G. A. BIAGGI

“Di tutte le opere dell'uomo (scrisse ne' suoi _Ricordi_ Massimo

D'Azeglio), la più meravigliosa ed insieme la sola per me

inesplicabile, è la musica.

“Capisco la poesia, capisco la pittura, la scultura, le arti

d'imitazione insomma. Il loro nome ne svela la origine. V'era un

modello, la umanità v'impiegò secoli per imitarlo, e finalmente lo

imitò.

“Capisco le scienze. Dato il raziocinio, non trovo difficoltà a

comprendere che, profittando ogni età delle riflessioni dell'età

antecedente e, per così dire, salendo sulle sue spalle, la umanità si

sia inalzata al punto al quale oggi si trova.

“Ma dove diamine siamo andati a cercare la musica? Questo è quello che

non capisco.

“La musica è un: _Mistero_.„

Il D'Azeglio disse benissimo. Così nella sua essenza come ne' suoi

effetti, la musica è un mistero.

Le arti del disegno hanno elementi determinati, costanti e invariabili

nel mondo fisico. La musica, al contrario, col mondo fisico non ha nè

legami nè attinenze di sorta. Pur col _ritmo_ o col _suono_, che sono i

primi suoi elementi, ella è già nel campo della idealità.

Il suono, considerato in sè stesso, ha proprietà e leggi ben note al

cultore dell'acustica. Ma quelle proprietà e quelle leggi, almeno sino

ad ora, con la musica non han nulla a vedere.

Quando dai calcoli e dalle dimostrazioni dell'acustica, passiamo a ciò

che costituisce il linguaggio musicale, alle attrazioni de' suoni, alle

loro repulsioni, alle loro energie, alla potenza che hanno di destare

in noi diversi ordini di sentimenti e commozioni vive così da mutare in

un attimo lo stato dell'animo nostro, tutto è mistero.

A' giorni nostri, col Tyndall e coll'Helmholtz, la scienza acustica ha

fatto un gran cammino, è giunta ad un meraviglioso grado di sviluppo;

e si dice da non pochi, che nell'opera di quegli illustri uomini è a

vedersi: _un ponte gettato fra la scienza e l'arte_.

Ebbene, o Signore e Signori, io avrò torto, è facile, pur troppo; sarò

cieco (può darsi anche questo), ma quel _ponte_ non mi venne mai fatto

di vederlo — e non lo vedo.

Per me, gli ultimi progressi dell'acustica lasciarono le cose in quel

medesimo stato ch'eran prima.

La scienza è da una parte ricca di verità dimostrate e provate, di

scoperte fortunatissime, di postulati irrecusabili. L'arte è dall'altra

parte, bella, attraente, luminosa, — se si vuole; ma in tutto, come

prima, legata all'_empirismo_. E fra l'una e l'altra, nel luogo dove

dovrebbe essere il famoso _ponte_, impedimenti e barriere senza numero,

lacune, pozzanghere, scogli ben alti e ben irti, e una rete fitta e

imbrogliatissima di viottole, quali senza uscita, quali ripiegantisi

oziosamente sopra sè stesse.

E come coll'acustica, la musica non ha nulla a vedere colla matematica.

Tollerate, o Signori, ch'io insista a dire delle teoriche, — perchè il

saper bene di dove vengono e ciò che sono, è imperiosamente voluto dal

concetto che informa il discorso ch'io sto infliggendovi.

Se stiamo a quanto raccontano Porfirio e i filosofi della scuola

d'Alessandria, Pitagora sarebbe stato il primo ad affermare: “essere la

musica una scienza figlia della matematica.„ Com'egli voleva spiegare

la perfezione della causa prima, l'essenza dell'anima umana e le leggi

tutte della natura a forza di numeri, così a forza di numeri voleva pur

spiegare l'essenza e gli effetti della musica.

Quel concetto, con Tolomeo, con Macrobio, col Boezio, col Galilei,

padre e figlio, coll'Eulero, col Rameau, coi Tartini e con altri di

minor nome, attraversò i secoli e venne, vivacissimo sempre, sino a

noi, quantunque validamente combattuto da Aristosseno, da Aristide

Quintiliano, dall'Eximeno, dal Requeno, dal D'Alembert, dal Fétis; —

quantunque dimostrato erroneo dalla costante e intera sua sterilità e

dalla sua inettezza a piegarsi e ad acconsentire come che sia, ai modi

e ai bisogni della pratica.

Che quel concetto di Pitagora fosse vivo e ben vivo nel secolo XVI,

lo sappiamo dal Fogliani, e, più esplicitamente, da Giuseppe Zarlino:

teorico famosissimo di quel secolo.

Zarlino, nelle sue _Istituzioni armoniche_, racconta sul serio

che Tolomeo, accettata la dottrina pitagorica, vi portò di suo una

_inversione_. E cioè: mentre Pitagora voleva spiegare la musica con

la matematica, Tolomeo voleva spiegare la matematica con la musica. E

applicando quella sua idea alla astronomia, insegnò: che dalla Terra

alla Luna, corre l'_intervallo di un tono_, e un _semitono_ da Mercurio

a Venere, e da Venere al Sole _un tono e un semitono_, da cui venne a

stabilire: che dalla Terra al Sole corre preciso preciso l'_intervallo

di quinta_.

Zarlino, che fu pure un forte ingegno e un uomo cultissimo, ammise

senz'ombra di difficoltà quella teorica, e riconobbe: che le distanze

correnti fra i pianeti e quelle correnti fra gli intervalli musicali

si corrispondono con meravigliosa esattezza, che si combaciano

addirittura. Tanto da poter concludere: che, veramente, le leggi della

musica si dovrebbero desumere da quelle che governano i movimenti

degli astri. Ma non ammise però l'intervallo corrente fra la Luna e

la Terra. E combattendo Tolomeo, ecco come argomenta: l'intervallo

suppone necessariamente due suoni. Ora, nel caso, di cui trattasi, uno

di que' due suoni move dalla Luna; e si capisce, sta bene. Ma l'altro

suono dovrebbe muovere dalla Terra: _e questa_ (son sue parole) _è cosa

fuori d'ogni ragione, conciossiachè_ (s'avverta che l'_Eppur si muove_

di Galileo uscì quaranta o cinquanta anni dopo) _conciossiachè non può

essere che quelle cose le quali per loro natura sono_ IMMOBILI, COM'È

QUESTO ELEMENTO CHE DICESI TERRA, _siano atte a generare l'armonia_.

Nè la astronomia cessò di essere associata alle teoriche musicali con

lo Zarlino. Un buon secolo dopo, e precisamente nel 1657, il padre

Girolamo d'Avella uscì a distinguere e a classificare i Toni, secondo

la influenza che subiscono, o del Sole, o della Luna, o di Giove, o di

Venere, o dei segni dello Zodiaco; non senza fare una classe a parte

per quelli che van soggetti alle eclissi.

E di teoriche battute a questo conio, senza ferme basi, non altro che

speculative, arbitrarie e non di rado assurde, più e più altre. E chi

dicesse che dal più al meno sono tutte così, per me non andrebbe molto

lontano dal vero.

Da questo: la teorica che contraddice e s'oppone alla pratica; la

musica plumbea e assiderata delle scuole; e la musica viva, vivificante

ed alata che viene per diretto da Dio e dalla natura.

I musicisti pratici, i valenti davvero e, più specialmente que'

fortunati intelletti che si dicono _genii_, non attesero mai a dettar

regole nè a compilare trattati, e scrissero sempre come loro dettavan

dentro la fantasia e il cuore. E i trattatisti abbandonati a sè stessi,

ostinati nelle loro speculazioni, incatenati alle loro formule e

ai loro pronunziati come se fossero dogmi (quantunque perpetuamente

inapplicati), riusciron sempre e pressochè tutti alla saccenteria e

alla pedanteria, presi i vocaboli nel peggiore loro significato. Il

che vien dimostrato a luce meridiana dal fatto, che nell'arte musicale

nessun savio tentativo, nessuna innovazione, nessun miglioramento,

per quanto voluto dalla ragione, potè farsi strada e stabilirsi,

senza destare le ire, non sempre incruente, e le imprecazioni dei

precettori e delle loro scuole. E fu così in ogni tempo. Timoteo venne

condannato all'esilio dagli Efori di Sparta, reo d'aver aggiunta una

corda alla lira. Guido d'Arezzo che ideò il _Rigo_ (senza il quale la

musica non sarebbe stata mai un'arte), e che trovò il modo d'insegnare

in pochi giorni ciò che prima richiedeva dieci e più anni di studi,

Guido ebbe a combattere con tutti i precettori de' suoi giorni; e se

non fu condannato all'esilio, fu costretto (e a quel che pare, per

disperazione) ad abbandonare il tranquillo ritiro della Pomposa e ad

esiliarsi da sè stesso. Zarlino ebbe a vedere assalita di nottetempo

la tipografia dove si stampavano le sue opere e trafugati e dispersi

i suoi manoscritti. Contro il Monteverdi, perchè non obbediente

ciecamente ai trattati, non fu insolenza e ingiuria che non venisse

scagliata. E a quali censure e a quali fatti si lasciassero andare

i trattatisti e i direttori de' Conservatorii contro il Mozart, il

Beethoven, il Rossini e il Bellini, non istarò a dirlo, perchè storia

notissima a tutti.

Tenuto fermo che nella sua essenza e ne' suoi principii attivi la

musica è un _mistero_, che le sue teoriche sono precisamente in quello

stato che ho detto, è facile capire che, quanto alla sua didattica,

tutto deve ridursi ad una serie più o meno logica di postulati e di

precetti empirici.

Tant'è. Ma v'ha empirismo e empirismo. V'ha quello che l'Humboldt

ammetteva persino ne' severi procedimenti delle scienze; quello cioè,

che raccoglie i fatti, che li analizza, che li aggruppa secondo le

analogie, e che opera sempre col soccorso di ipotesi stabilite su

cognizioni accertate. E v'ha l'empirismo inculto, cieco, che tende

sempre al basso, e che ha parentele vive e pericolosissime con la

_ciarlataneria_. E quest'ultimo, mi duole di doverlo dire, nelle scuole

musicali è il dominante.

S'aggiunga, a dimostrar meglio quanta ragione s'abbiano coloro che

dicono la musica: una _scienza_, che quel secondo empirismo, così

inculto e cieco com'è, dalla teoria passa intatto nella storia, da cui

viene, comunissimo a non pochi scrittori e ad un nuvolo di compilatori,

un “maiuscolo paralogismo„ quello di ritenere come inerenti alla

natura e all'essenza dell'arte, i risultati delle speculazioni dirette

ad intenderla ed a dichiararla; senza fermarsi ad osservare che le

speculazioni possono essere mal fondate, mal condotte e riuscenti per

necessità logica al falso.

Ond'è che, pur a' giorni nostri, si dice e si stampa, ad esempio:

che ne' secoli decimoquarto, decimoquinto o decimosesto, alla musica

mancavano gli intervalli e gli accordi più essenziali.

Ma mancavano alla musica proprio, o sfuggirono alle analisi de'

teorici? o è, come è da credere, che i teorici, piena la mente di

preconcetti, non li seppero trovare o non li vollero vedere?

Agli scrittori e ai compilatori de' quali parlo, que' dubbi non caddero

in mente; e, stretti al fatto che la teorica non fa parola di alcuni

_intervalli_ e di alcuni _accordi_ che assai tardi, han creduto ed

insegnato (e seguitano a credere e ad insegnare) che sino allora quegli

_intervalli_ e quegli _accordi_ non c'erano, o, come pur dicono, _non

esistevano_!! Quanto credere e insegnare che prima del Cesalpino il

sangue umano non circolava, e che al tempo di Tolomeo il cielo non era

che una gran vôlta di cristallo bucherellata qua e là dalle stelle!

In ciò che ho detto sin qui, stanno le cagioni principalissime che in

ogni tempo resero incerto, faticoso e incredibilmente lento il cammino

dell'arte de' suoni. Lento per modo, che a quel grande e mirabile

movimento intellettuale che iniziato da Dante giunse a Raffaello, al

Buonarroti, all'Ariosto e al Machiavelli (al _Risorgimento_, in una

parola), ella rimase in tutto e per tutto estranea.

Sul principio del secolo XVI, mentre la poesia, la pittura, la

scultura, l'architettura correvano trionfanti per vie tutte luce

e splendori, la musica anfanava nelle tenebre, smarrito affatto il

sentimento del _bello_, avversa ad ogni sano intendimento estetico,

avversa, e pertinacemente, a tutto ciò che poteva redimerla.

Che se n'era egli fatto di quel _canto_ che Dante _sentiva nell'anima_,

che _quetava tutte le sue voglie_, e pel quale rese immortale il

Casella? Sparito, interamente sparito.

Può supporsi che di quel canto rimanessero traccie nelle _Laudi

spirituali_, nelle canzoni popolari e in quelle de' _Cantarini

o Cantori da panca_ stipendiati da' Comuni, o in quelle, più

probabilmente, de' _Cantori a liuto_; ma nella musica che tenevasi in

dignità di arte, nè traccie, nè indizii.

Sul principio del cinquecento, imperava la scuola Fiamminga; una

scuola sorta nelle Fiandre sullo scorcio del trecento; che si distese,

dominatrice assoluta, per tutt'Europa; che idoleggiava l'artifizio; e

che, in conseguenza, non solo non faceva il menomo conto, ma teneva

in intero dispregio, così il canto come la melodia: elementi troppo

semplici, troppo bassi e volgari per poter entrare a far parte del

legittimo patrimonio dell'arte.

Sin dove trascorressero i compositori di quella scuola cogli artifizii

del contrappunto non è a dire. Chi avesse la pazienza di descrivere lo

strazio ch'essi fecero della povera musica, fornirebbe alla storia dei

delirii umani uno dei più curiosi e strani capitoli.

In ordine ai contrappunti, con gli _ostinati_, coi _perfidiati_,

coi _cancherizzati_, con quelli _alla zoppa_ e in _salterello_, essi

giunsero ai _retrogradi contrari_ i quali si dovevano eseguire, prima

tenendo il foglio pel suo diritto, poi capovolgendolo pel rovescio.

Da cui seguiva (difficoltà pel compositore da far strabiliare!)

l'invertimento delle parti; quelle che per un verso eran del soprano,

del contralto, del tenore e del basso, per l'altro verso eran quelle

del basso, del tenore, del contralto, del soprano. E coi _canoni_

giunsero agli _enigmatici_, per sciogliere i quali davasi con

un _motto_, una specie di traccia. Ad esempio: _Sol post vespera

declinat_, con che avevasi a intendere che ad ogni ripresa, il canone

doveva abbassarsi di un tono. Scempiaggini, stranezze, deliri, — lo

accordo.

Ma non accordo si possa dire però coi seguitatori dell'Helmholtz,

che le opere de' Fiamminghi non sono altro che _tours de force_ senza

valore musicale.

Senza valore estetico, sì. Ma senza valore musicale, no. Perchè quella

parte dell'arte che dicesi estetica potesse esplicarsi liberamente

e alzarsi alla bellezza espressiva, era necessario che la parte

tecnica si componesse prima in un certo ordine e acquistasse una certa

fermezza. E questo fecero i Fiamminghi indubbiamente. Posta negli

strettoi dei loro artifizi, la materia dell'arte si rese pieghevole

ed atta ad una infinita varietà di atteggiamenti e di forme. In que'

giri tortuosi, in que' continui avvolgimenti e contorcimenti cui erano

forzatamente condotti, i suoni si mostrarono sotto tutti gli aspetti e

rivelarono intera l'indole loro.

Non è poco. Ma in ogni caso, c'è da aggiungere che ai Fiamminghi

andiamo debitori del contrappunto, e che il contrappunto, per quanto

inestetico, ne' suoi principii e ne' suoi intenti, per quanto empirico

nelle sue applicazioni scolastiche, o volere o volare, è ancora

il fondamento de' buoni studi di composizione. Che che si dica, il

compositore non contrappuntista, sarà sempre un compositorello; un

canzonettaio.

Per ciò che fecero in favore della didattica, i Fiamminghi potrebbero

andar assolti d'ogni peccato risguardante l'estetica.

Ma di peccati ne commisero altri, e non posso tacerli.

Non uno di que' compositori che avesse cura di mettere in una certa

armonia, almeno, il carattere e la espressione delle note, col testo

e col significato delle parole. A questo non badavano per nulla.

Fra le Messe e stampate e manoscritte, appartenenti a quel tempo,

ne ho trovate parecchie, nelle quali sotto le prime note de' pezzi,

leggevasi o _Kyrie_ o _Gloria_ o _Sanctus_, ma dopo queste, non più

parole. Nè si pensi che così facessero o gli stampatori o i copisti a

risparmio di tempo e di fatica. Come attestano gli autografi, facevano

così gli stessi compositori. E la prova provata che alle parole non

avevan badato, esce da questo, che ad adattare sotto le note gli

interi versetti, non si riesce che a stento, e non senza ripetizioni e

storpiature.

E non è tutto. Alle parole prescritte dalla liturgia, ne aggiungevano

altre a capriccio. In una Messa avente a tema l'_Ave Maria_ del

canto fermo, si canta contemporaneamente dai soprani il _Kyrie_, dai

contralti il _Gloria_, dai tenori il _Credo_ e dai bassi l'_Ave Maria_

per disteso.

E non è tutto ancora. Si fece mille volte peggio. Non contenti

dell'accoppiamento di parole diverse, ma sacre, vennero

all'accoppiamento di parole sacre e profane, — e di che tinta profane!

In una Messa dell'Obrecht, al primo _Kyrie_, il tenore canta, in

volgare: _Io non vidi mai la più bella!_ Al _Christe_: _Oh! buon

tempo!_ Al secondo _Kyrie_: _Dove potrò mai trovarla!_ All'_Osanna_:

_Il segreto del mio cuore!_ E al _Benedictus_: _Signora, fatemi sapere

se_....

E Messe così fatte, incredibile a dirsi! erano cantate alla presenza

del Papa e dei Cardinali da quella Cappella Sistina che salì dopo in

tanta e così bella rinomanza.

A quella maniera di Messe, che era, insieme, un pervertimento artistico

e morale, si venne accomodando di punto in punto la esecuzione. Di

questo ne fa certi la risposta del cardinale Domenico Capranica, reduce

dalla Nunziatura di Lisbona, data al papa Niccolò V, quando lo richiese

del suo parere intorno al merito de' famosi suoi cappellani cantori:

_Santità_, disse schietto il Cardinale, _mi par di udire una mandra

di porcelli che grugniscono a tutta forza, senza proferire un suono

articolato, non che una parola._

Giunte le cose a tale estremo, si sentì il bisogno di porvi rimedio; e

vi si pose.

Ma, come corse per secoli in tante e tante opere pretese storiche,

e come di quando in quando ritorna a correre negli scritti degli

storici compilatori e dilettanti, chi fu il primo a trovare e a

proporre il rimedio non fu il Palestrina. Bensì egli lo attuò e da par

suo. Secondo quegli scrittori: il Papa Marcello II, scandolezzato e

indignato de' tanti sacrileghi abusi, avrebbe formalmente licenziati

i cappellani-cantori e posta la musica al bando della Chiesa; e

il Palestrina, poco dopo, con una castigatissima sua Messa avrebbe

ottenuta la revoca di quel decreto. In questo nulla di vero.

La musica, intanto, non fu mai proscritta dalla Chiesa da nessun Papa.

Quanto a Marcello II, può aversi per certissimo che della musica non

s'occupò menomamente, perchè non ebbe il modo e nemmeno il tempo.

Marcello II, come abbiamo dal Polidori suo biografo, fu eletto la sera

del 9 aprile (martedì santo del 1555) e volle essere consacrato vescovo

e incoronato il giorno dopo: _affine di potersi tutto impiegare in que'

giorni cotanto santi_, nei divini uffizi. E infatti non mancò a nessuna

delle tante funzioni che si celebrano nella Cappella Sistina dal

mercoledì santo al dì di Pasqua.

Il sabato in _albis_, Marcello II era a letto infermo, e dieci giorni

dopo (il 30 dello stesso aprile) rese l'anima a Dio. In tutto, un

pontificato di ventidue giorni, undici dei quali, di malattia. Ora,

come e quando avrebbe egli avuto tempo e modo di pensare alla musica,

e, cosa al certo di non piccolo momento, di decretarne la proscrizione?

E dove, pel Palestrina, il tempo di comporre una Messa e d'apprestarne

la esecuzione?

Sul conto di quella celebratissima messa (che venne poi dedicata alla

_memoria_ di papa Marcello) ecco la verità quale esce dai diari che si

conservano nella Biblioteca della Cappella Sistina, e come l'abbiamo

nella biografia del Palestrina scritta dall'abate Baini.

I cardinali Vitellozzi e Borromeo, deputati dal papa (Paolo IV)

al riordinamento della musica religiosa ne' termini decretati

nella sessione XXII del Concilio di Trento, posero per principio e

stabilirono: I. che i Mottetti e le Messe con accoppiamenti di diverse

parole, non dovevansi più eseguire; — II. che del pari non dovevansi

più eseguire le Messe lavorate sopra temi di canzoni profane e laide;

nè i Mottetti scritti da persone private. — Si discusse quindi per

definire se le parole sacre cantate dal coro si sarebbero udite più

scolpitamente e sempre. I due cardinali desideravano che fosse; ma

i cappellani-cantori risposero recisamente: _che non era possibile_.

Instavano i cardinali: “_Se le si possono udire e le si odono alcune

volte, perchè non sempre?_„ Replicavano i cappellani cantori: “_esserne

in colpa l'obbligo delle fughe e delle imitazioni che costituiscono

il carattere della musica armonica; e che non era possibile privare la

musica di quegli artifizi, senza snaturarla_.„

In questa discussione vennero citati dai cardinali un _Te Deum_ di

Costanzo Festa, gli _Improperi_ e alcuni pezzi della Messa: ut, re,

mi fa, sol, la del Palestrina, come esempi (quanto alle parole) senza

eccezione. Ma i cantori rispondevano: “_che quelle erano composizioni

brevi, e che nelle fughe, massime del_ Gloria _e del_ Credo, _non si

sarebbe potuto ottenere in egual maniera la chiarezza delle parole,

offuscate dagli imprescindibili giri e ritorni delle Imitazioni e delle

Fughe_.„

Venuti i dissenzienti a partito, fu infine risolto: si desse

commissione al Palestrina di scrivere una Messa, che stesse in tutto

alle prescrizioni de' due cardinali e nella quale le _Imitazioni_ e le

_Fughe_ non impedissero in nessun modo le parole.

In luogo di una Messa sola, il Palestrina ne scrisse tre: delle quali,

eseguite per prova in casa del cardinale Vitellozzi il 21 aprile 1565,

venne scelta per acclamazione la terza.

In quella Messa, il Palestrina vince tutte le difficoltà, supera tutte

le barriere e, ispirato, procede con la indefettibile sicurezza del

_genio_. Nè artifizi di contrappunti, nè complicazioni di sorta, nè

arruffii di parole; piena e maestosa la sonorità, severi i giri degli

accordi, severe, ma nettamente disegnate e sto per dire melodiche, le

cadenze; solenne, tuttochè semplice, lo stile. Non una nota in quella

Messa che non sia la rivelazione o la sanzione d'una sana regola

dell'arte, mentre da ogni nota esala purissimo il sentimento religioso.

Avuto riguardo alle condizioni in cui allora trovavasi la musica: un

miracolo di bellezza.

Quando venne pubblicamente eseguita per la prima volta (il 19 del

giugno 1565), Pio IV esclamò: “_Sono queste le armonie del nuovo

cantico che San Giovanni apostolo udì nella celeste Gerusalemme, e

che un altro Giovanni_ (Palestrina) _ci fa udire nella Gerusalemme

terrestre_.„

La Messa di papa Marcello nella cui musica è una così viva aspirazione

alla melodia e al canto, scosse dalle basi il grottesco edifizio

dell'arte fiamminga, ed è, incontrastabilmente, la pietra angolare

dell'arte italiana; di quell'arte italiana che fu poi, sino a' giorni

nostri, l'arte di tutto il mondo.

Del Palestrina, qui non saranno affatto fuor di luogo alcuni cenni

biografici.

Il vero suo casato è Pierluigi, e il nome, Giovanni. Fu detto

Palestrina dalla piccola città delle Romagne, dove nacque, per quanto

si sa, nel 1524.

Chiamato alla musica da molte ed elette disposizioni naturali, si recò,

giovinetto, a Roma, dove fu ammesso alla scuola, aperta poco innanzi da

Claudio Goudimel, compositore di grande e meritata fama.

Da quella scuola, il Palestrina uscì maestro, tanto che nel 1551 venne

nominato Direttore della Cappella Giulia in San Pietro Vaticano. Dalla

Cappella Giulia passò alla Sistina (dalla quale fu poco dopo espulso,

perchè ammogliato) e quindi alla Cappella di San Giovanni in Laterano,

a quella di Santa Maria Maggiore, e di nuovo alla Giulia, in San

Pietro, rimasta vacante per la morte di Giovanni Animuccia.

Il Palestrina fu uomo di specchiata onestà, di severi costumi e, come

artista, indefesso al lavoro, operosissimo; — il che non tolse ch'egli

non avesse sempre a combattere con le strette della povertà, mal

bastando gli stipendi delle cappelle alle prime necessità della vita.

Egli morì, assistito e confortato da San Filippo Neri, il 2 febbraio

1594.

Alla scuola del Goudimel, il Palestrina non è a farne meraviglia,

s'era educato e fatto ai principii e al gusto de' Fiamminghi. Le

prime sue Messe (pubblicate nel 1554) son tutte fatica e stento;

tutte a imitazioni, a fughe, a canoni, a rodelli, a misure e andamenti

_binarii_, posti a forza sopra misure e andamenti _ternarii_. Nè seppe

guardarsi dagli strani accoppiamenti di parole. In una sua Messa, così

nel _Kyrie_, come nel _Gloria_ e nel _Credo_, v'ha sempre una parte che

canta l'antifona: _Ecce sacerdos magnus_, ecc.

Nel Palestrina adunque sono a vedersi due compositori ben distinti fra

loro: il fiammingo sino alla Messa di Papa Marcello, e da quella Messa

in poi, l'italiano.

E se qui mi si domandasse: Dove le cause così determinanti dei decreti

del Concilio di Trento e del programma de' cardinali Vitellozzi e

Borromeo non fossero state, il Palestrina avrebbe abbandonata la prima

sua maniera? E avrebbe trovata la seconda, passando in un subito da un

gretto e pretenziosissimo meccanismo, ad una semplicità ispirata e che

ha del divino?

Pur ammirando in quel compositore un maestro solenne e un altissimo

ingegno a quelle domande io sarei tentato di rispondere negativamente.

I musicisti amano il suono; — ed è giusto. Ma del suono (chi non lo sa

e non ne ha patito?) i musicisti non si contentano mai. Più ne hanno,

più ne vorrebbero e, beatissimi, vanno al frastuono ed allo strepito.

È questa, a mio avviso, una tendenza naturale e irresistibile.

Esperienza che oramai può farsi ogni giorno: le bambinette pei serii

loro studi delle cinque note, vogliono il cembalo tutto aperto; e, se

v'arrivano, andate franchi che il piedino sul pedale del _forte_, ce lo

mettono e ce lo tengono. Dell'abuso della sonorità, i musicisti si son

rimproverati sempre, a cominciare dal libro di Giobbe.

Quanto a spiegare la tendenza che è ne' musicisti, specie ne'

compositori, al complicato e all'artifiziato, è presto fatto. Gli

artifizi e le complicazioni, non richiedono nè altezza di mente,

nè squisitezza di sentimento, nè vivacità di fantasia, nè estro, nè

ispirazione. Basta ad essi ogni mezzano ingegno; bastano la pazienza e

lo sgobbo. Convinto di questo, vo' pur convinto che dalla scossa, per

quanto forte, avuta dalla Messa di Papa Marcello, la scuola fiamminga

si sarebbe facilmente ripresa e avrebbe prolungato chi sa per quanto

tempo ancora l'infesto suo dominio, se, provvidenziale, non veniva

da Firenze la Camerata del conte Bardi del Vernio, colla _riforma del

melodramma_.

Ottavio Rinuccini, Jacopo Corsi, Vincenzo Galilei, Girolamo Mei, Jacopo

Peri, Giulio Caccini, e gli altri dotti e musicisti componenti la

Camerata di Giovanni Bardi, che cosa han fatto?

“_Hanno inventato il melodramma_;„ — così si disse universalmente sino

a pochi anni sono; e così dicono ancora parecchi storici e scrittori,

tuttochè eruditissimi e di polso.

Ma l'hanno veramente inventato? — Io non credo e penso non lo

credessero nemmen loro, per questa semplicissima ragione: che il

melodramma, notissimo a tutto il mondo, esisteva da secoli.

Il concetto di sposare la musica all'azione rappresentata, al dramma,

ebbe applicazioni pratiche che rimontano ad una antichità remotissima.

— Per trovarne i primi tentativi converrebbe forse risalire con Origene

e con Renan, al _Cantico dei Cantici_ della Bibbia.

Ma, a non entrare nel campo delle congetture, questo è ora storicamente

certo (grazie alle ricerche e agli studi del Westphall, del Bellerman

e del Gevaert) che le tragedie e le commedie dell'antico teatro greco,

eran veri e propri melodrammi seri e melodrammi buffi; ed è certo che

Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane, ecc., eran poeti e insieme

compositori di musica.

Nei drammi liturgici dei primi secoli della Chiesa, nella tragedia:

_Cristo paziente_ di Apollinare d'Alessandria, un tempo attribuita

a san Gregorio Nazianzeno, ne' drammi della Hrotswita, negli _Atti

sacramentali_ degli Spagnuoli, nelle _Vergini saggie_ e nelle _Vergini

spensierate_ de' Tedeschi, nelle _Moralità_ degli Inglesi e, insomma,

in tutte quelle rappresentazioni che si comprendono sotto il nome di

_Misteri_, la musica vi aveva una non piccola parte. V'erano canzoni,

preghiere e cori. I personaggi principali, il Redentore, la Vergine, i

Santi, gli Angeli, i Demoni, non parlavano mai altrimenti che cantando;

e al canto s'accompagnava il suono di vari strumenti, arpe specialmente

e piccoli organi portatili.

Nel 1285 Adamo de la Hale fece rappresentare a Napoli: _Robin et

Marion_, un idillio, osserva il Renan, che ha molte analogie col

_Cantico dei Cantici_. E nel _Robin et Marion_ il concetto del

melodramma è nettamente esplicato. Vi si trovano, in germe, e arie, e

duetti, e ritornelli strumentali.

Dopo il _Robin_ d'Adamo de la Hale, la storia registra come

rappresentazioni accompagnate da musica vocale e strumentale: la

_Conversione di San Paolo_ del Baverini, _San Giovanni e San Paolo_,

poesia di Lorenzo il Magnifico e musica di quel valente compositore

Isaac che il Lasca ricorda col nome d'Arrigo tedesco; il _Sagrifizio_

del Beccari, posto in musica da Alfonso della Viola; l'_Egle_ e

l'_Orbeck_ del Giraldi; gli _Oratorii_ di San Filippo Neri musicati

dall'Animuccia; il _Satiro_ e la _Disperazione di Fileno_ di Emilio de'

Cavalieri e, infine, l'_Amfiparnaso_ di Orazio Vecchi.

Come vedesi, il melodramma è assai più antico di quanto credono ancora

non pochi; ed è chiaro perciò che quello uscito a Firenze negli ultimi

anni del cinquecento, non era e non poteva essere una _invenzione_; ma

sì, un perfezionamento o, piuttosto, come veramente fu e deve dirsi:

una _Riforma_.

Per darsi conto ora di ciò che volle e operò la Camerata del Bardi con

la sua _Riforma_, bisogna rifarsi ai Fiamminghi, e ricordare: che per

loro la melodia e il canto non esistevano; ricordare che mettevano

il sublime e il sommo dell'arte nello stile _madrigalesco_, nel

contrappunto; e ricordare che non dubitarono (se ne tenevano, anzi!) di

condurre con quello stile ogni maniera di composizioni: le religiose,

le profane da _camera_, le _Canzoni a ballo_ e le _Canzoni a bere_, le

_Ballate_ e le _Ballatelle_, le _Villanelle_, le _Frottole_, e persino

quelle che dovevansi eseguire per le vie e sulle piazze a sollazzo del

popolo, quali: le _Maggiolate_, le _Mascherate_, le _Carrate_, i _Canti

carnascialeschi_, ed altre più.

Ora, come si potesse concepire l'idea d'applicare quello stile alla

rappresentazione scenica, non si riesce ad intendere in nessun modo; ma

sta in fatto che i Fiamminghi vollero ed ebbero il melodramma in stile

_madrigalesco_.

Spregiato, dimenticato o voluto dimenticare, perchè essenzialmente

melodico, il _Robin et Marion_ d'Adamo de la Hale, che sta da sè, che

nella storia è un fiore nel deserto, tutti gli altri melodrammi che

ho citati dianzi sono condotti con quello stile; quanto dire che sono

scritti per un _coro_ di quattro, cinque e più voci; e che quel _coro_,

da un capo all'altro del dramma o della commedia, canta costantemente

la parte di tutti i personaggi, uomini e donne, e così i soliloqui come

i dialoghi, così le domande come le risposte.

Per quanto so io, l'ultima uscita di quelle opere fu l'_Amfiparnaso_

d'Orazio Vecchi, rappresentata a Modena nel 1594.

Quell'opera s'apre, dopo un Prologo, con un dialogo fra Pantalone e il

suo servitore Pedrolin, che comincia così:

PANT. O Pedrolin, dove sei? Dove sei, Pedrolin?

PEDR. Messere, sono in cucina.... e non mi posso muovere....

PANT. Ah, ladro! Ah, cane! e che cosa fai in cucina?

PEDR. M'empio la pancia con certi tali che, prima, cantavano tutto

il giorno: piripipì, curucucù!

PANT. Ladro! tu vuoi dire galletti, galline, piccioni....

E con la citazione mi fermo qui.

Se avessi ora a domandarvi, o Signori, quante voci, quanti cantanti

possono occorrere per eseguire sulla scena quel dialogo; tutti al

certo rispondereste: due! uno a rappresentare Pantalone, e l'altro a

rappresentare Pedrolin.

Ebbene, no! Alla vostra risposta i compositori Fiamminghi si sarebbero

messi a ridere di compassione.

Come esigeva imprescrittibilmente lo stile madrigalesco, per eseguire

quel dialogo occorre un coro composto di soprani, di contralti, di

tenori, di bassi; e quel coro canta tanto la parte di Pantalone, quanto

quella di Pedrolin; e così in tutto il rimanente della commedia.

Date, relativamente alla musica, queste condizioni, vorrebbesi pur

sapere, in qual modo si venisse alla rappresentazione. Ma su questo

punto corrono opinioni diverse. Chi crede che sulla scena uscivano

soli i cantanti rappresentanti i personaggi e che il resto del coro

cantava, a così dire, dietro le quinte. Chi crede invece, che dietro le

quinte cantava tutto il coro, e che sulla scena i personaggi venivano

rappresentati da mimi; e chi crede e mantiene infine, che le opere in

stile madrigalesco non venivano rappresentate, ma solamente cantate,

come usò e usa anch'oggi degli Oratorii.

Sia come si vuole, questa è questione affatto secondaria. Ciò che preme

e importa di mettere in sodo è che, prima della Riforma fiorentina, le

opere teatrali, i melodrammi, si scrivevano a quel modo.

Sul conto dell'_Amfiparnaso_ e del suo valore artistico, stimo inutile

il far parole. Per me, e come commedia e come musica, è una poverissima

cosa.

Ed eccoci alla _Riforma fiorentina_, il cui concetto venne nettamente

dichiarato da quell'insigne scrittore che fu Giovanni Battista Doni.

“Questi virtuosissimi personaggi (egli parla d'Ottavio Rinuccini e di

Jacopo Corsi) si possono dire i primi restauratori della musica scenica

e autori dello _Stile recitativo_; imperocchè, riconoscendo che la

maniera d'oggi non era troppo idonea alla espressione degli affetti e

al cantare in iscena, e dall'altra banda avendo letto i miracoli che

faceva anticamente la musica, fecero tanto coi più perfetti musici che

si trovavano allora, che s'indussero a tentare una nuova strada, e a

provare che riuscita farebbe una melodia che s'avvicinasse al parlare

famigliare e movesse gli animi degli ascoltanti; — il che non potendo

succedere senza far loro ben sentire le parole; e non potendo queste

accoppiarsi con tanti artifici di contrappunto, vollero che, rimossi

questi, s'attendesse solo ad un bello e leggiadro procedere, ed al fare

il canto più naturale e vicino alla favella più che fosse possibile;

onde conoscendosi che la cosa sarebbe ricevuta, fu composta dal

signor Ottavio Rinuccini la _Dafne_, che fu rappresentata con plauso

grandissimo, essendo stata armonizzata dai signori Jacopo Corsi e

Jacopo Peri.„

Nessuna ambiguità nelle parole del Doni.

I componenti la Camerata del Conte Bardi posero la mira alla

espressione de' sentimenti e degli affetti, persuasi che, senza quella

espressione, la musica non può essere mai altro che un rumore, più o

men grato all'orecchio, ma vanissimo; un balocco per l'uditore e, pel

compositore, un giuoco di pazienza.

Persuasi di ciò, que' valentuomini videro: che a muovere e a

determinare la espressione de' sentimenti e degli affetti, doveva esser

_prima_, la _parola_; videro che la _parola_ non poteva esser _prima_

se, comecchessia, _impedita_; videro che con le inflessibili sue

esigenze, il contrappunto non poteva _non impedirla_ e, sicuri e con

mente divinatrice, tagliaron netto e corto.

Come aveva fatto il Palestrina (e come _doveva_, in vista della musica

religiosa), i componenti la Camerata Bardi, non si tennero ad una mezza

misura.

Ma con una innovazione che mai nel campo delle arti belle la più ardita

e più radicale, condannarono il contrappunto tutt'intero qual era,

capitalmente. Si misero innanzi, come bandiera, la nota sentenza di

Platone: _nel canto_, il primo posto spetta alla _parola_, il secondo

al _ritmo_, il terzo al _suono_; la adattarono alle possibilità

del momento e ai mezzi de' quali potevano disporre; e argomentando

dagli effetti ottenuti dalla melopèa greca e dall'arte di Archiloco,

di Terpandro, di Talete, di Saffo, tolsero di mezzo la polifonia,

s'attennero alla voce sola accompagnata da uno o più strumenti, e

idearono il _recitativo_; o piuttosto lo _inventarono_, che qui,

quel verbo torna a capello; perchè della _melopèa greca_ mancavan

loro interamente gli esempi _pratici_; e perchè insufficienti troppo

all'uopo, i rari tratti _recitativi_ che s'incontrano nel _Passio_ del

canto fermo.

Fortemente scossa dalla Messa di Papa Marcello, la scuola fiamminga

ebbe dalla _riforma melodrammatica_ fiorentina il colpo di grazia. E il

mondo riebbe la musica!

La bontà e la saviezza de' principî estetici e de' criteri fondamentali

che diressero le ricerche e gli studi de' riformatori fiorentini,

non han bisogno d'essere dimostrate. Sono evidenti per sè stesse; e

riescono evidentissime, se seguiamo il melodramma ne' suoi svolgimenti

ulteriori.

Dal 1600 in poi, noi lo troviamo sviato e mal vivo ad ogni poco;

quando per l'abuso delle rifioriture e de' passaggi di difficoltà

cui si lasciano andare tanto volentieri i cantanti, a scapito della

espressione poetica e drammatica; — quando per le complicazioni cui

tendono incessantemente i compositori; — quando pel predominio della

musica spinto tanto innanzi da nascondere e le parole e il dramma.

In seguito a quegli sviamenti, escono i _riordinatori_ o, come si

chiamano, i _riformatori_. Per non citare che i più famosi: il Glück

nel secolo scorso, e il Wagner nel nostro.

Secondo la generalità degli scrittori, il Wagner, come _riformatore_,

non fece altro che riportarsi al Glück. Il quale (sempre secondo quegli

scrittori) è a reputarsi il primo, il vero, l'unico, il riformatore

insomma per eccellenza.

Ma per me, non è tale davvero.

La riputazione di riformatore in che è tenuto quel valentissimo

compositore, mosse tutta dalle _Prefazioni_ poste innanzi alle sue

opere: _Alceste_ ed _Ifigenia in Aulide_. Ma in quelle _Prefazioni_,

non una idea, non un concetto, nè una osservazione, che non si trovi

negli scritti risguardanti la _Riforma fiorentina_, di Giovanni Bardi

e di suo figlio Pietro, del Rinuccini, del Doni, del Della Valle,

del Bonini, e nelle _Prefazioni_ che i compositori: Peri, Caccini,

Emilio de' Cavalieri, Marco da Gagliano e Monteverdi, posero anch'essi

innanzi alle stampe delle loro opere; e dalle quali il Glück tolse

molto probabilmente l'esempio.... e il resto. Dato (badiamo, non è che

un sospetto) dato che tutto non sia opera invece del suo librettista

italiano, Ranieri Calsabigi; il quale, poeta, uomo cultissimo e toscano

com'era, è ben difficile supporre che di tutti quegli scritti non

avesse notizia.

Escludiam pure, se si vuole, ogni idea di plagio, ammettiamo come

possibile l'incontro fortuito, non che di idee e di concetti, di

espressioni e di parole. Ma sta in fatto ed è: che la pretesa riforma

del Glück e quella della Camerata Bardi non differiscono in nulla; e

sta ed è, che l'una è l'altra e che, in ogni caso, alla seconda non può

assegnarsi altro merito che quello solo di aver confermato il valore

della prima.

Si crede e si afferma da molti che la prima opera scritta secondo

gli intendimenti della Camerata Bardi, sia stata la _Euridice_

del Rinuccini e del Caccini. Ma è indubitato che fu la _Dafne_ del

Rinuccini istesso e del Peri, rappresentata in casa del Corsi nel 1594.

(Ed ecco per la terza volta la data 1594: la morte del Palestrina;

l'ultima opera in istile _madrigalesco_; la prima opera della

_riforma_, in istile, come dicesi, _recitativo_ o _rappresentativo_).

La priorità della _Dafne_ è attestata dal Clasio in una nota

illustrativa posta in fine alla ristampa del _libretto_ del Rinuccini,

dove leggesi: “che, compiuta nel 1594, la _Dafne_ fu per tre anni

consecutivi recitata in casa Corsi, con gran piacere ed applausi degli

spettatori.„ E del resto è pure attestata dal Rinuccini nella lettera

con cui dedica la sua _Euridice_ alla Regina Maria de' Medici, e nella

quale v'hanno considerazioni e notizie che giova conoscere:

“È stata opinione di molti (scrive il Rinuccini) che gli antichi

Greci e Romani cantassero sulle scene le tragedie intere; ma sì nobile

maniera di recitare, non che rinnovata, ma neppur ch'io sappia sin qui

è stata tentata da alcuno; e ciò, credo io, per difetto della musica

moderna, di gran lunga all'antica inferiore. Ma pensiero sì fatto

mi tolse interamente dall'animo messer Jacopo Peri, quando, udita

l'intenzione del signor Jacopo Corsi e mia, mise con tanta grazia

sotto le note la favola di _Dafne_, composta da me, che incredibilmente

piacque a que' pochi che la udirono. Onde, preso animo, e data miglior

forma alla stessa favola, e di nuovo rappresentata in casa Corsi, fu

ella non solo dalla nobiltà di tutta questa patria favorita, ma dalla

serenissima Granduchessa e dagli illustrissimi Cardinali Del Monte e

Montalto.„

A dimostrarvi praticamente, o Signori, la innovazione operata dalla

Camerata Bardi, avrei dovuto scegliere un pezzo della _Dafne_; ma,

disgraziatamente, della musica di quell'opera non trovasi più una nota.

Andò smarrita tutta. Ebbi quindi ricorso al prologo della _Euridice_,

opera degli stessi autori, Rinuccini e Peri, e posteriore alla _Dafne_

di soli sei anni.

In quel prologo sono poche e semplici note; ma note che prendono la

ragione di essere dalle _parole_; che vi si immedesimano; e che,

con inflessioni e con accenti naturali ed espressivi, ne rendono

efficacemente il sentimento, l'affetto, la passione. Sono note ben

semplici, ripeto, ma in alcuni de' loro movimenti piegano già alle

leggi del _ritmo_: elemento (il _ritmo_) che, come la melodia, i

Fiamminghi avevano interamente abbandonato. Quel prologo, in fondo,

è ben poco più di un _recitativo_; ma quel _recitativo_ è una vera

e propria _trovata_; è, come ho detto, una vera _invenzione_ ed è

_tipico_; ma quel _recitativo_ fu all'arte musicale quel medesimo

che fu alla scienza e alle applicazioni della elettricità, la pila

d'Alessandro Volta. In breve, da quel _recitativo_ uscirono le frasi,

le cadenze, i cantabili; uscì la _melodia_!

E con la melodia, che i Greci definivano _una poesia sopra la poesia,

una delizia dell'anima, un incanto_, la luce fu ad un tratto su tutta

la distesa dell'arte; ne penetrò le viscere, e vi portò il calore della

vita e la fecondità.

Infatti, ne' primi dieci anni del secolo seguente, noi vediamo che

la musica, con tutte le sue diramazioni e le sue forme, si volge,

come per elaterio, ad alti e nuovi intenti, e muove sicura per nuove

vie: la vocale, col melodramma, per la via che doveva portarla al

_Don Giovanni_, al _Barbiere di Siviglia_ e al _Guglielmo Tell_; e

la strumentale, per quella che mise capo al Boccherini, all'Haydn, al

Mozart e al Beethoven.

Tenuto conto di tutto questo, chi crede di poter dire che la Camerata

del Bardi inventò il melodramma, a più forte ragione, mi pare, dovrebbe

dire che ha inventato la _musica_!

Metto da parte l'inventare, e riassumo: la Camerata del Conte Bardi,

animata da un sano intendimento artistico, e guidata da un elettissimo

buon gusto, tolse la musica dagli inestetici e goffi artifizi de'

Fiamminghi; la fece libera richiamandola al naturale suo principio,

alla _melodia_, e rendendo possibile la rappresentazione scenica, dette

al mondo il melodramma, che è la più attraente di quante sono le forme

dell'arte: che è una festa dei sensi e dell'intelligenza.

E il melodramma, com'essa lo intese e lo volle, offrendo un vasto e

convenientissimo campo d'azione alle preziose doti di sentimento, di

voce e di fantasia, delle quali la natura è così prodiga agli Italiani,

fu all'Italia, e per più di due secoli, un titolo invidiatissimo di

gloria e, insieme, una non piccola sorgente della pubblica ricchezza.

La vita Italiana nel Cinquecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1893 · 第 111 / 116 题