CANTO II.

Carlo Traverso, Claudio Paganelli and Distributed Proofreaders

AMEDEIDE

POEMA EROICO

DI

GABRIELLO CHIABRERA.

NUOVA EDIZIONE

Dedicata

A S. S. R. M.

IL RE

CARLO ALBERTO

GENOVA

TIPOGRAFIA DE' FRATELLI PAGANO

Canneto il lungo, Palazzo Raggio, n.º 800.

***

1836.

Presso l'Editore VINCENZO CANEPA

Sotto i Portici dell'Accademia Ligustica.

SACRA REALE MAESTÀ

L'Augusta Casa de' Sovrani Sabaudi, S.R. Maestà, diede sempre colla

grandezza di azioni magnanime nobilissimo argomento all'ingegno de'

Cantori d'Italia.

Gabriele Chiabrera, sommo ornamento delle lettere ne' Vostri Reali

Dominj, confortato dal favore del Duca Carlo Emanuele, prese a

celebrare con eroico poema quell'Amedeo che liberò col senno e colle

armi l'Isola di Rodi. Questo poema era ben degno di ricomparire,

dopo due secoli, sotto gli auspicj della Reale Maestà Vostra, che

tutti consacra i suoi pensieri alla felicità de' sudditi ed alla

gloria del regno; e che si è degnata di permettere, che fregiato

dell'Augusto nome di Lei, venga nella luce del pubblico. Io lo

depongo appiè del Trono Reale insieme agli umilissimi sensi del mio

sommo rispetto

Di V. S. R. M.

Ubbidientissimo Servitore

e fedelissimo Suddito

VINCENZO CANEPA Editore.

AI LETTORI GENTILI

VINCENZO CANEPA

Essendomi proposto di mettere nuovamente in luce l'_Amedeide_ di

Gabriello Chiabrera, pregai il Cav. Don Gio. Batta Spotorno, che tante

altre premure si era dato per onorare la memoria di quel sommo Poeta,

scrivendone copiosamente la vita e pubblicandone molte prose inedite,

a volermi favorire per sua cortesia di preparare, dirigere, ed

illustrare questa edizione. Ed egli compiacendomi, vuole ch'io

dichiari, qui sul principio, che ad assumere tal fatica non tanto il

muove la grandezza del Poeta; ma sì e principalmente, il desiderio

ossequioso, trattandosi d'un libro onorato del nome dell'Augusto

Monarca il Re CARLO ALBERTO, di potere in qualche guisa, quanto ad

uomo oscuro è conceduto, dimostrare la somma sua devozione all'ottimo

Principe che si degnò confortare con segno onorevolissimo del suo Real

Patrocinio i piccioli studj di esso P. Spotorno.

Gli argomenti all'Amedeide, che leggerete in questa edizione, sono

fatica del sig. avvocato G.B. Belloro, savonese, che me gli offerì

gentilmente; nè io volli ricusare il dono della sua cortesia; troppo

essendo convenevole che in qualche modo concorra ad una edizione del

Chiabrera uno almeno degli arcadi savonesi.

VITA

DI GABRIELLO CHIABRERA

SCRITTA

DAL CAV. P. GIO. BATTA SPOTORNO.

Se la nostra Liguria occidentale non avesse di che pregiarsi se non se

di GABRIELLO CHIABRERA, ragion vorrebbe ch'ella se ne tenesse onorata

e superba. Perciocchè fu questi il primo che mostrò agl'italiani

esservi pure un'altra scuola, fuori della provenzale, in cui mirando

studiosamente si potea venire in fama di poeta meraviglioso; e il

mostrò con esempj felicissimi sì nel genere grande, sì nel gentile;

spirando, se così m'è lecito parlare, ne' petti degl'italiani un

nobile ardimento; e la nostra favella, di timida e rispettosa ch'ella

era in mezzo alla copia delle voci e de' modi, facendo animosa ed

altera senza macchiarne l'urbanità e la grazia che le viene dal puro e

sonante dialetto dell'Arno. Ma questo Poeta non ebbe mai scrittore

della sua vita; ed egli di se medesimo parlò brevemente, più tosto per

dire gli onori avuti da Principi grandi e da Sommi Pontefici, che per

altra cagione. E però non a torto faceva querele il Tiraboschi di

tanta negligenza. Ond'è che nella Storia Letteraria della Liguria io

m'ingegnai di stendere minutamente la vita di questo sommo poeta; ed

ora ne do quasi un compendio, ma corredato di molte notizie, che per

quegli anni non erano conosciute; cosicchè Egli più non abbia a dirsi

inonorato in Italia.

GABRIELLO CHIABRERA nacque in Savona il 18 giugno del 1552; e nacque

quindici giorni ed alcune ore dopo la morte di Gabriello suo padre. La

famiglia de' Chiabrera, che veramente chiamavasi de' _Zabrera_, e

latinamente _de Zabreriis_, sembra d'origine spagnuola; e il

primo a piantarla tra noi fu probabilmente uno di que' militi

spagnuoli che vennero in Italia nel 1271 con Guglielmo marchese di

Monferrato, il quale aveva tolto in isposa Beatrice figliuola di

Alfonso Re di Castiglia. E oggidì sono tuttavia parecchi altri cognomi

nel Monferrato e nel Piemonte che si palesano d'origine spagnuola. Ma

qual che fosse l'antica stirpe de' _Zabrera_, questo è certo che

un Gabriele, _de Zabreriis_ fece un sepolcro a se ed a' suoi

l'anno 1493 nella chiesa di S. Giacomo vicin di Savona, e ne ornò la

cappella con una tavola di pittore in quell'età molto prezzato. Da

questo Gabriele I. venne un Corrado, che di Mariola Fea gentildonna

savonese generò Gabriele II.; e questi ebbe da Geronima Murasana, pur

savonese, e figlia del dotto giureconsulto Pier Agostino, Massimo,

uomo di buone lettere ed amico in Roma di Paolo Manuzio; Gabriele

III., ossia il nostro poeta, e Laura, data in moglie ad Aurelio Bosco

Savonese.

La madre del Poeta, rimasa vedova in fresca età, passò ad altre nozze

con Paolo Gavotti nobile savonese, e di GABRIELLO si tolse la cura

Margherita sorella del padre di lui, la quale di Ottavio Pavese suo

marito non aveva prole veruna; ma la tutela del pupillo tenevala

Giovanni pure fratello del padre, ed esso ancora senza figliuoli.

Giunto GABRIELLO all'età d'anni nove, fu condotto in Roma, ove

Giovanni suo zio faceva dimora[1], ed ivi fu nodrito con maestro in

casa da cui apparò la lingua latina. In quegli anni lo prese una

febbre, e dopo due anni lo percosse un'altra, che sette mesi lo tenne

senza sanità e l'inviava a morire etico; onde Giovanni suo zio, per

farlo giocondo con la compagnia d'altri giovinetti lo mandava alle

scuole de' PP. Gesuiti; ed ivi prese vigore e fecesi robusto, ed udì

le lezioni di filosofia, anzi più per trattenimento che per

apprendere; e così visse fino all'età di venti anni. Ma nel 1572,

essendo mancato di vita in Roma lo zio Giovanni, esso GABRIELLO andò a

Savona a vedere e farsi rivedere da' suoi; e fra pochi mesi tornossene

a Roma.

Quivi avuta occasione di vendere un giardino, che sembra eredità dello

zio, al Cardinale Luigi Cornaro Camerlengo di S. Chiesa, colse

l'opportunità di entrare in corte di quel Porporato, e vi stette tre

anni. In questo, avvenne, che senza sua colpa fu oltraggiato da un

gentiluomo romano, ed egli vendicossi; nè potendo meno, gli convenne

di abbandonar Roma, e ridursi alla patria. Del qual avvenimento non

abbiamo altra notizia, salvo se quella lasciataci dal Poeta, e che si

è riferita colle sue parole medesime.

In Savona stette molti anni, dividendo il suo tempo tra lo studio

delle buone lettere, la compagnia di giovani suoi pari, ed eziandio,

nel vagheggiare una beltà savonese, ch'egli chiama poeticamente _la

Galatea de' savonesi mari_. Sopra questo innamoramento abbiamo

l'incomparabile canzone _Per duri monti alpestri_. E ne parla

slmilmente nel canto VII. dell'_Italia liberata_, dicendo:

Appena nato, a' duri miei tormenti

Sorte volle adoprar la sua fierezza;

Mi negò le lusinghe dei parenti,

Mi pose in risse, m'involò ricchezza:

Amore alfin con le sue fiamme ardenti

Servo mi fe' d'una crudel bellezza.

Sono pur da leggere queste parole della canzone XXIX. tra le morali

scritta ad Jacopo Doria:

Forza d'alta beltà, ch'empie gli amanti

Di caro duol, tiranneggiò mia cetra:

Oggi che imbianco........

........ altrove ergo i pensieri.

E tuttavia nel CHIABRERA l'amore vestiva un abito gentile, alla

platonica; e in tutte le sue poesie non è parola che ricordi, non dirò

le sozzure di certi poeti de' tempi a noi vicini, ma nè anco la

licenza dell'Aminta e della Gerusalemme.

L'anno del 1584 rallegrò la solitudine del CHIABRERA con l'arrivo in

Savona della famosa Isabella Andreini, venutavi colla sua compagnia

comica a farsi udire sulle scene. Il poeta onorò con parecchie

composizioni il valore dell'attrice, ed essa, che non era donna

volgare, rispose con rime pregevolissime che abbiamo alle stampe. Ma

v'ebbero sdegni e combattimenti tra' gentiluomini di Savona. Stavano

per una parte Ottaviano e Luigi Multedo; per l'altra Benedetto Corsi,

Giulio e Cesare Pavesi, Ambrogio Salinero e il nostro Poeta; che

brevemente, al solito, così accenna quella tenzone: «in patria

incontrò, senza sua colpa, brighe, e rimase leggermente ferito su la

mano: fece sue vendette, e molti mesi ebbe a stare in bando: quietassi

poi ogni nimistà, ed egli si godette lungo riposo.» Si compose la

discordia con un atto di pace rogato in Mulazzano addì 16 aprile 1585,

ed accettato in Savona dai Multedo il dì 24: il che ne fa conoscere

che la fazione del CHIABRERA ebbe a ricoverarsi negli antichi dominj

della R. Casa di Savoja.

Tornato alla quiete della patria, cominciò col fratello Massimo a

pensare alla propagazione della stirpe; e non avendo quegli voluto

sottomettersi al legame del matrimonio, fu deliberato che GABRIELLO

s'eleggesse una sposa. Qui porrò un fatto che parrà novella, e non

è; vo' dire che il Poeta si teneva per affatturato da qualche

maliarda o stregone, cosicchè stimavasi non atto al debito

coniugale; e ne scrisse lunga e mesta lettera a Bernardo Castello

pittore, suo grande amico, scongiurandolo a veder pure di trovare in

Genova cerretano o donnicciuola, che valesse a rompere la malìa.

Qual fosse la risposta del Castello, nol sappiamo. Nè di cotal

immaginazione del Poeta è da far commedia; chè fin nel secolo XVIII.

molti libri si scrissero da gravi uomini, e non idioti, a mostrare

la potenza e le arti meravigliose delle streghe[2]. Finalmente

piacque al CHIABRERA d'unirsi con una giovinetta d'anni 16, nominata

Lelia, figliuola di Giulio Pavese gentiluomo di Savona, e della

signora Marzia di Niccolò Spinola patrizio genovese. Ed ottenuta la

dispensa dall'impedimento di consanguinità, si celebrò il matrimonio

nella chiesa de' PP. Cappuccini fuor di Savona il dì 29 luglio del

1602. GABRIELLO non n'ebbe. prole, ma gliene vennero disturbi ed

impicci nojosi. Perciocchè Lelia, essendo mancato di vita

Giangiacomo Pavese fratello di lei, lasciando pupillo un figlio di

nome Giulio, ne assunse col marito la tutela: di qui molestie di

conti; pensieri d'educazione; possesso di eredità e nella Liguria, e

per procuratore in Napoli, dove i Pavesi possedevano beni assai; di

qui tutte quelle altre noje che sono compagne degli affari

economici. Ma Lelia, veggendosi senza prole, aveva posto in Giulio

un affetto sviscerato; e se GABRIELLO non era sollecito a tutto, che

potesse giovare al nipote, gridava ch'egli era un assassinare il

pupillo. Questa tutela tornò poscia in danno de' Chiabrera;

stantechè avendo GABRIELLO donato ogni suo avere alla moglie, Giulio

venne ad unire in se l'eredità de' Chiabrera e de' Pavesi. Abbiamo

una lettera del Poeta, scritta nel 1634, ringraziando il Cavaliere

Cassiano dal Pozzo «per le cortesie compartite a Giulio Pavese mio

nipote.»

Il piacere delle nozze fu turbato per una sentenza de' tribunali di

Roma, che GABRIELLO accenna oscuramente; e che noi possiamo con

maggior chiarezza descrivere. Il Poeta aveva un fratello naturale di

nome Augusto, che stavasi in Roma, e maneggiava la dote di Lelia, con

procura in forma legale: ora costui per avere scritto delle

pasquinate, o come allora dicevano, de' _pasquini_, fu

condannato, non sappiamo a qual pena, e i beni dati al fisco;

compresavi la dote di Lelia. Per che GABRIELLO corse a Roma, e con

mostrare le sue ragioni, e col favore del Cardinale Cinzio

Aldobrandini, protettore de' letterati, ricoverò con fatiche e spese

la dote della moglie. Augusto aveva potuto scampare la tempesta

fuggendo nell'Abruzzo; e di colà scrisse a GABRIELLO nel 1607

chiedendo danari; ed è questa l'unica notizia che ho trovato di

costui; e poco monta il saperne più oltre; ch'egli non recò a' suoi

utilità nè decoro.

Dopo lo sconcio qui rammentato non ebbevi fatto alcuno nella vita del

CHIABRERA, come uomo privato, che meriti d'avere speciale ricordo:

visse in patria con riposo, sano in modo che non mai stette in letto,

salvo due volte per due febbri terzanelle, nè ciascuna di loro passò

sette parosismi. In questo egli fu assai avventuroso: ma non già

nell'avere (sono parole di lui), perchè nato ricco, anzi che no,

disperdendosi la roba per molte disavventure, egli visse, non già

bisognoso, ma nè tampoco abbondantissimo. Certo è che s'egli non fu

ricco signore, ebbe quanto s'addice a vivere onorevolmente da

gentiluomo di provincia. In città s'era comperata, metà dai Ferrero, e

metà dai Carretto, una casa (1603-1605), ornata di marmi; ed è quella

che si vede nel vicolo di S. Andrea, ed ha sopra la porta in un

cartello di marmo queste parole d'Orazio: _nichil est ab omni parte

beatum_; forse per accennare all'umile contrada in cui era

fabbricata. Di un suo giardino parla più volte nelle lettere a

Bernardo Castello. E rifabbricandosi nel 1616 la piccola chiesa di

S. Lucia, e rimanendovi un poco di scoglio scoperto, il CHIABRERA,

ottenutolo, lo ricinse di muraglie, e fecevi un piccolo giardino, e

una loggetta, nella quale fra il giorno si riduceva a far versi, e a

cianciare con cittadini ed uomini di villa, che di colà per loro

faccende passano continuo; godendovi pure l'aspetto di Genova, che vi

si mostra manifestissimo. E perciocchè era vicina alla chiesa di

S. Lucia, martire siracusana, della quale si professava devotissimo

per la debolezza della sua vista, cosicchè non poteva scrivere al

lume, chiamavala _piccola Siracusa_; come puossi vedere nella

data di molte lettere al Giustiniani. Negli ultimi anni (1632)

edificò una casa di campagna in Legine, dove possedeva una vigna assai

vasta; e nella iscrizione, che tuttora vi si legge sulla porta,

dichiara averla fabbricata _musarum opibus_; cioè con denari

ritratti dalle sue poesie[3]. Perciocchè il CHIABRERA che aveva

cominciato a poetare per ozio, e poscia per onore, volle alfine che i

suoi versi gli fruttassero meglio che sterili applausi; non che

domandasse contanti; ma piacevagli per un sonetto, o un altro

componimento, vedersi ricambiato con qualche gentilezza; e tale che

all'uopo egli potesse permutarla in moneta; come più volte scriveva al

pittore Castello. E fu talora, che volendo intraprendere un viaggio, e

stando male a quattrini, nè volendo far debiti in Savona, per certa

alterezza, volgevasi in Genova alle persone da lui celebrate: siccome

al P. Abate D. Angelo Grillo, patrizio Gianvincenzo Imperiale; e

quando i creditori ridomandavano la somma cortesemente prestata, il

Poeta che non sempre aveva alla mano la moneta, forte si doleva, e

ricordava l'amicizia, e i versi scritti in encomio del creditore. Ma

l'Imperiale, uomo vano anzichè gentile, non volle appagarsi di lodi; e

convenne al CHIABRERA pagarlo con una tavola del Tiziano. Il pittore

Bernardo Castello, che non dipingeva senz'averne l'indirizzo

dall'amico Poeta per la composizione, o storia, doveva sempre

ricambiarne i consigli con qualche disegno di pittore insigne, o con

un suo lavoro suggerito dal CHIABRERA. Le quali cose si volevano

accennare, acciocchè si conosca che GABRIELLO aveva di che vivere in

aurea mediocrità; e infatti, senza le pensioni che gli pagavano il

Granduca di Toscana e il Duca di Mantova, egli stava nel catasto delle

taglie per dieci mila scudi; somma rilevante a quel tempo in un

gentiluomo privato; e veggiamo che la moglie teneva almeno due

servigiali; e non mancava un servitore al marito.

Ma di un sommo poeta non si deggiono così ricercare le notizie della

vita domestica, come quelle degli studj e degli onori per essi

ottenuti. GABRIELLO CHIABRERA, uscito dagli anni della prima

gioventù, e dalle istituzioni puerili, cominciò a praticare in Roma

con Paolo Manuzio amico di Massimo suo fratello, e ascoltavalo

ragionare: poi recandosi alla Sapienza, udiva leggere Marcantonio

Mureto, ed ebbe con lui familiarità: avvenne poi che Sperone Speroni

fece stanza in Roma, e con lui domesticamente trattò molti anni; e da

questi uomini chiarissimi raccoglieva ammaestramenti. Que' sommi

latinisti, Manuzio e Mureto, gli fecero nascere desiderio di poetare

nell'antica lingua de' Romani; ma non istette molto ad avvedersi che i

primi seggi erano già tenuti da uomini famosi; e si volse alla lingua

italiana; confortatovi eziandio (come si vuol credere) da Sperone

Speroni. Diedesi dunque a studiare ne' primi fondatori dell'idioma

toscano, e specialmente in Dante, nel Petrarca, e nel Boccaccio: tra'

meno antichi pregiò sopra tutti l'Ariosto. Con presidj sì fatti, e

coll'aggirarsi per la Toscana, venne a tanto di perfezione che sì

nella poesia, come nella prosa, egli è scrittore pieno di urbanità, di

grazia non affettata, e così puro che l'Antologia di Firenze, disse

del suo scrivere quelle parole dell'Alighieri:

«........ ma Fiorentino

Mi sembri veramente quand'io t'odo.»

Allo studio della italiana congiunse quello della lingua greca; e

tanto s'invaghì della perfezione de' greci poeti, che volendo lodare

alcuna cosa, come perfetta, era solito dire: _è poesia greca._ Omero

metteva innanzi a tutti; ed essendovi già fino da que' tempi alcuni

detrattori dell'altissimo poeta, egli affermava odorare di sciocchezza

chi non intendeva le bellezze omeriche. Di Pindaro prendeva singolar

maraviglia. Quanto fosse studioso di Anacreonte, chiaramente appare

dall'averlo imitato felicemente. In Virgilio lodava il verseggiare

nobilissimo e il parlar figurato. A Dante dava gran vanto per la

forza del rappresentare e particoleggiar le cose, le quali egli

scrisse; ed a Lodovico Ariosto similmente; cui era solito dare il

titolo di _grande_. Leggeva molto Orazio, e sovente ne cita i detti,

o li trasporta in italiano con felicità incomparabile: mi serva il

riportare questo verso,

Il taciuto valor quasi è viltade,

bellissima versione di quella sentenza che tormentò sempre i

traduttori del Venosino: _paulum distat inertiae celata virtus_. In

Orazio commendava la lingua colta, l'eccellenza degli aggiunti, il non

avere nulla di soverchio, e l'adornarsi di sentenze morali. E siccome

il nostro CHIABRERA avea pur dato opera agli studj sacri, compiacevasi

molto del profeta Isaja, ch'è pure sommo poeta; e negli ultimi anni

aveva in costume di portarlo seco insieme con Dante.

Con tanti presidj ed ammaestramenti, e dotato d'ingegno grande, e

bramoso di gloria, non poteva il CHIABRERA non levarsi sopra la

schiera de' poeti, e giungere a tale di altezza, che altri non avesse

speranza di aggiungerlo. Tentò quasi tutti i generi di poesia, e i più

felicemente.

Francesco Maria Zanotti, che soli quattro lirici sommi voleva

riconoscere in Italia, tra questi collocò il CHIABRERA. Scipione

Maffei riconosce due scuole poetiche in Italia, quella del Petrarca e

l'altra del CHIABRERA. Antonmaria Salvini affermava niuno meglio del

nostro poeta aver inteso il carattere sublime di Pindaro e il vezzoso

d'Anacreonte. Ma parecchie difficoltà fecero contrasto alla gloria

del CHIABRERA; cosicchè il Muratori con ogni ragione lagnavasi che non

fosse conosciuto quanto e' meritava. E in primo luogo, lui vivente, si

contaminava la letteratura colle gonfiezze e i bisticci del secento; e

perciò coloro che avrebbero dovuto imitarlo, ivano perduti nella pazza

scuola de' concetti e delle stravaganze: conobbelo il CHIABRERA negli

ultimi anni; e ne diede cenno nelle sue lettere al Giustiniani. I

pochi, che bene vedevano la sciocchezza dell'Achillini e de' suoi

imitatori, non volendo in tutto allontanarsi dall'uso corrotto,

eleggevano una via di mezzo, attenendosi al Testi, al Filicaja e al

Guidi; nobili poeti; ma pur di troppo lontani della semplicità degli

antichi esemplari. Aggiungasi la corruzione de' costumi, entrata

coll'ozio e l'ignoranza in Italia; onde avvenne che nel secolo XVII

non più si parlava nè d'Omero, e Virgilio, nè di Dante e di Francesco

Petrarca, ma dell'Adone, del Pastor Fido, e di altri libri maestri o

provocatori di lussuria. Finalmente, come notò il M. Maffei

«quest'autore ricerca studio fondato e fermo, perchè non poco

difficile è da principio discernere la sua bellezza;» e pochissimi

sono coloro che vogliano durare la fatica di uno studio poetico

fondato e fermo. Ma negli ultimi tempi si è cominciato a conoscere

alquanto meglio il valore del Savonese; e il Monti nella _Proposta_, e

il Cesari nelle _Bellezze di Dante_ il commendarono con parole sì

fatte, che più non potevasi.

Nelle Satire, o Sermoni, è il CHIABRERA così eccellente, che può dirsi

il secondo, dando il primo luogo ad Orazio, com'è convenevole. Di che

veggasi il bellissimo articolo che ne scrisse Clementino Vannetti

nelle _Osservazioni_ sopra di Orazio[4]. Nella satira più audace ed

irosa, si provò d'imitare Archiloco, ma non satisfece a se stesso:

come dichiara nella vita sua propria; benchè il Guasco, pubblicando

l'Amedeida minore, promettesse di volerne dare con altri componimenti,

_le canzoni archiloche_, ossia le satire alla maniera di quel Greco.

Negli epitaffj, chi ama la schiettezza congiunta all'urbanità, non può

non dar lode segnalata al CHIABRERA. Poche sono l'egloghe che ne

abbiamo; e degne ch'altri non l'abbia a vile. Ne' ditirambi piacque al

critico Fioretti ed al Soave; e che piacesse molto al Redi, si può

argomentare dall'avere saputo quest'illustre Toscano giovarsi del

CHIABRERA pel suo _Bacco in Toscana_.

La gloria d'essere riguardato come il Pindaro e l'Anacreonte e

l'Orazio d'Italia, non ritenne il CHIABRERA dal tentare la poesia

drammatica. Non trovo ch'egli mai si volgesse a scrivere commedie;

giudicando forse che poco o nulla si potesse aggiungere a quelle de'

Toscani, che veramente sarebbero perfettissime, se non fossero

sfacciate. Nelle tragedie, altri amava meglio trarne gli argomenti

dalle favole antiche, altri da quelle de' romanzi: il CHIABRERA imitò

i primi nella _Ippodamia_, della quale sono lodati i cori; s'accostò

a' secondi nell'_Angelica in Ebuda_; e direi ben anco nell'_Erminia_,

se io ne avessi trovato notizia sicura.

Un'altra maniera di poesia drammatica è la favola pastorale; che

Torquato Tasso avea levato a tal di perfezione da consigliare i poeti

a non volere farsi emulatori dell'Aminta. Io non dirò che il CHIABRERA

possa starsi appetto del Tasso; ma dico d'essere pienamente convinto,

aver egli il primo seggio, dopo Torquato, tra gli scrittori di favole

pastorali; e forse a farlo men chiaro, concorrono due pregj, che agli

occhi de' volgari sono difetti; la semplicità dello stile, puro sempre

e grazioso, e la modestia del costume; perciocchè, a parlare

ingenuamente, v'ha non pochi, e talora in vista gravi ed assennati, i

quali danno lodi egregie a certe composizioni, che forse farebbero

segno a critiche amare, se in quelle non trovassero di che pascere le

passioni segrete; e così veggiamo essere avvenuto del _Pastor Fido_;

ch'è una filza ingegnosa di madrigali e concettini lascivi.

Nella drammatica _spettacolosa_, ossia nell'ordinare scene con pompa e

varietà di macchine meravigliose, ed a' personaggi che in esse

deggiono comparire acconciare brevi parole in verso, fu il CHIABRERA

celebratissimo; e i Medici per ciò il chiamavano a Firenze, e i

Gonzaga a Mantova; e per questi suoi ingegnosi ritrovamenti ebbe

pensioni da que' Principi, non per la sua eccellenza nella poesia; chè

sempre, tra le nazioni molli ed oziose, il piacere de' sensi venne

anteposto alla illustrazione della mente.

È un altro campo, già tenuto da campioni impareggiabili, e che non

pertanto invita gli uomini d'alto ingegno ad entrarvi per vaghezza di

gloria; vo' dire l'epica poesia. Il CHIABRERA in poemetti di poche

centinaja di versi sciolti, mostrò la grandezza del suo ingegno; sia

per l'evidenza delle descrizioni, la forza e la rapidità delle azioni,

sia per l'eleganza dello stile; e per quella maestria nel numero del

verso, che niuno, dopo di lui, seppe mai pareggiare. Ed eccellente fu

non meno ne' sacri argomenti che ne' profani. Provossi eziandio in

poemetti di pochi canti; trattando il soggetto, con legger mutamento,

e in rima e in versi dalla rima disciolti; come fece nel _Batista_ e

nella _Giuditta_, o solamente in isciolti, quale il _Foresto_. Ancora,

d'un episodio trasse un poema; per esempio, _il Ruggiero_ di dieci

canti, ricavato da un'azione dell'Orlando Furioso. Tentò ancora la

vera epopea, scrivendo l'_Italia liberata dai Goti_, la _Firenze_, e

l'_Amedeida_. Tutti e tre hanno pregi grandissimi; e nell'_Italia_

specialmente il nostro Poeta versò il tesoro dell'urbanità ed eleganza

toscana ch'egli possedeva maravigliosamente; ma niuno de' tre è

argomento _popolare_; condizione principalissima negli epici poemi,

benchè i Retori l'abbiano dimenticata ne' loro precetti. La _Firenze_,

è minore e maggiore; quest'ultima ha dieci canti in ottava rima.

L'AMEDEIDE fu dall'Autore pubblicata in canti 23 e ridotta in 10, e in

questa minor forma, lui morto, data alle stampe.

Nè il CHIABRERA fu solamente poeta sommo: vuolsi pur lodarlo altamente

come prosatore. Il suo parlare è propriamente fiorentino purissimo; ma

senza riboboli nè smancerie da pedanti: parvi d'udire una gentil donna

fiorentina che non abbia letto libri tradotti malamente dal francese,

nè conversato con uomini che s'estimano letterati solo che possano

contaminare con modi stranieri il bellissimo idioma dell'Arno. Non ha

periodi lunghi soverchiamente nè trasposizioni affettate; e dice le

cose grandi con parole gravi e semplici; le umili con graziose. Nelle

lettere famigliari è schietto, festivo, felicissimo; e va innanzi a

tutti gli altri nostri, specialmente in quelle 150 a Pier Giuseppe

Giustiniani, trovate in Genova, ed impresse in Bologna per gentil

pensiero del P. Porrata, nobile genovese, della C. di Gesù. Nella

ristampa fattane in Genova per mio suggerimento, ma condotta contro a'

miei consigli, per mano altrui, si legge un certo numero di lettere

inedite, che io ottenni gentilmente da chi avevale trascritte

dall'archivio di Savona; ma in esse, come distese in istile curiale,

non apparisce il valore del CHIABRERA. Lodevoli molto sono quelle

altre, forse un 250, che usciranno colla mia assistenza dai torchj del

signor Ponthenier. Bellissimi poi sono i dialoghi sull'arte poetica, e

quello che contiene la sposizione di un sonetto del Petrarca: in essi

non è la grandezza platonica; sì una nobile semplicità, che vestendo

leggiadramente una dottrina non volgare, diletta e rapisce.

Nell'orazione per un nuovo Doge di casa Spinola e negli elogj de'

letterati coetanei, il CHIABRERA è minore di se. Degno di lui è

l'elogio di Alessandro Farnese, che con altre egregie prose, ricavate

per mia cura da' testi a penna, fece stampare il signor Vincenzo

Canepa nell'anno 1823 in-12. I discorsi all'Accademia degli

_Addormentati_ di Genova possono dirsi mediocri.

Parmi di avere accennato tutte le composizioni di GABRIELLO CHIABRERA

così in prosa come in verso; benchè ve n'abbian molte inedite; per

figura, le lettere al pittore Luciano Borzone, e le poesie varie che

Benedetto Guasco prometteva di voler mandare alla luce pubblica; ma

furon parole.

Ora è da far motto degli amici, che n'ebbe molti, e segnalati. Già si

è detto di P. Manuzio, del Mureto, di Sperone Speroni, del P. Grillo,

e di Gianvincenzo Imperiale. Aggiungeremo Fulvio Testi, Agostino

Mascardi, Virginio Cesarmi, Giacomo Filippo Durazzo, e Monsignor

Ciampoli, il P. Rho Gesuita di Lombardia, il P. Antinori, il

Cav. Luca Assarino, Mariano Valguarnera, siciliano, il Cicognini, il

Balducci, Ansaldo Cebà, Giangiacomo Cavalli, poeta sommo nel dialetto

di Genova, il pittore Cristofano Allori, Lorenzo Fabbri, lucchese, che

stavasi in Genova, i due fratelli Ambrogio e Giulio Salinero, Pier

Girolamo Gentile e il P. Alberti, Somasco, tutti e quattro

savonesi. In Firenze ebbe amici ed ospiti i signori Corsi marchesi di

Cajazzo; in Genova, Gianfrancesco Brignole Sale marchese di Groppoli,

e Pier Giuseppe Giustiniani: quest'ultimo signore, degno veramente

dell'illustre sua stirpe, ebbe col CHIABRERA un'amistà familiare, che

durò fino alla morte del poeta: l'albergava in sua casa; e tutti gli

anni il voleva a Fassolo; dove gli aveva fatto apprestare una stanza

rivolta a mezzodì, e sopra la porta fatto incidere il distico

seguente:

Intus agit Gabriel: sacram ne rumpe quietem:

Si strepis, ah! periit nil minus Iliade.

Gli onori che il Pindaro Savonese ottenne da' Sovrani d'Italia furon

grandissimi; ed egli stesso gli ha minutamente descritti nella sua

vita, che, tranne cotal vanità, è un modello non che d'eleganza, di

modestia eziandio. Noi dunque nulla ne diremo; accennando solamente

che per l'anno santo del 1625 Papa Urbano VIII, gli scrisse un breve,

come si praticava co' principi, invitandolo a Roma: il Poeta andò, e

fu ricevuto da quel dotto Pontefice con dimostrazioni singolari di

stima e di affetto. E fu questo, parmi, l'ultimo viaggio del

CHIABRERA; il quale sempre s'era dilettato di viaggiare; ed aveva

visitato tutte le corti e le città principali d'Italia; ma soggiorno

non fece che in due, in Firenze ed in Genova; giacchè a Roma, dopo il

bando avutone alcun tempo per la rissa dianzi accennata, ebbe sempre

l'animo avverso. In patria fu similmente onorato e prezzato; benchè io

non trovi ch'egli fosse mai _Priore degli Anziani_, ch'era la maggior

dignità che potessero dare i Savonesi a' loro patrizj. Bensì sappiamo

che fu più volte Oratore a Genova pe' suoi cittadini; cosa che

piacevagli sommamente, perchè gli dava opportunità di godersi Genova a

spese di Savona.

Così visse GABRIELLO CHIABRERA fino all'anno 87 della sua vita: mancò

poco a poco, per vecchiezza anzichè per forza di morbo. Ed essendo

vivuto mai sempre, come a vero cattolico s'addice, sentendo

appressarsi il fine del suo vivere, si confessò d'ogni sua colpa al

P. Garassino, Servita, e ricevette il Viatico e l'Olio Santo dalle

mani di Benedetto Malfante suo parroco. Confortato in tal guisa dalla

Religione, si morì il 14 ottobre 1638; e il dì appresso, fu il suo

cadavere onorevolmente accompagnato alla chiesa di S. Jacopo de'

Minori Riformati, e nell'arca della sua famiglia deposto; ma nè la

moglie, benchè agiata ed erede del marito, nè gli amici, nè il Comune

pensarono mai a onorarne la tomba. Lelia sopravvisse fino al 1647. Il

testamento del Poeta ha la data del 3 febbrajo 1634; quello della sua

vedova, del 5 maggio 1640: ambedue ricevuti in Savona dal notajo

Marcantonio Castellini. Qui porrò fine alle notizie di GABRIELLO

CHIABRERA, principal vanto di Savona, gloria della Liguria ed

ornamento d'Italia.

ANNOTAZIONI ALLA VITA.

[1] Benchè il Chiabrera non dica per qual motivo Giovanni suo zio

abitasse in Roma, io credo poter affermare che ciò fosse per ragione

di commercio. Certo è che Augusto fratel naturale del Poeta

_maneggiava_ in Roma _la dote_ di Lelia; e maneggiare qui significa

_mercanteggiare_. Lelia era di casa Pavese; e che i Pavesi eziandio

tenessero negozio in Roma, è cosa notissima. Sappiamo similmente che

al commercio applicavano nella capitale del mondo cattolico i Siri,

ragguardevole famiglia di Albisola. Erano speculazioni commerciali

di banco, che non offuscano la nobiltà, secondo che dimostra il

Conte Napione nella sua dissert. sulla patria di C. Colombo. Ma il

Chiabrera che voleva comparire nelle Corti, non ha parola, da cui si

ritragga il negoziare de' suoi, i quali sopperivano coll'industria

alla strettezza del nostro territorio. E a dirla schietta, io penso

che pure a motivo di negozj fosse in Roma all'età del Chiabrera un

ramo degli Spotorno; e l'argomento dal vedere che la casa avevano a

Ripa grande, e la sepoltura in S. Francesco a Ripa, come insegnano

le iscrizioni che vi si leggono tuttavia.

[2] Il marchese Maffei nell'_Arte magica dileguata_ riferisce che il

dotto P. Lebrun nell'opera _des pratiques superstitieuses_ ebbe

fede a colui che gli riferì «come suo padre e sua madre per sette

anni erano stati inabili, e che una vecchia ruppe il maleficio e li

lasciò liberi.» E qualche chiesa particolare di Francia, non mai la

Romana, lasciò trascorrere ne' Rituali diocesani alcun cenno di tali

malie per inabilitare gli sposi.

[3] Molte di queste notizie si trovano nel _Viaggio per la Liguria_

del sig. Bertolottì; ma e' le trascrisse assai fedelmente dal tomo

IV. della _Storia Letteraria Lig_.

[4] Abbiamo i _Sermoni_ del Chiabrera corretti sovra d'un testo a

penna ed illustrati, Genova, 1833 in-12.º e in-8.º per gentil cura

del chiar. Prof. Ab. Rebuffo che intitolò quest'edizione

all'illustre suo amico Prof. Bertoloni.

AMEDEIDE

POEMA

Con gli Argomenti

DELL'AVVOCATO

GIAMBATISTA BELLORO

SAVONESE

CANTO PRIMO

ARGOMENTO.

_Di Rodi Angel divino alla difesa

AMEDEO chiama, e 'l guida in sul naviglio;

Ma l'empia Aletto allor da tanta impresa

De' suoi temendo l'ultimo periglio,

Alla stretta città novella offesa

Sveglia Ottomano a far, col suo consiglio;

Ed egli di Sultana il cor piagato,

La mostra vuol veder del campo armato._

I

Musa, ch'alme corone al crine adorno

Tessi di stelle, e di bei lampi ardenti,

E dal Cielo, ove fai dolce soggiorno,

D'ammirabile spirto empi le menti,

Di' d'AMEDEO, come da Rodi intorno

Tolse il furor de le nemiche genti,

Quando a' Cristiani altar porgendo aita

Il feroce Ottoman trasse di vita.

II

E Tu, ch'alto adoprando, ampio sentiero

T'appresti, o CARLO, a le magion stellanti,

Mentre pur sali, e nel vïaggio altiero

Belle orme imprimi, odine lieto i canti;

Non perchè 'l corso del real pensiero

Spronar tu deggia del grand'Avo ai vanti;

Non è mestier: così spedito, e franco

Voli a le mete eterne unqua non stanco.

III

Scorgi sol, ch'agli Eroi sacra corona

Dassi in Parnaso; e lo sperar sia certo,

Ch'un dì cetra immortal lungo Elicona

Temprerà Febo al tuo sì nobil merto:

Bene alto in terra d'AMEDEO risuona

Il giusto affanno in guerreggiar sofferto;

Ma più sublimi inverso il ciel tue lodi

Allor n'andranno: or dà l'orecchio a Rodi.

IV

Chi mosse in prima, e per pietà soccorse

Quei tanto afflitti, e guerreggiati regni?

Il gran Batista; Egli ver Dio sen corse

Forte pregando, e mitigò suoi sdegni.

Per le colpe di Rodi in ira sorse,

Ch'avean d'ogni pietà varcati i segni,

E guardava su lei con fronte carca

Di ben giusto furor l'alto Monarca.

V

Già d'acerbi guerrier tutte cosperse

Avea l'aspro Ottoman piaggie, o pendici,

E già sforzando le difese avverse,

De le mura abbattea gli alti edifici.

Ma non Giovanni rimirar sofferse

Senza conforto i popoli infelici,

E sperando impetrarne alcun perdono,

Di Dio sen venne a l'ineffabil Trono.

VI

Ed ivi ardente, come amore invita,

Parlò cosparso di pietà ben vera:

Alto Dio, la cui forza alta infinita

Non mai per ira i peccator dispera,

Che 'n lor miseria i Rodiani aita

Sperin da tua mercè per mia preghiera,

Etti palese; e s'io per lor procuro,

Di non spiacerne a Te son ben sicuro.

VII

Eterno Redentor, tempra i disdegni,

E di tua gran bontà cresci gli esempi;

Non dar popoli tuoi, non dar tuoi regni

A' tuoi nemici abbominati ed empi;

Quante rie ferità, quanti atti indegni

Su gli aitar forniransi, e dentro i Tempi?

Quante vergini piè verransi a meno?

Deh Dio, deh stringi a la giustizia il freno.

VIII

Così pregando inginocchiato avante

Del Signor stava a l'immortal presenza,

E di vera pietà colmo il sembiante

Tenta per ogni via l'alta clemenza.

A quel parlar commosso il gran Tonante,

Rivolse nel pensier nova sentenza,

E si dispose a dispensar pietate;

Poi queste fece udir voci beate:

IX

In lor gran cecità non mai per certo

Fian ciechi i peccator, s'a' lor peccati

Dimanderan perdon col vostro merto,

O nel colmo del Ciel spirti beati;

Ed oggi i Rodïan del mal sofferto

Godranno il fine, e gli avversarj armati

Vedran sul campo traboccar funesti;

Con sì fatta pietà preghi porgesti.

X

Così diceva, ed il pensier, che chiude

Nel petto eterno, a Gabriel fa chiaro;

Scenda di Sciro in su l'arene ignude,

Ove il grande AMEDEO vinto gittaro

Di concitato mar tempeste crude,

Poi ch'i navigli suoi sparsi affondaro;

Indi per l'ampio mar seco sen vada,

E poi di Rodi al fin gli apra la strada.

XI

Dier lode allor nel Re del mondo intenti

I gran stuoli de gli Angioli, e dei Santi;

E gli aurei cerchi de le stelle ardenti,

E i campi eterni risonaro a i canti.

Ma veste infra soavi almi concenti

Fulgidi vanni a fulgido or sembianti

Quel divin nunzio, e ne fornisce il tergo,

Ed esce fuor del sempiterno albergo.

XII

Qual se poi lungo vagheggiar l'aspetto

De l'aureo sol, de le stellanti sfere,

Move aquila superba aspro diletto

A sanguinar l'unghie ritorte, altiere,

Sù, le nubi nel ciel fende col petto,

E 'n un punto quà giù l'aure leggiere,

E quanto è d'aria infra la terra, e 'l polo

Sembra solcar, sembra varcar d'un volo;

XIII

Tal giù si cala, e le volubil piume

Rivolge intento a l'arenosa sponda,

Ove tra salse, e tra cerulee spume

Il procelloso Egeo Sciro circonda;

Omai de l'alba rugiadosa il lume

Indorava del mar l'instabil onda,

Quando l'Angelo giunse a l'antro ombroso,

Ove in terra AMEDEO prendea riposo.

XIV

Egli lo stuol de' suoi, che 'n mare estinto

Scorse affondar ne la tempesta rea,

Pianse dolente, e se medesmo; or vinto

I nobili occhi in sul mattin chiudea;

Quì fronte annosa, e lungo crin ritinto

In molta neve il messaggier prendea,

E di rigidi manti il busto involve;

Lo scote, e sveglia, indi la lingua ei solve:

XV

O d'arme invitto, e più di cor gentile,

Germe immortal degl'immortali Eroi,

Com'è, che d'ozio neghittoso e vile

Non tuo valor, non tua virtù s'annoi?

Tu di vil plebe a seguitar lo stile

Or volgi riposando i pensier tuoi;

Ma qual poscia in Italia, almo paese,

Fia sculto marmo a le tue chiare imprese?

XVI

Allor di doglia al così dir confuso

Tragge dal mesto cor lungo sospiro,

E diceva AMEDEO: del vulgar uso

L'anima serva a le viltà raggiro?

Io vago d'ozio? che risplenda, o chiuso

Stia 'l sole in mar, questa prigion sospiro?

Ah che quì circonscritto odio la vita,

E conto ore e momenti a la partita.

XVII

Sciolsi spirando in cielo aure serene,

Del gran Sïon per adorar le mura;

Ma su per queste inabitate arene

Ruppe nostri sentier cruda ventura;

Sì tra fere, e tra boschi il ciel mi tiene,

Come tu scorgi e 'l lagrimar non cura;

Così l'onor, di che sperava altiero

Mio nome incoronarsi, omai dispero.

XVIII

Ma tu chi sei? che 'n sì crudel martoro

Anima afflitta visitar non sdegni?

Vivi mortale? od immortal fra loro,

C'han pace eterna in su gli eterni regni?

Se m'appari celeste, ecco io t'adoro;

Toglimi, o Santo, a tanti casi indegni;

O perchè mia memoria indi difenda,

Sì rei destin la bella Italia intenda.

XIX

Così pregava alto gemendo; allora

Sparse d'eletti fior nembo giocondo

L'Angelo intorno; e sè di raggi indora,

Mirabil vista! entro fulgor profondo:

Dice, o guerrier, del cui gran pregio ancora

Memoria eterna fia sacrata al mondo,

A più lieti pensier l'alma rivolta,

E me messo di Dio verace ascolta.

XX

Come risorga il sol, (del mar forniti

I rischi or son: non paventar sue frodi)

Pensa al partir; ma ricercar quai liti

Deggia partendo, di mia bocca or odi;

Asia, Orïente, eserciti infiniti,

Arme d'inferno, aspro guerreggian Rodi,

E mille armate navi, orribil guerra,

Tutto chiudono il mar, chiudon la terra.

XXI

Oppressa da furor barbari ed empi

Sente omai da vicin l'ultimo pianto;

Va tu colà; suoi formidabil scempi

Saran del ciel cura pietosa intanto;

Là fa scudo a gli altar, fa scudo ai Tempi,

E di Savoia sempiterna il vanto;

Così diceva; e di pietate accese

L'anima fida a le sacrate imprese.

XXII

S'invola poscia il volator Divino,

Qual sparisce per l'aure aureo baleno.

Tende le palme, e reverente inchino

Traeva gridi il cavalier dal seno:

Qual celeste pietà, qual mio destino

Ti veste l'ali? e giù dal ciel sereno

A questo afflitto dispensar conforto

Te quì possente messaggiero ha scorto?

XXIII

Deh se ne l'alto ciel fatto hai ritorno,

Mio pronto cor, deh tua pietà non cele;

Esponlo, prego, a' piè di Dio; col giorno,

Qual tu m'impon, dispiegherò le vele;

Pronto a morir, con mille rischi intorno

A' cenni suoi combatterò fedele.

Sì da l'antro deserto, ove ei si serra,

Volgesi a Dio con le ginocchia in terra.

XXIV

Nè così tosto a l'immortal sentiero

Mosse la fulgida Alba il piè celeste,

Ch'ei nel fondo del cor sveglia il pensiero,

Come se stesso a la partenza appreste.

Su l'erma piaggia non pervien nocchiero;

Or come troncherà l'aspre foreste?

Onde bipenne avrà? con quali ingegni

A far naviglio tesserà quei legni?

XXV

In tanto affanno ver la terra inchine

Ferma le ciglia; e giù nel sen non posa

Il cor, che vuol, nè può partirsi; alfine

Ne ritrova la via l'alma animosa;

Vassene a l'aspre rupi indi vicine

Là, 've le navi sue l'onda spumosa

Con lungo assalto tempestando aperse,

E sovra i liti le lasciò disperse.

XXVI

Ivi le travi, che fur scherzo a l'ira

De l'Oceàno, col pensier misura

Intentamente; e benchè rotto, ei mira

Che quasi in stato un battelletto dura;

Ponvi la mano, e su l'asciutto il tira;

Poscia fornirlo, e risaldar procura

Con gli arnesi sdrusciti, e con le sarte,

Che de la vinta armata il mare ha sparte.

XXVII

Ed al fin punta in su la ripa il piede,

E 'n varando il naviglio ei su v'ascende;

E poi da terra allontanato il vede,

Picciola vela agli aquilon distende.

Ma su la poppa non veduto siede

L'Angelo seco, ed al governo attende

Con occhio intento, e per la fragil nave

Spira su lucida onda aura soave.

XXVIII

Nè con sembiante neghittoso e lento

I gran soccorsi rimirava Aletto,

Mostro infernal, cui sol pena e tormento

Di Rodi afflitta empiea di gaudio il petto:

Volse il pensier per mille parti intento

A sviarne il campion dal Cielo eletto,

E quando ella il dispera, aspra s'ingegna

Di far Rodi espugnar prima ch'ei vegna.

XXIX

Teme del campo a Rodi avverso, teme

Del Tartareo tiranno aspri destini;

Nè può mirar da le miserie estreme

A sua salute i Rodïan vicini.

Arsa tra queste furie ulula, e freme

Livida i guardi, invenenata i crini;

Nè punto cessa intra furori immensi,

Che su lo strazio de Cristian non pensi.

XXX

Quinci un momento sol non spende in vano;

Ma di Bostange ella vestì sembianza,

E volò trasformata ad Ottomano

Là sotto Rodi in ammirabil stanza:

Ponsi ivi al petto l'una e l'altra mano,

E reverente a la real possanza

La fronte inchina, e le ginocchia piega,

E con tal voce i suoi pensier dispiega:

XXXI

Perchè dal ferro, e dal travaglio oppressi

Alcuna requie i tuoi guerrier ristori,

Già molti dì dal guerreggiar tu cessi,

E del tuo fiero cor tempri gli ardori;

Rompi i riposi al campo tuo concessi,

E con l'armi risveglia i tuoi furori,

Risvegliali, Ottomano; ecco a gran corso

Sen viene inverso Rodi alto soccorso.

XXXII

A piè de' monti, e fra quelle alpi estreme,

Onde il Francese inver l'Italia scende,

Regna AMEDEO, che di virtù supreme

Quasi un fulgido Sol quivi risplende;

Forte così, ch'ogni nemico il teme,

O se spada impugnando egli contende

Fuor di dorato arcione, o se con asta

Su corridor spumante altrui contrasta.

XXXIII

Deggio forse narrar come possente

Domò l'orgoglio de' vicin nemici,

O ne i regni lontan come non lente

Spiegò l'insegne a sollevar gli amici?

Che più narrar degg'io? l'inclita gente

Sempre in guerra ha vibrato arme felici;

E questi ad emular forte s'accese

Di tanti avi magnanimi l'imprese.

XXXIV

Scoterà forte il tuo sì saldo impero,

Farassi appoggio a queste debil mura:

Sorgi, sorgi, Ottoman; tanto guerriero

Precorri armato, e trïonfar procura.

Sì disse il mostro, e dileguò leggiero,

Come rapido augel per l'aria pura,

E sparsi i nembi, onde egli apparve adorno,

Ivi stridendo se ne va dintorno.

XXXV

Grida Ottomano; e che farà quel forte?

Alzi l'antenne, e quanto può s'affretti;

Vengane omai; dure catene, e morte

Per suo trionfo, il forsennato aspetti.

Rodi sottrar da miserabil sorte?

Ardir cotanto de' Cristian ne' petti?

Perchè non paventar, ch'Europa cada

Sotto il giusto furor di questa spada?

XXXVI

Ma pur da gli atti a reputar costretto

Ch'oltramondano il messaggier si manda,

Benchè rigonfio d'alterezza il petto,

I gran duci del campo a se dimanda.

A pena han de gli araldi inteso il detto,

Che corrono ad udir ciò, ch'ei comanda,

E stan dimessi ad ascoltar sue voci;

Ed ei sì le formava aspre, e feroci:

XXXVII

Rodi soccorso avrà; sì per pietate

Odo, ch'a' Re cristian vien che ne caglia;

Ma pria giungano quì lor navi armate

Certo ella ha da cader per mia battaglia;

Oggi le turbe io vo' veder schierate;

Come risorga il Sol vo' che s'assaglia;

Non sia per gioco mia parola udita;

Chi non avrà valor, non avrà vita.

XXXVIII

Quì fine ei pose a gli orgogliosi accenti;

E quei dimora ivi non fanno alcuna;

Ma ver l'insegne le disperse genti

De' tamburi animosi il suon raguna.

In tanto sul gran pian mille Sergenti

Spiegano tenda di real fortuna,

Di donde rimirar l'alto tiranno

Debba le turbe, che schierate andranno.

XXXIX

Parte di gemme la distinse, parte

D'oro e di seta, inimitabil mano,

Ammirabile sì, ch'ivi con l'arte

Giostrar vedeasi ogni ricchezza in vano;

Di bianche perle intra zaffiri sparto

Ondeggia un tranquillissimo oceàno,

Che i lidi implica; e di tessuto vento

Il fanno tremolar soffi d'argento.

XL

Vedeasi, alto diletto a l'altrui ciglio,

Argo solcarvi; ed il drappello Acheo

Travaglia i remi nel mortal periglio

Per entro i golfi de l'ignoto Egeo:

Canta su cetra, e di virtù consiglio

A ciascun porge incoronato Orfeo;

Quinci liete sen van l'antenne ardite;

Guardale con stupor l'ampia Anfitrite.

XLI

Ver sì gran tenda il gran Signor s'invia;

Seco Sultana a paro, a par movea;

Ed Ebräin mille guerrier per via,

Usata guardia, intorno lor scorgea;

Purpurea vesta ad Ottoman coprìa

Il busto fier, che di piropi ardea;

E cinto su quegli ostri aureo risplende,

Onde al fianco la spada aurea s'appende.

XLII

Di bianchissimi lin turbante altiero,

Carco di gran tesor, fascia i capelli,

E tremano su lui, ricco cimiero,

Gemmate piume di famosi augelli.

Tale in sembianza minaccioso, e fiero

Gli occhi volgea per gioventù più belli,

E spirava nel barbaro ornamento

Per entro ad ogni cor tema e spavento.

XLIII

Ma ne l'anima altrui sol spira amori

Sultana, e foco di letizia pieno;

Sì vincea con la chioma i più fin'ori,

E con la tersa fronte il ciel sereno;

Rubin le labbra, e su la guancia fiori

Avea rosati, e d'alabastro il seno;

Ed in celeste fiamma i guardi accesi

Con dolce asprezza a rimirar cortesi,

XLIV

Cerchio sazio di perle il crin le cinge;

E ricca in pompa di dorati manti

Con la candida mano un scettro stringe,

Che folgora d'elettri, e di diamanti;

Quinci il fiero Ottoman frena, e sospinge

Solo col variar de' bei sembianti,

E sol che vibri de' begli occhi un giro,

Sforza di quel superbo ogni desiro.

XLV

Costei di Regi in glorïosa sorte

Già nei regni di Lidia i lumi aperse,

Ma poscia il Turco in guerreggiar più forte

La grandezza di lor tutta disperse;

Sultana allor se ne correva a morte

Per involarsi a le miserie avverse;

Ma quando ella la destra al ferro porse,

Ottoman giunse, e sul ferir la scorse.

XLVI

A pena scorta, rimirata a pena,

Siccome lampo gli passò nel core,

Ed indi gli trascorse in ogni vena

Fiamma immortal di non provato amore.

Subito il ferro, e la man bella ei frena,

E fervido consola il suo dolore,

E per sua vita ritornar gioiosa

Di se chiamolla imperatrice, e sposa

XLVII

Nè, se l'alba risorge, o 'l carro ardente

Lava ne l'Ocean Febo dorato,

Egli arso, egli anelante unqua consente

Pur da se dilungarsi il viso amato;

Ed oggi a riguardar l'armata gente

In real seggio ei la si vuol da lato,

Perchè del campo ciascun'alma inchina

Volga le ciglia in lei, come in reina.

XLVIII

Musa, che sù nel Ciel sparsa le chiome

Di sempiterni raggi inclita splendi,

E l'opre eccelse, che disperse e dome

Non caschino, dal tempo indi difendi,

Conta le squadre, e de' lor duci il nome,

E di che Regni usciti a narrar prendi;

Che oppressa da l'obblìo spira a fatica

Quì fra' mortali la memoria antica.

XLIX

Le turbe in pria su l'ampio campo andaro,

Che 'n pace avean per la Cilicia albergo,

Il fianco cinte di ritorto acciaro,

E l'arco in pugno, e faretrate il tergo;

Non d'altro il busto, che di seta armaro;

Sprezzano i Turchi luminoso usbergo,

Nè portare elmo in testa han per costume;

Ma tele attorte, e gran cimier di piume.

L

Diciotto insegne tremolando al vento

Lo squadron folto in trapassar discioglie;

A se dintorno cinque volte cento

Ciascuna insegna di pedon raccoglie.

Guidagli Ebreno; ei già canuto il mento

Non sbandisce dal cor fervide voglie;

Ma stima di guerrier vergogna e scorno

L'alma spirar senza dure armi intorno.

LI

Dal genitor sì nobile arte apprese,

Anima inespugnabile, superba,

Ch'oltra sedeci lustri in armi spese

L'etate ad onta de le rughe acerba;

E sì l'asta vibrò, sì l'arco tese,

Che suo nome per l'Asia anco si serba;

Druso appellossi; or di lui fier non manco

Ebreno appar, benchè rugoso, e bianco.

LII

Del vecchio Capitan l'orme seconda

Alfange il bel, che da le belle ciglia

Spande luce sì vaga, e sì gioconda,

Ch'altrui d'amare, e riverir consiglia;

Pel non avea, che su le guancie asconda

La fresca rosa, che fiorìa vermiglia,

E d'or la fronte per lo crin splendea,

Che pura e tersa, e sovra gli altri ergea.

LIII

Pianse la madre il suo partire, e meno,

Quasi a forza di duol, venne sua vita,

Ed inondàr mille donzelle il seno

Piangendo pur quella mortal partita;

Ei fatto sordo, colà sciolse il freno,

Ove tromba di morte a l'armi invita:

Tanto eran giù nel cor sue voglie vaghe

Tutte illustrarsi d'onorate piaghe.

LIV

Venti bandiere ai venti avea suo stuolo,

Che, lui seguendo, di Panfilia uscìa;

E trenta quel, ch'abbandonato il suolo

Fertil di Licia, appresso lor sen gìa;

Erane Arsace il guidator, che solo

A bei raggi del sole un occhio aprìa,

L'altro in battaglia incontrò notte oscura,

Ed ei per gloria i danni suoi non cura.

LV

Fra la barbara turba armi non prese

A seguir d'Ottoman gli aspri furori

Anima di costui via più cortese,

E meno amica d'adunar tesori;

Nè tra 'l periglio de le dure imprese

Porsero preghi con più studio i cori

Per altrui scampo al ciel, nè fer devoti,

Con più frequenza e con più pompa, i voti.

LVI

Ma tutti indarno, e su le piume ai venti

Dissipati per aria al fin sen giro,

Che per man d'AMEDEO tra i primi spenti

Provò l'angoscia del mortal sospiro.

Pianserlo di Chimèra i gioghi ardenti,

E mesti di Limèra, ove l'udirò,

Pianserlo i fonti, e scolorite in viso

Il piansero le ninfe di Telmiso.

LVII

Dietro vien Caria; e rimembrava ancora

Del gran Sepolcro l'immortal fatica,

Onde la polve del consorte onora,

Ben raro esempio, la reina antica;

Turacano era il duce; a lui non fora

Sembiante Orso, o Leon, ch'alpe nutrica,

Tanto è fiero di spirto intra i più fieri;

Ed avea cinque sopra dieci alfieri.

LVIII

Spoglia d'orrido lupo intorno il cinge

Gemmata l'unghie; ed ha faretra altiera

Per mirabili smalti, ove si finge

Tra veneniferi angui aurea Megera;

Nè sola atroce ella minaccia; Sfinge

Spande ivi tosco, e fiamme alta Chimera,

E con lor sembra, che latrar si scerna

Il can custode de la valle inferna.

LIX

Non poca gente indi vestigi imprime,

Che solca i campi della Lidia, e miete;

Di varia pompa ella sen va sublime,

E chiaro il guardo, e le sembianze ha liete;

Non perchè pria, che da l'äeree cime

Suoi corsi in grembo a l'Oceàno acquete,

Sen va Pattòlo intra lucente arena

Torbido d'or con ammirabil vena;

LX

Ma perchè il germe de' suoi regi estinti

Sultana, armata di beltà divina,

I crudi orgogli d'Ottomano ha vinti,

E del suo vincitor vive reina.

Schiera di cigni, che d'albor dipinti

I lunghi colli, in sul Caïstro affina

La voce in sul mattin, sembran costoro;

Sì van cantando la letizia loro.

LXI

Han per iscorta in arme otto stendardi

Col nome di Giassarte a l'aura stesi,

Gagliardo in guerreggiar tra' più gagliardi,

Colmo di spirti in bella gloria accesi.

Non son l'orme di questi a seguir tardi

Gli armati, che di Misia hanno i paesi;

Fur cinque mila; e li conduce Alete,

Mal sempre acceso d'amorosa sete.

LXII

Popol seguìa, ch'abbandonò le rive

Di Xanto, e d'Ida la selvosa altezza,

Ove nude mostrar l'antiche dive

Al mortal guardo l'immortal bellezza;

È duce Alcasto; di costui non vive

Braccio, ch'avventi stral con più certezza;

Quì seco d'armi nove insegne ei mena,

Nè del Xanto rivide unqua l'arena.

LXIII

Ultimi di ciascun mossero il piede

Numerosi di Ponto abitatori.

Questi in cura a Bostange Ottoman diede;

Seco ha cinquanta Capitan minori;

Bostange per età, per lunga fede

Godeva in guerra i più sublimi onori,

Chè là, dove Ottomano oste conduce,

Sempre in vece di lui nel campo è duce.

LXIV

Scita di sangue; per virtù d'ingegno,

Per lingua scaltra, per gentil sembianti,

E per opra di man cotanto è degno,

Ch'a tutti altri guerrier trapassa avanti.

Tanti, e sì fatti fur di ciascun regno

I duci sommi, e fur cotanti i fanti;

Poscia nube di polve al ciel solleva

Squadra, che freno a' corridor stringeva.

LXV

Gli scorge Araspe; ei lungo il mar vermiglio

Ebbe culla in Arabia, almo paese,

E bel fu sì, che con l'ardor del ciglio

In alta fiamma la Reina accese;

Quinci posto di morte in gran periglio,

Lunge dal Re geloso a fuggir prese;

E poscia appo Ottoman cotanto sorse

Che duce in guerra i cavalieri ei scorse.

LXVI

Nè mai per selva trapassar sì fiero

Centauro in caccia rimirò Tessaglia,

Come ei su rapidissimo destriero

Nel polveroso pian move in battaglia;

Cinto di ricca spada, in atto altiero,

Fea per l'aria tremar lunga zagaglia,

Coperto il busto di fregiati argenti;

E gli altri in campo lo seguian non lenti.

LXVII

Son mille, e tutti scelti; arcione, morso,

Scudo, asta, brando di tesor cosparsi;

I bei destrier, che li reggean sul dorso,

Quasi nutriti d'aura, odian fermarsi;

De' ferri al suon, di sì gran gente al corso,

L'onda intorno del mar sembrò turbarsi,

E mugghiò il grembo de le valli erbose,

E le fronti de' monti alte e selvose.

LXVIII

Qual s'avvien, che Vulcan selva divori,

Quando fra l'arse piante Austro discende;

Mirasi il ciel sotto i dispersi ardori,

Ch'orribile a veder, lunge risplende;

Tal da l'armi dorate aurei splendori

Il sol quì tragge, e così l'aria accende,

Che fiammeggiavan di volanti lampi

Le rive, i colli, le foreste e i campi.

LXIX

Sì l'oste in trapassar non men guerriera,

Ch'altieramente dimostrossi adorna;

E quando da mostrarsi altri non era,

Verso i tetti reali il Re sen torna.

Ma fin, che Febo il carro inchini a sera,

La plebe i ferri ad apprestar soggiorna

Dentro le tende, ed hanno i cor conversi

A via più farli impiagatori, e tersi.

FINE DEL PRIMO CANTO.

ANNOTAZIONI

AL CANTO I.

L'anno 1654, per le stampe di Benedetto Guasco si pubblicò in Genova

in forma di 12 la--Amedeida poema eroico di Gabriello Chiabrera con

gli argomenti in ottava rima del Forestiero Idrontino e con la vita

dell'Auttore (_sic_) da lui stesso descritta--Dopo la dedicatoria del

Guasco a Gio. Francesco Tasso, e dopo l'avviso dello _Stampatore_, si

leggono le parole seguenti:

«Questo poema esce in luce nella forma, che l'Autore lo compose da

prima, e vivendo volse, che così appunto si stampasse.»

Come avvenisse che un poema composto dapprima di soli canti dieci,

qual si legge nell'edizione del Guasco, crescesse fino a canti 23,

quanti se ne contano in quella del Pavoni, può vedersi nelle lettere

del Chiabrera a Bernardo Castello, che si stampano dal signor

Ponthenier.

Avendo promesso di dare in questa nostra edizione l'una e l'altra

_Amedeide_, e non volendo ingrossare il volume, si è pensato di

collocare appiè di ogni canto della _maggiore_ tutte le varietà che

s'incontrano nella minore; notando accuratamente tutto ciò che non è

in questa e si trova in quella, e riscontrando minutamente l'uno e

l'altro esemplare per cavarne le varianti.

Nell'Amedeide minore, innanzi al canto primo

si legge così:

SOGGETTO DEL POEMA.

«Che uno Amedeo di Savoja già difendesse Rodi, è fama universale:

alcune istorie dicono ch'egli la difendesse da Ottomano Signore de'

Turchi; ma qual modo fosse tenuto in difenderla, non si racconta

distintamente: come potesse avvenire narrasi in questo poema, per

dare diletto a' Lettori.»

Il _Forestiero Idrontino_ che fece gli argomenti all'Amedeida minore,

è _Andrea Peschiulli_, natìo di Corgliano in terra d'Otranto, e perciò

detto latinamente _Idrontino_; e stampandosi quegli argomenti in

Genova, tanto lontana dalla sua patria, con ragione poteva darglisi il

titolo di _Forestiero_. Fu amico di alcuni Genovesi, e specialmente

del famoso Padre Angelico Aprosio, che ne fa onorevol memoria nella

_Biblioteca Aprosiana_ pag. 336 e segg.

_Argomento del Peschiulli al canto I.

dell'Amedeida minore._

Prega per Rodi il gran Battista, e scende

Angelo in Sciro, onde Amedeo ritrove;

E 'l famoso Guerrier, poichè l'intende.

Inver l'isola oppressa indi si move.

Scorgelo Aletto, ed Ottomano accende.

Perchè gli assalti alla città rinnove;

Ma il fiero Trace a la Sultana a lato

Vede prima in gran campo il Campo armato.

Nell'edizione dell'Amedeide maggiore, Genova, Pavoni, 1620, in 4.º

dopo il frontespizio si legge _il Contenuto del poema_, che

giudichiamo lavoro del Chiabrera. In esso con poche parole si dà il

sommario d'ogni canto. Quello del primo dice così:

«Nel primo canto l'Angelo invita Amedeo a Rodi; il Diavolo ne dà

notizia ad Ottomano: egli fa rassegnare; e si parla di Sultana sua

Dama.»

_NB._ Ambedue l'edizioni di questo poema leggono Amedeida, non

_Amedeide_. Non vi hanno varie lezioni nel canto 1.º.

_Giudizio dell'Amedeide presentato con data del dì 14 dicembre 1618 al

Duca Carlo Emanuele I. da Onorato d'Urfé, Gentiluomo francese a'

servigj della R. Casa di Savoja, Marchese di Valromey, e Cavaliere

dell'Ordine supremo della SS. Nunziata._

Nel Canto 1º.

1. Non piace al Critico che il Poeta abbia detto, come Dio

Per le colpe di Rodi in ira sorse,

C'avean d'ogni pietà varcato i segni.

«Je voudrois plus tost dire, que les Esprits infernaux....

susciterent cet Ottoman pour ruiner les habitans et deffaire du tout

celle sainte Relligion (_des Chev. de S.t Jean_).» Ma il Poeta partì

da un principio già proclamato dall'Ariosto, per non citar quì Teologi

ed Ascetici, che cioè le guerre barbare o ingiuste, sono da Dio

permesse a punire i peccati de' monarchi e de' popoli.

2. Giudica _un peu froide_ la preghiera del Batista, e vorrebbe che

S. Giovanni avesse numerate ad una ad una le belle imprese fatte da'

Cavalieri e da farsi.--Forse è vero che la preghiera è un po' fredda;

ma doveva egli il Batista ricordare a Dio i meriti della milizia di

Rodi? Forse che Dio ha bisogno di sapere le cose per le parole de'

Santi?

3. Alla preghiera del Precursore Dio si mosse a pietà. Quì nota il

Critico: «il faloit que le perdon fui ou devancé, ou suivi de

repantance et de quelque grande penitance faitte par eux.» Ma è cosa

verisimile che il Poeta volesse dimostrare quanto sia efficace presso

Dio la intercessione del Batista.

4. L'Angelo rimproverando Amedeo, che stava in ozio, così gli dice:

Ma qual poscia in Italia, almo paese,

Fia sculto marmo a le tue chiare imprese?

Spiace al Critico, che il Poeta ristringa la gloria d'Amedeo «toutte

en Italie, qui est, ce me semble, une bien petite partie de la terre.»

Credo che il Chiabrera, sempre intento ne' suoi versi alla gloria

d'Italia, volesse far comprendere che ad un Principe che possedeva già

una bella parte del nostro paese, doveva star a cuore d'esservi

specialmente onorato.

5. L'Angelo nel suo primo favellare ad Amedeo, ha tutte le apparenze

d'un uomo; e nondimeno il Duca gli dice:

Vivi mortale, od immortal....?

Se m'appari celeste, ecco io t'adoro.

Quì starei con l'Urfé, e mei perdoni il Poeta.

6. «Les Turcs se razent tous la teste, et ne portent jamais cheveux.»

Dunque errò il Poeta e in questo canto 1.º e ne' seguenti, dando

capigliatura ai Turchi.

7. Facendosi a descrivere l'esercito de' Turchi invoca la Musa; di che

si sdegna l'Urfé, quasi che il poeta volesse _immortaliser les

Turcs_.--Non merita risposta.

8. «Cette seconde invocation descript la Muse comme la premiere--Crine

adorno di stelle e di raggi--Et etant touttes deux dans un même chant

il semble qu'elles ne devoient rien tenir l'une de l'autre.» Ma il

Chiabrera invoca nuovamente la Musa stessa già invocata nel

cominciamento.

9. e 10. Il Poeta non conta se non se mille cavalli nell'esercito de'

Turchi; e non descrive mai nè macchine, nè altri ingegni guerreschi

che danno bella varietà ai poemi.--Può rispondersi, 1.º che in Rodi

non doveva trovar luogo molta cavalleria; 2.º che i Turchi allora, e

alcuni secoli appresso, valevano ben poco nell'arte di maneggiare le

macchine da guerra.

CANTO II.

ARGOMENTO.

_Mentre Folco, onde far Rodi secura,

Rincora i suoi Fedeli, Angelo eletto,

Che d'Argomedo ha presa la figura,

In cheto AMEDEO guida ermo ricetto;

Ma poi ch'ode colui tale ventura,

L'esercito rassegna a se soggetto:

Visita Trasideo la sposa, e veste

La trapunta da lei candida veste._

I

E già per entro il mar l'onde serene

E d'Aquilon piacevole aura gode

Il battel d'AMEDEO sì, che l'arene

Scerne, e su Rodi i fier tumulti Egli ode;

Come del lungo corso al fin perviene

L'Angel, che del viaggio era custode,

L'umida sabbia con la prora fende;

E sul lito AMEDEO fervido scende.

II

Ma forma presa l'invisibil messo

Di canut'uom, verso il guerrier cammina,

E quasi romitel fattogli presso

Salutando umilmente a lui s'inchina:

Ben quì sia giunto il Cavalier concesso

Contra Ottoman da la Bontà divina;

O Signor, lungamente io quì t'aspetto;

E con dolcezza l'accogliea, ciò detto.

III

Rispose il grande Eroe: meco per certo

Nunzio trattò del gran Monarca eterno,

Ch'a Rodi andassi; ma che 'l varco aperto

Esser colà mi deggia io non discerno;

Fra cotante armi d'Ottoman coperto

Fia 'l calle mio? prendi ogni risco a scherno:

L'Angelo giunge; e come l'alte imprese

Han da fornirsi, il ti farò palese.

IV

Or vienne, o Franco; ed ei nel dir non stassi,

Ma move innanzi le vestigia pronte,

E per via dura di scoscesi sassi

Sagliono lenti di Filermo il monte.

Su l'erto giogo con distorti passi

Vite s'inalza, ed adombrava un fonte

Qual di cristal; ma per l'alpestra riva

Oscura a gl'occhi altrui grotta s'apriva.

V

Ermo soggiorno; colà dentro il piede

Portano a ricercar giusto riposo.

Di costa ad AMEDEO l'Angelo siede,

E lo sguardo fisò, come pensoso;

Poi così cominciò: Prencipe erede

Di mille Scettri, onde Torin famoso

D'ogni vera virtute ascende in cima,

E l'alma Italia alto valor sublima,

VI

Il giudicio di Dio, ch'a l'uom s'asconde,

Oh quanto è eccelso! Al divin Seggio intorno

Girasi orror di tenebre profonde,

E lume tal, ch'a gli occhi altrui fa scorno;

Sua voluntate è mar, che non ha sponde;

Però de' rai de l'umiltate adorno

Con silenzio adorando ognun s'acqueti:

Nè cerchiam la cagion dei gran decreti.

VII

L'orgoglioso Ottoman, che i fieri Sciti,

Usi d'intorno errar, siccome fere,

Seco ha raccolti, e sì gli scorge arditi,

Che maneggiano invitti, armi e bandiere,

A pena d'Asia ha soggiogati i liti,

Che ne l'Europa vuol guidar sue schiere,

Palme cercando in esecrabil modi;

Ed or minaccia, e dà battaglia a Rodi.

VIII

Ad essa in guerreggiar fallìa speranza

Per lo suo scampo; ma gentil pietade

Preghiera porse a l'eternal possanza,

Che la coprisse da l'avverse spade.

La Gran Bontà, che tutti preghi avanza,

Consente a' Rodïan più lunga etade

Per fare emenda di lor vita indegna,

E vuol, che 'l campo Turco oggi si spegna.

IX

A sì nobile pregio il Ciel destina

La tua virtù; tu volgerai dolenti

I Turchi in fuga; a la crudel ruina

Tu sottrarrai le Rodïane genti;

Ma ferma in Ciel la volontà divina,

Che quì pugnando i giorni tuoi sian spenti,

E che Signor d'insuperabil spada

Sopra i nemici, vincitor tu cada.

X

Sul fin de le parole affisa il guardo,

Che d'almi rai divinamente splende

Verso il guerriero; ed AMEDEO non tardo

In brevi detti la risposta rende:

I decreti celesti io non ritardo;

Qualunque indugio i miei desiri offende:

Veggasi in questo dì Rodi difesa;

E la mia vita altieramente è spesa.

XI

Tace, e ne gli occhi gli si legge espresso,

Che già travaglia nei maggior perigli

Col gran pensier. Giunge l'etereo Messo:

Oh come da lodar son tuoi consigli;

Oltra il servire a Dio nulla è concesso

In questa valle de gli umani esigli,

Di bene a l'uom: fumo gli scettri, e gli ori;

I veri onor son nei Divini onori.

XII

E se tanto quà giù suole ammirarsi

De' tuoi Grandi Avi l'immortal virtute,

Per te non fieno i vanti al mondo scarsi,

Nè mai le lingue a la tua gloria mute;

Or senti me: fra' Turchi vinti, e sparsi

Tu fatti sordo al lor pregar salute;

Di querele e di duol, per la battaglia,

Vuolsi così nel Ciel, nulla ti caglia.

XIII

E, perchè l'armi tue dure tempeste

Dianzi sparsero in grembo a l'Oceàno,

Non moverai, che Messaggier celeste

Novella spada non ti ponga in mano.

La giù su quelle piaggie atre e funeste

Il mortal guardo scorgerà, se 'n vano

Spera in popoli armati umano ardire,

Quando del sommo Dio risveglia l'ire.

XIV

Più non diss'ei; ma sorridendo sorse

Del basso seggio, e disparendo a volo

Scosse le penne luminose, e corse

Sovra il seren de lo stellante polo.

Ch'era messo del Ciel tosto s'accorse

Il Re sublime, onde su l'ermo suolo

L'inchina umìle, e disïando aspetta

L'ora dal Cielo a sue fatiche eletta.

XV

Intanto al Re de' Cavalier, che 'n petto

Portan candida Croce, erano avanti,

Umidi gli occhi, e da l'interno affetto

Cosparsi di mestizia atti, e sembianti

Alcimedonte, e Timodemo; eletto

Di lor ciascun da' Rodïan tremanti

Per le miserie estreme omai vicine,

De l'aspra guerra a ripregare il fine.

XVI

In lui speranza avean, perchè non meno

Ognor clemente si mostrò, che forte;

Già ne la bella Francia, almo terreno,

Provenza il crebbe in riguardevol sorte;

Ma così fatto zel rinchiuse in seno,

Che sprezzò terre, e rifiutò consorte,

E lontano da' suoi viver sostenne,

Ed a sacrarsi Cavalier sen venne.

XVII

Infra lor gli anni giovenili spese

Trattando l'armi; e su spalmati legni

Tale apparì ne le più gravi imprese,

Che de' nemici sbigottiva i regni;

In ogni opra d'onor cotanto ascese,

Che da tergo lasciossi anco i più degni,

E per maniera tal sua gloria crebbe

Che l'imperio di tutti a regger ebbe.

XVIII

Mentre regnò con disarmata mano

Il nobil scettro al popol suo fu caro,

Ed ora in guerreggiar l'aspro Ottomano

Con virtù non minor veste l'acciaro;

Conforto dunque non sperando in vano

Da l'uomo eccelso i Rodïan, mandaro,

Perch'egli a la città scampo non neghi

In tal tempo, messaggi a porger preghi.

XIX

Essi di sangue, e di ricchezza altieri,

E scaltri a pien per la virtù de gli anni

Avean nel tempo rio fissi i pensieri

A far men gravi de la patria i danni;

Timodemo dicea: tuoi gran guerrieri,

Signor, non fia chi di viltà condanni;

Anzi del chiaro e lor sì nobil vanto

Eterna fama ha da stancar suo canto.

XX

Ha quì tratte Ottoman squadre infinite,

Chiuse le vie del mar, cinte le mura,

E tra ceppi, tra fiamme, e tra ferite

Minaccia fa d'ogni crudel ventura.

E pur con l'alme, e con le fronti ardite

Tengono infino ad or Rodi secura,

Incontra morte coraggiosi e franchi,

E per vegghiare, e travagliar non stanchi.

XXI

Ma senza aita a che cotanto ardire?

Cadremo al fine; or tu consiglia il core,

E del barbaro fier contempra l'ire;

E sottranne con patti al suo furore:

Se nel risco presente, oltra il morire,

Di maggior mal non ci turbasse orrore,

Voce non aprirei; ma quali schermi

Avran le donne e i pargoletti infermi?

XXII

Ah che di sozze abominevol voglie

Rapina fian: quì la rugosa fronte

Gemendo abbassa in su le palme, e scioglie

Giù da le ciglia lagrimando un fonte.

Mentre il vince così forza di doglie

A favellar comincia Alcimedonte,

Non senza affanno; e sì dolor lo strinse,

Ch'a mezzo il favellar gemiti spinse.

XXIII

Miseri noi! cui sole alba non mena,

Nè chiude a sera in occidente il giorno,

Che non ci si minacci aspra catena,

Che duri oltraggi non ci sian dintorno;

E nostra vita gir di pena in pena,

Far su le scure tombe atro soggiorno,

Stillar gli occhi, piangendo i cari ancisi,

E depor sul ferètro i crin recisi.

XXIV

Su ciò volgendo il cor chi fia possente

In petto non raccor somma pietade?

Ma quanto più sarà Rodi dolente

Posta in balìa de le nemiche spade?

Non daranne Ottoman ne l'ira ardente

Esempio d'ineffabil crudeltade?

Non sfogherassi con furori immensi?

Che ciò si vieti a tua virtù conviensi.

XXV

Pensa a la nostra Fe': caro e diletto

Sempre fu vostro imperio a nostre schiere;

Ed or non ci pentiam: tranne dal petto

Alta necessità queste preghiere.

A questi detti serenò l'aspetto

E mostrò Folco le sembianze altiere;

Ma, serbando nel cor la tema ascosta,

Cotale a' messaggier diede risposta.

XXVI

Fedeli, io mossi da Provenza allora,

Che 'l mento ombra di pel non mi copriva;

E fin oggi con voi fatto ho dimora,

De la mia vita omai presso la riva:

Non mento io, no; fin che vivrommi ancora,

Meco di voi fia la memoria viva.

Rodi preposi al mio terren natio;

Come da me porrassi unqua in oblio?

XXVII

Mentre in tal forma il gran Baron consiglia,

Angel scelto di Rodi a la difesa,

La crespa fronte, e le canute ciglia

E d'Argodemo ogni sembianza ha presa;

Al guardo di costui, gran meraviglia!

Spazio alcuno in mirar non fa contesa;

Ma dove di ciascun perde la vista,

La sua più forza, e più possanza acquista.

XXVIII

Quinci è ben noto; or di sì fatto aspetto

L'Angelo si colora; indi apparìa

Là, dove Folco nel real suo tetto

De' suoi l'affanno, e le preghiere udìa;

Dicegli: d'Ottomano anzi il cospetto

Pur ora il campo a schiera a schiera uscìa;

Certo novello orgoglio oggi il commove,

De gli aspri assalti a ritentar le prove.

XXIX

Ma non temete; di vigor ripiene

L'alme vostre fiammeggino: vicino

Oggimai veggo farsi a queste arene

Incontra Turchi un Cavalier divino;

Per salute di noi ratto sen viene,

Trascorrendo di mar lungo cammino,

Il gran guerrier, che di supremo alloro

La Dora adorna, e la Città del Toro.

XXX

Sul fin de le parole ei si disveste

De l'altrui volto, ed invisibil torna;

Ma nel suo disparir, lume celeste

Via più, che 'l sole i regj alberghi adorna;

Qual se gran lampo tra più ree tempeste

Balena in antro, ove pastor soggiorna,

A quei fochi divin tremagli in seno

L'anima rozza, e di timor vien meno.

XXXI

Tal Folco in pria di se medesmo tolto

Immobilmente stassi; indi ravviva

Dio ringraziando, la letizia in volto,

E verso i messaggier le labbra apriva:

Se per scampo di noi, lunge non molto

Move il Grande AMEDEO da questa riva,

Sieno forti le destre, e i cori ardenti,

E di scitico stral non si paventi.

XXXII

Non che sottrarci da fortuna acerba

Con sì forte guerrier non siam bastanti;

Ma sentirà nostre armi Asia superba;

Ma tra catene lasceremla in pianti;

Qual Savoia ne' suoi virtù riserba,

Come di quel gran sangue ergansi i vanti,

È noto, ed ove in mar Febo s'asconde,

Ed ove il carro d'or tragge da l'onde.

XXXIII

Voi la fuor di ragion presa paura

Ammorzate in altrui con nobil voci,

Mentre le torri, e l'assalite mura

Assegno in guardia a Cavalier feroci.

Tale in sembianza a rimirar secura

Folco parlava; i Rodïan veloci

Poi ch'inchinato e reverito l'hanno,

Van per scemare ai cittadin l'affanno.

XXXIV

Ma succinto di spada, altier sen giva

Il vecchio Folco con breve asta in mano;

Ed eccitando i Duci ei pria veniva

Là, v'era in guardia il buon Velasco Ispano.

Questi correndo il mar di riva in riva

Alzò ricchi trofei per l'oceano;

E fra gli Iberi suoi molto s'avanza,

A cui Folco dicea lieto in sembianza:

XXXV

Viensene al fine, e del soccorso giunge

Fama non vana; a' nostri casi indegni

Mosse, o Fernando, ed è da noi non lunge

Il buon Signor de' Savoiardi regni;

Tu, se di vero onor cura ti punge,

L'anima infiamma d'animosi sdegni

Nei novi assalti; e questo debil muro

Fa contra l'armi d'Ottoman securo,

XXXVI

Or ch'ei n'infesta. Le pensose ciglia

Volge Fernando al suo Sovran Signore

Posatamente, ed a risponder piglia

Sponendo altier ciò ch'a lui detta il core:

Quel, che tuo nobil senno or mi consiglia,

Non manco il mi consiglia il proprio onore;

A sua voglia AMEDEO vegna, e non vegna;

Quì non giammai cadrà la nostra insegna.

XXXVII

Lieto lodalo Folco, e quindi i passi

Rivolge, ed affrettando il piede antico

Vien, dove tra' Francesi armato stassi,

Lor cara scorta, l'animoso Enrico;

Or, che per questi rüinosi sassi

Vuoi di novo assalirne il fier nemico,

Che pensi tu? sul combattuto calle

Costringerassi a rivoltar le spalle?

XXXVIII

Tanto sangue fin quì, tanto in battaglia

Sparso da noi sudor, tanto ardimento,

Oggi con esso te cotanto vaglia,

Che non ti prenda d'Ottoman spavento.

Risponde Enrico: de la morte assaglia

Spavento un core a le vili opre intento;

Io m'adornai di questa Croce il petto,

Perchè di bella gloria ebbi diletto.

XXXIX

Così disse egli. Folco oltre cammina

Là, dove, pregio del suo Tebro eterno,

II giovine Giordan, progenie Orsina,

De l'Italica lingua have il governo;

Sue guancie eran qual rosa mattutina,

Che d'ostro ride a lo sparir del verno,

E splende un lume altier negli occhi suoi,

Onde sono usi fiammeggiar gli Eroi.

XL

Ver lui Folco diceva: esser puoi certo,

Ch'ogni forte guerrier quinci a mille anni

Invidïando il nostro nobil merto

Avrà desir di sì lodati affanni;

E s'a' vostri Romani il varco aperto

Fu de la gloria in soggiogar tiranni,

In soffrir pene, in disprezzar perigli,

Deh non sian di viltà nostri consigli.

XLI

E quei risponde: io prontamente attendo

Le vestigia seguir de gli avi altieri;

Siasi Ottoman quanto mai fosse orrendo,

Non fia, che 'n Dio fidando, unqua io disperi.

Folco sì forte la risposta udendo,

Verso una porta allor calca i sentieri,

Onde poteano entrare armi d'aita,

Ed onde far contra i nemici uscita.

XLII

Per quella aspra stagion fido custode

L'animoso Lancastro ivi s'elesse,

Che sorto da la culla, in su le prode

Del bel Tamigi le vestigia impresse;

Chiaro per gli avi; ma superba lode

Acquistò, di sua man con l'opre istesse

Tra' ferri or sotto caldi, or sotto geli

Stancando il fianco, ed imbiancando i peli.

XLIII

A costui Folco favellò: le mura

Già tutte aperte, e da gli assalti offese,

Parte pregando ho già lasciate in cura

Ed a l'Ispano, ed al valor Francese;

Parte non men di lor farà secura

Il valor de l'Italiche difese.

I duci io vidi; e coraggioso e forte

Trovai ciascuno a vilipender morte.

XLIV

Lancastro, alberghi d'oro, alta ricchezza,

Qual sommo ben non ogni spirto ammira,

Ed anco in van scettro real si prezza;

Sì miseria sovente in basso il tira;

Ma tra rischi di morte oprar fortezza,

Vincer la rabbia de' nemici, e l'ira,

E consacrarsi a Dio ciascuno onora;

Ciò dentro il tuo gran cor faccia dimora.

XLV

Rispose: e qual posso incontrar fatica,

Quale oggi sarà stral, che mi percota,

O qual m'assalirà spada nemica,

Ch'altra in guerra simìl non mi sia nota?

Io da l'etate acerba a questa antica,

O per prossima piaggia, o per remota,

Ed in terra, ed in mar vibrate ho l'armi:

Signor, studio soverchio è 'l rifrancarmi.

XLVI

Mentre così dicea, volge animoso

Lo sguardo acceso di terribil lume,

E su l'elmo scotea cimier pomposo

Di fregi d'oro, e di purpuree piume;

Sembra fra' suoi seguaci olmo frondoso,

Che trema i verdi rami in ripa al fiume

Sotto Aquilon. Folco godea, che 'l vede

Fiero cotanto; indi moveva il piede.

XLVII

E venne in mezzo a la città. Raccolto

Fra' termini, che 'l duce ivi prescrisse,

Stava gran stuolo in lucide arme avvolto

Per gir colà, dove chiamarsi udisse.

Folco ivi giunto, fe' sereno il volto,

Ed ivi i passi raffrenando, disse,

Verso color, che con silenzio attenti

Coglieano il suon degli aspettati accenti:

XLVIII

Che ratto in corso a noi difender mova

Campion di fama, e di virtute altiero,

Mentre l'aspro Ottoman forze rinnova,

E schiera turbe ad assalirne, è vero;

Dunque in tale stagion sia nostra prova

Mostrar petto robusto, animo fiero,

E con armata man cercar vittoria,

O con nobile morte impetrar gloria.

XLIX

Così disse egli: un coraggioso ardore

In quelle squadre stimolava i petti;

Ed aprendo le labbra Ottario, fuore

Sospinse altier cotal risposta ai detti:

Diane assalto Ottoman, ch'al suo furore

Questi miei fidi a la difesa eletti

I varchi chiuderan del rotto muro;

In vece loro alzo la destra, e 'l giuro.

L

Gli occhi aperse costui là dove il Reno

Per sì famosa via lava Costanza,

Molti anni in guerra esperto, e quinci il freno

Di quelle armate torme ebbe in possanza.

Folco al parlar di lealtà ripieno

Accrebbe dentro il cor nova speranza;

Poscia i vestigi invìa dentro la reggia,

Ch'altri cercando ivi trovarlo deggia.

LI

E già, lasciando in ciel gli spazj oscuri,

Chiudeasi il Sol ne le marine Ibere,

Quando per nova guardia i fier tamburi

Chiamando van le rassegnate schiere;

E con sembianti a rimirar securi

Avvolto in armi a meraviglia altiere,

Da le cui folte gemme un lume usciva,

Come di stelle, Trasideo sen giva.

LII

A costui di sue grazie il cielo avaro,

Ben largo fu; diegli real beltate,

Sì che sul fior di gioventute è chiaro

Sovra ogni duce infra le squadre armate:

Avea di Lesbo il regno; e i suoi regnaro

Per la Tessaglia a le stagioni andate,

E ne l'orecchie altrui fama spargea,

Che da l'inclito Achille ei discendea.

LIII

Quinci a l'orror de le battaglie volto

Non tralignò; pien di vigore il petto,

Fortissimo di man, sul piè disciolto

Non avea, fuor che d'armi, altro diletto;

Ma pur d'Amore entro la rete involto

All'imperio di lui si fe' soggetto,

E grave piaga volentier sofferse,

Ch'ammirabile donna in cor gli aperse.

LIV

Ella per l'Asia intorno era famosa,

Non pure in patria, ed appellossi Egina,

D'Argesto nata, e de la grande Ermosa.

Suoi nobil pregi ogni superbia inchina;

E beltà Rodi nominar non osa,

Ch'a la beltà di lei vada vicina,

Nè forza di tesor le venìa meno,

Anzi d'ampie castella aveva il freno.

LV

Felice a pien; per Trasideo bramata

Già da' suoi genitor gli si promise;

Ma venne il Turco, e la stagione armata

Celebrare Imenei non gli permise.

Questa beltà fervidamente amata

Ei per mirar alquanto in via si mise,

Dando a gli sguardi suoi, che tempo corto

Avean di rimirarla, alcun conforto.

LVI

Dunque volgendo al caro albergo i passi

Per varchi chiusi a le straniere genti,

Ampia sala trovò, per onde vassi

In loggia aperta a lo spirar dei venti:

Quì con la vecchia madre Egina stassi

Splendida in gonna di tessuti argenti,

E con l'eburnee mani ordiva rete

Di fila aurate, e di cerulee sete.

LVII

Ma come il volto amato ebbe davanti

In repentino oblìo sparse i lavori,

Ed agitata ella cangiò sembianti

Accesa il volto di più bei rossori;

Nè meno in Trasideo; stile d'amanti;

Si destaro nel sen geli ed ardori,

Chè nell'istesso punto or rosso, or bianco

Interrotti sospir trasse dal fianco.

LVIII

Ver lui, che contra lei s'era rivolto,

Si move Ermosa, e con desir l'abbraccia,

Ed indi afflitta gli diceva: ascolto

D'armi orribile suon che 'l cor m'agghiaccia;

Deh chi sarà nel ciel, che quinci tolto

L'aspro Ottoman, così dolente il faccia,

Come gli empi furor del duro Scita

Empiono di dolor la nostra vita?

LIX

Provin, provino, oh Dio! de' nostri affanni

Il gran martir nei proprj lor perigli,

Ed al peso sentir de' nostri danni

Dannati sian lor genitori, e figli;

Ma te la gioventù de' fervidi anni,

O speme del mio cor, sì non consigli,

Che dietro un nome lusinghier di gloria,

Di te stesso, e di noi perda memoria.

LX

Quando lucente, e di metal guernito

T'avanzerai ne le battaglie orrende

Rammenta, Trasideo soverchio ardito,

Di chi piangendo i tuoi ritorni attende.

Sì parla, e giù dal volto scolorito

Calda pioggia di lagrime discende;

Ma non scemando in Trasideo l'ardire,

Verso le donne amate ei prese a dire:

LXI

Guarderà su nel ciel questa mia vita,

Qual per l'addietro, alta Pietà divina;

Vuolsi sperar: non lusinghiera aita

D'uno Italico Eroe fassi vicina.

Con questi detti a confortarsi invita

L'anima bella de l'afflitta Egina;

Ma per conforto in van forma ogni detto:

Cotanto affanno le conturba il petto.

LXII

Ella ver Trasideo rivolge alquanto

Le vaghe ciglia, indi le affisa in terra,

E ne' begli occhi le lampeggia il pianto,

Cui per estrema forza il varco serra;

Poi dimessa dicea: vivrem mai tanto,

Che giunga il fin de l'odïata guerra?

Sì che d'avverse trombe al crudo orrore

Non ci si scota palpitando il core?

LXIII

Che più spero dolente? o che non spero?

E che dirti degg'io? corri in battaglia;

Tu de la patria, e tu di noi guerriero

Posar non dei, quando Ottoman n'assaglia.

Quì Trasideo non tacque: il tempo è fiero;

Con torbido furor Marte travaglia

Nostre speranze; e per trovar salute

È da provarsi in arme ogni virtute.

LXIV

Che fia non so; ben ho fermato in mente

Anzi fra duri acciar correre a morte,

Che del crudo Ottoman l'iniqua gente

Vincitrice mirar dentro a le porte,

Troverò requie infra le turbe spente:

Voi, quale aspetti miserabil sorte,

Eleggo non pensar; tormento immenso

Troppo suolmi assalir, s'unqua ci penso.

LXV

Cotal rivolto a le miserie incerte,

Egli dicea d'ogni speranza in forse.

Ella avendo a' sospir le labbra aperte

Dal nobil cor tale risposta porse:

Che per lo sangue mio fosser sofferte

Viltati indegne il Sole unqua non scorse,

Nè soffrirò, che per innanzi ei scorga,

Ch'a vil catena queste braccia io porga.

LXVI

Diasi Rodi al furor d'aspri nemici,

Chiudano in porto i vincitor le vele;

Me già non mireran Frigi, e Cilici

Portare urne da fonti, e tesser tele.

Per tal modo schernìa l'ore infelici

Tra le minaccia d'Ottoman crudele

La vergine superba; in rimirarla

Alto agitato Trasideo non parla.

LXVII

Ed ella fa recar candida vesta,

Che lungo studio di Meonia gente

Fra gangetiche perle avea contesta,

Giungendo a varia seta oro lucente.

Era quivi a mirar, ch'empio funesta

L'onde spumanti del Troian torrente

Con ampio sangue, e che sdegnoso ancide

Le Dardanie falangi il gran Pelide.

LXVIII

Mirasi poi da gran furor sospinto,

Che de l'estrema tomba il dono ei nega,

E sovra lui, che gli ha l'amico estinto,

Del terribile cor l'ira dispiega;

I piè trafigge al Cavalier già vinto,

E tra le rote del gran carro il lega:

Tre volte intorno a le muraglia ei gira

De i patrii alberghi, e seco dietro il tira.

LXIX

I superbi destrier volve e rivolve,

Il freno allenta ed implacabil fiede;

Ettor s'adombra d'una orribil polve,

E da l'alte sue torri Ecuba il vede.

Di sì nobile spoglia il busto involve

Al Cavalier, cui se medesma diede;

E soggiungea: quì ti sia specchio il vanto,

Onde il gran sangue tuo splende cotanto.

LXX

Sì disse alteramente; indi il sereno

Volto alquanto turbò, nè più ragiona.

Trasideo colmo di gran fiamma il seno

L'amatissima vergine abbandona;

Diparte, e pur tiensi cotanto a freno

Contra il dovuto ardir, ch'indi lo sprona,

Ch'ad ogni passo indietro ei si raggira,

E le bellezze abbandonate mira.

LXXI

Così sen va: poi che le scale ha scese,

E son de la sua donna i rai disparsi,

Al domestico albergo i passi stese,

Ed entra stanza, ove ha per uso armarsi;

Sceglie ivi scudo, luminoso arnese,

Ch'a fochi di Damasco ei fe' temprarsi;

E pronto a Rodi procurar soccorso,

Ov'era il grande Orsin, drizzava il corso.

FINE DEL II. CANTO.

ANNOTAZIONI

AL CANTO II.

Il _Contenuto_ del canto 2.º

«Nel canto II. il gran Maestro intende che Amedeo viene a soccorrerlo;

egli parla co' duci di tutte le nazioni de' Cavalieri; e Trasideo

visita Egina sua Sposa innanzi che andare alla muraglia a combattere.»

Argomento del Peschiulli al canto 2.º dell'Amedeide minore:

De l'ombroso Filermo infra gli orrori

Spada immortal l'Eroe d'Italia aspetta;

Affida il Rodian ne' suoi timori

Angelo, e Folco i Duci a l'armi alletta.

Va Trasideo da gli amorosi ardori

Sospinto a visitar la sua diletta;

Et ha ricamo in dono, ove Pelide,

Gloria d'ago guerriero, Ettore ancide.

Osservazioni critiche del Cav. Onorato d'Urfé al canto 2.º

dell'Amedeide maggiore.

St. 2. «Cette seconde vision de l'Ange est superflue, parce que par la

premiere il pouvoit faire la mesme chose.»

St. 5 e 29. «Quand l'Ange et l'Ange Custode parle du pays d'Amedee,

l'un le nomme Turin, et l'autre ny ajoute que la Dora. Il me semble

que c'est faire tort a la grandeur de son Heros, qui avoit des grandes

provinces et des grands fleuves, et mesmes des costes de la mer; de

sorte qu'il fallait nommer plutost les Allobroges ou la Savoye, le Pau

(_Po_) et la mer ligustique, que non pas une vile (_ville_) de Turin

et un petit ruisseau comme est la Dora.» Questa osservazione è

contraria al costume di tutti i Poeti, die sono usi di nominare la

città capitale, e il fiume, grande o piccolo, che la bagna. Così fece

ultimamente il Manzoni, che nel 5 _maggio_ nominò l'umile Manzanares,

non l'Ebro, nè il Tago. E la Savoja non è dimenticata dal Chiabrera;

perchè nella st. 32 di questo canto, si legge

Qual Savoja ne' suoi virtù riserba,

ed appresso, st. 35.

Il buon Signor de' Savojardi regni.

St. 39 «Il dit que l'Orsino etoit chef de la langue italienne et le

descrit jeune: cela est contro les statuts de l'ordre de ces

chevaliers, parce que telles charges ne se donnent que par ancienneté,

et cette ancienneté ne se peut avoir qu'avec l'age.»

Variante del canto 2.º

_Amedeide magg._ st. 7 L'orgoglioso Ottoman.

_...... min. ivi_ Orgoglioso Ottoman.

Amedeide: Poema eroico · 第 1 / 22 章