alleato di questa repubblica francese che

viene a dichiarare la guerra ai re, e che va a tagliare la testa a mio

cognato?

Io mi stetti silenziosa.

— Ebbene, dimandò la regina, tu non mi rispondi? non hai nulla a dirmi?

— Crederei di offendere la regina, dicendole francamente la mia

opinione.

— Offendermi? sei ben buona; in che mi potresti offendere tu?

— Ma mettendomi dell’opinione di quell’uomo....

— Di quale?

— Del principe Caracciolo, e Dio sa che non ho punto simpatia per lui.

— Allora tu trovi che i francesi hanno ragione di metterci i piedi

sulla testa.

— Trovo che si ha avuto torto di trattar con loro.

— Ed ora che abbiamo trattato con loro, dobbiamo subire le conseguenze

della parola data. Tu hai forse ragione; noi consulteremo in questo Sir

William.

Intanto la flotta francese era entrata in porto, come si entra in un

porto amico, ed aveva gettato l’áncora.

Un’ora dopo sapemmo che era avvenuto tutto ciò che il capitano

Caracciolo aveva predetto: appena era stata al largo, la flotta

francese era stata battuta da una tempesta orribile, sette navi

sopra undici, avevano sofferto grandi avarie. L’ammiraglio Latouche

Treville col suo trattato in mano, che gli accordava i vantaggi

concessi alle nazioni più favorite, venne a chiedere di riparare i suoi

legni avariati, a rinnovare le sue provvigioni di acqua dolce, ed a

comunicare col porto per comperare viveri, cordami e tele.

Tutte queste dimande furono accordate.

Vi fu di più: nella premura che aveva il governo napolitano di

allontanare quegli ospiti pericolosi, si affrettò di fornire

all’ammiraglio e operai, e materiali, e viveri; e da un condotto

provvisorio si fecero arrivare fino alla punta del molo le acque del

Carmignano, le più limpide e più salubri di Napoli.

In quanto alla regina per non avere continuamente sotto gli occhi

quelle uniformi odiate e quelle bandiere detestate, si ritirò a

Caserta, benchè si fosse nel maggior rigore dell’inverno, vale a dire

nel mese di gennaio, e mi condusse seco.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 4/8 · 第 17 / 24 题