JOHN ADDINGTON SYMONDS.

_Signore, e Signori!_

Non posso cominciare la mia lettura, senza prima esprimervi il profondo

sentimento ch'io provo per l'onore che il vostro invito mi conferisce.

Io, Inglese, sono invitato a parlare nella città di Firenze, davanti

ad un uditorio di Fiorentini sopra uno dei Fiorentini più illustri.

Nessuna cortesia potrebbe giungere più gradita all'animo di uno

studioso e di uno scrittore.

È stato spesso osservato che il Rinascimento fu un periodo di uomini

dalle multiformi attitudini e di universali genialità. Vi noveriamo

uomini come Leon Battista Alberti, il quale insieme alla letteratura,

alla scienza e alle matematiche, esercitò la pittura e l'architettura,

e si segnalò per forza ed agilità fisica; uomini come Leonardo da

Vinci, dei quali è dubbio, se le stesse facoltà artistiche non fossero

inferiori alla originalità delle loro invenzioni scientifiche; principi

come Lorenzo de' Medici, che furono uomini di stato, poeti, filosofi,

critici della più squisita sensibilità, raccoglitori di antichità,

inspiratori della gaia vita e della moda; e finalmente, vi vantiamo

Michelangelo Buonarroti.

Mi propongo di parlare di Michelangelo sotto il suo quadruplice

aspetto di scultore, di pittore, di architetto e di poeta. In vita,

fu ritenuto eccellente in ognuno di questi rami dell'Arte. Benedetto

Varchi in un'Orazione letta all'Accademia Fiorentina, gli decretò una

quadruplice corona, e ve ne aggiunse una quinta proclamandolo “amatore

divinissimo„.

Michelangelo si professò sempre essenzialmente scultore. Diceva a

Giorgio Vasari che “a Settignano aveva succhiato lo spirito dello

scalpello col latte della sua nutrice„, la quale era figlia e moglie

di scalpellini. Chiamato a dipingere la Cappella Sistina, protestò che

la pittura non era mestier suo; e più tardi, allorchè Leone X insistè

perchè egli completasse la facciata del San Lorenzo e edificasse la

Nuova Sagrestia e la Libreria, amaramente si dolse di non aver mai

studiato architettura.

Tuttavia Michelangelo riteneva l'arte del disegno eguale in ogni suo

ramo e indispensabile strumento di tutte le scienze, e tale teoria è

da lui chiaramente esposta nelle famose Conversazioni di San Silvestro

in Roma, che ci sono state conservate dal pittore spagnuolo, Francesco

d'Olanda.

Il primo passo per un artista consisteva, secondo lui, nel rendersi

padrone del disegno lineare con penna, inchiostro, gesso o punte

di metallo. E il solo soggetto che Michelangelo considerava degno

d'imitazione, era il corpo umano nudo; perciò sosteneva che la

profonda conocenza delle proporzioni fisiche e anatomiche dell'uomo,

era essenziale all'architettura scientifica. È evidente che una

viva genialità lo traeva alla scultura, di cui la forma umana è

l'assoluta ed esclusiva preoccupazione. I paesaggi, gli edificî, i

fiori, le ricche stoffe, i gioielli, i mobili, che hanno una parte

così importante nell'arte del quattrocento — nel Ghirlandajo, in

Benozzo Gozzoli, in Piero di Cosimo, in Sandro Botticelli e persino

in Leonardo da Vinci — Michelangelo li escludeva rigorosamente dalla

sua sublime ed astratta sfera dell'arte. L'unico elemento decorativo

che egli introducesse nella vôlta e nella parete occidentale della

Cappella Sistina, fu la forma umana maschile e femminile; maschile

principalmente, in ogni possibile attitudine. Egli sdegnò quei

problemi di prospettiva aerea, quelle squisite gradazioni di luce

e d'ombra, quelle così dette sfumature, che formavano la principale

delizia del magico Leonardo. Linee austere del corpo, che cominciavano

dagli studî anatomici del cadavere, e s'inalzavano agli elaborati

e maravigliosi studî del nudo vivente; — questa fu la severa scuola

nella quale Michelangelo esercitò il suo genio giovanile. È vero che

egli passò il primo anno di tirocinio nella bottega del Ghirlandajo,

dove imparò l'arte della pittura a fresco, e seguì il misto stile del

quattrocento; ma quando entrò nei Giardini di Lorenzo de' Medici a San

Marco, l'ambiente a lui più conforme dette nuovo impulso al suo genio.

Il maestro Bertoldo, deputato da Lorenzo de' Medici all'insegnamento

dei giovani artisti, era stato seguace di Donatello, e l'influenza

di Donatello improntò di sè l'adolescenza del Buonarroti, e potè su

lui durante tutto il viver suo. Noi lo sentiamo nel tipo delle faccie

adottate pel David, per Giuliano de' Medici, per il così detto Adone e

Vittoria del Museo Nazionale: lo riscontriamo di preferenza nelle mani

grandi e nelle lunghe dita muscolose, che danno un'impronta particolare

alle sue statue, come al Captivo del Louvre.

Avendo toccato della prima educazione di Michelangelo, voglio ricordare

due maestri che, pare, abbiano avuto una diretta influenza sul suo

stile. L'uno fu Jacopo della Quercia, lo scultore senese, i cui

bassorilievi sulla facciata di San Petronio a Bologna suggerirono

a Michelangelo il trattamento del soggetto della creazione di Adamo

ed Eva nella Cappella Sistina; l'altro fu Luca Signorelli. Il grande

pittore di Cortona fu di temperamento conforme assai al Buonarroti.

Ambedue si compiacevano del nudo, dell'anatomia, della inesauribile

varietà di attitudini che può essere studiata nel corpo umano.

L'immaginazione di ambedue era veemente, sublime, contrassegnata da

terribilità piuttosto che da grazia o da dolcezza. Il Signorelli, non

meno di Michelangelo, sdegnò la vaghezza degli accessorî meramente

ornamentali. I contemporanei notarono l'intima connessione fra i

due artisti. Il Vasari, come di un fatto conosciuto, scrive: “esso

Michelangelo imitò l'andar di Luca, come può vedere ognuno„.

Non deve ritenersi per questo che il Buonarroti fosse seguace

di qualsivoglia maestro a lui precedente. Il vero sta nel parere

contrario. Niun grande artista ebbe mai un'individualità più imperiosa,

una più libera originalità di genio. Non v'è della sua mano uno studio

dal nudo, non un frammento di scultura in marmo, non una figura dipinta

a fresco, non un architrave o nicchia, non un sonetto, non la sentenza

di una lettera, che non faccia immediatamente distinguere la sua

dall'opera altrui. In ciò egli offre un gran contrasto con Raffaello,

il cui maturo stile era formato da successivi atti di assimilazione

o imitazione, che dal Perugino possono chiaramente seguirsi, per

Leonardo, e per Fra Bortolommeo, sino alle antichità romane ed a

Michelangelo.

Il giovane Buonarroti doveva tutto allo studio della natura. Dotato

di un peculiar dono del sentimento di essa, cominciò dal copiarla

con quanta maggior cautela potè, senza chiederle in qual maniera gli

altri uomini avessero risguardato o tratteggiato i suoi capolavori.

Egli gettava una solida base per il termine della sua virilità, coi

realistici disegni dal vero. Ciò si manifesta in tutte le opere della

sua carriera giovanile. Restiamo meravigliati dinanzi al realismo del

_Bacco_, ch'egli eseguì per Jacopo Gallo a Roma. L'ideale bellezza

della _Pietà_ a San Pietro, si combina colla profonda anatomica

accuratezza nella modellatura del _Cristo morto_. Ma la statua che

mostrò il realismo di Michelangelo nella sua luce più forte, è il

_David_, che stette tanto tempo sulla gradinata del palazzo della

Signoria. La scala di questa stupenda figura è colossale. Ma il tipo

scelto è quello di un giovane appena formato. Michelangelo aveva

letto che, quando si avventurò contro il gigante Filisteo, David era

soltanto: “giovinetto, sano e di bello aspetto„; ecco perchè gli dette

quel gran capo, quelle mani colossali, che sono fuori di proporzione

per il torace della figura ancora imperfettamente sviluppato. Noi

sentiamo che il suo David ha ancora due o tre anni per crescere,

per consolidarsi, per espandersi, prima di raggiungere il suo pieno

sviluppo. Non si può negare che questa devozione alla realtà, trasse

seco nel David, qualche sacrificio di grazia e di bellezza. V'è un po'

di goffaggine nella testa disquilibrata, nelle mani sproporzionate di

cui ci rendiamo conto soltanto quando ci ricordiamo quanto sinceramente

lo scultore amasse la verità. Lo stesso si può dire circa l'espressione

repulsiva e l'atteggiamento del _Bacco_. Nel desiderio di afferrare

il momento di ebrietà incipiente, Michelangelo neglesse le armonie

dell'arte idealizzante. Insisto su questo punto, poichè si crede

comunemente che Michelangelo fosse un'idealista, o uno schiavo delle

tradizioni classiche; mentre la verità è nel contrario più assoluto.

Vedremo poi in quali condizioni fu obbligato a sviluppare un tipo fisso

di fisica bellezza.

Le statue di cui ho parlato, posero Michelangelo nella prima classe

dei maestri di disegno; e gli procurarono una nuova chiamata a

Roma dal Papa, che, fino a un certo segno, è stato il suo cattivo

genio. Era inevitabile che Giulio II e Michelangelo dovessero

contrarre intimità. Essi erano uomini di egual calibro e dello stesso

temperamento — grandiosi nei loro disegni, fieri nella esecuzione dei

loro piani, terribili nella violenza e nel vigore del loro genio;

— uomini costrutti moralmente e materialmente con linee di forza e

di grandezza, piuttosto che di grazia e di sottigliezza; uomini in

cui niente era di volgare o di mediocre, i cui stessi difetti erano

improntati di passione e di grandezza. Essi s'incontrarono come

nubi cariche d'elettricità, pregne di tempeste e di lampi. Di primo

tratto s'intesero l'un l'altro. Il resultato dei loro primi colloqui

a Roma fu uno schema, che traeva seco la distruzione della vecchia

Basilica di San Pietro. Papa Giulio decise di erigersi un gigantesco

monumento mentre era ancora in vita. Doveva essere una montagna

di marmo ricoperta di più di quaranta figure colossali: Profeti e

sibille; Allegorie delle arti e delle scienze; Statue di vittorie e

di provincie prostrate, ascendenti verso una sommità sulla quale gli

angeli elevavano nell'aria il sarcofago del Pontefice, mentre la terra

piangeva per la sua perdita e il Cielo si rallegrava per l'assunzione

della sua anima all'eterno godimento. Lo schema di Michelangelo era

così stupendo che l'abside della Basilica non poteva contenerlo;

laonde Giulio II decise l'immediata distruzione della venerabile

Madre chiesa occidentale. Questo atto aveva un gran significato. Non

indicava solamente l'imperiosa natura del Papa, il quale spazzava via

qualunque cosa contrastasse ai suoi ambiziosi disegni; ma simbolizzava

anche quel mondano spirito del Rinascimento, entusiasta per la gloria,

indifferente per la santità delle tradizioni religiose. Segnava

un'epoca nuova nella storia della Chiesa, presagiva lo scisma Luterano

e annunziava la reazione cattolica. La presente Basilica di San Pietro

rimane un colossale simbolo in pietra di tutti quei cambiamenti che

separarono il medio evo dall'età moderna.

Questo disegno fu disastroso per Michelangelo, poichè lo condusse a

quello che il Condivi chiamò — la Tragedia della Tomba di Giulio, —

una tragedia prolungata per cinque atti dolorosi, su un periodo di più

di quaranta anni pieni di perplessità e d'angoscia. Per prima cosa,

Michelangelo fu mandato a scavare il marmo a Carrara; tornato a Roma

trovò che il Papa aveva perso ogni interesse nel monumento, e furioso

per il modo con cui fu trattato in Vaticano da alcune guardie e da

alcuni prelati, egli se ne partì con aspre parole; tornò in Firenze,

rifiutò di ascoltare i messi di Giulio e disubbidì ai brevi papali che

lo richiamavano.

Ma la tomba gli pesava come una macina attorno al collo. Papa Giulio

non intendeva abbandonare intieramente l'idea del monumento. Dopo

la sua morte, i suoi eredi entrarono in una serie di contratti collo

scultore, in ciascuno dei quali era involto qualche cambiamento nel

disegno, e così le statue che erano state sbozzate per il primo

disegno, divennero inutili via via che lo schema andò facendosi

graduatamente più angusto. Le rovine del disegno originale sono sparse

in Francia e in Italia, nei due sublimi Captivi del Louvre, nella

Vittoria e nell'Adone del Museo Nazionale, nelle grottesche figure

nude del Giardino di Boboli. Michelangelo fu accusato di mala fede e

di appropriazione indebita. Finchè visse sospirò e supplicò che gli

fosse concesso di condurre a termine la grande impresa, che era stata

il sogno della sua vigorosa maturità e che fu lo struggimento della

sua vecchiaia. La vita sua si prolungò perchè egli rinnovellasse il

San Pietro, e lo incoronasse con quella meraviglia del mondo che è la

cupola. Ma la disgraziata tomba non vi trovò alcun posto. Il deformato

e defraudato sepolcro — un rattoppo di schemi discordanti — fu

finalmente eretto in San Pietro in Vincoli. Là noi andiamo ancora per

ammirare il gigantesco Mosè, la Madonna piena di grazia, le bellissime

statue di Lia e Rachele (Vita contemplativa e attiva) che sono fra

le opere più belle dei capolavori in marmo. Ma si sente che esse sono

soltanto frammenti di un'incompleta concezione; poco convenienti alla

situazione loro, mancanti di equilibrio, malamente associate alle

opere di scultori meno valenti — un miserabile ritratto del Papa, una

sgraziata Sibilla e uno spregevole Profeta.

Volendo porre bene in vista questa tragedia della Tomba di Papa

Giulio, ho dovuto anticipare gli avvenimenti; torno ora al momento in

cui Michelangelo, in collera, lasciò Roma e tornò a Firenze. Questo

accadeva nella primavera dal 1506. Vi rimase circa sette mesi, e fu

immediatamente impegnato in un'impresa che esercitò in appresso non

poca influenza sulla sua carriera. Il Gonfaloniere Soderini risolse

di decorare i muri della Sala del Gran Consiglio con due grandi

affreschi rappresentanti fatti della storia di Firenze. L'uno di essi

fu commesso a Leonardo da Vinci, che scelse per soggetto un episodio

della Battaglia di Anghiari. Michelangelo ricevè l'altro, ed elesse un

episodio della guerra di Pisa: una banda di soldati fiorentini sorpresi

da una truppa della cavalleria di Sir John Hawkwood mentre presso Pisa

si bagnavano nell'Arno.

I cartoni preparati da questi illustri rivali sono periti. Ci sono

pervenuti solo per fama e per mezzo di deboli copie; ma è evidente da

quello che i contemporanei dicono del disegno di Michelangelo, ch'esso

era un capolavoro del tempo. Il Cellini, che con altri studiosi lo

copiò nella sua adolescenza, lo considerava superiore agli affreschi

della Cappella Sistina. L'argomento permetteva a Michelangelo di

spiegare tutta la sua profonda scienza della forma umana, e di

dar vita ad un gruppo di uomini nudi in movimenti passionati ed

energici. Le attitudini più variate che possono esser prese da soldati

repentinamente sorpresi e chiamati alle armi mentre si bagnano, erano

trattate con una conoscenza del vero vivente, con una padronanza della

forma, con una esperienza dell'anatomia muscolare, non immaginate

mai fino allora. I frammenti che sopravvivono — studî in penna ed in

gesso; una trascrizione di un'atletica figura incisa da Marco Antonio

Raimondi, una miserabile copia _en grisaille_ della composizione

generale — sono sufficienti per giustificare le lodi del Cellini, e per

farci sentire che nella Guerra di Pisa abbiamo probabilmente perduto

la più fresca produzione della maturità di Michelangelo. Sembra che

anche in questo cartone egli si sia attenuto all'intimo e severo studio

della natura. Il suo ideale della forma non era ancora divenuto così

artificioso e schematico come apparve dipoi. Il Vasari racconta due

storie contradditorie circa la sparizione di questo cartone. Secondo

l'una, il disegno andò disperso per la gelosia del Bandinelli; secondo

l'altra, una masnada di artisti lo avrebbe messo in pezzi durante la

malattia di Giuliano de' Medici nel 1516.

Mentre Michelangelo era occupato a questo Cartone, durante l'estate

del 1506 fra il Papa e il Gonfaloniere procedettero alcuni negoziati

concernenti l'estradizione dello scultore al suo imperioso signore. Il

Soderini temeva realmente che Papa Giulio movesse guerra a Firenze,

se Michelangelo non gli era rimandato, perciò Michelangelo nel

novembre se ne partì per Bologna con una lettera di raccomandazione

e di protezione sotto il sigillo della Repubblica. A Bologna trovò il

Papa che godeva il trionfo su questa città, dalla quale aveva appunto

espulso i Bentivoglio. L'incontro fu burrascoso. Ma papa Giulio avea

bisogno di Michelangelo, e, dopo avergli mostrato un po' di collera,

condiscese a perdonarlo. Il lavoro, che ora il Papa gli commise, fu una

colossale statua di bronzo di sè stesso, seduto, con una mano alzata

per minacciare i ribelli Bolognesi. Michelangelo vi occupò due anni, e

la finì dopo un indugio tedioso. La statua fu debitamente posta sulla

porta centrale di San Petronio. Nel 1511 i Bentivoglio tornarono; i

Bolognesi si sollevarono. La statua di papa Giulio fu gettata giù dal

suo trono e data al Duca Alfonso d'Este di Ferrara, il quale ne fece

un cannone, che chiamò “la Giulia„. Nulla è restato che possa darci la

benchè minima idea di questa statua.

Era davvero necessario che Michelangelo avesse una lunga vita, perchè

alcun che sopravvivesse a provare la sua maestria ed il suo genio.

Nel 1511 aveva 36 anni, e già tre delle sue opere più belle erano

state distrutte o condannate ad una sollecita dispersione; la tomba

di papa Giulio com'era stata prima ideata, la statua del Papa, e il

Cartone per la guerra di Pisa. È strano che la privata corrispondenza

di Michelangelo non contenga sillaba di commento o di compianto sullo

sfacciato oltraggio fatto ai capolavori, che davano la misura delle

esuberanti energie dei migliori anni della sua virilità.

Il Cartone era essenzialmente l'opera d'uno scultore. Vi era applicata

l'arte del disegno in grande ad un argomento che, intrinsecamente,

non aveva altro valore che di spiegare il nudo in azione. Tuttavia

Michelangelo si era impegnato ad eseguire questa composizione a

fresco e in gara con Leonardo da Vinci, che era il primo pittore di

quel tempo. Dopo questo non poteva rifiutare un ordine od un invito

insistente, a far prova della sua maestria su una grande scala, come

pittore a fresco.

Un tale ordine gli venne da papa Giulio appena compiuta la statua a

Bologna. Egli invitò Michelangelo a Roma, e gli palesò l'intenzione

di assegnargli gli affreschi per la vôlta della Cappella Sistina in

Vaticano. S'insinuò che Bramante, architetto della Corte papale, e zio

di Raffaello da Urbino, avesse indotto papa Giulio a questo passo,

persuadendolo che sarebbe stato un cattivo augurio il completare il

suo proprio mausoleo. Bramante sperava che Michelangelo paleserebbe

la sua incompetenza nella difficile arte della pittura a fresco sulla

superficie di una vôlta. Fino allora Michelangelo non aveva dato altro

segno di facoltà pittorica che in una tavola dipinta per la famiglia

Doni di Firenze. Egli stesso, diffidando delle proprie forze, protestò

ch'egli era scultore di professione, e si sforzò di rifiutare quella

commissione.

Papa Giulio tenne fermo, e Michelangelo fu costretto a cedere. Nel

maggio del 1508 cominciò a lavorare per la vôlta sui cartoni. L'attuale

pittura fu continuata l'anno seguente, mentre i compartimenti centrali

del soffitto furono scoperti nel novembre 1509. Non sappiamo con

certezza come fosse fatto il lavoro: Michelangelo aveva impegnato abili

assistenti di Firenze; ma trovandoli incapaci di collaborare con lui,

li rimandò. Ond'è che la maggior parte dell'opera dev'essere stata da

lui compiuta nella solitudine. La Cappella fu gelosamente preservata

da ogni intrusione: il Papa solo per mezzo di una galleria privata,

visitava il maestro sulla impalcatura. Quando il giorno d'Ognissanti

del 1509 gli affreschi della Creazione, della Caduta, del Diluvio,

furono scoperti, l'intiera Roma si affollò per vederli. L'effetto fu

sorprendente. Michelangelo, famoso già come maestro di disegno e di

scultura, era ora salutato come principe dei pittori.

La pittura colpisce il sentimento estetico della maggior parte degli

uomini più direttamente e più acutamente di quello che non faccia la

scultura. Per questa ragione apparisce che Michelangelo subitamente

arrivò coi suoi affreschi della Cappella Sistina, ad un grado di fama

a cui non lo avevano innalzato il David e la Madonna della Febbre. Se

Bramante aveva cercato di annichilire il rivale, facendolo dipingere

a fresco, aveva commesso uno sbaglio portentoso. Michelangelo spiegò

la più consumata arte del disegno in quelle centrali composizioni

della vôlta; la più gran dignità di trattamento nel difficile soggetto

della Creazione; la più elevata bellezza della forma nelle figure

di Adamo e di Eva — il primo uomo e la prima donna; — la più forte e

drammatica passione nel Diluvio. E quello che non poteva immaginarsi

fu, che egli si mostrò, se non un brillante, un sapiente colorista.

Il colorito di quelle vaste pitture simili a nubi, era così luminoso e

così graziosamente intonato, le tinte delle carni dei nudi così chiare;

così ben calcolata l'architettura dei contorni, che anche il suo gran

nemico non potè negargli il merito di essere un grande e originale

artista decorativo. Ciò che emergeva dall'intiera opera era la

titanica personalità dell'uomo, che riusciva a fondere forma, colore,

architettura nella sublime realizzazione di una singola e peculiare

visione.

Poi le porte della Cappella Sistina si richiusero, e Michelangelo

tornò al suo solitario lavoro. Non sappiamo nulla di quello che passò

durante i mesi seguenti; ma nell'ottobre del 1512 la Cappella fu

nuovamente aperta, e i Profeti e le Sibille e i nudi Geni sulle loro

mensole apparvero nel loro incomparabile splendore. Le lunette e gli

angoli delle vôlte furono scoperte coi gruppi di figure istoriate.

L'intiero schema si mostrò finalmente nella sua stupenda gloria e

forza. Gli artisti confessarono ad una voce che niente v'era nell'arte

che si potesse paragonare a quell'opera — artisti che disperavano di

un ulteriore progresso dell'arte sotto il rispetto dell'esecuzione.

Michelangelo aveva mostrato quello che Michelangelo solo poteva fare.

Un mondo di potenti forme umane era stato distribuito e schierato nei

cieli sul capo dell'uomo. Niente stonava nello stupendo schema: non

v'era una linea, non un'attitudine ripetuta. La bellezza e il ritmo

governavano l'intiero complesso. Una musica visibile era stata creata

per l'eternità.

Subito dopo l'esecuzione degli affreschi della Cappella Sistina,

Giuliano Della Rovere morì, e Giovanni de' Medici fu fatto papa col

titolo di Leone X. Il nuovo Pontefice figlio di Lorenzo il Magnifico,

non solo come Papa, ma come patrono ereditario, aveva il diritto di

pretendere i servigî del Buonarroti. Nell'autunno del 1515, Leone

formò il disegno di completare la chiesa Medicea di San Lorenzo con

la costruzione di una grande facciata, di una Libreria e di una nuova

Sagrestia. Il cardinale Giulio de' Medici suo nipote (che fu poi

Clemente VII), prese ancora più grande interesse allo schema, la cui

esecuzione fu commessa a Michelangelo. Invano Michelangelo protestò

che egli era già più che occupato colla Tomba di papa Giulio. Invano

egli gridò che l'architettura non era mestier suo. Fu obbligato a

sottomettersi, e per diciotto anni, dal 1516 al 1534, la sua vita fu

principalmente occupata nell'opera di San Lorenzo. Fece i disegni per

la Facciata, per la Sagrestia, e per la Libreria. Passò anni interi

nelle cave di Carrara e di Serravezza, estraendo blocchi di marmo per

quei principeschi edifici. Si dedicò allo studio dell'architettura,

tracciò strade, fece contratti con muratori e con capi muratori: fece

davvero ogni cosa meno quello a cui il suo genio lo aveva destinato. Lo

scalpello, durante tutto questo tempo, rimase relativamente inoperoso

nella sua bottega.

Vediamo che cosa ci resta dei tre disegni dei Papi a San Lorenzo.

La facciata non fu mai eseguita. Quello che ne sappiamo è che doveva

essere ornata di statue in nicchie e di bassorilievi. La scala della

Libreria era pressochè finita quando Michelangelo abbandonò l'opera.

Dall'architettura incompleta, è evidente che i numerosi spartimenti

e le nicchie erano anch'essi destinati alla scultura. In questo tempo

Michelangelo, che era stato costretto a farsi architetto, considerava

i muri soltanto come superfici adatte per esporvi delle statue. La

gran sala della Libreria e le sue decorazioni in legno, furono eseguite

sotto la sua sorveglianza da abili artefici. Fra questi edificî, quello

in cui è meggiormente impressa l'orma del genio di Michelangelo, è la

Nuova Sagrestia. Noi la vediamo ora quale Michelangelo intendeva che

dovesse essere. La cupola e i muri nudi al disopra delle partiture

marmoree, erano destinate per le decorazioni a fresco. Le nicchie di

queste partiture marmoree dovevano essere riempite di statue. Anche il

muro fronteggiante l'altare avrebbe dovuto esser dipinto, e la superba

Madonna avrebbe dovuto troneggiare sopra una mensola sporgente fra i

santi Cosimo e Damiano.

Ci resta abbastanza del piano originale per fare di questa Sagrestia

una delle opere d'architettura e di scultura più stupende d'Italia. Lo

stile architettonico è tanto originale quanto lo statuario. Ambedue

riflettono l'opera di un singolare genio, che non ha nè confronti,

nè uguali; e ambedue colpirono i contemporanei come rivelazione di

nuove possibilità nell'arte. Durante l'erezione della Cappella, i due

ultimi eredi maschi legittimati di Lorenzo il Magnifico — Lorenzo duca

d'Urbino, e Giuliano duca di Nemours — morirono. Fu finalmente deciso

di consacrare la Cappella alla loro memoria, e di erigere le tombe coi

ritratti in marmo di questi Principi.

Michelangelo concepì i sepolcri Medicei in un austero spirito di

allegoria; non curandosi di riprodurre i lineamenti dei Duchi. Lorenzo,

chiamato “_Il pensieroso_„, è un simbolo del lato più oscuro dell'umana

natura. Immerso in una profonda melanconia e sprofondato in una

perpetua e cupa tristezza, siede meditando sulla morte e il destino,

sulla caduta degli imperi e sul fato dei re. Giuliano, avvolto in una

luce più viva, colla fronte più serena, in un'attitudine più vivace,

rappresenta le energie della vita umana, le nostre attività e le nostre

speranze, i nostri desiderî e le nostre ambizioni. Sotto i loro troni,

contorte in strane attitudini sulle curve dei sarcofagi, sono quelle

quattro tremende allegorie enigmatiche, simili a Sfingi, alle quali i

nomi della Notte e del Giorno, del Crepuscolo e della Sera sono stati

dati appropriatamente. Ma esse significano assai più di quello che quei

titoli importano. Come le statue dei Duchi allegorizzano due differenti

aspetti dell'esistenza umana; così i quattro genî stanno quali simboli

del sonno e della veglia, dell'azione e del pensiero, delle tenebre

della morte e dello splendore della vita, dello stato intermediario

fra la tristezza e la speranza, che formano i confini dell'una e

dell'altra. La vita è un sogno fra un sonno e l'altro; il sonno è il

gemello della morte; la morte è la porta della vita: questi sono i

velati e misteriosi pensieri suggeriti da questi miti titanici.

Ricordatevi che non solo la linea maschile di Lorenzo il Magnifico

si era estinta fra il principiare e il finire di questa opera a San

Lorenzo; ma la stessa Repubblica di Firenze era morta. Michelangelo

era stato testimone del sacco di Roma, dell'assedio di Firenze, della

completa estinzione delle libertà italiane compiuta da Carlo V a

Bologna. Egli aveva avuto una parte direttiva nella difesa della sua

nativa città contro gl'Imperiali; e quando riprese lo scalpello aveva

il cuore pieno di mestizia, d'indignazione, di dolore.

Ecco perchè l'Aurora si slancia dal suo giaciglio con uno spasimo di

tragico dolore. Il suo destarsi è simile al tornare della conoscenza in

colui che è restato annegato e riapre gli occhi stanchi sopra un mondo

ruinato. Ecco perchè la Notte giace intieramente assorta nell'oscurità

e nell'ombra della morte, così che pare impossibile scuoterla da

quell'eterno letargo. No, non si desterebbe anche se potesse.

Caro m'è il sonno e più l'esser di sasso.

Mentre che il danno e la vergogna dura

Non veder, non sentir, m'è gran ventura.

Però non mi destar; deh, parla basso!

Questi furono gli angosciosi pensieri che Michelangelo espresse nella

sostanza e nella forma delle sue grandi statue. Esse vibrano con

melanconia, come la musica di una sinfonia funebre, come il canto di

morte e la marcia funebre d'una nazione. Quando papa Clemente morì,

lo scultore posò il suo scalpello, abbandonò la Sagrestia incompiuta,

e non tornò più a Firenze. Passò il resto della sua lunga vita a Roma

lavorando ancora sotto una serie di cinque Papi.

Paolo III lo rimandò alla Cappella Sistina. Doveva ricoprire con un

affresco, rappresentante l'Ultimo Giudizio, la parte occidentale,

al disopra dell'altare. Quest'opera nella quale occupò cinque anni,

anche rovinata, resta il lavoro più straordinario dell'arte pittorica.

Michelangelo aveva sessant'anni quando cominciò questo affresco.

La freschezza e il vigore del suo genio giovanile eran passati; ma

la profonda scienza sopravviveva nella sua piena attività. Senza

ricorrere alla natura, poteva, colla sua conoscenza della forma umana,

inventare attitudini, atteggiar corpi nell'aria, tracciare movenze

estremamente audaci. Sdegnò introdurre un solo motivo che non fosse

figura, e tutte le sue figure, i gruppi di forme umane che si alzano

e cascano e s'intrecciano, sono nude. Arrivati a questo tempo, il suo

tipo della forma così realista nel David, così intimamente studiato dal

vero nel Cartone, così sublimemente bello nella vôlta della Sistina,

era irrigidito nel manierismo. Nell'esecuzione di ampie composizioni

pittoriche, è impossibile seguire da vicino il modello. L'artista deve

preservare una certa unità di tipo e stabilire proporzioni d'analogia

fra tutte le sue figure. Infatti egli deve creare una razza di uomini

e donne a sua somiglianza; — secondo la somiglianza di un'immagine

archetipa della sua mente. Ciò cominciò a fare Michelangelo nel Cartone

e lo continuò nella vôlta; ma divenne rigido e inalterabile nell'Ultimo

Giudizio, s'inscheletrì e si paralizzò negli affreschi della Cappella

Paolina.

Domandiamo quali fossero i larghi contorni di questo tipo che dettero

corpo al sentimento di Michelangelo per la dignità e bellezza della

forma umana. Lo discopriamo all'altezza della perfezione nel suo Adamo.

La testa piccola, il collo corto ma proporzionalmente muscoloso, le

spalle immensamente larghe, il torace gagliardo; le braccia lunghe

terminanti in grandi mani robuste; corto l'addome, le cosce prolungate

al di là della loro consueta lunghezza, piedi corrispondenti in

larghezza alla grandezza delle mani. Col progredire del tempo, le

spalle e il torace si svilupparono in grossezza, finchè divennero

pesanti. Queste proporzioni determinavano il suo tipo femminile. Si può

dire infatti con verità che le sue donne sono soltanto una specie un

po' differente di uomini. Egli non sentì mai la reale grazia e bellezza

della verginità. Tutte le sue figure femminili — la Notte, l'Alba,

Leda, le donne del Diluvio — sono donne adulte con gli attributi della

maternità. Primitivi, titanici sono gli epiteti per descrivere la razza

umana fatta dal Buonarroti secondo l'immagine sua propria. Egli creò

maschi e femmine; ma essi non sono simili in niente agli esseri del

nostro globo; sembrano appartenere a quelli di qualche lontano pianeta,

dove le linee del paesaggio sono più semplici e le forze della natura

son più efficaci.

La vecchiaia di Michelangelo fu quasi tutta consacrata alla costruzione

del San Pietro. Abbiamo veduto che il disegno della tomba di papa

Giulio condusse alla distruzione della Basilica di Costantino.

Bramante nel 1505 era occupato nell'erezione di una nuova chiesa.

Preparava piani, schiariva gli spazii e gettava le fondamenta; ma non

visse tanto da compiere l'opera sua. Raffaello da Urbino, Baldassare

Peruzzi, e Antonio di San Gallo, furono successivamente impiegati in

quell'edificio. Ogni architetto alterò il disegno del predecessore.

L'opera fu frequentemente interrotta da qualche disastro in Italia —

specialmente dalla tragedia del sacco di Roma nel 1527. Il Sangallo si

decise finalmente per un disegno che contraddiceva lo spirito della

concezione Bramantesca. A questo punto, nel 1546 il Sangallo morì.

Michelangelo era allora indicato come architetto in capo. Egli ripudiò

il modello del Sangallo e ne preparò uno nuovo che corrispondeva più

intimamente al disegno originale della chiesa. Questo fu accettato

e per diciassette anni egli diresse le costruzioni con meravigliosa

energia in uomo di età sì avanzata. Già un mezzo secolo era trascorso

da che egli era entrato al servizio di papa Giulio.

Facciamo una pausa per ritrovar fino a che punto la presente Basilica

di San Pietro è la genuina produzione dell'intelletto del Buonarroti.

La sublime caratteristica che salva questa chiesa da una gigantesca

mediocrità — la Cupola, che sorge come una lirica da una massa di prosa

pretenziosa — appartiene a Michelangelo. Insuperabile per originalità,

impareggiata per audacia, la Cupola di San Pietro è sufficiente

a proclamare la grandezza del Buonarroti come architetto. Noi,

fortunatamente, possediamo il modello in legno per la cupola che fu

costruito sotto i suoi propri occhi. Nonostante che certi particolari,

i quali avrebbero aggiunto grazia e forza alla struttura, siano stati

omessi dai successivi architetti, tuttavia le parti essenziali del

disegno — la squisita curva esterna, la vasta ed eccelsa concavità

della vôlta interna — sono state conservate. Questo rimane quindi

indiscutibile proprietà del genio di Michelangelo.

Ma gli architetti che successero a Michelangelo nell'opera di San

Pietro, il Della Porta, il Maderno ed altri, alterarono talmente il suo

disegno, che le linee principali ne furono sfigurate. Egli intendeva

di conservare la forma di una croce greca, che avrebbe permesso alla

Cupola di dominare l'intero edificio: essi vi aggiunsero una nave e la

pesante facciata, che riduce insignificante la Cupola. La grandezza del

primo concetto, noi la sentiamo soltanto quando vediamo il San Pietro

da lontano; o dal Pincio, o meglio ancora da Tivoli o da Ronciglione.

L'ultimo periodo della vita di Michelangelo fu illuminato da

un'amicizia, che è forse il più celebre episodio della sua esistenza,

voglio dire della stretta intimità che lo unì a Vittoria Colonna,

marchesa di Pescara. Non sappiamo quando prima si conobbero: era

probabilmente verso l'anno 1540; ma è certo che quando la loro amicizia

si strinse, Michelangelo aveva 60 anni e Vittoria era sui 50. È perciò

ridicolo parlare di amore appassionato fra l'illustre principessa

e il potente scultore. La falsificazione del testo delle poesie di

Michelangelo ha portato una gran confusione in quest'affare; ma ora

sappiamo che soltanto alcune di esse furono scritte per la Marchesa e

che la maggior parte erano dedicate a persone delle quali, ad eccezione

di Tommaso Cavalieri, giovane gentiluomo romano, poco sappiamo.

Nè sentimentale, nè romantica, quest'amicizia fu per altro ben reale.

Michelangelo e Vittoria simpatizzavano nel loro sentimento religioso:

ambedue per gusto ed inclinazione appartenevano a quelle persone

veramente pie del Rinascimento, che desideravano una riforma della

Chiesa fatta da sè stessa, e che avrebbero salutato con gioia una

maggior larghezza nel suo _credo_ dogmatico nella direzione della fede

evangelica; ma ambedue erano, nel vero significato, devoti figliuoli

della Chiesa Cattolica. Considerarli appartenenti alla sètta di Lutero,

o parteggianti per la riforma germanica, sarebbe affatto ingiustificato

dall'evidenza.

Durante tutta la sua vita, Michelangelo fu profondamente religioso. È

probabile che nella sua prima gioventù egli sentisse l'influenza del

Savonarola; è certo che continuò ad essere uno studioso della Bibbia.

Poche delle sue grandi opere furono d'argomento profano. Abbiamo

soltanto il Bacco, l'Amore, il Bruto e alcuni pezzi meno importanti

di statuaria, da contrapporre alla Pietà del San Pietro, alla Madonna

di Bruges, alla Sagrestia Medicea, alla Pietà del Duomo, al Cristo

risorto, al David, agli affreschi della Cappella Sistina, e a tutte le

figure che furono disegnate per le tombe di papa Giulio e dei duchi

Medici. La sua immaginazione fu dunque sempre occupata da soggetti

sacri. Perciò, in vecchiaia, sembra ch'egli sentisse che le attrattive

della bellezza, l'interesse dell'arte pura, gli affari del mondo,

avevano occupato troppo la sua attenzione. In varî dei suoi ultimi

sonetti avvertiamo una nota di rimorso e di rimpianto. In questo tempo

appunto, quando i suoi pensieri si volgevano con profonda austerità

verso Cristo, quando la morte si approssimava, e le cure di questo

mondo andavano perdendo presa sulle sue affezioni, i consigli e la

simpatia di Vittoria furono il conforto più grande per la sua anima.

Tale era la vera natura di un legame che altri s'è ostinato a

presentare in una luce falsa. Sotto l'influenza di Vittoria,

Michelangelo compose un gran numero di disegni a matita bianca e rossa

per illustrare la Passione e la Crocifissione di Nostro Signore,

i quali formano un interessantissimo capitolo della sua produzione

artistica. Senza dubbio, egli disegnò qualche monumentale opera in

marmo o a fresco; ma niente d'importante sopravvive, eccetto la Pietà,

che è nel Duomo di Firenze.

Principalmente pei sonetti e madrigali di Michelangelo composti dopo

il suo ritorno a Roma nel 1534, lo consideriamo Poeta. Come ho già

detto, alcuni di questi sonetti sono puramente religiosi e notevoli

pel candore evangelico della loro fede nel merito redentore della

Croce di Cristo; ma per la maggior parte sono effusioni altamente

astratte e filosofiche, inspirate da un senso appassionato della

bellezza, e ombreggiate di platonismo. In qualche periodo della sua

vita — probabilmente quando faceva parte delle riunioni di Lorenzo il

Magnifico a Firenze — egli bevve a larghi sorsi alla sorgente delle

speculazioni platoniche. Niun poeta moderno ha espresso la dottrina del

Fedro e del Simposio con più ardore di commozione personale. Niuno si

è così intieramente assimilato il misticismo di quell'alta filosofia.

Per Michelangelo, come già per Platone, la Bellezza è la manifestazione

della divina idea ai nostri sensi mortali, incarnata nella più alta

opera di Dio: la forma umana. L'amore della bellezza in una persona

adorata, non è amore sensuale, non è appetito, non è neanche semplice

desiderio: è la ricognizione di uno dei divini attributi nella sua

espressione fisica più perfetta. Un tale amore inalza l'anima; a

traverso la sua commozione per l'amata, conduce l'amante più presso

a Dio e lo fa ardentemente aspirare a quell'eterno reame al disopra

del nostro mondo, nel quale la Bellezza stessa sarà rivelata senza

l'interposto velame della carne.

Troppo rara e intellettuale per la moltitudine, è la sfera di pensieri

nella quale ci introducono le poesie di Michelangelo. Queste, come le

sue concezioni della forma plastica, hanno qualche cosa di repulsivo

nella loro austerità. Gli stessi pensieri si afferrano difficilmente, e

lo stile è tutt'altro che perfetto. Michelangelo stesso si professava

“dilettante di poesia„. L'espressione è difettosa a causa della

grammatica storpiata: le metafore sono studiate, i ritmi aspri.

Tuttavia il Varchi mostrò una giusta percezione critica, quando lodò

quegli ammirabili sonetti per la loro forza ed elevazione dantesca. Nel

Cinquecento, l'età dello scritto fluente e del pensiero poco profondo,

egli si presenta come uno degli antichi, dei primitivi, tornato alla

vita. E nella sua purezza ed astrattezza, la commozione di Michelangelo

offre un singolare contrasto colle inzuccherate affettazioni e

sensualità allora in voga. Uno studioso di psicologia trova nelle rime

del Buonarroti, la miglior chiave del suo ingegno, come scultore, come

affreschista, e come architetto.

L'uomo, infatti, era tutto d'un pezzo. Sia che si consideri come

artista plastico, o come architetto, o come poeta; ne emerge la stessa

singolare ed unica personalità. L'anima sua non ha nè contradizioni, nè

stonature.

“Natura il fece, e poi ruppe la stampa.„

Se questa è l'espressione vera per l'arte sua, non è meno vera

per la sua vita. I novant'anni ch'egli passò sulla nostra terra,

comprendono il più glorioso e insieme il più tragico periodo della

storia italiana. Michelangelo fu testimone dello splendore d'Italia

sotto la pacifica presidenza di Lorenzo il Magnifico. Vide l'Italia

dismembrata dalle guerre di Francia e di Spagna nelle sue più belle

provincie; vide la rovina delle sue città più superbe, e l'estinzione

delle libertà antiche. Osservò accumularsi nel Nord la tempesta

della riforma germanica. Visse durante la reazione cattolica, e morì

quando il Concilio di Trento aveva fondato una nuova Chiesa per la

cristianità occidentale. A traverso questi cambiamenti, Michelangelo

seguì una sola linea di condotta. Egli non deviò mai dalla traccia che

si era prescritta. I contemporanei s'accordano nel dire che la sua

vita privata, fra le tante opportunità di errare per passione o per

debolezza, fu irreprensibile. Noncurante del suo proprio benessere, si

dedicò a formare la fortuna della sua famiglia. Fu figliuolo ubbidiente

e fratello affettuosissimo. La sola debolezza che si rivela dalla

sua corrispondenza privata, è una certa irritabilità di carattere e

una certa diffidenza, dovute in parte alla eccessiva tensione nervosa

dell'artista, e in parte all'ingratitudine che incontrò tanto spesso.

L'unità del suo carattere, che fa di lui una monumentale personalità,

proviene dall'esser conseguentemente e persistentemente vissuto per

alti pensieri, per nobili emozioni, per l'arte sublime. Possiamo

riassumere tutto in una frase e proclamare Michelangelo Buonarroti

essere stato l'Eroe come Artista. A traverso i secoli a venire, le

sue opere, le sue lettere, e la sua vita, faranno più e più manifesto

che almeno per una volta, l'età moderna ha prodotto con quella di

Michelangelo un'anima eroica, che consacrò sè stessa con tutte le

sue forze a servizio del buono, del bello, dell'eterno nell'Arte. Gli

uomini differiranno nelle facoltà di apprezzare o di assimilarsi la sua

arte. Molti troveranno la regione del suo genio troppo remota, troppo

astratta, troppo terribile. Sospireranno alla grazia di Raffaello,

al sorriso del Correggio, alla luce dorata del Tiziano, alla mistica

grazia di Leonardo.

Michelangelo appartiene alla specie delle nature profonde, violente,

gigantesche, appassionatamente lottanti; non a quella dolce,

serena, aperta, squisitamente armoniosa e perfettamente composta. La

inflessibilità con cui si attenne sempre fedele al proprio ideale

— la salda unità del suo genio in tutte le sue forme — quasi gemma

trasparente, agisce come pietra di paragone sulle nostre personali

inclinazioni e sensibilità. Tuttavia, nessuno può contestare la sua

sovraeccellenza di grandezza. Sia lode a Dio, che concede all'umanità

artisti differenti per tipo e per qualità personali, ognuno dei

quali incarna qualche speciale porzione dello spirito universale

(_world spirit_), legando alle età successive rivelazioni segnalate e

inimitabili di quel mondo ideale che è al di là della nostra terrena

visione.

La vita Italiana nel Cinquecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1893 · 第 105 / 116 题