CAPITOLO VII.

È morta.

Il cameriere del marchese Valente d'Ayerba sta da parecchio tempo col

capo in su, e gli occhi intenti al campanello, che gli annunzia la

chiamata del suo signore; -- forse con pari anelito l'astronomo specola

la costellazione subietto dei pertinaci suoi studi; ma il sonno del

Marchese, scompigliato dal caso della notte, si prolunga al di là del

consueto. Al fine lo squillo argentino ruppe i silenzi del palazzo, e il

cameriere accorse in fretta, seco recando le solite cose, una guantiera

stragrande ed un lume velato.

Appena aperto l'uscio della camera del marchese, don Diego, cameriere e

maggiordomo, gli augurò il buon giorno con l'accompagnatura dei titoli

dovuti al suo signore e padrone, e non gli fu risposto: gli domandò

eziandio come avesse riposato, e come si sentisse dopo il disturbo

avuto, ed anco a cotesto il Marchese si tacque: d'altronde il fante

sembrava avvezzo a quei modi cortesi, imperciocchè senza punto scomporsi

egli spiegò un tovagliolino damascato, e sopra vi mise la guantiera, e

un ciotolone, ambi di argento; la ciotola piena di cioccolatte, delizia

degli Spagnuoli ed anco degl'Italiani a cotesti tempi, nei quali se ne

abusò in modo da generare corruzione del sangue, ed anco demenza,

infermità, che affrettarono la morte di Carlo V, e del suo figliuolo

Filippo II. Il Marchese non sorbì, ma bevve avidissimamente, e riposto

il ciotolone sopra la guantiera si ributtò giù sbadigliando; il

cameriere rimboccava il lenzuolo, rincalzava il letto, ed augurato il

buon riposo se ne usciva in punta di piedi.

Passata un'altra ora, il campanello tornò a squillare, e il cameriere di

botto cascato a canto al letto aiutò il Marchese a levarsi, a condurre a

fine le mondizie squisitissime della persona, e ad acconciarsi delle

vesti sfoggiate, che i gentiluomini, massime spagnuoli, usavano per

grandigia a quei tempi: ciò fatto scese giù nel tinello dove chiese se

la sua signora figliuola fosse anco comparsa, ed essendogli risposto

negativamente, prese a favellare svogliato del caso della notte scorsa

logorando molta ora in discorsi che di palo andavano in frasca, proprio

per ammazzare la tetra noia. -- Facendosi tardi è dubbio se il suo cuore

voglioso di vedere la figlia gli rammentasse l'asciolvere ritardato, o

piuttosto lo stomaco per tanto tempo negletto gli richiamasse alla mente

la figliuola, il certo è che adesso un cotal poco impazientito

interrogava i famigli:

-- Che faccende ha tra mano la marchesa nostra figliuola, che stamattina

non si vede ancora?

-- Eccellenza, il cameriere replicava, a noi non è concesso salire alle

stanze della signora Marchesa senza chiamata di lei, od ordine di vostra

Eccellenza....

-- Andate, Diego, ed avvisate la marchesa nostra figliuola, che

aspettiamo i suoi comandi per mettere in tavola....

Dopo avere chinato il dorso ad arco, Diego lo raddrizzò per andare,

senonchè in quel punto si scontrava in altro servo entrato con impeto

nella stanza cozzando molto aspramente insieme, ed è verosimile, che si

sarebbero per lo meno barattati un diluvio di vituperi, perchè se Diego

era molto addentro la grazia del Marchese padre, Ciccillo credeva la

Marchesa figliuola lo tenesse caro se non più, almeno quanto il

pappagallo che le aveva mandato da Cuba il conte suo zio: ubbie di

servi! Ciccillo portava una lettera in mano, e dopo avere riferito, che

il messaggero insisteva si consegnasse subito come d'importanza suprema,

e subito le si rispondesse, si ostinava a volerla egli medesimo porre

nella destra del Marchese; ma l'altro si mise a contrastare, essendo

questo ufficio suo, nè potersi a patto alcuno sofferire che dalle mani

ignude di un servo trapassassero lettera o roba altra qualunque in

quelle di un _idalgo_ spagnuolo; Ciccillo stava in procinto di

rispondere per le rime, quando il Marchese troncò la lite ordinando a

costui porgesse la lettera a Diego, e se ne andasse. Diego rimasto

vittorioso, tolto un bacile di argento vi depose sopra la lettera e la

presentò trionfante al Marchese. Questi con gravità la prese, la spiegò

adagio, e si accinse a leggerla tenendola con ambe le mani levata

davanti agli occhi.

-- Beata Vergine dei sette dolori, signor Marchese, si sente male? Casca

per Dio! vuol ella che io la sorregga?

-- Mi reggo da me... -- balbutiva vacillando il fiero Marchese.

-- No, che non si regge... casca.... Aiuto! Soccorso!....

Il Marchese di Ayerba pure tanto ebbe impero sopra di sè da fare cenno

col dito a Diego, che tacesse, e poi giù di fascio gli si abbandonò fra

le braccia tramortito. Con molta fatica, perocchè egli fosse della

persona membruto molto e pingue, don Diego lo strascinava sopra un

seggiolone dove lo adagiò col capo pendente giù su le spalle e le mani

lungo i braccioli: avrebbe voluto chiamare pel medico o almanco pel

barbiere che gli aprisse la vena, ma il Marchese aveva ordinato il

silenzio, e succedesse quello che voleva succedere, suo primo dovere era

obbedire; però confortavalo a sperare, che mal di gocciola non avesse ad

essere, la bocca a modo e a verso, comecchè le labbra apparissero tinte

in colore di vinaccia, e il volto bianco come panno lavato; lo spruzzò

con l'acqua fresca, non gli sovvenendo lì per lì altro rimedio, e non

istette guari che il Marchese con un grossissimo sospiro ebbe ripreso i

sensi.

Allora Diego lo richiese da capo come si sentisse, e quegli non rispose;

se dovesse chiamar gente, e il Marchese negò, il quale di un tratto

ponendosi la mano alla fronte parve volesse ricondurci qualche pensiero

sfuggito, e gli riuscì, da che balenando negli occhi esclamava:

-- La lettera! Dov'è ita la lettera?

Diego vistala in terra mosse per raccoglierla, ma lo tenne il Marchese,

il quale si provò a levarsi, senonchè mancandogli la lena, a malincuore

ne lasciava la cura al cameriere; riavutala se la pose sotto il

farsetto, e rimastosi alquanto sopra pensiero, al fine così favellò:

-- Diego, torniamo in camera, dove mi spoglierete questi abiti e mi

vestirete di nero.

-- Come piace alla Eccellenza vostra.

Poichè tutto questo fu fatto senza che nè un motto nè un cenno si

alternassero cotesti due, il Marchese ruppe il silenzio dicendo:

-- Diego, mala nuova vi annunzio, la mia signora figliuola marchesa

Violante è morta.

-- Come morta? Non può essere..... non.....

-- Chetatevi.... Me lo ha scritto ella stessa.

Diego guardò il suo padrone trasecolato, ma egli, grave sempre e

composto, soggiunse:

-- Andate, signor Diego, raccogliete la famiglia giù nella sala grande;

ho da parlarle; recatevi dopo dal parroco di nostra Donna del Carmine, e

ditegli che per cosa di somma importanza favorisca quanto prima potrà di

venirmi a trovare...

-- Sarà servita, Eccellenza, e al messaggere che risposta ho a dare?

-- Qual messaggere?

-- Quegli che ha portato la lettera....

-- Ah! sì, la lettera, disse il Marchese; e recatesi ambo le mani alla

fronte se la tenne alcun poco stretta, poi alquanto se la stropicciò;

per ultimo soggiunse:

-- Dategli una archibugiata nel petto.

-- Sarà servita, Eccellenza.

* * * * *

Quando il Marchese d'Ayerba fu avvertito, che la famiglia, così uomini

come donne, stava raccolta in sala, scese sorreggendosi al braccio di

Diego: si assettò sul seggiolone posto in luogo eminente sotto il

baldacchino; quinci salutava col declinare del capo i convocati, e dopo

alcuno spazio di tempo, con parole rotte, gli ammoniva essere la sua

figliuola morta; e siccome la famiglia, massime le donne, presa da pietà

e da terrore, incominciava a trarre dolorosi guai, egli con fiero

cipiglio gridò: -- chetatevi, che io qui non vi chiamai per udire

piagnistei; voi altre donne prima che annotti uscirete di casa, e per

quanto amore portate a Cristo, guardatevi da riporci più piede; intorno

a me non vo' più donne. Diego vi pagherà il salario dell'annata intera,

e più cento ducati per una senza distinzione di ufficio. Quanto a voi

altri cocchieri e pallafrenieri, avrete il salario dell'annata come le

donne, i cavalli vi dono tutti senza fornimenti....

-- Anco il cavallo di battaglia....? Interruppe spaventato don Diego

maggiordomo e cameriere.

-- Il cavallo di battaglia escludo per essere svenato al mio funerale...

e accomodandoli a nolo a gentildonne e a cavalieri vi potrete molto

agiatamente tirare innanzi -- perchè sono i primi cavalli del mondo.

-- Diego, dei fornimenti, delle selle, delle carrozze, e di ogni altro

arnese di scuderia, niente escluso nè eccettuato, voi procurerete

facciasene un falò giù nel cortile. Chiudansi i portoni del palazzo,

chiudansi le finestre della facciata; i rimasti in casa vestansi a

corrotto e subito: di ora in poi tutti dovranno parlare sommesso; veruno

rammenterà la signora marchesa Violante, sotto pena della mia

indignazione. Andate via.

Trasognati, come intirizziti dal freddo i servi facevano le viste di

partirsene, senonchè il Marchese accorgendosi come omettessero il debito

del baciamano o per oblio o per paura, e l'orgoglio non gli consentendo

di richiamarneli apertamente da un lato, e dall'altro non sopportando la

mancanza del consueto ossequio, ruppe in finto nodo di tosse per modo

che taluno di loro avendo volto il capo, vide come il Marchese tenesse

levato il braccio mostrando il dosso della mano, ond'ei corse a

baciargliela, e dopo lui gli altri; questo parve un cotal po' serenargli

la fronte aggrondata.

Rimasto solo il Marchese si cavò di sotto al farsetto la lettera della

figliuola, e si rimase un pezzo a considerarla chiusa come se si

peritasse a rileggerla; fattosi coraggio l'apriva gittandoci sopra lo

sguardo. Breve la lettera e dichiaratrice così:

«Onorandissimo mio Padre, e Signore. Quante volte meco stessa considero

le strane e stupende peripezíe accadutemi nella notte passata, vado

dubbiosa se più deva maravigliare V. S. Ill. od io medesima inviandole

questa lettera nella mia qualità di sposa, e di _Duchessa_. L'alto grado

a cui senza merito, e solo per divina grazia mi trovo assunta, spero

m'impetrerà favore presso V. S. Ill., a fine che io possa condurmi al

suo cospetto per farle toccare con mano come tutto quello che operai,

avvenne per necessità di fortuna, non per falta di reverenza

all'autorità paterna, di cui mi professo ossequentissima; e confidando

in risposta benigna, le bacio le mani.

«La sottoscrizione poi diceva _doña Violante marquesa d'Ayerba, y

duquesa de Netuno_.»

Certo cotesta lettera poteva essere composta con parole di leggieri più

tenere, od anco più gentili; insinuarsi meglio nel cuore paterno;

toccare talune di quelle corde per cui poco o molto la natura commossa

vibra sempre; ma io veramente giudico, che nel caso sarebbe stato tutto

tempo perso, imperciocchè l'affetto del Marchese d'Ayerba per la propria

figliuola in somma si risolvesse in mostruoso e strabocchevole amore di

sè; il quale pigliava alimento da tre origini di orgoglio; ed era la

prima, che per questa unica figliuola si perpetuasse il nome della casa

d'Ayerba, onde il Marchese desiderò ne richiedesse le nozze qualche

gentiluomo spiantato, che consentendo a restare confuso, anzi assorto

dal suo casato, rifiorisse la razza per modo, che fra due generazioni o

tre si sperdesse la memoria del bisogno in cui si era trovato il

nobilissimo lignaggio d'Ayerba di un pollone straniero per fargli

rimettere un tallo sul vecchio; la seconda traeva radice nello ardore,

che talvolta egli ostentava censurare eccessivo, ma che nella sua

superbia baronale non sapeva credere soverchio, mercè di cui la sua

inclita figliuola dava pegno di mantenere severamente inalterato il

sangue d'Ayerba, sicchè poteva addormentarsi sicuro sopra due guanciali,

che come purissimo egli lo aveva redato dai suoi maggiori, purissimo del

pari sarebbe stato trasmesso da lei ai suoi discendenti; per ultimo se

da lui si teneva la figliuola arca di scienza, e si sbracciava a far sì,

che altri la reputasse un miracolo, un portento, un mostro quasi, egli

era per potere ripetere ad ogni piede sospinto: questa creatura

soprannaturale da me nacque, io l'allevai, e sopra tutto, a me

s'inchina, da' miei cenni dipende, fa del mio volere sua legge, del mio

sole è Clizia; ora questi tre orgogli, rinterzati in un solo, ecco

furono ricisi di botto come la midolla spinale del toro dalla spada del

_mactadore_[17] nelle giostre di Spagna; epperò quanto prima gli

piacque, ora gl'incresce, anzi la detesta ed odia, nè vi ha speranza di

riconciliazione perchè non si tratta già di affetto; il quale comecchè

calpestato pur vive, e sbraciandone le ceneri possa divampare; no,

dacchè l'orgoglio facendo i conti, la somma non gli torna più, la cosa è

ridotta al _laus Deo_. Non è tutt'oro quello che riluce, avverte il

proverbio, e bene; nel modo stesso non ama tutto, uomo che si

appassiona, e se noi sapessimo o volessimo investigare la varia,

moltiplice e spesso contraria sorgente degli umani affetti, quanti

disinganni risparmieremmo a noi, e querele inani, e non giuste o almanco

poco sagaci rampogne. Ottimamente quindi il Marchese d'Ayerba affermava

la sua figliuola morta.

* * * * *

-- Reverendo don Ignazio assettatevi là su quel seggiolone di faccia a

me; e voi Diego portateci il cioccolatte, e poi lasciateci soli.

Il degno prete, che era di quelli che hanno il diavolo nell'ampolla,

notò di posta che il Marchese sbalestrava, però che si accostasse l'ora

del pranzo, nè pareva che il cioccolatte c'incastrasse; tuttavia siccome

il cioccolatte, a fine dei conti, non può considerarsi come una sassata,

così lasciò andare tre pani per coppia, e senza uno scrupolo al mondo si

bevve il ciotolone con tal pro da mettere pegno che se l'aríeno lasciato

fare, si sarebbe bevuto tutto di un fiato anco l'altro. Siccome il

Marchese fin qui, dopo le prime non aveva profferito altre parole, nè

sembrava che ne avesse voglia, così il degno parroco ricorse ai luoghi,

che chiamerò comuni, ai frati come ai preti, per attirare a sè l'animo

di lui; piegò pertanto l'omero manco, e dalla tasca destra dietro la

tonaca trasse fuora la scatola forbitissima d'argento, la quale dopo

avere ciondolato fra le mani un pezzo, aperse in guisa che stridesse, e

così aperta e colma di tabacco di Siviglia la offerì al Marchese

d'Ayerba, ma il cervello del Marchese viaggiava lontano di costà un

miglio; allora egli toltane una grossa presa se la cacciò su pel naso

con tale uno strepito che le trombe del giudizio universale non faranno

maggiore; nè ciò giovando piegò l'omero destro, e dalla tasca sinistra

della tonaca estrasse il moccichino artatamente piegato a mo' di spola,

lo spiegò, lo resse alquanto pe' due angoli superiori, lo guardò, se lo

recò sopra le palme aperte, poi ci tuffò dentro il viso tutto, si

strinse il naso trombando con tanto rumore da smovere il palazzo dalle

fondamenta, ed anco questo non menò a nulla; allora ripiegava su le

cosce il suo fazzoletto riunendone i quattro primi angoli nel centro, e

poi i secondi, per ultimo lo rotolò rifoggiandolo a spola, e così

ridotto con ambedue le mani se ne strofinò il naso a destra e a sinistra

con tale e tanta furiosa perseveranza da fare supporre, ch'egli

possedendo il naso di rame, avesse preso a cottimo di tirarlo a

pulimento; tempo perso, il Marchese correva sempre le poste con la

immaginativa; sicchè il curato giudicò venuto il tempo di mettere in

opera l'estremo partito, il rimedio eroico, quello che non gli aveva mai

fatto fallo, e fu uno starnuto, da rompere i vetri, da schiantare gli

usci, da mandare a gambe levate un uomo, uno starnuto cugino carnale

dell'urlo della Discordia, che quando si fece sentire in Francia, per

testimonianza autorevole di messere Ludovico, oltre i tanti paesi, da

lui ricordati, che lo udirono:

»Rodano e Sonna udì, Garonna e il Reno;

»Si strinsero le madri i figli al seno.»

Però il Parroco quando levava gli occhi lacrimosi alla faccia del

Marchese era sicuro di averlo per lo manco sbalordito, e s'ingannò,

imperciocchè costui continuasse a tenere gli occhi suoi volti in su,

privi di sguardo consapevole, battendo le palpebre senza posa, e le

labbra movesse a parole delle quali non si ascoltava il suono; premuroso

di venirne all'acqua chiara, e trepido tuttavia che non fosse senza

pericolo la faccenda capitatagli tra le mani, il Curato scotendolo per

le maniche e con gagliarda voce disse al Marchese:

-- Eccellenza! insomma, si può sapere, che cosa mai ella voglia da me?

Il Marchese come se altro senso non avesse vivo, eccetto quello

dell'orgoglio, rispose:

-- Don Ignazio, ricordatevi, che vi ho mandato a chiamare perchè voi mi

ascoltiate, non già perchè m'interroghiate; interrogare tocca a me.

-- Quanto a questo poi con tutto l'ossequio, che professo a vostra

Eccellenza, la Chiesa va innanzi ad ogni autorità, anco a quella del re.

-- Può darsi la Chiesa, non gli ecclesiastici; di questi il re ha fatto

nel glorioso regno bruciare parecchi, e ne farà, occorrendo, bruciare

degli altri.

-- Domando perdono a vostra Eccellenza, e' fu la Santa Inquisizione, che

gli ha fatti bruciare.

-- Anzi, domando perdono a vostra Reverenza, fu il re, proprio il re, che

li mandò al fuoco.

-- Niente; la condanna si partì dal Santo Officio...

-- Nulla; il Santo Officio per la esecuzione li commise al braccio

secolare.

-- Imperatori e re baciano i piedi ai papi comecchè nati da piccolo

lignaggio; e quegli terribilissimo, che siede oggi nella cattedra di San

Pietro, fu guardiano di maiali, con reverenza parlando.

-- Talora, anzi quasi sempre, accade a voi altri reverendissimi come

all'asino, che portava le reliquie...

-- Io non credeva, saltando su ritto tutto amaranto in faccia come i

bargigli del gallo, strillava il Parroco, io non credeva, Eccellenza,

che vostra signoria mi avesse invitato al suo cospetto per intendere

cose male sonanti e fetenti di eresia per quattro miglia d'intorno; no

per certo non mi doveva aspettare a questo da persona fin qui reputata

purissima e zelatrice della santa madre chiesa cattolica...

-- Vi ho dato a bere il cioccolatte; era fors'egli che putiva d'eresia.

-- Non sono le opere di Dio, Eccellenza, quelle che putono d'eresia,

bensì le opere e le parole degli uomini.

-- Da un pezzo in qua tutto mi cammina alla rovescia, proruppe il

Marchese, battendosi della mano la fronte, -- tutto! Io vi aveva chiamato

per cosa che tornasse in onore e in vantaggio della Chiesa e di voi...

-- La Chiesa, Eccellenza, non ha mestiero onori; ella capisce di

leggieri, che avendola onorata Dio, ella può molto di leggieri passarsi

di onori terrestri...

-- Così sia, quanto a onore; circa poi a utilità, signor Curato, io miro

che quando i padri nostri instituirono, o fondiamo noi altri cappellanie

e simili altri benefizi, la Chiesa suole compartirci a tutto pasto il

titolo di benefattori.

-- Sicuramente, perchè, che cosa significa benefattore? Significa fare

del bene; e bene anzi ottimamente operano quelli che fondano cappellanie

e prebende; ma sia benedetta, ciò non accade mica a titolo gratuito;

tutto altro, con onere gravissimo all'opposto qual è quello della salute

dell'anima del fondatore, il quale sovente, e lo sa Dio, noi proviamo

peso da rompere il filo delle reni a un elefante non che a un povero

sacerdote. Per me ho sempre creduto e credo, che la Chiesa si

mostrerebbe bene avvisata dove mandasse a monte tutti questi carichi,

valendosi del rimedio della lesione enormissima: se non se ne giova,

certo la muove il pensiero, che il suo regno non è in questo mondo.

Rincalza l'argomento in virtù delle decisioni dei sacri canoni, i quali

comandano ai sacerdoti di spartire ogni avanzo delle sostanze

ecclesiastiche ai poveri; però il danaro per le nostre mani passa come

l'acqua nelle grondaie. Non si confonda, Eccellenza, sa ella come si

hanno a definire propriamente i sacerdoti? _Salvadanai ambulanti dei

quattrini dei poverelli_....

-- Ecco qua riprese don Valente d'Ayerba, = e così dicendo buttava su la

tavola un sacchetto di pelle; = questi sono duecento ducati, ch'io

intendeva darvi, con altrettanti di vantaggio se non bastano, affinchè

parte ve li godeste per amor mio, e parte adoperaste per certa funzione,

ch'io avvisava volervi comandare.

-- Com'è così, muta specie: io innanzi tratto mi professo figliuolo di

obbedienza, e poi la carità, perchè la si possa dire perfetta, deve

principiare da sè stesso, e lo ha insegnato il divino Redentore. Troppo

in fine io mi do vanto di chiarirmi schiavo svisceratissimo della

illustre casa di Ayerba, onde mi attenti attraversare i savissimi e

piissimi partiti del nobile signor Marchese don Valente. Orsù via,

tregua ai prefazi, ed udiamo un po' che cosa piaccia ordinare a lei, e a

me avere in sorte di servirla.

-- Voi ammannirete un funerale quanto meglio saprete immaginare sontuoso;

le navate, gli altari, tutto insomma dentro coperto di gramaglie, e così

pure la facciata della chiesa fuori; non risparmiate torchi, candele e

pannelli; se dugento ducati non bastano, e voi... parmi avervelo già

detto, spendetecene fino a trecento, e a quattrocento, se bisogna;

intorno al feretro mettete scheletri a iosa: giù a piè della cassa il

drappellone delle armi di casa d'Ayerba, perchè la gente conosca

celebrarsi l'esequie dell'ultimo fiato della casa mia... oh! casa mia...

-- Come? Come? Come? Ripetè don Ignazio tre volte di rincorsa, e dicasi

il vero, con non mentito spavento... la signora Violante?

-- È morta.

-- Quando?

-- Stanotte.

-- E di che male?

-- Di morte improvvisa.

-- Mal di gocciola?

-- Certo, di accidente.

-- Oh! come caduca cosa la creatura umana nel mondo!

-- Caducissima.

-- E senza sacramenti?

-- Qualche sacramento pare ch'ella lo abbia avuto.....

-- Da cui? In qual modo? Sarebbe usurpazione dolosa, peccaminosa dei

diritti parrocchiali... io protesto... dite chi fu il temerario?

-- Io! dormiva; ne so quanto voi, ma questo chiariremo poi; frattanto

assettiamo la faccenda del funerale...

-- Assettiamola. Oh fiore di perfetta nobiltà innanzi tempo reciso! Arca

di tutte le virtù cardinali e teologali! Sole scomparso per lasciare

sepolti nelle tenebre quanti siamo qui in Napoli!...

-- Zitto! Qui adesso non vi ho chiamato a imbastire la orazione funebre,

nè la dovrete fare poi.

-- Vostra Eccellenza è padrona, anzi padronissima di commettere la

orazione funebre a cui meglio le piacerà, e capisco benissimo, che a

preconizzare tanta donna ci vuole bene altra dottrina che non posseggo

io, e tuttavolta l'ultima predica, che recitai in laude di Donna

Polissena principessa di Bisignano Sanseverino, contessa della Saponara,

fece trasecolare l'illustrissimo signore Cardinale Arcivescovo, che ebbe

la degnazione di picchiarmi su la spalla dicendo: -- bravo! da pari

vostro, voi non potevate immaginare di meglio. Ma ora che ci penso,

Eccellenza, e' mi sembra che noi mettiamo il carro innanzi ai bovi;

bisogna pure che provvediamo all'associazione...

-- Non importa.

-- Come non importa? O che la vuol ella lasciare in casa? Non si ha a

seppellire nel sepolcro della nobilissima casa d'Ayerba?

-- Non si trova in casa.

-- Come, non si trova in casa? Che novità è questa?

-- Violante... la mia figliuola, se n'è ita stanotte.

-- Come? Come? Come? O chi l'ha portata via?

-- Portata? No; ella se ne partiva da sè.

-- Come? La morta se ne andava da sè?... Ma qui dentro, Eccellenza, è

chiaro che io ci vedo un gran buio, -- e più si accingeva a dire, secondo

lo sforzava la indole sua parabolana, se non che levando gli occhi

s'incontrò in quelli del Marchese così sinistramente strabuzzati, così

corruschi di fuoco selvatico, che ei ne rimase rabbrividito fino nel

midollo delle ossa.

-- Insomma, brontolando, ripigliava il Marchese, se donna Violante si

trova in casa o fuori questo non ha da premere a voi...

-- Siamo d'accordo.

-- E nè anco, credo, se io voglia seppellirla o no...

-- E va bene...

-- Come altresì voi non dovete pigliarvi la scesa di capo d'informarvi se

donna Violante sia morta o sia viva...

-- Quanto a questo poi! scusi, vè! Eccellenza, o come vuol ella, che io

trascuri conoscere se sia morta la persona della quale mi si commette

celebrare il mortorio?

-- Signor Curato, voi mi uggite; badate qui; la mia signora figliuola di

queste due cose è una; morta o viva... lo contrasterete voi?

-- Anzi, confermo _totis viribus_.

-- Però se è morta, veruno dubiterà che le si debbano l'esequie...

-- Certo, la cosa cammina pei suoi piedi...

-- E se fosse viva, ditemi, signor Curato, non celebrava tutto un

convento di frati il mortorio alla sacra maestà dello imperatore Carlo V

vivo?

-- Eccellenza, tra porri e porri e' ci corre: lo Imperatore sta sopra

tutti...

-- Non è vero, noi altri d'Arragona sentiamo e sappiamo, che tutti

insieme uniti stiamo sopra lo Imperatore, e per ogni parte del mondo si

avrebbe a sapere come lo Imperatore non possa nè deva soprastare alle

cose di Dio. Davanti al Creatore nostro non ci ha Re, nè villano che

tenga; se può farsi concessione a quello. deve potersi fare anco a

questo, o ad alcuno.

-- Se io fossi Papa! Ma da Curato a Papa e' ci ha che ire... e le chiavi

per aprire e per chiudere, capisce, Eccellenza, il Papa a Roma se le

tiene per sè.

-- I Gerolimini di San Giusto erano frati, non pontefici...

-- Sicuro... senza dubbio... ma i frati in Ispagna non correvano rischio

di perdere il convento... mentre io novantanove per cento mi troverei

deposto dalla mia parrocchia...

-- Sicchè voi non volete celebrare il mortorio? --

-- Vostra Eccellenza comprende...

-- Alle corte, volete farlo, o non lo volete fare?

-- Ah! non posso...

-- Andate via.

Il Curato si alzò con le mani giunte, e dopo uno sguardo lungo e pieno

di passione volto al sacchetto della pecunia, sollevava gli occhi al

cielo così supplichevoli per un buon consiglio, che non avrebbe fatto

maraviglia se avessero spedito di lassù l'arcangiolo Gabriello a

portarglielo fresco fresco, uscito di forno allora; però il buon

consiglio gli venne, chè l'avarizia umana, massime dei preti, non ha

mestieri aiuto per pescare trovati capaci ad avvantaggiarsi; onde

curvando la persona ripigliava a dire:

-- Ecco... un ripiego per salvare la capra e i cavoli ci sarebbe...

Ma il Marchese con le ciglia aggrondate, gli occhi minacciosi, giallo

come uno scudo d'oro, col braccio alto sopra il capo e il dito teso gli

accennava sempre partisse. Il Curato, in mezzo all'avarizia e alla

paura, pareva sentirsi cotto da due fuochi; pure l'avarizia vinse, e,

fatto del cuore rocca, soggiunse:

-- La si lasci servire, Eccellenza, la si lasci servire...

-- Parlate via, e presto.

-- Noi faremo il mortorio a patto, che non sappiamo per cui...

-- Ma se lo sapete...

-- Non importa, basta che _in foro conscientiæ_ possiamo sostenere, che

non lo sappiamo, e questo noi otterremo quante volte celebreremo il

funerale _secondo la intenzione_ di vostra Eccellenza.

-- E non vi ho palesato di già la mia intenzione essere di celebrarlo per

la mia figliuola?

-- Non rileva, chè siffatta intenzione palesata io ricusai e ricuso

obbedire, ma la nuova intenzione segreta non incontra ostacolo nel suo

compimento.

-- E non vi trattiene la ignoranza della vita o della morte di donna

Violante?

-- Nè anco questo fa caso, imperciocchè tutto si riferisca alla vostra

intenzione la quale per me è libro chiuso...

-- E così parvi, che la faccenda cammini nelle regole?

-- Perfettamente... non ci ha dubbio; ed a voi forse non sembra? Che ci

trovereste a ripetere?

-- Diego! -- Chiamò il Marchese; al quale comparso su la soglia egli andò

incontro per bisbigliargli alcuno suo ordine sommesso aspettandone

l'esito su l'uscio socchiuso. Il Parroco, che con occhio spasimato

faceva all'amore co' ducati rimasti sopra la tavola, non vide come don

Valente sprangasse le imposte per di dentro, e meno ancora, che Diego

gli aveva porto la sua canna d'Indie sfoggiata di pomo di oro condotto a

cesello e di nappe seriche. Per giustificazione di don Diego cattolico,

apostolico, romano, quantunque nato a Valliadolid, io devo attestare,

ch'egli porse la mazza al suo Signore in buona fede, supponendo ch'ei

volesse recarsi fuori di casa, nella quale opinione lo confermò la vista

del cappello, che don Valente, quantunque come grande di Spagna, non si

cavava di capo se non per andare a letto, tuttavia quando lo visitava

qualche ecclesiastico, soleva riporre sul tavolino. Il Marchese, senza

disonestare con la prescia il baronale sussiego, si accosta al povero

don Ignazio, che dalle mille miglia non si sarebbe mai atteso a simil

tratto, e forte abbrancatolo pel petto comincia a rebbiare giù di santa

ragione. -- Fra paura e maraviglia tennero un momento stupido il Prete,

se non che il dolore presto gli ridonò moto e favella; bene spiccò salti

e dette urtoni, ma non gli riuscì scappare di sotto alla morsa delle

mani del Marchese; gridava sì e sgangheratamente, talchè gli urli

ferivano le stelle: = aiuto! soccorso! ohimè sono morto! mi ammazza! =

ma i servi guatavansi in faccia trasognati e si peritavano a penetrare

nella stanza; allora dalla disperazione reso ardito, don Ignazio

agguantò il collo di don Valente, e strinse con l'agonia del naufrago

che si attacca allo scoglio: brutti erano ambedue, sebbene con diversa

guisa, ma quando don Ignazio contemplò la faccia del Marchese farsi di

gialla infaonata come tumore lì lì per ischizzare, e gli occhi terribili

per bile, e per vene sanguigne rigonfie, gli cadde l'animo, e buttò giù

le mani; nel medesimo punto il Marchese sentendosi mozzare il fiato

aperse le dita, e don Ignazio potè sgusciargli di sotto. Il Marchese,

dopo essersi un cotal poco stropicciato il collo, ed avere tossito un

paio di volte quasi per accertarsi che durava sano il canale, riprese

lena, e levata la mazza continuò a menarla furiosamente in tondo; il

Parroco sorpreso dal nuovo turbinío, non sapendo a qual santo votarsi,

si dette a correre intorno alla stanza, e il Marchese dietro. Don

Ignazio urlava in tutti i tuoni, dal basso fino al falsetto:

-- Per Dio! Eccellenza, la smetta... sa ella ch'è scomunicata? E come!

Scomunica maggiore... _Si quis suadente diabolo clericum percusserit

anathema sit_... non ci è che ripeterci su... lo può riscontrare nella

causa decimasettima... questione quarta... parte seconda del _Decreto_

scritto da cui se ne intendeva... sa ella? Dal Graziano, e non le dico

altro.

Ma il Marchese o non udiva le parole del Prete o non ci badava;

cascavano le busse giù fitte come grandine; ben per don Ignazio, che don

Valente infuriasse privo del lume degli occhi, perchè dove delle

centinaia di mazzate che sferrava costui lo avesse colto con quattro,

pel povero Parroco era finita: io non so ben dire come la cosa andasse,

fatto sta ch'egli si aggomitolò pari allo spinoso, o piuttosto si

acchiocciolò, si ridusse piccin piccino incastrandosi nel vano di una

credenza; non per questo si rimase il Marchese, che anzi vie più

imperversando ridusse in tritoli cristalli, specchi, porcellane, mise in

ischiappe masserizie e suppellettili che valevano un tesoro.

Dopo molto spazio di tempo, così ordinando amici e parenti del Marchese,

accorsi al caso, i servi scassinarono la porta, e muniti quale di

cuscino e quale di materazzo furono sopra al Marchese, il quale tutto

molle di sudore, ammaccato, ed in più luoghi lacero balbuziendo, e con

le mani annaspando lasciò cadersi sopra la faccia; lo sostennero i

famigli, e con pietosa cura lo trasportarono privo di sensi sul letto.

Don Orazio, medico di casa, chiamato in fretta, arrivò tardi; costui

godeva fama meritamente di medico egregio e di cervello balzano; fattosi

presso allo infermo lo speculò da cima in fondo tre e quattro volte,

ordinò gli narrassero a modo e a verso tutto il successo, e mentre gli

astanti con maravigliosa ansietà aspettavano udire prescrizioni strane,

egli si strinse a questo:

-- Signor Diego, avvertite di bagnare all'infermo lo tempie con l'acqua

fredda, e mutategli spesso le pezzette: se ripiglia i sensi tranquillo

non lo sturbate e lasciatelo in quiete; se all'opposto, state pronti a

reggerlo e venite a chiamarmi -- e mosse per andarsene.

Allora fecergli calca intorno i parenti e gli amici industriandosi

scalzare l'animo del medico circa la gravezza del male, e se si sarebbe

guarito presto, e da che fosse derivato, frastornandolo con mille altre

domande del pari indiscrete; ma il Medico se ne sbrigava rispondendo:

-- Dubito che la infermità abbia rimedio; tuttavolta non si

sbigottiscano, però che le vostre nobili signorie non si accorgeranno

forse che il Marchese durerà ammalato: ad ogni modo, le assicuro ch'egli

non se ne accorgerà di certo.

-- Magnifico don Orazio, interrogava sommesso Diego il Medico,

accompagnandolo come si costuma fino su le scale, se me lo potesse dire

in quanti passi di acqua peschiamo col padrone, mi farebbe carità, sia

per l'obbligo a cui sono tenuto come cristiano e leale famiglio verso il

mio Signore, sia per provvedere, mi capisce, alle coserelle mie.

-- Capisco, signor Diego, capisco; prima dovevate dire per provvedere a

me, poi al padrone; voi non siete stato sincero; non voglio dirvi

niente.

-- Confesso che le cose mi erano uscite dal cervello arruffate, e la

vostra signoria le ha messe in ordine; però io sinceramente mi sento

attaccato al mio padrone: -- siamo invecchiati insieme.

-- Davvero?

E il buono spagnuolo si mise la mano sul petto e non rispose parola.

-- Or su! signor Diego, state di buono animo, che il Marchese non corre

pericolo al mondo; fin qui egli fece i fatti suoi con tanto poco

cervello, che io giudico, che continuerà a farli ugualmente bene senza

punto.

-- La si spieghi, magnifico don Orazio, perchè io non mi ci

raccapezzo....

-- E sì, che parmi avere parlato chiaro; vostro padrone è matto.

Dopo un piccolo spazio di tempo ad un fante di casa venne in capo di

esclamare:

-- O il reverendo don Ignazio dove sia ito? -- E un altro: io non lo so. --

Un terzo aggiunse: ed io neppure. -- Fosse scappato dal buco della

chiave? O dalla cappa del cammino? -- Ma s'era lui, proprio lui, che

esorcizzava le streghe, come volete che di punto in bianco vi sia

diventato fattucchiere e stregone? -- Non fa nè anco una grinza,

Simoncino ha colto nel segno; lo avrà ammazzato il padrone; andiamo a

vedere s'egli è morto o vivo. --

Andarono di conserva, e forse avrieno cercato, prima di trovarlo, un

pezzo, dove don Ignazio co' suoi lagni non gli avesse attirati a sè;

come diavolo potesse avere fatto a rannicchiarsi costà sotto non

capivano; s'ingegnarono con diverse industrie a trarnelo, e non

riuscirono; al fine gli levarono su di peso la credenza di dosso, e poi

stirandogli ora il braccio, ora la gamba, tanto lo sgranchirono da

tenersi ritto sopra la persona: reggendolo poi a manca e a destra sotto

le ascelle, lo avviarono verso la porta per metterlo in bussola e

trasportarlo alla canonica: però mentre ciondolava il capo come zucca

pendente da un pergolato, e traeva dolorosi oimei, non mancò di

ricordarsi dei ducati, e dire ai servi:

-- Fratelli in Cristo e figliuoli miei, mirate un po' se sono caduti in

terra certi danari che Sua Eccellenza volle darmi per celebrarne un

mortorio...

-- Per l'anima di cui? Chiese don Diego che tornava in cotesto punto da

accompagnare il Medico; e il Prete con la testa invasata in mal punto

rispose:

-- Per l'anima della sua signora figliuola...

-- O Gesù benedetto! anche quest'altro è ammattito. Donna Violante, la

Dio grazia, vive...

-- Vive sì... ma è morta... perchè capite... il mortorio non si può

celebrare eccettochè ai morti.... _tamen_ anco ai vivi, purchè defunti

_secundum intentionem_....

-- Povero don Ignazio, era tanto dotto! E adesso ammattito anco lui!...

-- E se non bastavano duecento ce ne avrebbe aggiunti altrettanti....

-- Vedete eh! notava il devoto don Diego, da un punto all'altro che cosa

si diventa? Procuriamo pertanto starci lontani dal peccato.

-- Perchè dopo donna Violante la casa d'Ayerba rimaneva spenta....

continuava il Curato.

-- Levate su presto di casa questo uccello di malaugurio. -- Via il matto

tristo... via.

Un febbricone da cavalli accompagnato da delirio assalse don Ignazio

appena posto a giacere, e quanto fu lunga la notte sognò un mulinello di

cataletti, di scudi e di legnate; ma le ossa rotte, anco cessato il

sonno, gli rimasero addosso.

Paolo Pelliccioni, Volume 1 (of 2) · 第 19 / 28 题