CAPITOLO PRIMO.

Sisto Quinto e il conte Olivarez.

-- Santità, le faccio umilissimamente considerare come, da un'ora e più,

con la reverenza debita al Vicario di Gesù Cristo redentore sopra la

terra, le sia venuto esponendo il profondo disgusto del mio signore e

padrone, Sua Maestà Cattolica, non che la repugnanza di tutto

l'illustrissimo ed eccellentissimo clero di Spagna per questa sua ultima

bolla, la quale giudichiamo perniciosissima alla quiete della santa

madre Chiesa. Noi pertanto, con le mani giunte, la supplichiamo e

scongiuriamo a porre giù dall'animo siffatto funesto disegno: ad ogni

modo la prego, e riprego, sicchè il priego valga mille, a degnarsi di

una qualche risposta, affinchè, caso mai (il che Dio tolga) alla Vostra

Beatitudine talentasse ostinarsi nello scandalo, Sua Maestà il Re mio

signore e padrone possa pigliare nei suoi stati i provvedimenti, che il

suo zelo per la religione, e l'autorità della propria corona, la quale

egli ricava direttamente da Dio, gli persuaderanno essere meglio

opportuni. --

E qui colui che favellava tacque, ed aspettò buona pezza, tuttavia

invano: allora con voce tremula, come chi si tenga per non dare di

fuori, egli soggiunse:

-- Dunque, nonostante le mie fervide, e ad un punto ossequiose istanze,

la Santità Vostra non giudicherà dicevole di porgermi risposta? Si degni

avvertire, Beatissimo Padre, il corriere per la Spagna sta su le mosse

per partire ed aspetta i dispacci, sicchè si riscuota una volta; che

medita adesso? A che pensa? --

Così favellava, secondo il costume della sua Corte, prolisso e

sazievole[1] il conte Olivarez ambasciatore spagnuolo a Roma,

superbissimo tra i superbi _idalghi_ del suo paese; e quantunque la

forma delle parole, e gli atti del corpo comparissero quali il più

fisicoso dei cerimonieri del Papa non avrebbe trovato da appuntare, o

avrebbe ripreso poco, pure aveva creduto bene arrestarsi sul terzo punto

interrogativo, essendo simili punti per propria indole assai

sdrucciolevoli alla provocazione.

Veramente non gli si avrebbe potuto dare torto, dacchè il Papa, al quale

egli volgeva il discorso, gli stesse davanti immobile e taciturno, come

se non si fosse nè manco favellato a lui.

Il Papa era Sisto V che gli dava udienza, il quale secondo il suo

costume, tenendosi nè appoggiato nè seduto alla estrema sponda del

tavolino con le braccia aperte, e le mani ferme sopra lo spigolo di

quello, mentre con ambo li piedi tesi puntava forte il pavimento: il

capo aveva chino, e gli occhi chiusi, nè l'alito stesso lo chiariva

vivo, senonchè, alle parole ultime del Conte, egli schiuse l'occhio

destro, e lo guardò a stracciasacco quattro volte e sei; quando poi

costui ebbe finito, Sisto, quasi tirasse co' denti le parole, disse:

-- Ambasciatore, noi pensavamo tra noi, che cosa avremmo guadagnato da un

lato, e che cosa perduto dall'altro, facendovi gettare giù su la strada

da quella finestra, che avete dietro le spalle.....

Il Conte si voltò di un tratto senza nè anco volerlo, e con terrore si

vide dietro una finestra; il Papa, non avvertendo cotesto moto o non lo

curando, ripigliava sempre tranquillissimamente:

-- E se volete accettare un nostro consiglio, noi, mirate, vi diremmo che

ve ne andaste prima che noi avessimo fatto il conto, -- perchè, _cæteris

paribus_, mettiamo pegno che in noi la vincerà il gusto di vedere che

garbo faccia un ambasciatore di Sua Maestà Cattolica volando per aria. --

Il Conte, curvo fin lì come arco teso, si raddrizzò pari a quello, dopo

scoccata la freccia, e, rinvenuta barellando la porta, se la svignò:

ricuperato, appena fuori della sala, l'uso delle gambe, correva, correva

come se il diavolo lo cacciasse, o gli sbirri lo cercassero, e, nella

fuga disonesta, dimenticava spada, cappa e cappello lasciati nelle mani

dei camerarii del Papa, i quali, correndogli dietro, non lo poterono

arrivare prima ch'ei salisse in carrozza, sicchè ebbero a riportarglieli

a casa.

Giunto al palazzo di Spagna, si provò il Conte di vincere la paura con

la superbia, e non vi riuscì; anzi l'una e l'altra gli dettero travaglio

per guisa che, indi a breve, gli si mise il ribrezzo della febbre

addosso, a cui successero le caldane; le quali sempre crescendo lo

costrinsero di cercare a tastoni il letto, e a giacervisi sopra, dove

prese a vagellare con inestimabile sgomento dei famigliari, che lo

giudicarono ammattito: di fatti, egli urlava:

-- A me queste cose? A me, ambasciatore di Sua Maestà Cattolica, primo

potentato dei due mondi?... Ale! ale! per Dio datemi l'ale, o casco, e

mi rompo il collo... mirate come sono alte le finestre... corda! corda!

Ma che il padre di questo Papa fosse un funaiolo, ch'egli è così

innamorato delle funi?... Non gli basta mandare tanta gente in su, che

adesso lo piglia la smania di mandarne altrettanta in giù...? Con questi

preti ci vuole un principe di Borbone, a patto che non moia... un duca

di Alba, purchè sul più bello non venga richiamato.... _Voto a Dio_,

datemi, Maestà, quattro vecchie bande di Spagnuoli, ed io vi porto il

porcaio della Marca a Madrid dentro una gabbia....

Tali e molte più erano le parole del vaneggiante, di cui forse ne

riferimmo anco troppe. I famigliari lo vigilarono attorno al letto, non

sapendo però come sovvenirlo, o piuttosto lo aiutavano troppo, perchè ci

era di quelli che lo credevano stregato, altri indemoniato, non mancava

chi sostenesse, che voleva dire lo stesso, ma il Cappellano

dell'Ambasciata ostava con tutte le forze, e gratificava in tondo

dell'ignorante a tutto pasto; però non persuadeva, o persuadeva pochi, e

parendo il caso grave, chi gli applicò sul capo la immagine della

Madonna del _Pilar_, e chi quella di Monserrato; altri, riveriti come si

doveva i rimedi spirituali, ammonivano sarebbe stato prudente ricorrere

ai materiali, epperò il segretario lo copriva per farlo sudare, il

cancelliere lo scopriva per amministrargli un cristeo; taluno avvisava

cavargli sangue, tale altro applicargli le coppette a taglio; insomma,

se il povero Conte non rinveniva gli spiriti, la quale cosa accadde

verso la metà della notte, restava sepolto sotto la mole dei rimedi così

temporali come spirituali.

Sul far del giorno la febbre efimera cessò, ma intronato dalla radice

dei capelli fino alle ugne dei piedi, non ebbe balía di levarsi da

letto: pauroso però, che della sua paura traspirasse novella, sotto pena

di essere cacciati via come marrani, ordinava alle persone della

famiglia tacessero il caso; se taluno veniva per esso, lo congedassero

col pretesto, che avendo logora gran parte della notte a dettare

dispacci, si era addormentato sul fare del giorno; lo avrebbe ricevuto

il dì di poi; per ora lo lasciassero in riposo.

Così il Frascatino, soprannome del barbiere dell'_Ambasciata_ (però che

l'Ambasciata avesse il barbiere, e non l'ambasciatore), malgrado il suo

molto arrovellarsi, non ottenne di vedere il Conte, nè riuscì a cavare

una parola di bocca ai servitori; tornasse il giorno dopo, gli dissero

quattro volte e sei, allora saprebbe se avesse a radere la barba al

Magnifico, o no.

Frascatino se ne andava con sembianza compunta: giunto a piè della

scala, gli venne voglia di tentare una seconda volta, e ne salì mezza;

ma quivi stette, e considerato che quanto a cocciutaggine gli Spagnuoli

escono tutti dall'Andalusia, madre patria dei migliori muli che vanti la

Spagna, avvilito riscese.

Alla dimane si trovò in piedi al punto stesso che l'allodola spiegava

l'ale per lasciare il nido; fattosi presso al palazzo e trovatolo

chiuso, si mise a passeggiare su e giù col moto del pendolo, e appena

aperto il portone s'intromise: per questa volta gli camminava amica la

fortuna, imperciocchè, come tosto fu avvisato il Conte della sua

presenza, comandò che entrasse.

Entrava il Frascatino a testa bassa, e dopo avergli baciato con profondo

ossequio le mani, di un tratto gli ficcò gli occhi dentro al viso.

Misericordia! Comecchè gli fosse sempre comparso colore di olio di noce

vieto, adesso poi gli appariva tinto di verde rame stemperato nel tôrlo

di ovo.

Ad un barbiere allora veniva mala pena concesso di augurare il buon

giorno ai nobili clienti, però egli in silenzio ammannì gli arnesi,

allacciò la striscia alla seggiola, gli strinse il bavaglio alla gola,

della spuma del sapone sbattuto gl'intrise le gote, prima passò il

rasoio sul cuoio, poi sul palmo delle mani, e con l'indice e il pollice

tirata la pelle verso la tempia destra, prese a menare giù col rasoio.

Da prima il dabbene barbiere s'industriò di attaccare il lucignolo col

raderlo lieve così ch'era una delizia, e non venne a capo di nulla;

allora mutato registro gli fece stridere il rasoio sopra le guancie, e

il Conte apriva e chiudeva gli occhi strabuzzati come uomo preso dal

male di santo Antonio, come credo io avesse a fare la Madonna di Rimini

in tempi assai prossimi a questi. Qualche grossa lacrima sgorgatagli

dalla congiuntiva scendeva giù a mescolarsi con la saponata, e

nondimanco taceva; il Frascatino stava per darsi alla disperazione,

quando a mezza barba, il Conte così facendo lo svogliato cominciò:

-- Orsù, barbiere, che nuove in città?

-- Magnifico signor Conte, e' si fa un gran dire della sua infermità....

-- Malato io? Per la vita del re don Filippo io non mi sono mai sentito

bene disposto della persona come adesso....

-- Capisco anch'io che sbalestrano a parole, e tuttavia la faccia pallida

e il lividore degli occhi mostrano espresso che vostra signoria

illustrissima ha passata la trista nottata.

-- Ma no... ma no pei grani del mio santo Rosario... questo accade per

non avere chiuso gli occhi da ieri l'altro in qua.

-- Capisco....

-- Avendo mestieri di spedire i dispacci in Ispagna...

-- Capisco.... capisco: dopo il caso di vostra signoria illustrissima che

adesso, mercè le sue parole, conosco privo di fondamento, non si cessa

di menare rumore per l'altro atrocissimo d'ieri....

-- Ieri accadde un caso atrocissimo?

-- Già! O non gliel'hanno riportato?

-- Vi ho detto, che rimasi tutto il giorno chiuso a dettare dispacci....

-- Ma io credeva, che i dispacci si versassero appunto su questo....

-- O com'entrano i dispacci di Spagna col caso d'ieri....?

-- Come ci entrano? Santa Vergine della Neve! o non si tratta appunto di

Spagnuoli trucidati?

-- Spagnuoli trucidati!

-- Già, e quattro cardinali spagnuoli tenuti in pregio, salvo rispetto,

di quattro melanzane....

-- Giuro per l'anima della Contessa mia signora madre, ch'è in paradiso,

ch'io non ne so nulla....

-- O allora di che mai scriveva dispacci, sia benedetto, vostra signoria

illustrissima?

L'ambasciatore si sentì vinto di acutezza dal barbiere, e perse la

bussola; tacque alcun poco, poi, considerando che ormai non giovava

armeggiare, datosi per vinto, soggiunse: -- Dimmi, in tua malora, che

caso è questo che accadde?

-- Io la servo in quattro battute, padrone illustrissimo: un trabante del

Papa, di quelli che dicono alla gente _addietro te, e il muro_, giorni

sono, accompagnando il Pontefice alla cappella, diede senza discrezione

del calcio dell'alabarda sul piede ad uno spagnuolo chiamato Gonzalez de

Aranda; donde nacquero parole, ma non si procedè oltre, stante la

reverenza del luogo; caso volle, che ieri mattina, recandosi lo

spagnuolo alla messa in San Pietro, s'imbattesse nello svizzero, che se

ne stava in ginocchioni davanti l'altare; la s'immagini se allo

spagnuolo brillarono le mani! Già, quando le disdette hanno da

succedere, anco gli _agnus dei_ diventano coltelli; per la quale cosa

avvenne, che un pellegrino lì presso, inteso tutto a sentire la santa

messa, avesse appoggiato il suo bordone al muro: che ti fa lo spagnuolo?

In un bacchio baleno agguanta il bordone, e a due mani lo scaraventa su

la testa dello svizzero gridando: randello mi desti e randello ti rendo.

-- Lo spagnuolo, come osservano i sapienti di Roma, era in buona fede,

dacchè ormai nessuno contrasta che il cranio svizzero vinca di durezza

qualunque più duro legname, ma per sua disgrazia questo svizzero faceva

eccezione, che il capo gli si aperse come un melagrano, e morì senza

potere finire intero: Gesù, Giuseppe e Maria vi raccomando l'anima mia.

Visto e preso, che qui gli sbirri escono fuori fino dalla barba di San

Pietro; e poichè il caso venne riferito a Sisto, questi andò in bestia

così, che fumava come un camino. Paratosegli davanti il Governatore di

Roma, gli fece una bravata da mettere i brividi addosso alla statua di

Marco Aurelio, ch'è di bronzo, e: -- a questo modo, urlava costui come

frenetico, a questo modo, signor Governatore, si ammazzano gli uomini in

Roma alla presenza di Dio e nostra? E ora, che fate? Che provvidenze

eseguite perchè Dio e noi siamo vendicati a colpo di fulmine? Il

Governatore di quieto gli andava esponendo il malfattore caduto in mano

della giustizia, le informazioni ordinate, presto istruito il processo,

sicchè tra quattro giorni o sei lo spagnuolo si sarebbe potuto

decapitare o impiccare a modo e a verso secondo si trovasse essere o

gentiluomo, o plebeo. -- A cui Sisto di riscontro: -- che processi o non

processi? Qui il morto è su la bara, l'omicida certo, tante invenie a

che montano? Impiccatelo addirittura. -- Il Governatore, a cui pareva

grossa impiccare un uomo senza processo, supplicava osservasse costui

essere spagnuolo, e il Papa rispose: -- magari! fosse il conte di

Olivarez....

-- Ha detto? Dando una scossa, domandò il Conte.

-- Per Crispo! Io l'ho intaccata;... ma veda... io non ci ho colpa... se

ella non istà fermo... l'è un ninnolo, con un poco di ragnatelo ristagna

subito il sangue.....

-- Continua....

-- Io non vorrei....

-- Continua, dico, continua, io sono tranquillo, e il Conte urlava come

un energumeno, e forte del piede batteva la terra.

-- Ai suoi comandi. Dove siamo restati? O ecco. -- Magari! fosse il conte

di Olivarez.... che tanto lo farei impiccare...

-- Impiccare ha detto? -- Impiccare?...

-- Ha detto impiccare?

-- Malnato! Non sa nè manco che ai gentiluomini va _de jure_ la

mannaia....

-- Sarà stato un _lapsus linguæ_, che avrebbe corretto mastro Gigolo.

Dunque se le piace....

-- Continua....

-- Allora dunque si misero attorno al Papa alcuni cardinali per fare

spalla al Governatore, onde Sisto infastidito scappò fuori col dire: --

orsù fabbricate quanti volete processi, a patto però che il malfattore

sia impiccato prima di desinare, e abbiate avvertenza, che stamane mi

sento fame. -- I quattro cardinali spagnuoli, considerando, che quanto a

salvare il compatriota era disperato, supplicarono il Papa concedesse

gli venisse mozzo il capo come si costuma appunto a mo' che saviamente

avvertiva V. S. illustrissima co' gentiluomini, non essendo giusto che,

per la colpa di un uomo, la sua famiglia patisse danno nella

reputazione; alle quali preghiere Sisto rispose: -- lui ad ogni modo

impiccato dev'essere, ma perchè la sua famiglia non senta disdoro, io ne

onorerò la morte con la mia presenza; però fate di piantare le forche

qui in piazza San Pietro proprio dirimpetto alle finestre; -- e secondo

ordinò essi eseguirono, ed egli non si mosse dalla finestra finchè nol

vide dare l'ultimo tratto; allora disse: adesso a mensa, che la vista di

questa giustizia ci ha stuzzicato l'appetito. -- Le parole del Papa

corsero subito per le bocche dei Romani, e oggi è comparso Pasquino con

un bacile in mano pieno di forche, a cui chiedendo Marforio, che diavolo

almanaccasse in cotesto arnese, egli rispondeva: -- porto la salsa per

l'appetito del Papa; nè qui è tutto, adesso ne viene il buono, ma lo

tacerò per non irritare la vostra Magnificenza....

-- Continua, pel corpo di santo Jacopo di Zamora....

-- Senta, Magnificenza, io le racconterò quello che avanza, terminata la

barba, perchè, veda, io non vorrei segnarle sopra la faccia una seconda

di cambio.

-- Continua, o ti faccio buttare giù dalla finestra....

-- Per lo appunto di salti dalle finestre io voleva discorrere con la

vostra Magnificenza; però procuri di non si arrabbiare, ve'! che per me

sono figliuolo di obbedienza... -- qui col pollice e l'indice gli stirava

la pelle della guancia destra, e lieve vi scorreva giù col rasoio,

mentre diceva: -- durante il pranzo Sisto iattava avere cacciato in corpo

a vostra Magnificenza una paura marchiana, cosicchè gli fosse sparito

dinanzi a scavezzacollo, dimenticati cappa, cappello e spada....

-- Se ne vantava?....

-- E come! Ma la stia fermo, altrimenti la intacco da capo....

-- Sto....

-- Bravo! Ed aggiungeva, che vostra Magnificenza, tornato a casa, fu

preso da una febbre da cavalli, e che tutto il giorno non aveva fatto

altro che vagellare....

-- E se ne vantava?

-- Altro, che vantarsene! Ne sghignazzava dall'allegrezza, e i commensali

per camminargli a' versi pareva ne andassero in visibilio... ma non si

agiti... sia benedetto.... non si agiti: se vostra Magnificenza manca

alla promessa di stare fermo, contro il mio volere mi toccherà a mancare

ancora io alla mia di non intaccarlo... e allora fuori mi chiamo...

-- Tira innanzi _por los higados de Dios!_...[2]

-- Dichiarò ancora, che nella giustizia dello spagnuolo per due terzi

vantaggiati ci entrava il gusto di ribadire nella vostra Magnificenza il

chiodo della paura, averle ormai trovato la vena, che giudicava essere

la paura... che considerato il diritto e il rovescio, poichè non poteva

liberarsi dall'oratore del Cattolico con la forca, se ne sarebbe

liberato con la paura della forca, e per via ugualmente sicura tanto

aveva sperimentato solenne la poltroneria della vostra Magnificenza....

-- _Por la santissima Trinidad!_ Urlò dando uno sbalzo il conte Olivarez,

e al punto stesso un buon tratto di rasoio gli penetrava dentro la

guancia; per la qual cosa, aggiungendosi l'asprezza del taglio alla

trafittura dell'animo, sorse infellonito pigliando a imperversare

attorno alla camera; il sangue gli gocciolava giù mescolandosi con la

spuma del sapone, che presto ne rimase tinta, e intrisi ne andarono in

breve lo asciugatoio, le mani ed anco il pavimento; pareva un condannato

fuggito di sotto alla mannaia mal concio dal manigoldo inesperto; il

barbiere col rasoio all'aria gli correva dietro e raccomandandosi a

tutte le Madonne dello stato Romano, e a qualcheduna di fuori,

protestando tutta la colpa movere dal Conte che non era stato fermo, o

piuttosto dal Papa che non lo aveva fatto stare fermo; si calmasse,

concedesse di guardargli il taglio, di terminargli la barba, di

pettinarlo, di ungerlo, insomma non si poteva dimostrare maggiore

ansietà nè più sentito affanno; e nondimanco a cui ci avesse sottilmente

atteso, avrebbe ravvisato in Frascatino uno strione da disgradarne

l'antico Roscio e da stare a petto del moderno Vestri.

Il Conte non avvertiva, e con quella faccia da fare riscontro al volto

santo impresso sul velo della Veronica, tempestava tuttavia, cacciando

fuori un diluvio di bestemmie e d'ingiurie contro il Sommo Pontefice,

ch'egli sempre salutava col nome di _Sommo Carnefice_, e forse non

diceva male; poi lo chiamava figliuolo di tante cose, ch'è una passione

non poterlo ridire; certo lo imperatore Carlo V non si peritava punto nè

poco a sfringuellarlo anco in chiesa quando i suoi cantori a San Giusto

davano in istonature[3], ma noi altri popolani ce ne asteniamo anco in

un libro. Basti tanto, che bandì beatissimi Genserico e il Borbone per

avere dato il guasto a Roma, mentre levò i pezzi di dosso al duca di

Alba a cui era mancato l'animo di spingersi avanti e mettere in un

mucchio di calcinacci il Vaticano e Roma[4]: quello però che non ardì il

duca d'Alba, bastare la vista di compire a lui conte di Olivarez, e ciò

che non accadde sotto Paolo Quarto, potere succedere nel pontificato del

temerario guardiano di maiali; ci si metterebbe con le mani e co' piedi,

c'impegnerebbe le sue aderenze, tutte le ricchezze; se bisognasse anco

l'anima, e dove non riuscisse, ora per allora rinnegava _la passion del

Hijo de Dios, e la que me pariò_[5], e un monte di altre cose, che non

importa riportare.

Quando il sangue si fu accagliato sul viso, e la bile sparsa pel sangue,

e su la bocca, ed ei si sentì stracco, rifinito dal barellare, si lasciò

ire giù di sfascio sopra il seggiolone, dove il barbiere lo medicò, e lo

acconciò con amore, dicendogli parole di rifrigerio alla vanità offesa,

così argute, e tanto bene adattate, che il Conte, allorquando costui

prese licenza di andarsene, gli donò di presente dieci ducati

assicurandolo della grazia sua per lo avvenire. --

Scorticato, deriso e tradito il Conte donava, ed aveva reputazione di

negoziatore solenne, ma in pellicceria ci vanno più pelli di volpi, che

di asini, proverbio antico, che io ripeto spesso a edificazione dei

nostri uomini di stato.

Il Frascatino, trovato a casa il compare Angiolo barbiere del Papa, gli

raccontò per filo e per segno com'erano andate le cose, e lo pregò di

sottoporre agli occhi del Beatissimo Padre lo sbaraglio a cui ogni dì si

metteva per sua devozione; rammentasse che gli spagnuoli di nulla nulla

si accorgessero, egli era basito, il pezzo più grosso di lui sarebbe

stato l'orecchio; al paterno cuore di Sua Santità raccomandava cinque

figlioletti, che gli erano nati in casa fitti come le cinque dita della

mano. Se Angiolo dicesse coteste cose, o le tacesse al Papa, ignoro, ma

le avrà taciute di certo, però che ricorressero ogni dì obbligate ai

rapporti del Frascatino come il _Gloria Patri_ in fondo ai salmi; e

veramente dal dì che egli aveva raccomandato di farle presenti ad oggi,

i cinque figlioletti nati in casa fitti come le cinque dita delle mani a

questa ora dovevano essere cresciuti come pertiche: questo so, che Sisto

gli diede venti ducati perchè gli consegnasse al Frascatino, e lo

confortasse a servirlo con amore; se lo avesse contentato, ben per lui.

Angiolo le parole del Papa al Frascatino consegnò tutte, anzi ce ne

aggiunse un pizzicotto delle proprie: quanto a danari poi ne consegnò

mezzi, e dei mezzi con mille suoi arzigogoli arrivò a farsene dare dal

Frascatino la metà; entrambi si rubavano, e lo sapevano, e nondimanco

buttavano via tempo e parole a tendere lacciuoli che non chiappavano mai

uccelli, pratica ai giorni nostri lodevolmente continuata dai Ministri,

dagli Ambasciatori, e da Barbassori altri cotali per divertire la gente

che non ha modo di andare a' Teatri; però è curioso notare come la

Furfanteria facesse ai nostri barbieri le parti giuste così, che meglio

non avrebbe potuto l'Onestà, avendo avuto ognuno di essi quindici ducati

per lo appunto. Quindici ducati guadagnarono costoro a tradire i

padroni, e a rubarsi scambievolmente; di quanto avrebbero fatto civanzo

se tutto quel dì astenendosi da scioperare nel mestiere della spia

avessero esercitato quello del galantuomo?

* * * * *

Il conte Olivarez scrisse dispacci in Ispagna adoperandoci più fiele,

che inchiostro, e non ce n'era mestiero, perchè Filippo intendeva

scavalcare il Papa non mica avversando l'enormezze sacerdotali,

all'opposto esagerandole: insomma esercitare dirimpetto alla Chiesa le

parti, che tennero un dì i Profeti in faccia ai Leviti.

Qui porremo adesso la causa della controversia. Sisto fino dal 1588

aveva fatto stampare la Bibbia, volgata, e già per questo n'erano corse

le novelle, le quali crebbero fuori di misura questo anno quando si

seppe come, dopo volgarizzata in italiano, e stampata la Bibbia, con

amplissima bolla avesse ordinato, che si pubblicasse: nè per dimostranze

punto si rimetteva da quel suo fermo volere, anzi a cagione dei

contrasti vie più incaponiva, conforme gli dettava la indole ritrosa; e

a qualche cardinale, che s'industriava ritrarnelo, rispose sboccato: _lo

abbiamo fatto per voi altri ignoranti che non intendete il latino_.

Siccome Sisto morì il ventisei agosto dell'anno seguente, prima che il

suo disegno potesse avere compimento, i papi che gli tennero dietro non

solo mandarono a monte la cosa, ma ordinarono o consentirono, che la si

smentisse; però inefficacemente, conservandosi parecchie copie della

medesima, ed una in particolare nella biblioteca medicea di San Lorenzo

in Toscana, un'altra nell'Ambrosiana di Milano, e due in Ginevra. Quanto

alla Bolla, il Gesuita Briego la vide, e ne porge testimonianza nei suoi

Annali stampati a Parigi nel 1663.

Intorno alla Bibbia i papi apersero sempre giudizio poco parziale, per

non dire nemico, e per ragioni in parte buone, e in parte no; nè

mancarono, come sembra giusto, di quelli, che distinsero tra libro e

libro, e dal vecchio il Testamento nuovo.

Un pontefice non sapeva capacitarsi, come un uomo dabbene si confidasse

imparare qualche cosa di buono nelle prime storie della Genesi; a mo' di

esempio nel peccato di Eva, e nella condanna a morte dell'universo

genere umano, nel fratricidio di Caino, nella vita indecentissima del

Patriarca Abramo, ed in quella troppo più biasimevole del Patriarca Lot,

e via discorrendo; e veramente non giunsi mai a comprenderlo nè manco

io.

Questa fu onestà, ma di simile erba ne cresce raro in Corte di Roma,

dove il Vangelo recato in italiano si aborre, come quello, che, messo

per falsariga sotto ai passi dei sacerdoti, ti mostra chiaro com'essi

camminino a granchio. Quando poi, a cagione dei molti volgarizzamenti

pubblicati dalle sette, ogni divieto fu visto riescire indarno, Roma

mise mano a sua posta a volgarizzare la Bibbia a modo suo, e non potendo

in quel modo avvantaggiarsi troppo, a infagottarla con glosse, e

commenti per guisa, -- _che del no vi si fa ita_. -- Ciò, che dal Vangelo

si vieta, dalla Chiesa permettasi, mentre per converso si concede da

questa, quanto da quello si riprova. La Corte di Roma pretende chiarire

il senso o la parola oscuri, e commette un errore e una insolenza;

errore però che tutti capiscono aperto anche troppo; insolenza,

conciossiachè appunti Cristo di non sapersi spiegare, il quale pure i

concetti suoi predicava alle plebi, ai fanciulli, e alle donne; nè qui

rimane la improntitudine di Roma, che più oltre arrisicandosi afferma

che i fedeli tra la interpretazione sua e la lettera del Vangelo devano,

sotto pena della eterna dannazione, attenersi a quello che s'insegna da

lei, in ciò sovvenendola con la propria autorità, tra gli altri santi,

santo Agostino, certo uomo d'ingegno, ma arruffato, e cervello balzano

almeno da tre.

Il re Filippo, stizzito contro il Papa per l'oltraggio fatto al suo

ambasciatore, pel diniego di favorire la lega promovendo segretamente

Enrico di Navarra, che poi fu re di Francia, e per la inclinazione di

Roma a comporre le faccende religiose nella Inghilterra, pigliò il

pretesto della Bibbia per convocare il consiglio di Coscienza con la

giunta di altri spettabili personaggi tenuti in conto di piissimi,

perchè, consultato il negozio, risolvessero quanto doveva farsi. Il

Consiglio, un po' per convinzione, e molto pel solito andazzo di

piaggiare i potenti, rispose: potere Sua Maestà, anzi dovere in buona

coscienza convocare un concilio generale di tutti i vescovi, e religiosi

e graduati dei suoi regni; farlo prima intimare al Pontefice, e

trovatolo pertinace a ributtarlo, lo citasse di comparire al Concilio,

dal quale sarebbe stato deposto Sisto ed eletto un altro, dacchè costui

incominciasse a sentire dell'eretico, mettendo a repentaglio la sposa di

Cristo, la barca di San Pietro, e la veste inconsutile del Redentore,

però che la Chiesa di Roma sia ad un punto una sposa, una veste e una

barcaccia con altre più cose, che è proprio una diavoleria a dire ed a

sentirsele dire.

A questo modo, in tempi miserabili troppo più di ora per errori, e per

superstizione, i nostri vecchi politici pigliavano i preti con la rete

di San Pietro, e li percotevano col calcio della croce; noi abbiamo

disappreso l'arte, sicchè il prete si rannicchia dentro la religione,

come il malfattore un dì nello asilo, donde questi il bargello, e

l'altro cava l'intelletto umano. Quando i preti si tramutano in cani tu

fa di ministrare loro bocconi dove invece di fungo di levante porrai

precetti del santo Vangelo, e perchè tu ti conficchi bene dentro al

cervello il mio insegnamento io te lo compendio così: _a prete cane,

polpetta di Cristo_.

Il re Filippo avuta risoluzione del Consiglio, udito eziandio il parere

del cardinale Toledo, che lo diede favorevole, mandò al conte Olivarez,

perchè colto il destro di qualche pubblica solennità, consegnasse nelle

mani di Sisto la intimazione di convocare un Concilio generale nella

città di Siviglia per provvedere al servizio di Dio ed alla maggiore

esaltazione della santa madre Chiesa cattolica.

Il destro non si fece aspettare, anzi venne anco troppo presto, perocchè

al Papa saltò in testa di recarsi con solennissima cavalcata ad

alloggiare per la prima volta nel suo nuovo palazzo di San Giovanni

Laterano; ora Dio sa, se al conte Olivarez scottasse rifarsi dello

smacco patito, ma dall'altro canto temeva gli accadesse come ai pifferi

di montagna; sicchè: adagio a' ma' passi; -- diceva tra sè; per la quale

cosa cominciò a fare grandi radunate in palazzo, di Spagnuoli dimoranti,

o di passaggio a Roma, a indettarsi con soldati smessi perchè gli

facessero spalla, e al bisogno tratte le armi nascoste lo difendessero;

questi, ed altri apparecchi però non si poterono compire senza che

taluno ne pigliasse lingua, in particolare il Frascatino, come ognuno

può credere; da ciò accadeva, che papa Sisto sapesse per filo e per

segno tutto quanto l'Ambasciatore non pure apprestava, ma immaginava.

La seconda festa di Natale del 1588 il sole si era fatto aspettare un

po' troppo nel cielo di Roma, ed anco, affacciatosi su l'orizzonte,

alcune nuvole parevano ostinate ad accompagnarlo, ma egli, distrigatosi

dalle importune, prese a salire nella gloria dei suoi raggi come in un

bel giorno di estate; l'aria tepida, il cielo sereno, il tempo e il

luogo secondavano mirabilmente la solennità, che stava per celebrarsi;

accorreva al Vaticano a frotta la gente per pigliarci parte, o solo per

vederla; servi vestiti di gala, prelati, vescovi, cardinali, chi in

piviale, chi in paludamento, chi in mantelletta; ondeggiava una marea di

mitre, di cappelli rossi, di cappelli verdi, e soprattutto di mule, di

chince coperte di gualdrappe cremisine, infioccate con isfoggio, e nappe

di seta ciondoloni; da un'ora sonavano trombe e tamburi; alla fine un

colpo di cannone dal Castello S. Angiolo annunziò la partenza del Papa

dal Vaticano.

Il conte Olivarez, avvertito che il Papa sarebbe passato dinanzi al suo

palazzo, stava ad aspettarlo col corsaletto addosso, ricinto dintorno da

Spagnuoli, e munito in modo da sostenere qualunque assalto: egli

guardava quanto poteva stendersi la vista, ostentando baldanza, e

tuttavolta dai moti incerti appariva perplesso; si conosceva ottimamente

lui presentire il pericolo, ma avere ormai deliberato affrontarlo; di un

tratto ecco accostarglisi Frascatino all'orecchio, e bisbigliargli non

so che parole concitate, le quali ebbero virtù di far passare su la

faccia dello spagnuolo quanti ha colori l'arco baleno; subito dopo si

trasse indietro con molta fretta come se negozi gravi lo chiamassero

altrove, e più non comparve fuori.

La cagione del caso non istette guari manifestarsi, però che, passati

che furono gli ufficiali della Corte, le famiglie dei maggiorenti, gli

ecclesiastici tutti, mentre dopo i cardinali attendevasi seguitasse il

Papa, fu visto un drappello di sbirri col moschetto inarcato, e subito

dopo dietro mastro Gigolo sommo carnefice di Roma (che meno di dodici

non ne tenne mai papa Sisto solo in città), alle spalle del boia altri

sbirri, e birri poi; in tutto trecento e più; all'ultimo il Papa con al

fianco il Governatore di Roma. Le parole susurrate dal Frascatino

nell'orecchio al conte Olivarez ci venne riferito poi che furono queste

od altre cotali.

-- Magnifico, badi di non si precipitare per quanto amore porta a Dio,

però che Sisto viene oltre con un nugolo di sbirri e il boia in mezzo, a

cui proprio con questi miei orecchi ho sentito dire: -- Gigolo, caso mai

uno si attentasse accostarmi con fogli in mano, o senza, fallo pigliare

e strozzamelo lì, per lì, senza badare ad altro, fosse anco imperatore,

re, cardinale, ambasciatore, il mio stesso nipote; bada bene, se non

istrangoli lui, io strangolo te. Adesso andiamo. _Te Deum laudamus_....

-- ed ha intonato il _Teddeo_.

Il Papa fino al palazzo di Spagna procedè a capo chino come uomo in

balía di pensieri molesti, quando poi lo mirò sgombro di gente, e si fu

accertato non ci si trovare l'ambasciatore, lo raddrizzò baldanzoso. Di

fatti, parola detta e sasso lanciato non si possono più tirare indietro,

e Sisto non era uomo da ritirarsi, tuttavia quell'essersi omai messo per

le sue parole tra l'uscio e il muro a farsi strangolare proprio su gli

occhi l'oratore di S. M. Cattolica, era cosa, che un po' di scrupolo lo

metteva anco a lui: ed ora gli pareva, che un grosso peso gli fosse

cascato giù dalle spalle: mentre pertanto vibrava qua e là gli occhi a

mo' di lingua di vipera, gli venne fatto vedere Angelotto, il bargello

di campagna, a cui aveva commosso la cura di dare la caccia ai banditi.

Fortuna volle, che gli occhi del bargello s'incontrassero in quelli del

Papa, ond'ei se ne sentì quasi affascinato, sicchè impietrito senza pur

movere un passo attese, che un camerario di Sisto andasse a dirgli per

parte di sua Santità facesse di trovarsi al palazzo di San Giovanni

Laterano dopo la cavalcata, al quale comando egli, comecchè trepidante,

obbedendo, appena venne al cospetto di Sisto si gettò giù di sfascio in

ginocchioni implorando a mani giunte mercè.

Il Papa, senza fare le viste di accorgersi dell'agonia di cotesto

sciagurato, gli domandò:

-- Chi sei?

E l'altro batteva i denti non sapendo spiccicare parola; ma il Papa da

capo:

-- Chi sei ti dico? Chi sei?

E Angelotto zitto.

-- Parla in tua malora; chi sei?

-- Beatissimo Padre....

-- Su, di' l'ultima.

-- Ma se troppo bene vostra Santità mi conosce... io sono Angelotto....

-- Angelotto chi?

-- Il bargello di campagna....

-- Non è vero; se tu fossi il bargello di campagna non ti basterebbe il

fiato di passeggiare, come ti attenti in città; incatenate questo

bugiardo, mettetelo in prigione, intantochè mandiamo a chiarire se il

bargello di campagna si trovi al suo posto...

Qual fu detto, tal fu fatto; ed ormai dai più il bargello si teneva per

ispacciato; anzi taluno bisbigliava sommesso: -- l'animale carnivoro ha

fame di carne; si vedeva aperto, che per Sisto senza sangue non sarebbe

passato il giorno. Angelotto paga per l'Olivarez, un bargello per un

conte -- Gigolo si può contentare.

Chi avesse scommesso un baiocco contro uno scudo, che Angelotto la

scapolerebbe, non avria trovato chi tenesse il gioco per coscienza di

rubargli a man salva lo scudo, e s'ingannava; perchè Sisto, trovandosi

cotesto dì dolce di sangue a cagione del caso successo, contento della

paura del bargello, e cavandone argomento di scede e di riso, dopo cena,

lo fece condurre da capo in sua presenza, dove gli tenne questo

discorso.

-- Ci hanno riferito come tu senta insuperabile repugnanza a morire, ed

hai torto, perchè a questo pettine dobbiamo tutti arrivare, e noi al

pari di te, quantunque portiamo il _regna-mundi_, insegna della potestà

su tutti i potenti della terra; inoltre ti avremmo munito della nostra

apostolica benedizione, per la quale ti troveresti in certo modo

condotto quasi a mezzo il cammino del paradiso: ma via, ognuno ha i suoi

gusti, e tu hai quello di non voler morire impiccato. Peccato!...

proprio peccato! che per la forca parevi nato a posta. Un giorno ti

pentirai esserti lasciata scappare di mano così degna occasione. Vivi

dunque che noi te lo vogliamo concedere; però ogni peccato merita

penitenza, e tu lo commettesti grosso, dacchè, recandoti in città,

mentre noi ti paghiamo per vigilare la campagna, tu ci mangiavi il pane

a tradimento, nè qui sta tutto il male; il peggio noi lo troviamo qui

dentro, che intanto tu cessi il tuo ufficio, chi sa i banditi quante

ruberie hanno fatto, quanti incendi appiccati, quante vite spente, e tu

ci devi conto di queste rapine, di queste fiamme e di questi omicidi....

E siccome la voce di Sisto mano a mano che s'inferociva nel dire

diventava tonante, il misero bargello cadde con la faccia sul pavimento:

allora il Papa con suono più blando riprese:

-- Orsù, se ti perdoniamo la vita, quanto ci darai tu?

-- Tutto... tutto....

-- Noi non vogliamo tutto; per riscatto della tua vita ci contentiamo di

una mezza dozzina di teste di banditi, le quali procurerai di farci

recapitare in capo ad otto giorni qui in San Giovanni Laterano.

-- Una dozzina..... due dozzine.... rispondeva il bargello trasognato,

senonchè Sisto dandogli su la voce soggiunse:

-- Zitto là: mi bastano sei, anzi una sola, a patto che questa sia di

Venanzio Tombasi, che mi è di pruno dentro agli occhi, se dai sei capi

di banditi ordinarii, o se dal capo solo del Tombasi tu farai maggiore

lavoro, noi te lo porremo a credito, e per ogni testa ti daremo la

mancia. Adesso vattene, e di' a questi vassallacci di Romani, che se la

salsa di mannaie valesse a procurarci buono appetito, gioverebbe

eziandio alla migliore digestione: quello che consola è il pensiero, che

per un poco di sangue corrotto buttato via, se ne risparmi molto e buono

ed innocente; il medico pietoso fa la piaga puzzolente, ed è proverbio

vecchio: ci fu consegnata la Chiesa spelonca di ladroni, e, se Cristo ci

dà vita, la lasceremo tale, che ogni uomo ci possa vivere in pace

all'ombra del suo fico e della sua vigna.

Qui volto agli astanti, acceso in volto, con grande forza esclamò:

-- _In matutino interficiebam omnes peccatores terrae, ut disperderem de

civitate Domini omnes operantes iniquitatem_[6]. -- Per ultimo, con gesto

imperatorio, ordinava al bargello:

-- Ora alzati, e vattene. --

Paolo Pelliccioni, Volume 1 (of 2) · 第 7 / 28 题