I.

La regina, come ho già detto, mi aveva chiesto il mio abito di raso

bianco per farne uno simile; io glielo inviai in quella stessa sera.

Tre giorni dopo, il suo domestico mi prevenne che la regina era al

palazzo reale, e chiedeva di me, raccomandandomi di prendere meco il

mio sciallo di cascemiro azzurro.

Non erano dieci minuti appena che era arrivata da Caserta, e perchè non

la facessi aspettare, mi mandò a prendere con una carrozza di Corte.

Prevenni sir William della mia uscita, e mi recai immediatamente dalla

regina.

Gli appartamenti della regina erano situati nella parte dal palazzo che

sporge verso il mare, e che mette su di un terrazzo coperto di aranci e

di cedri.

Trovai Sua Maestà coll’abito nuovo, che si era fatto fare sul modello

del mio; aveva una sola piuma bianca nei capelli, ed il suo scialle

azzurro era gettato su di una poltrona.

Volli salutarla colla cerimonia d’uso, ma essa, dopo avermi presa per

mano, mi abbracciò.

— Andiamo, presto, presto, disse, alla toletta.

Da principio non sapeva troppo che significasse quell’invito, ma essa

mi fece vedere il mio vestito posto su di una poltrona, e compresi che

la regina voleva appagare il capriccio di vederci vestite nella stessa

guisa.

Difatti era quella la sua intenzione.

Le chiesi allora se voleva permettermi di entrare in un gabinetto

vicino per mutare di abito.

Ma essa alzò le spalle.

— A che servono, disse, queste cerimonie fra noi.

Poi, siccome io sembrava assai confusa:

— Lasciate fare a me, soggiunse, io sarò la vostra cameriera, e vedrete

che ne so quanto una altra.

Io era talmente confusa che non sapeva che mi facessi; balbettava,

tremava; mi punsi le dita cogli spilli; cercava di distogliermi dalle

mani della regina.

— Ma essa è pazza, diceva, ma volete dunque lasciarmi fare? ve lo

comando.

Poi, per provarmi che l’ordine, benchè pronunziato con una voce

imperativa, era un nuovo favore, mi strinse, nel darmelo, le spalle fra

le sue braccia; un brivido mi corse per tutto il corpo.

Era così lontana dall’aspettarmi una tale familiarità da parte di una

regina, che aveva fama di donna la più altiera e più imperiosa del suo

regno, che io credeva di sognare. Chiesi a me stessa se era veramente

la regina Carolina, e se io era veramente io, vale a dire, essa la

figlia dell’Imperatrice Maria Teresa, ed io la povera figlia di una

fantesca di villaggio.

Aveva come un offuscamento morale.

Buono o mal grado dovetti lasciarmi fare; la regina mi aiutò a levarmi

l’abito che aveva quando era venuta, mi mise il vestito di raso bianco,

mi acconciò sul capo una piuma bianca, e poi avvicinò le nostre due

teste allo specchio e vi guardò un istante.

Poi con un accento quasi di cattivo umore:

— Davvero, disse, che io faccio proprio un bel mestiere, decisamente.

Milady Hamilton, voi siete più bella di me.

Io era affatto confusa, rossa fino agli orecchi, nè sapeva dove celarmi.

— Vostra Maestà, le risposi, mi permetterà di non essere del suo

avviso; io sono avvenente forse; ma voi, oh! voi sì, che siete

veramente bella.

— Lo trovate voi veramente? e me lo dite senza adulazione?

— Oh! ve lo giuro, esclamai, con tutta la sincerità.

— Come! disse, gettando uno sguardo sulle sue magnifiche spalle; se

foste un uomo, vi innamorereste di me?

— Più, ancora, signora, vi adorerei in ginocchio.

Carolina scosse la testa, e sorrise con malinconia.

— Essere amata è già cosa rara, e specialmente poi per una regina; non

chiediamo l’impossibile però....

E si fermò con un sospiro.

Io la osservava con un interesse, in cui essa non poteva ingannarsi.

— E però, ripetei dopo di essa.

La regina mi mise un braccio intorno al collo, e mi fece sedere a lei

vicino sul sofà.

— Quante volte siete stata amata? mi disse.

— Vostra Maestà mi chiede quante volte ho amato, o quante volte sono

stata amata?

— Avete ragione, non è la stessa cosa: io domando quante volte siete

stata amata.

— Una volta da una tenera amicizia, ed una volta da un amore profondo.

— E quale di questi due sentimenti vi ha reso più completamente felice?

— La tenera amicizia, io credo.

— E voi?

— Io?

— Sì, voi; di tutti i vostri adoratori, chi è quello che vi ha amato di

più?

Io sorrisi.

— Debbo rispondere francamente?

— Con me, sempre.

— Un terzo che non mi amava.

La regina fece un movimento di testa, sospirando.

— Eppure la è proprio così, disse ella: ecco come siamo noi altre

donne; anch’io, mia povera Emma, ho sacrificato un amore vero e

profondo ad un amore finto e ambizioso, e ne porto la pena; ho un

marito che non mi ama, e vi confesserò che non lo posso amare, ed un

amante che disprezzo. Vi maravigliate che vi dica tutte queste cose con

tale franchezza; ma che volete, io ho istinto che mi trascina verso di

voi; d’altronde, si dice tutto pubblicamente a Napoli, sicchè il merito

della confidenza non è grande, e con tutta probabilità voi saprete già

da molto tempo ciò che oggi vi ripeto io stessa.

— Quanto mi dice Vostra Maestà non mi è meno interessante.

— La mia Maestà è una triste Maestà in quanto a felicità. Ma mettendo

il piede sul suolo di Napoli, scorgendo l’uomo a cui era destinata,

sentii che era condannata.

— Davvero! esclamai; che differenza, mio Dio! fra il re e voi.

— Tu t’incarichi adesso soltanto della mia scusa, cara Emma, tu, anima

delicata, fine, squisita, figurati del mio disinganno. Era giovane,

aveva quindici anni appena, mi avevano detto che andava a regnare nella

terra ov’era morto Virgilio, ed era nato il Tasso, che doveva sposare

un giovane principe, un nipote di Luigi XIV, un discendente di Enrico

IV. Arrivai per così dire coll’Eneide in una mano, e colla Gerusalemme

liberata nell’altra; il mio fidanzato sarebbe egli Eurialo o Tancredi,

io sarei ciò che avrebbe voluto, Camilla od Erminia; amazzone o

pastorella. Arrivai con tutte le speranze di un cuore vergine, con

tutti i sogni di un animo vissuto fra le ballate della nostra vecchia

Germania; e vidi... lo hai veduto, non ho bisogno di farti il suo

ritratto, una specie di villano illetterato, che non parla altra lingua

che il dialetto napolitano: un vero lazzarone del molo che mangia

maccheroni nel palco reale; un pescatore di Mergellina che vende il

suo pesce nel linguaggio dei marinai di porto, un cacciatore grossolano

senza poesia, che corre dietro alle contadine, un sultano di villaggio

che si è fatto un harem di mandriane. Oh! ti assicuro! l’illusione non

fu lunga. Un giorno credetti che ancora poteva essere felice; vedi, io

aveva incontrato sul mio cammino chi aveva tutte le qualità che a lui

mancavano, giovine, bello, elegante, spiritoso; e oltre a tutto ciò

anche principe, cosa che non gli stava anche male.

— Il principe di Caramanico, pronunziai, senz’accorgermi della

inconvenienza della mia interruzione.

— Conosci il suo nome? disse la regina.

Io arrossii.

— Oh! non arrossire, mi disse; quello là, una regina può confessarlo,

mi amava veramente, povero Giuseppe, non già perchè era una regina, eh

lo so, egli mi ama sempre.

— Ma allora chi impedisce a Vostra Maestà di rivederlo?

— Si ha cura d’allontanarlo da me.

— Fatelo ritornare, richiamatelo. Oh se fossi regina io ed amassi un

uomo, e detestassi un marito, nulla al mondo m’impedirebbe di avere

vicino a me colui che amassi.

— Fuorchè il timore d’ucciderlo richiamandolo, mi disse la regina con

una voce mesta.

Io raccapricciai.

— E chi potrebbe commettere un simile delitto? dimandai io.

— Quegli che ha preso il suo posto, e che potrebbe temere ch’egli lo

riprendesse.

— Vostra Maestà ha una tale convinzione, esclamai, e si tiene

quest’uomo vicino?

— Che vuoi mai! nelle regioni che noi abitiamo ci sono delle insidie

politiche, e quando si è presa e’ bisogna restar presa, gridare è

proibito, tutto un popolo vi ascolta e vi dice ridendovi in faccia:

— ben fatto. — Lamentarsi è pure una grande consolazione, ma per

rammaricarsi bisogna avere un’amica; così, lo vedi senza nemmeno sapere

se ho un’amica, mi sfogo.

— Oh! voi ne avete una, signora, e che vi amerà non già perchè siete

regina, esclamai, quasi sul punto di gettarle le braccia al collo come

ad una mia eguale.

Repressi quel movimento.

— Ma che si allontanerà da me perchè lo sono, disse Carolina con un

triste sorriso. Ahimè! mia povera Emma, le regioni del trono sono come

le sterili cime delle alpi; ad una certa altezza non spunta più nulla,

nè amicizia nè amore.

— Vedete bene che v’ingannate, signora, perchè quest’uomo vi ha amata,

e come voi dite, vi ama ancora, e perchè infine anch’io....

— Ebbene tu?

— Anch’io incoraggiata di ciò che mi dite, vi confesso che pure vi amo.

— Oh! l’ho sognato tante volte d’avere un amica, ma non ho trovato che

delle compiacenti, la San Marco e la San Clemente, che continuamente

mi chiedono favori per loro, e quando non ne chiedono per loro, me li

chiedono pei loro amanti, e quando non me li dimandano pei loro amanti,

me li dimandano pei loro mariti. Sono amiche costoro?

— Io, signora, esclamai, non ho nulla da chiedervi per nessuno, nè

per me, nè per mio marito; e in quanto ad amanti, non ne ho più, ed ho

anche una grande paura di non averne più.

— È precisamente perchè tu hai nulla da chiedermi nè per te nè per gli

altri, disse la regina con un sorriso amaro, che non ti darai la cura

d’essere mia amica.

— Oh! sì, sì, esclamai, non potendo più resistere all’attrazione che mi

spingeva verso di lei, e gettandole questa volta le braccia al collo;

sì, ve lo giuro.

— Alla buon’ora, ecco un buon moto, disse la regina: ebbene voglio

ricompensarti mostrandoti ciò che io non mostrerei a nessuno, questo

ritratto.... poi, fermandosi, più tardi, mi disse, fra dieci anni tu

conoscerai che nella vita d’una donna, fosse regina o lavandaia, vi ha

sempre un amore che lascia una traccia più profonda degli altri: questo

amore è sovente per tutti il primo che passa in realtà, o che ritorna

colle rimembranze innanzi questo specchio che si chiama il cuore. Si

crolla tristamente la testa e si dice: non è lui; poi a poco a poco

lo specchio si appanna, e non riflette più nessuno, e però quando si

guarda oltre la nebbia sparsa sulla sua superfice è sempre lui che

ritorna là.

Chinai la testa, il solo uomo che avrei amato, o creduto d’amare era

sir Harry, e sentiva che nessuno di quelli che aveva conosciuto non

aveva lasciato nel mio cuore quell’orma profonda di cui parlava la

regina.

Era dunque destinata a non amare più, o non aveva ancora provato il mio

vero amore!

La regina andò al suo stipo, capo d’opera di Boule, magnifico regalo

di Luigi XVI, aperse un cassettino segreto, e mi si avvicinò con una

piccola cassetta.

Questa cassetta racchiudeva un medaglione nel suo astuccio, un pacco di

lettere, dei fiori, e delle foglie secche.

Io sorrisi. Pensava a questa regina altiera, potente, assoluta, a

questa donna che si accusava di avere un cuore di bronzo, o piuttosto,

ciò che era ben peggio, di non averne del tutto, e che come una

semplice donna, come una collegiale che piange i suoi ultimi giorni

di vacanza, come una monaca che rimpiange la sua libertà, mi mostrava

fiori, foglie secche, lettere ed un ritratto.

Lo scettro può infrangere la mano; la corona può bruciare la fronte

della regina; ma vi ha un angolo del cuore dove la donna resta sempre

donna.

Io sorrisi a questa nuova prova della nostra forza, o della nostra

debolezza, come volete.

— Tu ridi, mi disse la regina, e trovi che sono pazza: ebbene ridi

ancor più forte se vuoi; una porzione del mio cuore è dove si trova,

l’altra è con queste lettere, con questi fiori secchi, con questo

ritratto. Spesso dopo aver sopportato di volta in volta un marito che

odio ed un amante che disprezzo, mi rinchiudo sola in questa camera,

prendo dallo stipo la mia cara cassetta, l’apro e mi dico: questa

foglia d’alloro l’abbiamo colta una sera presso la tomba di Virgilio.

La luna che sorgeva splendida dietro il monte sant’Angelo gettava

larghe ombre sopra Posilippo; eravamo tutti e due perduti in uno di

quegli angoli di tenebre, e come separati dal mondo dei viventi che

chiassava al disotto di noi. Suonavano le undici ore al convento di

sant’Antonio. Egli era ai miei ginocchi, come un pastore di Teocrito

o di Gessner, e mi supplicava; ci eravamo detto che ci amavamo; ma

io non gli aveva ancor accordato nulla, fuorchè la verginità del mio

cuore; all’ultima squilla dell’undecima ora, io colsi questa foglia;

l’appoggiai alle mie labbra, ed abbassai la mia testa vicino a lui;

egli pose la sua bocca sull’altra pagina della foglia, che separava

soltanto col suo spessore le sue labbra dalle mie. Ad un tratto tirai

vivamente la foglia. Le nostre labbra si toccarono; egli mise un

grido, come se gli fosse entrato nel cuore un ferro rovente; lo vidi

impallidire, chiudere gli occhi e cadere: io lo ritenni fra le mie

braccia e me lo strinsi al cuore.

Era una bella sera di maggio, il sette; il mare splendeva come un lago

d’argento fuso, Giove sorgeva al disopra del Vesuvio, rosso come se

uscisse dal cratere. Ah! povera foglia secca! sono già quattordici

anni da che sei colta, e vedi però che io non ho dimenticato nulla di

quella sera di felicità, nè di quella notte di delirio che la seguì.

Ognuna di queste piante e di questi fiori segna un grado dei nostri

amori, ed ha la sua storia come questa foglia di alloro; con questa io

potrei ricomporre per intero il poema della mia felicità e della mia

gioventù. Questo ramo di erica era sul mio seno in una notte di follia.

Il re aveva un reggimento privilegiato che chiamava suoi Liparioti,

perchè tutti quelli che lo componevano o quasi tutti almeno, erano

delle isole di Lipari. Giuseppe era capitano in questo reggimento. In

quell’epoca, sorvegliata com’era dal vecchio Tannucci, che io detestava

quanto egli mi odiava, noi non potevamo vederci se non in mezzo a

mille pericoli: io feci venire al re l’idea di dare una festa al suo

reggimento. Fu convenuto che ci saremmo vestiti il re da oste ed io

da cantiniera, e che avremmo servito gli ufficiali del reggimento. Si

piantarono due tende immense, l’una a cui presiedeva il re in beretta

bianca col grembiale di cucina annodato alla cintura, ed il coltello al

fianco; ed aveva per garzoni dell’osteria i principali signori della

sua corte. Io vestita come le donne di Procida, il fazzoletto rosso

annodato di dietro, il corsetto ricamato in oro, che mi stringeva alla

vita, la gonnella corta di scarlatto che lasciava vedere parte delle

gambe; aveva per fantesche le dodici principali dame della corte.

Caramanico venne a sedersi ad uno dei miei tavoli, ed io occupandomi

degli altri poteva occuparmi di lui. Oh! con quale felicità io era la

sua fantesca. Quando beveva alla salute della regina, io sapeva che era

a quella di Maria Carolina, e non a quella della regina che beveva. Io

passava vicino a lui, la mia gonnella accarezzava i suoi ginocchi, il

mio braccio le sue spalle, io passava e ripassava continuamente; aveva

sempre da fare in quello stretto passaggio che egli mi rendeva il più

stretto possibile. La musica diede il segnale della danza, e come uno

dei principali uffiziali del reggimento aveva diritto di invitarmi: noi

ballammo insieme tre volte.

Egli aveva veduto il mazzettino di fiori che io aveva alla cintura;

approfittò di un intervallo, in cui non danzava, per comprarne un

altro simile e me lo diede, io gli diedi il mio. Eccolo qui il suo, è

un’erica contornata di garofani. Vuoi vedere la lettera che mi scrisse

al giorno dopo? eccola, prendila.

Presi la lettera dalle mani convulse della regina e lessi:

«Oh! mia adorata Carolina, eccomi dunque ricaduto dal cielo in

questo deserto che si chiama la terra, quando tu non vi sei; è un

sogno od una realtà? Ebe o Venere non so quale, poichè ambedue son

bionde, giovani e belle, mi hanno presentato l’ambrosia, mi hanno

versato il nettare: Ah! ho conosciuto la divina bevanda che per

tutta la nostra ultima notte ho bevuto sulle tue labbra, ben più

inebbriante di quella che mi versasti ieri: non pensare che ad una

cosa, mia cara Carolina, solamente pensa col tuo spirito, colla

tua anima, col tuo cuore, con tutto ciò che Dio ha messo in te di

amore, pensa a darmi una notte, una di quelle belle notti stellate

di baci, che restano nella mia memoria mille volte più brillanti

dei miei giorni.

«Ahimè! perchè sei tu la regina, e non sei semplicemente e

realmente una di quelle belle fanciulle dell’isola greca, di

cui portavi ieri il vestito? allora non vi sarebbe più palazzo

custodito dalle sentinelle, corridoi custoditi dalle dame d’onore,

camere custodite da un re, ma ci sarebbe una barca, col mare

sotto i nostri piedi, il cielo al di sopra del nostro capo, un

promontorio dal dolce nome che si chiama Miseno, un golfo di

rimembranze amorose che si chiamerebbe Baia, una foresta d’aranci

ove noi ci perderemmo per uscirne il più tardi possibile e che

si chiamerebbe Sorrento: e la vita con te, la libertà con te, la

sventura con te, la morte con te, ma nulla senza di te, nemmeno la

gloria, nemmeno la felicità, nemmeno un posto alla destra di Dio.

«Il tuo GIUSEPPE.»

Lasciai cadere la lettera sospirando.

— Credi tu che mi amasse? dimandò la regina, mentre la raccoglieva e

l’appoggiava sulle sue labbra.

Io non risposi.

— Sì, comprendo, disse, tu chiedi a te stessa, non osando di

dimandarlo a me, come amando un tale uomo abbia potuto acconsentire di

allontanarlo da me; tu ti domandi come avendolo amato, ho potuto amarne

un altro; io non ho amato un altro, io sono stata la favorita d’un

altro, ecco tutto; che vuoi? Cleopatra dopo essere stata l’amante del

divino Cesare, che aveva messo la sua statua d’oro in Campidoglio, è

stata la ganza del beone Antonio. Non parliamone più; è la mia macchia.

Vuoi vedere il suo ritratto?

Aperse con violenza quasi collerica lo astuccio, e mi pose sotto gli

occhi una bella miniatura.

Era il ritratto d’un uomo dell’età di vent’otto ai trent’anni, dalla

fisionomia più tosto severa che tenera, con bei capelli neri, begli

occhi neri, un incarnato pallido.

Portava l’uniforme di capitano dei Liparioti; era stato incominciato il

giorno seguente a quello ricordato col ramoscello d’erica, glorificato

dalla lettera, e dato alla regina in quella notte chiesta con tanta

istanza.

In questo momento si bussò alla porta.

— Chi è? dimandò la regina, componendosi come se avesse temuto che uno

sguardo profano le macchiasse i fiori, le lettere ed il ritratto nella

cassetta.

— Io, signora, rispose una voce d’uomo.

Le sopraciglia della regina si contrassero, e diedero al suo bel volto

una espressione incredibile di durezza.

— Aveva detto che io non c’era per nessuno, rispose la regina.

— Nemmeno per me? chiese la voce.

— Quando dico per nessuno, replicò duramente la regina, non vi è

eccezione per nessuno.

— Aveva delle notizie politiche importanti da comunicare a Vostra

Maestà.

— Comunicatele al re, gli do per oggi i miei pieni poteri.

— Però quando Vostra Maestà saprà...

— Non voglio saper niente per oggi, disse la regina impazientita, e

battendo i piedi.

— Vostra Maestà è con Lady Hamilton?

— Credo che m’interroghiate, disse Carolina.

— No, signora, ma sir William è venuto per prevenire milady, che

avendo, come io, ricevute le stesse notizie, partiva per Caserta.

— Egli sa che Milady è qui?

— Sì, Maestà.

— Ebbene, che vada a Caserta.

— Allora parto con lui, continuò la voce.

— Partite, signore.

S’intese il rumore dei passi che si allontanavano.

— Egli era per disturbarmi la mia giornata, disse la regina.

— Però signora, avventurai, se le notizie che vi porta sono tanto

importanti quanto lo dice...?

— Oggi che tengo con una mano il suo ritratto, e coll’altra stringo

un’amica sul mio cuore, rispose Carolina, darei il mio trono per un

carlino, a più forte ragione quello degli altri.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 4/8 · 第 7 / 24 题