La donna superba.
Sul principio dell'anno 1589 comparve a Napoli un cavaliere romano
giovane, a maraviglia bello, sfarzoso di vesti, di famiglia e di
cavalli; chi avesse avuto usanza con Paolo Pelliccioni avria giurato,
che fosse desso, senonchè i capelli e i baffi di questo nerissimi, un
certo fare alla grande, il suono della voce un po' diverso dal comune
potevano metterlo in dubbio; di vero, si diceva, ch'egli venisse dai
lontani paesi delle Indie, ma non si sapeva con sicurezza se orientali
od occidentali; aggiungevano pel suo grande valore essere salito in
grazia di un Kan, o Mammalucco, o Pretegianni, che fosse, il quale
prepostolo a, non so nè manco io, quante centinaia di migliaia di
cavalieri, aveva riportato strepitose vittorie sopra i signori emuli,
esteso il dominio su milioni e milioni di popoli, e messo nel museo
reale trentadue sacca di teste di principi ribelli; dopo sì stupendi
gesti il Kan o Mammalucco di che si è detto, mancando di prole maschile,
avergli profferto in moglie la sua unica figliuola, la quale si era per
modo intabaccata del cavaliere, che per poco, vinta d'amore, non si
buttava sommersa in mare con un sasso al collo, cercando refrigerio
all'arsura onde avvampava; e non dispiaceva nè anco a lui, perchè
veramente sembrava un occhio di sole; ma, siccome mettevano per
condizione ch'ei si avesse a far turco e circoncidersi, egli, da vero
_indalgo_ cristiano, essendo disposto anzi a ricevere il martirio, che a
rinnegare la fede, notte tempo spulezzò con solo un cavallo, dei tanti
suoi tesori solo portando seco parte delle gemme, le quali pure si
pregiavano un tesoro capace di comprare qualunque grossissimo reame
della Cristianità.
Se sopra questa trama dalle comari ci trapuntassero rabeschi, pensatelo
voi, per guisa, che le gentildonne ne andavano in visibilio; e, dove
appariva, fanciulle e maritate traevano a mirarlo come formiche al
grano, comecchè nei sembianti fingessero non vederlo o scansarlo; che le
vergognose del Camposanto non occorrono solo a Pisa, nè sempre dipinte,
e questo ha la barba bianca; ma tanto è, donne, diplomatici e preti,
quantunque le furberie loro abbiano messo il tallo, non sanno buttarle
da un canto; le monache poi facevano grappolo dietro le grate, e tutte
lo avrebbero voluto per santo attaccato al muro; udita una volta la
storia dei suoi casi esse piangevano, con mani giunte e pietosi occhi
contemplavano il cielo, ardevano, gelavano, massime quando sentivano il
pericolo che aveva corso di restare circonciso.
I preti tenevano il bordone, anzi rincaravano la posta, dacchè il
cavaliere non mancava mai alla messa ogni giorno, a' vespri, a' tridui,
alle novene, alle processioni, insomma alle svariate rappresentanze
cattoliche, nelle quali a quei tempi entrava tutta la religione, e poi
le mani di lui stillavano proprio il balsamo delle elemosine. Gli
uomini, a parlare giusto, non lo amavano gran fatto, taluno ancora lo
guardava a stracciasacco, pure co' modi cortesi, le parole oneste, gli
offici servizievoli egli parte ammansiva e parte si rendeva benevoli.
Tra le tante gentili damigelle di cui la città di Napoli va sempre
smaltata come un giardino di fiori, o smagliante come l'emisfero di
stelle (il lettore può scegliere tra questi due paragoni quello che
meglio gli gusta), alcuni credevano ch'egli avesse posto gli occhi sopra
Donna Violante di Ayerba, della quale questo diremo per ora, che tanto
si mostrava superba, che per comune opinione si giudicò, se si fosse
trovata con Lucifero a entrare in palazzo, questi cavandosi il cappello
le avrebbe detto: -- _passi eccellenza!_
Nè, se la Violante andava a' versi di lui, pareva che egli piacesse meno
alla Violante, argomentandolo i popolani da questo, che ogni volta ella
compariva alla Chiesa del Carmine, ecco il cavaliere dietro come la
rocca al fuso, dicevano le donne; e gli uomini, come San Rocco e il
cane; nè basta: quantunque Gesù Cristo con la sua santa bocca abbia
insegnato gli uomini tutti esser uguali, e i preti lo predichino dai
pulpiti, e gli altri uomini fuori dei pulpiti, pure e' si dice così per
dire, perchè nè in vita, nè in morte, nè in chiesa, nè fuori, gli uomini
ti appariranno uguali; e per non andare lontano, mira, alla Violante di
Ayerba, appena tocca del piè la soglia della chiesa del Carmine, le
occorre affaccendato il sagrestano con seggiolone, e cuscino, mentre il
plebeo o sta ritto o s'inginocchia sul marmo; quanto alla morte, popolo
e letame, a carrate si buttano là in terra, mentre il Beniamino della
fortuna ha la sua brava cassa e sepoltura in chiesa, e l'inventario, a
guisa di epitaffio, delle virtù che possedeva, e delle altre che non
possedeva, inciso nel marmo sopra la sua testa........ Voi mi tentennate
del capo.....; lo so quello che mi volete dire: che monta questo? --
Certo dopo morti simili novelle non arrecano caldo nè freddo, ed una di
queste lapidi panegiriche vid'io, or fa due dì, adattata per predella
colà dove il tacerne è onesto; ma tutte questo prelibatezze lusingano la
nostra superbia in vita, e, come ognuno può conoscere, ci dispongono a
quel senso di benevolenza universale, che darà l'ultima mano di vernice
al nostro perfezionamento civile, politico, religioso, e metto punto. --
Quantunque la Violante fosse religiosissima gentildonna e specchio vero
di carità fraterna a modo suo, avrebbe prima toccato la pancia della
vipera che la mano di una popolesca, o di un popolano, i quali le
avessero offerto l'acqua benedetta; e taluno che ci si provò fu lasciato
con le dita ritte in su come gli spunzoni di un cancello di villa; al
contrario quando gliel'aveva offerta il cavaliere, magari s'ella l'aveva
accettata! Da principio parve nicchiare, ma e' fu per parere, perchè poi
stese a furia la destra, dalla paura che il gentiluomo ritirasse la sua;
sicuro! ella aveva abbassato gli occhi, e la verecondia talora costuma
così; ma più sovente l'anima semplicetta che sa nulla, non avendo cosa
meno che pura da celare, non piglia vergogna di ciò che manifesta,
mentre la passione, abbassando le palpebre su le pupille, lo fa a modo
dello amore, il quale con la mano ripara la fiaccola, o per tema gliela
spenga il vento, o per meglio nasconderne il fuoco. Ed una volta donna
Violante sdrucciolò peggio, almeno così giudicarono unanimi tutte le sue
amiche, quando lo seppero: e' fu che un giorno entrando in chiesa, dopo
avere ella vibrato lo sguardo innanzi, e dopo averlo storto obliquo con
isforzo da restarne stramba per tutta la vita per iscoprire il
cavaliere, e non lo vedendo, colta da impazienza, prese a tentennare
rigida a destra, e a manca, pari ad arbore di nave in burrasca:
all'ultimo non si potendo più tenere... oh fallo! che non varranno a
stingere tutte le acque del regno di Napoli! ella si voltò verso la
porta di chiesa a mirare se giungeva. -- Commesso appena l'atto bieco, se
ne accorse, e se ne pentì, secondo il solito quando non lo poteva più
dirittamente emendare. Allora tanto più si attaccò a ripararlo storto,
onde dardeggiava due occhiatacce che parvero saetto, e parole da mettere
i brividi addosso al povero morino affricano, che correggendole lo
strascico se ne stava lì impalato secondo il solito.
-- Perchè mi tiri dietro lo strascico, che Dio ti mandi la mal'ora e il
malanno?
-- Comandi?
Ed ella con labbra tumide.
-- Perchè mi hai fatto voltare tirandomi lo strascico?
Il morino da capo non intendendo come trasognato ripeteva:
-- Comandi vostra signoria?
-- Comando, tu vada al diavolo che ti porti....
E fingendo un grandissimo rovello per sempre più colorire la cosa,
tornata a casa, tante seppe contarne a danno della povera creatura, che
fattogli prima toccare un carpiccio di bastonate persuase il padre a
rivenderlo a un muratore che lo mise a servire da manovale, dove
inassueto portando pesi eccessivi alle forze, morì di corto per
isfiancamento di cuore.
I gentiluomini anzichè cavare le induzioni di chiesa le desumevano dalla
Corte, essendo loro parso gran caso, e veramente era, che nell'ultimo
festino di Don Giovanni Zuniga conte di Miranda vicerè di Napoli, donna
Violante avesse quasi la intera notte ballato col cavaliere romano, e
verso lui fosse comparsa non meno pieghevole della persona, che co'
modi, consentendo a riporre la propria destra nella destra di lui: nè
con minore maraviglia notarono com'ei la conducesse al posto, mentre con
gli altri si mostrava rigida, e intirizzita al pari degli orologi di
legno.
Chi afferma voce di popolo voce di Dio, e chi la moltitudine fucina di
menzogna; una parte e l'altra secondo i casi ha ragione: adesso poi non
solo il popolo indovinava, ma i ferri erano caldi più che non supponeva.
Declinava una limpidissima notte di luglio, notte gioconda per gli astri
infiniti che paiono tremare di voluttà, notte vocale che d'innumeri
suoni ne compone uno solo, dove ogni uomo distingue la voce, che più
desía la sua anima inebriata di amore o dolore. Chi è che tema spettri
per queste tenui tenebre? Le Lamie vengono esse col vento che porta
l'odore del gelsomino? o la Strega può cavalcare per lo emisfero sopra
un raggio della stella di Venere? Lo stesso Rimorso sente assopire le
sue vipere alla mesta letizia della notte d'Italia; la notte fra noi,
massime a Napoli, esulta festosa come colei, che con le discrete tenebre
vela l'imeneo dello Amore con la Natura.
Lo strepito dei passi dell'uomo si fa ogni ora più rado; una dopo
l'altra si chiudono le finestre; la prima, e la seconda volta passò la
corte, e, non avendo trovato persona disposta a turbare cotesto sereno
dono di Dio, ci è da mettere pegno che se ne andrà a dormire senza
venire la terza... ecco non si ode più rumore di cosa animata, se togli
a quando a quando l'ululo di qualche cane lontano e lo stridere sottile
del grillo cantaiolo... silenzio! m'inganno... e' doveva essere così;
non tutti dormono, nè possono dormire in queste notti; a modo che adesso
le cardenie, le magnolie, e le bolcamerie dagli aperti calici spandono
il tesoro dei più eletti profumi, i cuori innamorati esalano i più
cocenti desii... sta bene! precede un soave arpeggio di corde, perchè
l'armonia guida sempre per mano l'amore pudibondo.
Accostiamoci alla finestra munita di ferrata, che ascolteremo il
colloquio di amore di Paolo Pelliccioni e della Violante D'Ayerba; solo
noto, che per quanto ci affrettiamo non giungeremo a tempo per sentirlo
incominciare; di fatti Paolo ora dice:
-- Faccio voto a Dio, che per quanti paesi abbia corso, e visto popoli (e
prego vostra signoria, a credere, che ne ho visti e corsi molti così del
vecchio come del nuovo mondo), non mi è occorsa gentil donna divina al
pari di voi. Arrivai fino in Golconda, vissi un tempo nei monti del
Caucaso; colà vidi le bellissime fra le Georgiane, e le Circasse, e
_voto a Dios_ le sono belle da fare venire le lacrime agli occhi, e pure
non mi sembrarono degne di reggere nè manco lo strascico a vostra
signoria; costumano in cotesti paesi paragonare quelle portentose
creature ai fiori, alle farfalle, alle stelle, al sole, alla luna... io,
signora, non oso paragonarvi a nulla; tutto conosco minore alle vostre
bellezze... e mi dichiaro pronto a sostenerlo con lancia e spada, a
piedi come a cavallo contro chiunque presumesse smentirlo. Però non
trovando modo di paragone degno alle vostre mirifiche bellezze mi
contento adorare e tacere.
-- Cavaliere, rispose con sussiego la Violante, e con un cotale suono di
voce arrotato, io non posso come vorrei palesare la mia gratitudine a
Vostra Signoria, perchè, considerato come merita, il vostro discorso,
trovo ch'ei pecca in quattro punti; primo, voi avete rammentato due
volte il nome di Dio invano, e questo quanto sconvenga a cavaliere
cresciuto in grembo di santa madre Chiesa, lascio, che avvertita, la
vostra Signoria giudichi da sè: secondamente, quantunque le parole
vostre lusinghino il mio cuore, tuttavia come cristiana e cattolica non
posso astenermi da ammonirvi essere peccato, e peccato grave glorificare
la creatura, quando anco questa creatura fossi io: terzamente, signor
cavaliere, mettetevi la mano su la coscienza, e ditemi in grazia se
nelle vostre parole non ci entra per lo meno un quarto di piaggeria;
forse più: per ultimo, non vi posso nascondere, nè devo, che quel
mulinarvi nel cervello femmine saracine, e turche, e mettere la mia
immagine in mezzo con quella di loro, non mi sembra cosa di che io mi
abbia a tenere onorata.
-- Santa Prudenziana non avrebbe potuto favellare parole nè più pie, nè
più gravi di quello che abbia fatto Vostra Signoria; e, comecchè la
condanna dalla vostra bocca mi tornerebbe gradita quanto l'assoluzione o
poco meno, pure io imploro dalla vostra giustizia licenza per
difendermi; e se la giustizia si trovasse corta, aggiuntatevi un po'
della vostra cortesia, la quale vado convinto arriverà a qualunque
sterminata lunghezza.
-- Parlate, cavaliere, noi ve lo concediamo.
-- Signora: si legge nel decalogo: tu non rammenterai il nome di Dio
invano; e va bene, ma chi potrà dire, che io lo ricordi indarno quando
lo chiamo in testimonio della vostra bellezza? Voi, signora, vi
appellaste alla mia coscienza; permettete, che a mia volta io mi
richiami alla vostra. Quanto alla glorificazione della donna, signora,
valga il vero, il nostro Signore quale scopo si propose egli nella
creazione della femmina? Non ho mestiero d'inventarlo io, dacchè egli
volle palesarcelo: egli ebbe in mente di compire l'uomo, insomma di
farlo perfetto; nè poteva Dio presentarlo di dono più sublime, dacchè
corre fama credibile, che dapprima voleva donargli una stella, ma ci
pensò meglio e gli largì la donna. Chi mai, chi mai, domando perdono se
mi scaldo, potrà appuntarmi di glorificare la donna, quando il Re
dell'universo la elesse figlia, e madre sopra la terra e pari alla sua
gloria nei cieli? Rispetto a piaggeria, io respingo risoluto l'accusa da
me, e allego a prova della mia innocenza testimoni superiori ad ogni
eccezione, quali sono i vostri specchi, tutti i laghi dei vostri
giardini, ogni cosa lucida dentro la quale vostra Signoria voglia far
grazia di effigiare la propria immagine; che se non vi piace accettarli
come testimoni, orsù, condannateli per miei complici, e sono contento.
Ah! signora, se non temessi avventurarmi troppo, io direi come la
soverchia modestia talora sia superbia. In un punto dubiterei se dovessi
chiamarmi in colpa, ed è lo avere messo la Vostra Signoria in confronto
con le monsulmane, e le saracine; ma dopochè i reverendi padri Gesuiti
si conducono in coteste regioni per pescare quelle anime alla fede
cattolica, così io anco qui mi penso giustificato; ad ogni modo in
questa parte mi rimetto nel vostro savio intendimento.
-- Cavaliere, mi accorgo tardi, che troppa è la vostra sapienza, ond'io
possa senza taccia d'incauta continuare la disputa con voi; concedete,
finchè ne ho tempo, ch'io mi ripari alla riva; e tuttavia, confessandomi
vinta, io vi dichiaro, che non mi sento persuasa nè anco a mezzo.
-- Avrei guadagnato un altro quarto; affrettatevi a pentirvi, perchè, voi
lo sapete, la incredulità è il peccato che offende massimamente Dio. E
adesso, potrò senza tremore offerire un mazzetto di gelsomini alla mia
signora? Si presentano gigli, e viole alla Madonna santissima dei sette
dolori, e non gli sdegna, per quanto io sappia, se offerti divotamente:
ora io mi dichiaro indegno sì, ma insuperabile divoto alla bellezza
divina della signoria vostra illustrissima...
-- Ma Cavaliere... Cavaliere, sono queste parole che possano intendersi
da me senza offesa della nostra santa religione...?
-- _Por las cuentas[11] de mi rosario_, santo Ignazio di Loiola non si
bandì cavaliere di Nostra Signora, madre di Dio? Forse si legge, che la
Madonna se ne arrecasse? Ovvero gli dicesse: -- cavaliere, statevi a
vostra posta a casa, che la nostra purità non ha mestiere di essere
provata con cappa e con spada?
-- Certo non ho letto in verun libro che questo gli dicesse la Madonna,
ma santo Ignazio non ardeva per la beatissima Vergine madre di Dio del
medesimo amore, che voi, signor Principe... ditemi, in grazia, siete
principe... o duca?
-- Duca, però che se la mia casa annovera parecchi cardinali di santa
Chiesa, non fu sortita fin qui all'altissimo onore di dare un Papa alla
cattedra di San Pietro....
-- Mentre voi, signor Duca... ardete... credo... m'immagino... di amore
legittimo certamente, ma profano.
-- Senza fallo; pure io credo, che se la stessa fonte di tutta purità
avesse mirato il povero santo Ignazio avvampare dello amore, ond'io ho
acceso il petto, non avrebbe consentito a farne un san Bartolomeo
durante il giorno, e un san Lorenzo la notte.
-- Lasciamo queste cose da canto, signor Duca: ciò che avete detto basta
a chiarire, che il paragone di santo Ignazio con la Madonna non tornava
in chiave...
-- Sì, ma pel corpo di santo Alfonso, che riposa in Zamora, come volete,
mia signora, ch'io vi ami? Lasciamo questo velo di terra che ci fascia,
e pure ci è caro; diventiamo anime, e come nudi spiriti amiamoci; allora
fieno nostri diletti correre sopra gli aliti della notte, i quali fanno
tentennare i fiori come capi d'innamorati, che si accostano per
baciarsi, o voleremo pei cieli a cavallo di quale stella più splende
amorosa; o meglio ancora ci avvolgeremo deliziando nell'onda armonica,
che esce dalle corde dell'arpa di David quando suona i salmi di laude al
trono di Dio... ma finchè questo connubio della materia con l'anima
dura, deh! non mi sia colpa amarvi come Adamo amò Eva, come i Patriarchi
amarono le mogli loro... e così essendo, perchè ricuserete la umile
offerta? Sara non respinse i doni di Faraone, e di Abimelec, e cotesti
doni diversi dai miei, ed anco dati per fine meno santo davvero.
-- No, Duca, nelle vostre parole non ci ha cosa che io non possa udire,
nè nelle profferte vostre, cosa che io non possa accettare; solo ci sono
cose che nè dovrei udire, nè posso accogliere prima del signor marchese
mio padre. La notte amica cuopre il mio rossore, però protetta dalle sue
ombre mi attento, signor Duca, porgervi la mia mano in pegno, che il
vostro affetto non mi torna sgradito.
La mano della Violante fu strinta bramosamente da entrambe le mani di
Paolo, e baciata con sì focosi baci, che per poco non ci levarono sopra
le galle; e tra un bacio e l'altro non si udivano che esclamazioni: -- _o
suma bondad! o muis contiento_! gioie maravigliose anzi divine! _o mia
querida prenda!_ anima dell'anima mia! _mio dulce cuidado!_ con altre
più voci di cui va composto il grande dizionario italiano e spagnolo
dello Amore. Fin qui, come avranno potuto notare i miei lettori, e
sopratutto le mie amabili leggitrici, i discorsi dei nostri amanti
sonarono perfettamente imbecilli: cotesto non si nega; ma non è mia
colpa; chi se ne intende mi accerta la imbecillità essere vizio proprio
dei colloquii di amore, il quale essi possiedono in comune co' discorsi
di apertura dei Parlamenti, che i ministri mettono su la bocca alla
corona, e co' discorsi dei ministri stessi, eccetto quando parlano di
gravarci con nuovi balzelli le spalle, nel medesimo modo che i favellii
di amore cessano di comparire vacui quando danno la stretta del
matrimonio; chè quanto a questa faccenda non ci ha femmina al mondo, la
quale non valga a reggere il bacile al più _involpito_ fra i
diplomatici; nè la Violante era donna da dimenticare il fatto suo; di
vero, appena riscossa la mano al rapace amatore che ne menava strazio
(già s'intende co' baci), ella mostrando vaghezza di allontanarsi
favellò:
-- Addio, signor Duca; il Signore vi tenga nella sua santa guardia...
continuate ad amarmi come io vi amo; -- di tanto vivete sicuro, che mi
sarà grato portare il vostro nome, e il titolo di Duchessa, ma al
medesimo tempo, non vogliate obliare mai che in questa casa non si entra
se non per la porta, e consenziente mio padre... intanto scrivete a
Roma, fate venire le prove della vostra nobiltà, le carte concernenti il
Principato... voleva dire la Duchea, i feudi, e i maggioraschi vostri, e
dopo che tutto questo sarà chiarito, ventilato e cribrato, persuadetevi,
mio signor Duca, che voi non potrete desiderare più zelante avvocato di
me presso il signor Marchese mio padre, perchè vi conceda la mia mano.
Detto questo, ella si allontanò intostita, piuttosto radendo che mutando
passi sul pavimento, come quelli che le videro, affermano costumare le
statue quando, scese dai coperchi dei sepolcri per fare le faccende
loro, si affrettano ritornare al posto. --
Paolo rimasto solo chiuse a pugno la destra e poi l'aperse di forza
avventando dietro costei una imprecazione che a cotesti tempi ricorreva
spesso sopra le labbra dei vassallacci di Roma, e vi s'incontra anco ai
nostri, ma che non può trovare onestamente luogo in questo libro.
La Violante condottasi nella sua camera si pose innanzi tratto
genuflessa davanti a bellissimo crocifisso di avorio, avvertendo bene,
che il cuscino di velluto non le cascasse di sotto le ginocchia, e quivi
si accusò, e si pentì del peccato commesso contro la religione, i
costumi di gentildonna cristiana, e soprattutto contro il decoro
d'_idalga_ spagnuola, concludendo col fermo proponimento di tornare da
capo alla prima occasione. Dopo ciò, parendole di avere saldato il conto
della giornata, si mise a giacere.
Ed ora che dorme guardiamola un po' adagio, e procuriamo in succinto
porgere idea della sua persona. Vi ricordate la cara statuetta di
Canova, che rappresenta Psiche con la farfalla tra le mani? Canova la
donò; altri la vendeva; adesso si trova in Baviera, ma voi ve ne
ricorderete. Or bene, nel modo che la farfalla sta tra le dita di
Psiche, l'anima della Violante si trovava imprigionata fra quelle della
Superbia; ma ohimè! con sorte quanto diversa; Psiche l'accarezza, e ne
scuote soavemente la tenue forfora dalle ali dorate, mentre la Superbia
mena strage dell'anima caduta nel suo fiero dominio. I tratti che la
benevolenza s'industriava condurre sopra cotesto sembiante, l'asperità
ostinavasi cancellare: le labbra di lei, comecchè vermiglie ignoravano
le molli curve onde la bocca di donna sorride quei placidi sorrisi
somiglievoli a sfumature di odore soverchiamente acuto, nè gli occhi
suoi conoscevano i lunghi sguardi e miti come le mestissime tinte della
luce che tramonta: anco per gioia i suoi sopraccigli aggrondavansi, e
guardavano il supplichevole del pari che lo irreverente; e quante volte
i suoi labbri si atteggiavano a sorriso facevano greppo come fanciullo
che si disponga a piangere. Dalla madre spagnuola ella ebbe i capelli
neri, lucidi quanto bitume giudaico, e la pelle colorita di un pallido
gentile arieggiante l'umore più puro che si cava dalla pingue oliva
toscana, altro da lei non ebbe, che la lasciò bambina; nè forse più nè
meglio avria potuto cavarne, allevata come fu in corte di Spagna, dove
respiravasi sempre un'aura di superstizione che emanava dall'arca
d'Isabella regina, tenuta aperta dalla sacra crudeltà dei frati.....
Signore! Quando considero cotesta donna levata a cielo, non pure dai
vetusti, bensì anco dai moderni scrittori, e perfino da quelli che
nacquero e crebbero fra popoli liberissimi, la mia mente si
sbigottisce[12]. Per me mi sento ribollire il sangue alla ipocrita
ferocia, e alla stolida credulità di costei, la quale o fingeva, o
sperava spegnere con alcune poche lagrime lo incendio dei roghi della
Inquisizione, ch'ella pure aveva suscitato. Ormai a estinguere il
maledetto fuoco mantenuto vivo dalla cupida rabbia dei frati, non che
lacrime di donna, basterà appena il diluvio di sangue di cento
generazioni. --
Quali fossero le doti dell'animo di Violante d'Ayerba questo racconto
andrà significando a parte a parte; intanto, per terminare con quelle
del suo corpo, conchiuderemo, che bella appariva nel volto, e nelle
membra per eccellenza disposta, e non dimanco tale, che un pittore
antico l'avrebbe tolta a modello di Melpomene, la Musa della Tragedia,
mentre un moderno ci avrebbe cavato la immagine di Erodiade che, tra le
sorrise parolette brevi, e le blandizie proterve della voluttà,
domandava a Erode le s'imbandisse sopra la mensa il capo mozzo del
Battista, deliziosissimo sopra ogni frutto all'ira muliebre, che non
perdona mai.