CAPITOLO SECONDO.

Paolo Pelliccioni.

Come e perchè le terre della Chiesa fossero le peggio governate tra le

altre italiche, le quali pure erano rette pessimamente, sarebbe discorso

lungo: basti tanto, che chi piglia iniquo, mal può dominare onesto, ed

arraffando in compagnia bisogna sopportare il complice ladro, o

strozzarlo; di vero, quante volte gliene capitava il destro, la Chiesa

non si tirò indietro da strozzare, ma spesso trovò chi non ci si

accomodava, e allora, messa in un canto la fune, riprese l'aspersorio.

Di molti tirannelli minori della Romagna, e della Umbria, la Chiesa

venne a capo, di altri no, come sarebbe a dire Colonnesi e Orsini, che

le furono perpetui calci nella gola.

Oltre a ciò le Corti forestiere, e la Curia stessa romana, trovarono il

conto loro a considerare, e a permettere, considerassero Roma terra

neutra, dove ognuno era padrone un po'. Di qui i palagi, le vigne, gli

studi, le chiese, che ogni nazione ci fondava, e ci manteneva; di qui le

immunità, i privilegi, ed altri di questa ragione diritti; di qui per

ultimo gli asili da prima limitati alla casa dello ambasciatore, e poi

di mano a mano estesi alle contrade circostanti, vero semenzaio di

banditi.

Di tratto in tratto veniva fuori qualche Pontefice, il quale, o come

tenero dell'autorità sua, o preso da giustissima ira, dava opera a far

sì che la infamia cessasse, onde all'improvviso nasceva un grande

arruffa arraffa di malviventi, ed uno scatenio di chiavistelli, e un

gran menare di penne di giudici su pei fogli, e un grande stirare di

corda dei carnefici giù dalle forche; ma gli erano proprio i trotti

dell'asino, conciossiachè i Papi, per ordinario vecchi e cagionevoli,

indi a poco si straccassero, o se tuttavia verdi di età, sprofondandosi

nelle delizie, od in vizii altri più rei, rimettevano il primitivo

ardore; e poi le femmine aggiravano, le bardasse abbindolavano, i nipoti

barattavano, tutti arcavano, sicchè in mezzo a cotesto diluvio di fraudi

e di corruzioni, non ci era arca di Noè che conducesse a salvamento.

Arrogi a questo, che per ordinario gli avversari del Papa defunto

eleggevano il nuovo, e poichè costume della parte che prevale, fu e sarà

sempre dare in testa a quanto l'altra parte volle ed operò, così il Papa

novello si faceva coscienza di buttare all'aria di pianta il governo del

suo antecessore.

Un altro impedimento per governare meno alla trista veniva allora, e

viene anco adesso, dagl'intrighi degli oratori, i quali tentando sempre

di tirare il Papa dalla parte loro, da prima andavano con le buone, e

non riuscendo, per ultimo si mettevano su le cattive seminando triboli

sotto i passi di lui, la quale cosa a cotesti tempi riusciva meglio di

adesso per avere stanza in Italia Spagnuoli e Francesi, nè si ristavano

i minori potentati, e siccome la guerra palese non si poteva fare, come

quella che era pericolosa, tanto più si raddoppiava la occulta con lo

scatenare nugoli di banditi su le terre della Chiesa, che le nabissavano

con i latrocini, gli omicidi, gl'incendi, e con ogni altro modo ruine.

Però il subito arrovellarsi contro i banditi non partoriva frutto,

dacchè medicata la piaga, durando il vizio, presto tornasse a

inciprignirsi, ed il consorzio umano da coteste sfuriate non venendo a

sentirne un bene al mondo le considerava vane beccherie e feroci.

Papa Sisto pubblicando la dichiarazione degl'inquisitori contro i

banditi, e provvedendo, che la fosse diligentemente osservata, in breve

ebbe sgombre le terre di Roma dalla infamia dei banditi, ma e' non fu

per molto, che egli prevalse su prete Guercino, il quale si faceva

chiamare «re della campagna,» imperciocchè su gli ultimi mesi di sua

vita venuto in iscrezio con Milano e con Napoli rivide scorrazzare per

la Maremma il Sacripante, il Piccolomini nelle Romagne, Battistella

nella campagna di Roma; e gli furono trafitte nel cuore, dacchè toccasse

con mano come costoro, piuttosto che a rubare, venissero a sparnazzare

danaro; le monete portavano per insegna i lioni, e le torri; la più

parte doppioni di Spagna: osservavano le ordinanze, drappellavano

bandiere, avevano il _suono_, battevano il tamburo, fino su le porte di

Roma trascorrevano; le milizie conoscendo che ai banditi facevano spalle

potentati troppo più gagliardi che il Papa non fosse, come sicuri di

uscire a capo rotto, andavano di male gambe a combatterli.

Ma per ora la bisogna camminava altrimenti; tutto piegava dinanzi alla

volontà del Papa, il quale procedeva acceso a conseguire il nome di

trionfatore dei banditi, quanto potrieno esserlo stati Scipione dei

Cartaginesi, o Cesare dei Galli.

Adesso diremo chi fosse Paolo Pelliccioni, e della indole, e dei costumi

di lui, ch'è principale personaggio del nostro racconto. E' visse un

tempo in Roma un Anacleto Pelliccioni: egli affermavasi, ed altri

consentiva ch'ei si affermasse, nobile stirpe, ed era; però d'ingegno

salvatico, ed invincibilmente rozzo, sicchè suo padre un giorno gli

disse, come si soleva ai figliuoli, che se fossero nati legni si sarieno

buttati sul fuoco: «_o frate o soldato;_» ed egli fu soldato non per

altra ragione, che per essere stata questa l'ultima parola la quale gli

percosse l'orecchio; se accadeva alla rovescia ei si vestiva cappuccino.

Combattè in Ungheria per lo Imperatore, e nelle Fiandre per la Spagna,

ma nella medesima maniera si sarebbe messo al cimento per Fiamminghi e

per Turchi, chè delle cause della guerra egli non cercò mai, nè,

cercate, avrebbe per avventura compreso, modello vero del perfetto

soldato; ferì, rimase ferito, ammazzò in battaglia, e più fuori di

battaglia; rubò, bevve, e bestemmiò sempre; per ultimo si ridusse a casa

in parecchie parti della persona rotto, dai reumi attratto, col viso

colore di pomodoro, e i capelli grigi; di pecunia stremo, ma per

contrapposto pieno zeppo di medaglie e di diplomi, dove gli si

profondevano a tutto pasto i titoli di strenuissimo, e valorosissimo

campione della fede, con facoltà sterminata in ogni occorrenza di

recarsi al Re in Madrid e allo Imperatore in Vienna, bene inteso però

con i suoi danari; e si racconta eziandio che la sua camicia non

vestisse lui solo, sibbene altri animali, che, al dire del maresciallo

Bassompierre, si acquistano quasi sempre nel servizio del re[7], ed io

aggiungo, sempre in quello del popolo, però, che la ingratitudine sia

quasi l'_effeta_, che dà anima all'anima dell'uomo, e se tutti la

maledicono, sì il fanno per isviarne altrui, e praticarla in benefizio

esclusivo di loro, al modo stesso di quel tale, che sputava sopra la

vivanda per ischifarne i commensali e potersela poi mangiare intera.

A Roma egli cessò il rubare, lo ammazzare e gli altri gustarelli di

questa umana famiglia, non per ossequio dei precetti di Dio, bensì della

corda di mastro Gigolo; ed essendo nella nobile arte di bestemmiare Dio

penetrato assai addentro, sicchè sapesse farlo in quattro, o cinque

lingue, capì, che bisognava smettere la italiana, e risoluto a questo

sacrifizio continuò nelle bestemmie spagnuole, tedesche, fiamminghe e

maomettane senza pericolo, o sia che gli sbirri non capissero, o

potendolo fare con reputazione lasciassero ire tre pani per coppia:

quanto a bere possedendo l'uomo ragionevole facoltà d'imbestiarsi a suo

beneplacito così a Roma come altrove, senza inciampare dentro veruno

articolo del Codice penale, costui si tramutò proprio in un otre

perpetuamente pieno di vino. Nello intervallo di una ubbriachezza

all'altra gli accadde di buttare gli occhi su di una giovane popolesca,

bella certo, e, se volete, anco buona per quello che fa il mercato;

costei non difettava di dami; taluno anzi ne amava un pocolino

anch'ella, e certo conducendo nozze da pari suo sarebbe stata felice per

quanto è concesso quaggiù, ma il Pelliccioni, il quale le aveva grugnito

qualche cosa, come sarebbe a dire una confessione di amore, era

cavaliere, si predicava ricco sfondato, aveva messo in pezzi tante

dozzine di turchi e di eretici, che nè manco egli lo sapeva, figuratevi

se altri! Ora, non vale negarlo, nobiltà e ricchezza hanno virtù di dare

la volta ai cervelli popolani; certo nei tempi passati troppo più di

ora, ma anco adesso troppo più, che non si vorrebbe, e ciò perchè

l'amore nel cuore umano cresce e tramonta, l'avarizia cresce sempre; la

vanità non cresce, e non diminuisce mai, gigante nacque e gigante muore.

La popolana fu salutata moglie del cavaliere, e perdute le amiche

vecchie, non la consolarono le nuove; visse sola nell'asciugaggine del

tedio; invocati dalla Madonna, e da quanti santi mettono i preti in

paradiso, figliuoli non vollero venire; la ubbriachezza di Anacleto dopo

avere fatto un po' di sosta nel sacramento del matrimonio, si mise a

correre dove prima camminava, onde una notte riportato a casa sopra una

scala, giacque due dì nel letto dando appena segno di vita; su l'alba

del terzo risensò, e chiese acqua, la quale appressatasi ai labbri non

potè bere, ma ricascato supino con un gran soffio spirò l'anima.

Spirò l'anima, ma come ultima bestemmia contro Dio, o maledizione contro

gli uomini; nel mese stesso della sua morte aveva balestrato una

creatura nel ventre alla mogliera; questa creatura fu Paolo Pelliccioni:

nacque forte, e sopra ogni altro fanciullo bellissimo, di capello biondo

di oro, ed occhi neri; meraviglia a vedersi. Quello, che in altri vale

alla ottima educazione, per lui fu causa di ruina, la tenerezza materna,

la formosità sua, e la prosapia onde nacque; la madre fino dai giorni

primi lo adorò, nè mai volle attraversarlo nelle bizze, nelle ire e

nelle ferocie; la tanta bellezza del figlio la sforzava a mettersegli

genuflessa davanti quasi a cosa divina, nè ella sola, bensì anco le

comari, oggi per essere vedova, ridivenute amiche; le sostanze mediocri

non avrebbero consentito allevare il fanciullo alla grande, pure se il

tutore avesse preso buona cura di lui non sarebbero mancati maestri, i

quali con lo studio delle discipline gentili avessero, se non vinto,

attutito almeno quel suo naturale talento, che lo portava alle opere di

fraude e di sangue. Crebbe come una pianta velenosa, non amò veruno,

eccetto la madre, se pure poteva chiamarsi amore un perpetuo impeto di

straziarla e di accarezzarla; dopo la madre amò o piuttosto furiò per un

giovane di anni pari ai suoi, e n'ebbe ricambio, nè si creda che tale

passione nascesse da mutue benevolenze; tutto altro; derivò dalla

contesa e dalle percosse; si picchiavano, e rifiniti, separavansi per

tornare a cercarsi, e ripicchiarsi da capo, finchè Ciriaco, che tale si

appellava il giovanetto, si diè per vinto, e gli diventò sviscerato come

mastino ammansito, il quale lambisce il padrone, e contro gli altri si

avventa: però se Paolo non aveva patito uguale Ciriaco, intendeva che

egli, meno lui, superasse tutti, onde se gli vedeva attaccare baruffa, e

bastarci solo, lo lasciava fare, ma un zinzino che balenasse, eccolo

correre alla riscossa, e in men che non balena spazzare via ogni

resistenza. Suprema agonia della sua puerizia fu il possesso di un

coltello, il quale avuto, si ripose in seno, e ce lo tenne con più

divozione del crocifisso di oro, che la madre gli aveva appeso al collo.

Più tardi, uscito dall'adolescenza, quando ambì il consorzio dei nobili

giovani, questi lo ributtarono dandogli taccia di rude e di villano;

allora attese a levigarsi, e ci riuscì quanto ai modi esterni, che circa

allo ingegno ormai aveva messo il tetto, e poichè la causa della repulsa

era mendace, mentre la vera stava nella mancanza di arredi per la quale

non poteva comparire orrevole a pari degli altri; tra la madre e lui si

misero a gara a sperperare danari in vesti, gioielli, armi e cavalli;

anzi, la madre, invano contrastante il figliuolo, strusse perfino quel

po' d'oro che possedeva da ragazza per ornarne il suo Paolo, la pupilla

degli occhi suoi; ond'ei di colta potè mescolarsi nelle cavalcate dei

nobili garzoni e delle gentili donzelle, agli spassi ed ai giuochi loro,

che prima lo avevano fatto spasimare di desiderio.

Se si fosse contentato di comparire uguale agli altri, od anco fra i

primi, forse, chi sa! quali giorni gli avrebbe filato la Parca, ma verun

luogo lo accomodava se non era il supremo; donde prima le gozzaie, poi

la lite, e per ultimo la contesa, dove Paolo spiegando la naturale

ferocia, postergato ogni costume di cavalleria, diè di mano al coltello,

menando a destra e a mancina. Quanto grande ne corresse scalpore, è più

agevole immaginare che dire, nè solo per la parte degli offesi e dei

parenti, bensì di tutta la nobilea romana, la quale allora mise in campo

ciò che da molto tempo sapeva ed aveva lasciato correre, vale a dire,

gli oscuri natali della madre di Paolo; ed ecco di un tratto stringersi

in lega, e accomunare ingegno e possa per fare ogni sforzo a

stramazzarlo nel fango, sempre dissimulando la causa vera della odiata

superiorità di Paolo, e sempre rinfacciandogli il sangue transteverino

dei congiunti materni, ed egli se lo credette, spinto dalla naturale

inclinazione dell'uomo di attribuire a tutto, tranne a sè, la causa dei

proprii malanni. Per questo crebbe nel cuore a Paolo un mal seme, che

gli guastò la passione procellosa, e nondimeno intensissima, che portava

alla madre sua; a mano a mano, da amarla meno passò pei gradi della

sazietà, del fastidio e del tedio fino allo aborrimento, molto più, che

della pecunia oggimai trovavasi in fondo, nè gli usurai così cristiani

come giudei intendevano dargliene più oltre in prestanza; essendo egli

per natura cupissimo, dissimulava, ma agli occhi della donna, madre sia

od amante, il diminuito affetto non si cela, e poi una notte, tornato a

casa torbido più del consueto, sua madre recatasi a canto il letto di

lui in punta di piedi a vigilarlo dormente, lo udì nel sonno inquieto

maledire il giorno e l'ora nei quali suo padre aveva condotto a moglie

una donna plebea.

Cotesto fu morso pari alla puntura dell'ape, che lascia dentro l'ago, e

corrompe la carne; romana era la madre di Paolo, nata di popolo, in

Trastevere; vero sangue latino, però non disse motto, ma desolandosi

alimentò segretamente la ferita a modo di Porcia figliuola di Catone e

moglie di Bruto, sicchè presto si ridusse al termine del vivere suo, e

ferma ormai nel suo proposito non la distolsero dal morire le smanie di

Paolo, il furibondo dolore, le cure e le veglie con affetto ineffabile

prodigatele da lui: solo pochi istanti innanzi di esalare lo spirito,

mentre gli stampava su la guancia l'ultimo bacio, ella trascorrendo co'

labbri si posò su l'orecchio, dove bisbigliava sommesso:

-- Paolo! non mi aborrire per averti dato la vita. --

Paolo rimescolato dal profondo delle viscere, volle genuflesso smentire

con giuramento la calunnia atroce, consolare anco a prezzo di sangue

cotesto cuore desolato... indarno, lo spirito aveva già derelitto la

salma mortale della madre sua; se per vita migliore è incerto,

sicurissimo poi per condizione meno trista dell'assegnata ad ogni

creatura umana quaggiù.

Non fu da uomo (mettiamo da parte il cristiano) la maniera con la quale

Paolo palesò il dolor suo, bensì ferino, o almeno di quei primi tempi

nei quali il viver nostro poco si allontana da quello delle bestie:

stracciò le sue carni, e i capelli, empì di ruggiti la casa, maledisse

con orribili imprecazioni la natura e Dio, contese sepellissero la salma

materna, la tenne stretta, la coperse di baci frenetici, finchè i vermi

gli formicolarono sotto le labbra: tutto un dì, poichè gli fu tolta

davanti, si rotolò nella polvere, e, come corre la favola, che i

figliuoli della terra sternendosi acquistavano vigore, così egli dal

pavimento ricavò potenza di odio contro tutto il genere umano; però che,

quasi per mentire a sè la parte massima della colpa, ch'egli aveva nella

morte della madre, fece cotesto immane odio religioso, col fingere che

gli altri gliel'avessero uccisa.

Con subita vicenda di un tratto comparve tranquillo, licenziò i servi,

diè voce volersi condurre a Livorno, e quinci a Barcellona, donde

avrebbe sferrato in America, in altre terre più remote, dove lo avesse

spinto la sua ventura: ed un bel dì relitta la casa agli usurai, quasi

cadavere ai corvi, si partiva sul fare della notte.

Però il suo cammino non tendeva ad Ostia per imbarcarsi, e nè meno verso

l'Umbria se disegnava arrivare per terra in Toscana; la sua via era

dalla parte opposta per dove si va ai monti, perpetuo nido di aquile e

di banditi. Mano a mano che si faceva più alta la notte le cose

circostanti tacevano, e comecchè da prima ei non ci ponesse mente, alla

fine si accorse, che qualcheduno lo seguitava; balzò di sella, nel

braccio manco avvolse il mantello, con la destra strinse il pugnale

sbarrando la strada: poi con gran voce gridò:

-- Addietro, o ti ammazzo....

-- E perchè devo tornarmene addietro? E perchè mi volete ammazzare?

-- Ciriaco! Tu qui?

-- E dove aveva io da essere?

-- Hai parenti da queste parti?

-- No: vi vengo dietro....

-- E che vuoi da me?

-- Seguitarvi.

-- Ma sai tu dove io vado?

-- No; e non m'importa saperlo.

-- Te lo dirò io....

-- Ma se non me ne importa....

-- Importa, taci: io vo per tal cammino in fondo al quale posso trovare

un palo ritto con un altro traverso....

-- Una forca, via! Eh! cotesta è una fine come un'altra; la fecero tanti

prima di noi, di certo non saremo gli ultimi.

-- Non basta, avverti che col corpo ci è il caso di perdere la salute

dell'anima....

Ciriaco tacque, e dopo essere rimasto alquanto sopra di sè, rispose con

accento meno baldanzoso: -- Tempo da raccomandarmi a Gesù, a Giuseppe e a

Maria, io l'avrò sempre....

-- E ti mancasse?

-- E mi mancasse?... Cristo mi aiuti!... Io non vi posso lasciare, Paolo;

signor Paolo io non vi lascierò...

-- Dunque vieni, che prima di piangere noi, altri smetterà di ridere.

* * * * *

Viaggiando la notte, furono in tre dì a' confini dello stato romano, su

l'alba del quarto giunsero all'osteria della Ferrata. L'oste a vederli

li squadrò così di scancío come capretti che gli avessero portato a

comperare, e sottilmente beffando gl'interrogava se avessero fatto

disegno di trattenersi molto in coteste parti: a cui Paolo rispose, non

poterlo sapere; ciò dipenderebbe dal trovarsi d'accordo con certi suoi

amici di lassù; intanto allestisse la colazione, ed ei vedrebbe col

compagno di pigliare un po' di sonno. L'oste, passato tempo convenevole,

quando tenne che i nuovi ospiti dormissero, sporse il capo fuori della

porta e mandò una specie di fischio acuto e sottile, il quale ebbe virtù

di fare uscire dalla macchia un carbonaro, che si accostò di corsa alla

osteria. Già egli stava presso all'oste, e già questi prendeva a

parlargli, quando guardandosi attorno per maggiore cautela si accorse,

che Paolo, affacciato alla finestra del primo piano, non gli levava gli

occhi di dosso, onde da quel mascagno ch'egli era, prese a rimproverare

il carbonaio di negligenza per non avere portato il carbone: in colpa

sua gli avventori non si trovavano serviti a punto; ne avrebbe tenuto

motto col padrone, e se gli fosse tocco qualche carpiccio delle buone

suo danno; l'altro da prima come trasognato abbacava, ma avvertito dallo

ammiccare degli occhi dell'oste si accorse della ragia e cominciò a

raccomandarsi pietosamente perchè lo perdonasse, onde l'oste dopo essere

stato duro un pezzo lo rimandò con la promessa di dargli, per cotesta

volta, di frego.

Paolo e Ciriaco scesero nella stanza terrena, dove trovarono la tavola

imbandita, e presero a mangiare di buona gana. Metteva loro su la mensa

una giovane figliuola dell'oste, assai bella e molto manierosa, sicchè

Paolo le disse taluna di quelle parole, che le fanciulle lungo il

cammino della loro vita raccolgono sempre, se non come frutti, almanco

come fiori: dal canto suo ella sospinse gli occhi su Paolo e comparsole,

come pur troppo egli era, leggiadro, ne sentì pietà, chè amore per non

avere di colta lo sfratto dal cuore alle fanciulle piglia quasi sempre

cotesta faccia; per la qual cosa, come suo malgrado la fanciulla

costretta, presto presto mormorò a mezza voce:

-- Per amore della Madonna tornate addietro finchè il sole è alto.

Ma Paolo non le badava; inteso a vigilare l'oste, vide come costui

giudicando gli ospiti assai distratti dal piacere della bevanda e del

cibo, non meno che dall'altro di contare le baie alla ragazza, avesse

sbiettato fuori della taverna; gli fu sopra di un salto cogliendolo

giusto nel punto in cui il carbonaio nascosto quinci oltre tornava alla

posta.

-- Orsù Orazio smettila, che io sono uccello accivettato... disse Paolo;

e come l'altro a sentirsi chiamare a nome, e ravvisare in cotesto

arnese, restava confuso, soggiunse: -- va franco, ch'io sono dei vostri;

se questo balordo di Battistello non era, già da mezza ora saresti a

desco con noi a ragionare di quanto è spediente, che tu sappia, ed io

sono venuto per dire a te ed ai tuoi.

Coteste parole, e più delle parole le sembianze e gli atti di Paolo così

comparivano sicuri, che il bandito e l'oste ne rimasero soggiogati, un

istante dubitarono di qualche tranello, e il dubbio passò loro traverso

lo spirito come nebbia di sangue, ma gli ficcarono gli occhi dentro gli

occhi due e tre volte, e poichè Paolo sostenne cotesto loro sguardo

senza balenare, anzi sorridendo, si lasciarono ire: alla fine, che

risicavano eglino? Due gli ospiti, e senza armi da fuoco; se ne avevano

da taglio non potevano essere eccetto coltelli, essi provvisti di

schioppi e di squarcine, nè passava mai ora, che per di là qualche amico

ronzasse.

Quali ragionamenti tra costoro avvenissero, non preme alla nostra storia

riferire: questo si sappia, che dopo qualche ora lasciato indietro

l'oste, e con molte carezze profferto un anello alla figliuola, il

quale, nonostante la pressa del padre ad accettarlo, ella ricusò, e poi

rossa come fiamma di fuoco promise lo avrebbe preso più tardi, Paolo,

Ciriaco e Orazio si misero su per l'erta del Monte Bove.

Andarono parecchie miglia senza incontrare anima viva, e parve Orazio

maravigliarsi ed anco inquietarsi che le solite scolte alle porte

mancassero, quando di un tratto nel folto di una macchia fu loro sopra

la intera masnada; minacciosi comparivano i banditi, con l'arme in mano

pronti a trarre, non pure contro i nuovi arrivati, quanto contro Orazio,

come quello, che infranta la disciplina, scopriva a sconosciuti il

nascondiglio; ma lieto e ridente si fece loro incontro Paolo tendendo

entrambe le mani, e favellando parole in suono chiaro e squillante come

strumento metallico: in sostanza disse: se volevano ammazzarlo, padroni;

se rubarlo poco avanzo avrebbero fatto, e poi essere parato a

presentarli di quanto portava adosso; la fama avergli riferito i gesti

della banda, e il nome, e la morte dell'illustre suo capitano: essersi

mosso da Roma per profferirsi in sua vece.

I banditi lo ascoltarono fin lì tra stupiti e sospettosi; ma qui taluni

tanto non si poterono tenere, che mirando le gentilesche forme, e lo

aspetto giovanile, non rompessero in risate, se nonchè egli senza

darsene per inteso continuava:

Quanto a lignaggio affermarsi pari se non superiore al defunto loro

capitano; proverebbero pari eziandio il suo affetto, la vigilanza, e lo

studio di avvantaggiarli: quanto a gagliardia e a valore potrebbe

sfidarli a contrapporgli in ogni cimento, con l'arme in mano o senza,

quale giudicassero tra loro più forte ed animoso; ma questo non voler

fare, perchè simili prove partoriscono sempre gozzaie, e per loro essere

necessario vivere in pace fraterna. Per altra parte comprendere

ottimamente come dovesse parere loro presuntuoso cotesto suo discorso;

però non intendere egli, che così su due piedi lo accettassero capitano:

solo ne rimandassero a tempo più lontano la elezione, che doveva cadere

in quel giorno medesimo, e così dargli campo di mostrare la sua virtù.

I banditi percossi dalla gravità del giovane, e diciamolo pure per via

di antitesi, da cotesta sua superba modestia, lo intimarono a recarsi in

altra parte del bosco, li lasciasse liberi a deliberare sul conto suo;

la quale cosa avendo egli fatto, essi vennero di leggieri d'accordo a

riceverlo nella banda a quel modo ch'ei proponeva, salvo a deliberare

più tardi. Così Paolo entrò fra i banditi, e pigliando nome di Venanzio

Tombasi, in breve tante furono le prove di prudenza, di accortezza, e

soprattutto di sterminata audacia, che i banditi acclamatolo ad una voce

capitano non sapevano omai distinguere se più lo amassero o ne

tremassero.

Paolo Pelliccioni, Volume 1 (of 2) · 第 9 / 28 题