ARGOMENTO.
_Vien d'Ilario AMEDEO presso al ricetto
Là del Filermo fra l'orrore ombroso:
Quì di matrona in simulato aspetto,
Pianti versando in mesto atto e doglioso,
Gli si fè incontra l'infernale Aletto;
E 'l ver tenendo in falsi detti ascoso,
Invan tentò con sue malizie e frodi
Che gisse il gran Campion lunge da Rodi._
I
Aletto in tanto per lo giogo ombroso
E del Filermo ne l'alpestro orrore
Scorse AMEDEO, che di pugnar bramoso
Da travagliarsi in armi attendea l'ore.
Ei da l'antro selvaggio, ove nascoso
La notte soggiornò, sen venne fuore
A guardar, se fra l'orride foreste
Scender vedeva a sè nunzio celeste.
II
Alza la fronte, e per lo ciel tal volta
E per gli aerei campi il ciglio gira,
Nè men tal volta de la selva folta
Tra pianta e pianta intentamente mira;
Nulla non vede, e via più sempre ascolta
Fiero rimbombo di minaccia e d'ira,
E de le trombe eccitatrici i carmi,
E 'ntorno Rodi ogn'or gridarsi a l'armi.
III
Quinci ratto assalir l'infide genti
Grande gli corre ardore entro a le vene.
Come Leon se pascolare armenti
Vede oltre al fiume ne le piaggie armene
Ben l'unghie indura, e bene arrota i denti,
E ben farìa sanguigne erbe ed arene;
Ma pur paventa di superbia carco
L'ampia riviera, che contrasta il varco.
IV
Tal fu del gran guerrier. S'avvampa in seno
Di dare assalto, ed a pensar poi prende
Sovra l'Angelo apparso, e' tiensi a freno,
E, sofferendo, i suoi ritorni attende.
Così con lenti piè l'ermo terreno
Va trascorrendo, ed ora sale, or scende
Fin che trova bagnar l'alpestri sponde
Dolce ruscel di limpidissime onde.
V
In su la destra e su la manca riva
Foltissime innalzarsi orride e dure
Quercie vedeansi; e non giammai s'apriva
Strada a' raggi del sol per l'ombre oscure;
E di loro ogni tronco al ciel saliva
Non mai percosso da villana scure,
Nè mai soleasi al bello orror selvaggio
Far da' pastori o da gli armenti oltraggio.
VI
E non senza ragion: quivi soggiorno
Già scelse Ilario. Era costui ben chiaro
Per suoi tesori, e di virtute adorno
Pregi di nobiltate anco l'ornaro;
Ma per far più spedito al ciel ritorno,
Contra gli agi del mondo ebbe riparo
A l'aspra povertate; e' in questi liti
Trasse de la sua vita i dì romiti.
VII
Ei quì di vimi rusticani un tetto
Per sè compose; e non usate piume,
Ispide paglie gli prestavan letto,
Mentre Febo nel mar chiudeva il lume:
Furono i manti suoi bigio negletto;
I cibi l'erba, le bevande il fiume:
E di mille infelici a sè devoti,
Umil pregando, egli adempieva i voti.
VIII
Mute lingue sciogliea; grazie divine;
E di febbri cessò ghiacci ed ardori;
Ed ad ogn'or per quelle strade alpine
Apparìan zoppi, e divenìan cursori;
Onde poi giunto de la vita al fine
Lasciò ver sè tanto amorosi i cori,
Ch'a dimostrare altrui siccome degno
Fosse d'altiero onor, si fece segno.
IX
Ersero quì di bianca rupe e dura,
Colonna sposta a' guardi anco lontani,
Su cui del famoso uom l'aurea figura
Giunte levava al cielo ambe le mani:
Ma ne la base non vulgar scultura
Segna le vie de gli esercizii umani,
Dando a veder, ch'al gran Signor di sopra
Servesi or col pensiero ed or con l'opra.
X
Vedeasi Elìa, che senza tema alcuna
L'empio furor di Giesabel sopporta
Sul monte; ed a nutrir l'alma digiuna
Il sollecito corbo esca gli porta.
In altra parte Gedeon raguna
Sua gente al fiume, ed ivi a ber conforta;
E de l'immenso stuol sceglie trecento,
Che di prodezza dier chiaro argomento.
XI
Fisso AMEDEO ne la scolpita istoria
Dal profondo del cor tragge tai detti:
Felicissimi spirti, a tanta gloria
Dal monarca del cielo in terra eletti.
Sì parla; e tuttavia volge in memoria
Le meraviglie de i divini effetti;
Ed in quei marmi tien la vista intenta,
Quando il mostro infernal gli si presenta.
XII
S'era l'empio Demon d'intorno tolto
L'orrore, e via dal crin gli angui fischianti,
E dimostrava, trasformando il volto,
Di ben nobile donna atti e sembianti;
Svelato il seno, e tutto il busto involto
Avea tra seta di cerulei manti,
D'abito fra negletta e fra pomposa:
Ma sovra modo a rimirar dogliosa.
XIII
Cotale agli occhi del guerrier scoprirsi
Determinò ne la remota sede
Aletto; e di repente indi partirsi
Sembiante fa, come di lui s'avvede.
Ed ei, che la mirò quasi pentirsi
D'avere innanzi a lui fermato il piede
Volge placidi sguardi; e poi cortese
In sì fatta maniera a parlar prese:
XIV
Non torcere orma, e nel tuo cor speranza
Ravviva, e sgombra ogni sospetto indegno;
Ferma; chè di mia destra ogni possanza
Per lo scampo di Rodi a provar vegno.
A questo dir non serenò sembianza;
Pur d'affidarsi il rio Demon fe' segno,
E quasi in aspro duol fosse sommerso
Mise alta voce incontro al Ciel converso:
XV
Era vantaggio non giammai fondarsi
Tuoi regii alberghi e tue superbe mura,
Rodi, s'al mondo acerbamente farsi
Doveano specchio di crudel ventura.
O pensier di mia vita al vento sparsi!
Ma quale alma qua giù vive secura?
Ciascuno in terra è condannato in guai;
E fora meglio non ci nascer mai.
XVI
Ecco dolenti mi s'accrescon gli anni
A pianger de' miei regi il sangue morto,
E bene esperta de gli umani inganni
Ritrovo angoscia, ove cercai conforto.
Quì per la forza de gl'interni affanni
Bagna di caldi pianti il viso smorto,
E tra lunghi sospir non fa parola.
Ma quei tormenti il Cavalier consola:
XVII
Nobile donna, non largare il freno
A' gridi, e fra i dolori asciuga il ciglio,
Che per questo mortal corso terreno
A ben condursi fa mestier consiglio;
E se t'ingombra di terrore il seno
De l'assediata Rodi il fier periglio,
Esser può, che tuo pianto invan si spanda,
Chè 'l gran Dio per soccorso oggi mi manda.
XVIII
Io non son nulla; ogni mio moto è tardo;
E non ho spirti a la vittoria pronti:
Ma per Dio l'uomo fral fassi gagliardo;
E mille esempi se ne van ben conti:
Dio regge il mondo; e se raggira un guardo
Quetansi i venti, e son tremanti i monti,
E benchè frema, l'arenose sponde
Non bagna il mar, s'ei lo comanda a l'onde.
XIX
Per tanto spera. Ei più non disse. All'ora
Tenne alquanto il Demon le ciglia immote,
E poi gridò: se colà su dimora
Alcuno Dio fra le stellanti rote,
Nol so; ma se pur v'è, perchè ad ogn'ora
Le preghiere di noi lascia gir vote?
Forse ne l'alto egli trïonfa e regna,
E noi qua giuso riguardar disdegna?
XX
Lassa da grave e da mortal ruina
Sentomi tanto duramente oppressa,
Che quasi al disperar fatta vicina
Mi conduco a parlar fuor di me stessa:
Crebbi in mezzo a' tesor; nacqui reina;
Ed or d'ogni miseria in fondo messa,
Per questi boschi, ovunque il piè mi mena,
Fuggo de' Turchi la crudel catena.
XXI
Dunque obbrobrio a la patria, obbrobrio a gli avi
Camperò schiava? o mie speranze liete,
E del viver giocondo ore soavi,
Ove sparite? ed a che fin giungete?
Ma tu che 'n tempi sì dogliosi e gravi
Per noi venivi ad arrecar quiete,
Come indugiasti? e per l'Egeo ritenne
Qual torbido austro tue velate antenne?
XXII
Certo il sembiante e de begli occhi ardenti
I lampi e gli atti a rimirar celesti
Creder mi fan, che da l'inique genti
Il popol Rodïan difeso avresti;
Or sei giunto ad udir gridi dolenti,
E de' buon cavalier corpi funesti,
Altari e chiese depredate ed arse,
E lor sacre reliquie al vento sparse.
XXIII
Così ragiona ingannatore e geme,
E di lagrime finte inonda il viso,
E poscia batte ambe le palme insieme
E nel gran cavalier tien l'occhio fiso.
Egli ascoltando le querele estreme
E de la terra il non temuto avviso,
Alquanto i suoi pensier seco raccoglie
Non certo a pieno, indi la lingua scioglie:
XXIV
Donna, se 'l tuo parlar per me s'intende,
Rodi è caduta a terra; ascolto il vero?
Più da' suoi cavalier non si difende?
Del superbo Ottoman sostien l'impero?
Quivi Aletto sue frodi a narrar prende:
Ma ferma il guardo in volto al cavaliero,
Ben osservando, s'ei consente o nega
Credenza al ver, mentre le note spiega.
XXV
Chi superbo, diss'ella, alza la mente,
E tra' mortali temerario spera,
Nè sa, come qua giù fugga repente
Lunge da noi felicità leggiera,
Stato oggi al guerreggiar fosse presente,
Ed al cader de la cittade altiera,
Che fatto quinci si sarebbe esperto
Come sia di ciascun lo stato incerto.
XXVI
Rodi fulgida d'or, nudrice antica
D'alme guerriere, e al cui superbo grido
Non reggeva giammai forza nemica,
Ove ogni industria, ogni valor fea nido,
Sparsa è per terra; ed avverrà, che dica
Nocchier tra l'onde costeggiando il lido:
L'alta reggia dì Rodi era in quel loco
Quando il fier Ottoman la diede al foco.
XXVII
Signor, da' Rodïan tanta difesa
Fecesi un tempo, e sì schernîr sua vita,
Che stanco il Turco di fornir l'impresa
Omai la speme avea quasi smarrita;
Ed ecco fama vivamente intesa
Fu per ciascun, ch'a noi veniva aìta:
Un Italico re, franco, feroce
Mosso già s'era a navigar veloce.
XXVIII
Regge il Piemonte; e tra guerrieri acciari
Gode sudando; e sol di gloria ha brama;
E sangue di mille avi al mondo chiari,
Chiaro risplende, ed AMEDEO si chiama;
Or sì fatto campion solcare i mari,
Ascoltando Ottoman cantar la fama,
Di prevenir suoi corsi il prese cura;
Schierò le genti ed assaltò le mura.
XXIX
Non sì tosto il mattin l'ombre disperse,
Che udissi all'armi. Ogni guerrier cristiano
Intrepido a la morte il petto offerse,
E vittoria cercò con nobil mano.
Aspramente pugnossi, al fine aperse
Varco ne la città l'empio Ottomano
A' suoi popoli ingordi, onde repente
Dentro inondò l'abbominevol gente.
XXX
Sparsero i Rodïan gemiti e pianti:
Ma del rio vincitor le man spieiate
Da per tutto spargean fochi fumanti,
Non perdonando a le magion sacrate.
Io, che nel tempio con umìl sembianti
A la corte del ciel chiedea pietate,
Fra 'l rimbombo de i gridi e de gli ardori,
Piena di ghiaccio il cor, men venni fuori.
XXXI
Incontro un mio scudier pallido in viso,
E dimando qual sia nostra ventura.
Ei mi risponde: è tuo figliuolo anciso;
Ottoman trïonfante entro le mura.
Alla fiera novella io presi avviso
Di serbar la mia vita almen sicura,
E sovra legno piccioletto ignoto
Ho cercato del mar seno remoto.
XXXII
Vegno qua sù, perchè minor periglio
Stimai partire entro la notte ombrosa;
E mentre quì m'ascondo, il mio naviglio
Ed il nocchier là giù m'attende e posa.
Così dicendo, annuvolava il ciglio,
Pianti versando, e si mostrò dogliosa,
E lungamente sospirava, e come
Tutta infelice disperdea le chiome.
XXXIII
A quegli atti AMEDEO cangia l'aspetto,
Ed in parti diverse il pensier gira;
E per qual via deggia avverarsi il detto
De l'Angel sacro taciturno ammira.
Ed in quel punto va seguendo Aletto
Le cominciate frodi; in pria sospira,
Poi dal preso cordoglio ella si scote
E franca in voce fa sentir tai note:
XXXIV
Chiarissimo Signor, la cui sembianza
Porge d'ogni virtute alto argomento,
Poscia che ad impiegar la tua possanza
Per lo stuol Rodïan stato sei lento,
Odi quale per noi riman speranza;
E se lo stato mio teco rammento,
Ed il mio favellar vien da lontano,
Non te ne caglia, ch'io non parlo in vano
XXXV
Non distante di quì lungo sentiero,
Samo da non sprezzarsi, isola siede,
In cui regnò d'ogni virtude altiero
Argesto, e di lui nacqui unica erede;
E perchè senza maschi al bello impero,
Per usanza, la donna anco succede,
Io di non pochi re mossi le voglie,
Che gareggiando mi chiedeano a moglie.
XXXVI
Ma sovra ognun tra la sì nobil gente
A' miei parenti rassembrò più degno
Filippomène; ei di tesor possente
In Scio già nacque, e ne godeva il regno:
Vago d'aspetto, e ne le guerre ardente,
E ne la pace di cortese ingegno:
Nè men per sangue: eran congiunti seco
I più chiari signor del popol greco.
XXXVII
Sposata io fei giocondo il cor paterno
Per un figliol d'ogni bellezza adorno:
Ma, lasciandolo infante, al ciel superno
L'alma del genitor fece ritorno.
Pur da me non per tanto ebbe governo
Tal che fregi d'onor si vide intorno;
E d'ogni alma virtute apprese l'arte;
Benchè più forte egli donossi a Marte.
XXXVIII
Glauco appellossi; e, come fu sul fiore
Degli anni suoi più verdi, ebbe desire
Di porre in Rodi il piè; scola d'onore,
E reggia d'armi e d'onorato ardire;
Andovvi; e quivi giunto arco d'amore
Il costrinse a provar dolce martire;
Chè Melibea con suoi begli occhi il prese,
E del giovine incauto il petto accese.
XXXIX
Di così fatto amor fama trascorse
Sì ch'intorno a l'Egeo ciascun ne parla;
Ed a l'animo mio temenza porse
Non seco proponesse alfin sposarla.
Mentre dunque poteva, ed era in forse
La ria ventura, io destinai vietarla.
Bene avea la fanciulla i pregi suoi:
Ma bassi assai per adeguarsi a noi.
XL
Dunque sciolsi le vele, e fei vedermi
In Rodi seco, e mie preghiere esposi,
E con ragion sostenni i sensi infermi,
E dolcemente a' suoi desir m'opposi.
Ma mentre io vo cercando indugi e schermi,
Oh de l'eterno Dio giudicj ascosi!
Ecco che i miei disegni in un momento
Spariti son, siccome nebbia al vento.
XLI
Venne Ottomano, e, come suol, spietato
De la pace ad ogn'or troncò la speme;
Onde a lui contra, il Rodïano armato
Oggi è caduto, e seco Glauco insieme.
Cadde, misera me! nè mi fu dato
Mirarlo almeno in su quelle ore estreme,
E ripor le sue membra in nobil marmi,
Ed ivi, come suolsi, appender l'armi.
XLII
Ah che sul petto d'ogni onor ben degno,
E sul crin d'oro e su la regia testa
Sfoga l'empio Ottoman forse il disdegno,
E da l'iniqua turba or si calpesta!
Alma ben nata, s'oggi a te non vegno,
Vedi come qua giù nulla m'arresta,
Se non se quella, che per te s'aspetta,
Contra il nemico rio, giusta vendetta.
XLIII
E tu, sommo Campion, che 'l mal presente
Fosti dal Cielo a divietare eletto,
Come affermasti; ed a ciò far possente,
Ben ti confessa il sovrumano aspetto:
Signor, vientene meco; io navi e gente
E ciò, che 'n guerra fa mestier, prometto:
Quanto può Samo, e quanto possa Scio
Da' cenni pende e da l'arbitrio mio.
XIIV
Poi parentadi ed amicizie, quanti
Veggonsi oggi regnar per l'onda Egea,
Armi susciteranno e naviganti
E Lenno e Lesbo e la discosta Eubea.
Così parlando rinnovava i pianti
L'odioso spirto: ei tuttavia fingea
Volto a tentar con le sottil sue frodi,
Che sen gisse AMEDEO lunge da Rodi.
XLV
Ed ei tenendo in cor le voci impresse
De l'alto messaggier dianzi disceso,
Seco non sa pensar, come cadesse
Un regno, che dal Cielo era difeso.
E pur costei con le sue luci istesse
Videlo darsi in preda al fuoco acceso;
E fra 'l sangue de' suoi spenti e dispersi
Aveva in trista fuga i piè conversi.
XLVI
Fra' tai pensieri in sè medesmo ondeggia.
Alfin non sa voltarsi indi a partire
Che pria l'eccelso messagger non veggia.
E verso il mostro ei così prende a dire:
Non è regno sì forte o nobil reggia.
Donna, per cui s'adeschi uman desire,
Che polvere sul pian tosto non cada,
Se la destra di Dio vibra la spada.
XLVII
Ha forse Rodi a la pietade eterna
Con lunghe colpe sue rotto il confine,
Onde il sommo Signor, ch'altrui governa,
Pur con giustizia or la corregge al fine.
Ma, benchè l'occhio uman poco discerna
L'alto giudizio e l'azïon divine,
A dritta ragïon creder conviene
Ch'anco l'ira di Dio sia nostro bene.
XLVIII
Ei talor flagellando in tempi duri
Di severo Signor prende sembianza,
Perchè del nostro errar fatti sicuri
Apprendiamo invocar la sua possanza.
Or tu, reina, sollevar procuri
Con arme e con tesor nostra speranza;
Caduche forze; e per le vie del mondo
Vuoi fornir tuoi disegni; ed io rispondo:
XLIX
Dal ciel venne messaggio; ed ei commise
Ch'io quì posassi; e ch'Ottomano a terra
Vedrebbe il campo, per mia man, promise,
Ch'oggidì Rodi sì terribil serra.
Ma, fin ch'a me ritorni, ei non permise
Scender dal monte, o riprovarmi in guerra.
Egli arme recherìa da soggiogarlo;
E tutto questo è ver, come ti parlo.
L
Se quì dunque soccorsi abbiam sì presti,
A che cercando gir forze lontane?
Certo non deesi co' favor celesti
Porre in bilancia le possanze umane.
Ei più non ragionava. Aletto a questi
Detti del gran guerrier mesta rimane;
E pur con tutto ciò l'anima fiera
Trar ne l'inganno alfin non si dispera.
LI
Chiaro è per sè, che dove Dio s'impiega,
Non è contrasto: ma sua man possente
Pur ciascun dì far meraviglie nega,
Ed ama, che 'n suo pro sudi la gente.
Deh! vien, Signor, dove costei ti prega;
Fatti Duce de' nostri; indi repente
Torna, tonando, ad Ottoman, che prende
Lungo piacer de i vinti, e non t'attende.
LII
Così diss'ella; e non però commove
Il gran guerrier a di là torre i passi;
Chè, qual su l'Apennin quercia di Giove
Contra i soffi di Borea, immobil stassi.
Veggendo Aletto uscire in van sue prove,
Indi sparisce rimugghiando, e fassi
Fra le cresciute rabbie un foco d'ira.
Ed AMEDEO con meraviglia il mira.
FINE DEL VI CANTO.
ANNOTAZIONI
AL CANTO VI.
Si è già detto nelle annotazioni al canto V, che nell'_Amedeide
minore_ nulla si ha di ciò che costituisce il canto VI della
_maggiore_; e perciò manca l'argomento del Peschiulli. Quello del
Poeta dice così:
«Aletto con inganni si prova di far partire Amedeo da Rodi; ma
invano.»
Tre critiche osservazioni trovo nel MS. del cav. d'Urfé; le quali
cadono sul canto VI.
1. «Je remarque deux choses en la tromperie que le demon veut faire a
Amedee lorsqu'il se presente a luy; l'une que luy voulant persuader
que Rodes estoit desja priz, il devoit avoir priz la forme d'un homme
de qui le nom fust cogneu par reputation et non pas d'une femme du
tout incognue, que Amedee pouvoit avec raison croire s'en estre fuye
de peur.» Il critico ha ragione.
2. «Et puisque l'auteur vouloit donner cette forme au demon, il devoit
aussy y aiouter touttes les choses vray samblables; mais il n'est pas
vray samblable, qu'une royne telle qu'il (_le demon_) se dit, soit
aynsi seule parmi les rochers, et mesme ayant sa navire ancree a la
plage voisine.» È verissimo che la finta regina dice ad Amedeo:
E mentre quì m'ascondo, il mio naviglio
Ed il nocchier là già m'attende e posa;
ma trattandosi di _piccoletto legno_, come chi dicesse una gondoletta,
potea ben essere che nel naviglio si trovasse un solo marinajo; il
quale, rimanendosi a guardia del legno, non poteva accompagnare la
regina; che non era poi la regina di Francia, ma di due isolette in
levante.
3. «Et le discours d'Amedee me samble aussy peu vray samblable, car il
ny a pas apparence qu'un si sage prence rancontrant une femme exploree
luy aille dire qu'il vient pour secourir Rhodes, ny moins qu'il
s'aille vanter que Dieu le mande pour donner ce secours; et puis enfin
luy descouvre que Dieu luy ait envoyé un Ange pour ce subjet, et luy
en doive envoyer encores un autre; car ces graces et ces visions se
doivent celler a cascun, a plus forte raison a une femme et femme
encores incognue.»
Che le grazie e le visioni si debbano celare, non è sempre vero;
Raffaele diceva a Tobia, essere bene _rivelare le opere di Dio_.
Lasciata dunque da un lato la ragione ascetica, non opportunamente
allegata dal cav. d'Urfé, diremo che il Duca troppo apertamente scopre
cose importantissime e segrete ad una principessa ignota; la quale,
partendosi sul _piccoletto legno_, e divulgando il luogo dove Amedeo
si stava, e i disegni che volgeva nell'animo, avrebbe potuto nuocere
moltissimo all'impresa del soccorso di Rodi. In somma, in questo canto
VI. sono versi bellissimi, nobili sentenze, e locuzione elegante; ma
non è degno di quella mente che il compose, nè di quella scienza che
sempre apparir debbe in tutte le parti d'un epico poema.