Dopo il Bembo, i ricantatori del Petrarca imperversarono, nel Veneto
prima, di lì nel resto d'Italia, su tutti i toni; meglio e peggio,
s'intende, secondo l'ingegno e l'arte di ciascuno. Imperversarono
perchè è più facile copiare da una copia che da un originale. E a
gente che non voleva tanto esprimere l'animo suo quanto far opera di
stile e di suono leggiadro, non è meraviglia piacessero, del Petrarca
e del Bembo, piuttosto i difetti che i pregi; onde gli strani concetti
e le antitesi a freddo; tutti i giochetti insomma del pensiero e
della parola. Madonna ha un pappagallo? ecco il poeta pregare il vago
augelletto dalle verdi piume a riferirgli quel che Madonna dirà; nè fin
qui, salvo l'indiscrezione, è gran male; il male sta nel resto:
E parte dal soave e caldo lume
De' suoi begli occhi l'ali tue difendi,
Chè il fuoco lor (se, com'io fei, t'accendi)
Non ombra o pioggia e non fontana o fiume
Nè verno allentar può d'alpestri monti.
Il diluvio universale ci vorrebbe dunque per le ali d'un pappagallo!
E Madonna “ghiaccio avendo i pensier suoi„ se la gode tranquilla
dell'incendio degli altri. Non m'incolpate d'essere andato a scegliere
l'esempio da un poeta dozzinale; l'autore, quasi mi vergogno a
confessarlo, è uno de' migliori di quel secolo, è Giovanni Della Casa.
Un altro autore, non illustre oggi, ma illustre allora, Luigi Groto,
ci darà l'esempio tipico per le antitesi; rampolli tralignanti, anche
questi, della Musa petrarchesca.
Se il cor non ho, com'esser può ch'io viva?
E se non vivo, come l'ardor sento?
Se l'amor m'ange, come ardo contento?
Se contento ardo, il pianto onde deriva?
S'ardo, ond'esce l'umor ch'a gli occhi arriva?
Se piango, come il foco non è spento?
Se non moro, a che ognor me ne lamento?
E se moro, chi sempre mi ravviva?
S'agghiaccio, come porto il foco in seno?
Mi fermo qui, ed è anche troppo per ciò che mi proponevo: mostrare
in che modo cercassero sovente la poesia non nel pensiero, sì nel
contrapposto delle parole. L'uno esempio e l'altro, quel del pappagallo
e questo delle domande, ridevoli tutt'e due, scoprono il vizio esterno
di grandissima parte della lirica petrarchesca rimessa a nuovo
dal Bembo: l'esagerazione. Vizio esterno rispondente all'interno,
che già v'indicai, della falsità. Se a chi sente non è facile,
nell'esprimere il sentimento proprio, guardarsi dall'ingrandirlo,
è impossibile, a chi dice diversamente da ciò che sente, guardarsi
dalle spiritose invenzioni, come le chiamava Arlecchino, con frase di
cui egli critico letterario non avrebbe saputo trovare una migliore
per le bugie in rima di tutti i secoli. Perciò l'esagerazione, nei
petrarchisti del Cinquecento, guasta anche quello che avrebbe potuto
riuscire garbatamente. Un di loro vede la donna sua (Filli; notate il
nome; l'Arcadia ha le radici, nelle rime idilliche e pastorali, fin
lassù) Filli che innaffia il giardino. Oh finalmente! vien voglia di
esclamare; ecco un po' d'aria aperta, ecco un atto colto dal vero, ecco
un oggetto umile, l'innaffiatoio, che ottiene anch'esso, non a torto,
un po' di luogo nella poesia, sia pure mascherato da _cavo rame_, e con
un'elsa invece del semplice manico. Coraggio, o Celio Magno, o poeta
gentiluomo; se sai vincere la difficoltà, noi vanteremo poi il tuo
sonetto come un gaio annunzio dei Lieder di Volfango Goethe. Ah, dove
mi va a cascare! I fiori non vogliono essere innaffiati; e dicono alla
bella:
. . . . . tua man candida e tersa
Cessi l'onda spruzzar, chè noi ricrea
Sol la virtù che 'l tuo bel ciglio versa.
E così il Magno, che d'ingegno non mancava, corruppe miseramente altre
poesie sue, di mossa ardita e promettente.
Sembrin le piume tue pungenti spine
A chi 'l corpo ti crede e pace spera,
Ingrato letto!
L'intonazione non potrebbe esser migliore: avrà fiato il poeta per
arrivar fino in fondo? Non gli regge neppure a compiere la prima
quartina:
. . . . e in te sanguigna schiera
Di sozzi, avidi vermi il ciel destine.
Il dir troppo è gran nemico del dir bene. Talvolta non si fermavano a
tempo, tale altra s'indugiavano ne' preparativi. Un confratello del
Magno, Orsatto Giustinian, chiude un sonetto di domande alle varie
parti del corpo, con le risposte loro, a questo modo eccellente: ha
un ritrovo con la donna sua, tra breve la rivedrà, la udirà parlare; e
domanda al cuore:
Ma tu, cor, perchè vai così tremante
A tanta gioia? — Perch'io temo, lasso!
Di perir per dolcezza a lei davante. —
Prima di questa, buona, altre tre domande ci sono, agli occhi, agli
orecchi, ai piedi:
Piedi, ond'è ch'or sì pronto avete il passo?
— Perchè n'andremo a quelle luci sante,
Ch'avrian virtù di far movere un sasso. —
Tutt'e tre veneti, il Groto, il Magno, il Giustinian; e da loro ho
scelto, perchè il petrarchismo bembiano, chiamiamolo così, furoreggiò
specialmente nel Veneto, auspici Girolamo Molin e Domenico Venier,
che Bernardo Tasso, da loro beneficato, metteva poi insieme nel suo
_Amadigi_:
Il Veniero e 'l Molin cui l'Indo e 'l Mauro
Ammira, e qual più fama e grido tiene.
E sembra lode comica; ma più comica quella del Venier per la morte del
Bembo, in un sonetto apposito:
Per la morte del Bembo un sì gran pianto
Piovea da gli occhi de l'umana gente.
Ch'era per affogar veracemente,
Come diluvio, il mondo in ogni canto.
A questo modo, l'un l'altro, in vita e in morte, si celebravano tutti,
anche se non si fossero veduti mai; anche se non conoscevano, del
lodato, che un qualche povero sonetto di proposta; anche se nulla
sapevano ch'egli avesse detto o fatto. I cimiteri, si sa, sono la
reggia della Bugia; ma le fandonie scolpite sulle lapidi dall'amore o
dalla riconoscenza han pure una ragione ed una scusa: ragione e scusa
non hanno, nè verso la verità nè verso l'arte, gli encomii rimati
dei più tra i cinquecentisti. Volevano, dovevano comporre versi; ogni
occasione, ogni pretesto era buono. Posso qui fare a meno dell'esempio,
perchè voi rammentate il sonetto di messer Buonincontro per la morte
della duchessa d'Urbino, e la caricatura disse meglio che la verità non
direbbe su que' trionfi di vane parole.
Quando erano stanchi di descrivere madonna, di supplicare madonna,
di piangere madonna; quando non sapevano cui rispondere in rima, o
chi celebrare; quando avevano finito, per quella volta, di lagnarsi
seco stessi del tempo gittato via nelle vanità del mondo; due altri
argomenti restavano loro: l'Italia e la fede; l'Italia decaduta ancella
da donna di provincie; la fede di Cristo minacciata da Lutero e dai
Turchi. Non che fosse tutta retorica: anzi, devo qui espressamente
richiamarmi alla distinzione che stimai prudente di fare tra l'uomo e
l'artista; l'uomo amava ed odiava veramente quando anche, nell'arte, si
ostinava a mentire vestendo di colori falsi gli odii e gli amori suoi.
E il sentimento della grandezza della patria, quale un tempo era stata,
doveva spesso scuotere gli animi, col balzare dai libri de' Latini,
su cui si venivano fin da' primi anni educando; e il sentimento della
fede doveva spesso muovere i cuori, allora che la Riforma sottraeva a
Roma tanta parte d'Europa e il vessillo mussulmano correva le nostre
marine, con tanto danno di rapimenti e di prede, con tanta minaccia
di peggiori conquiste. Onde da un lato il fantasma dell'Impero che
s'imponeva ancora alla coscienza italiana; dall'altro, le scomuniche,
i tormenti, e l'ultimo sforzo vittorioso di Lepanto. Non solo v'era
dunque, pure in ciò, materia altamente poetica; ma nella vita politica
e nella religiosa durava e si manifestava non di rado poeticamente
un sentimento verace. Ne facciano testimonianza i nomi di Francesco
Burlamacchi e di Pietro Carnesecchi, morti ne' supplizi, l'uno per
l'Italia, l'altro per la fede, con fermezza romana e cristiana. Se non
che la patria, come accadeva dell'amore, soltanto di rado era cantata
con rispondenza vera al sentimento del poeta, il quale parteggiava
per Carlo, per Francesco, per Venezia, pel pontefice, soltanto nella
vita; nell'arte non sapeva che volgersi quasi per esercizio di scuola,
a quelle “antiche mura che ancor teme ed ama e trema il mondo„, che il
Petrarca aveva salutate con lagrime nel grido della sua ammirazione. A
guardar la cosa secondo politica, ben dicevano i tanti Lamenti sullo
stato miserando d'Italia, e ben diceva il Venier. Così cominciava un
Lamento, famoso a metà del secolo:
Io son l'afflitta Italia, anzi pur fui,
Che piango la mia gloria in terra scesa,
E doler mi vorrei, nè so di cui.
Deh, poi ch'io non son forte a far difesa,
Perchè non posso almen morire, e a un'ora
Finir mia doglia e l'altrui rabbia accesa?
E quasi con le stesse parole il Venier:
Mentre, misera Italia, in te divisa
Da strane genti ogni soccorso attendi,
Contra te stessa in man la spada prendi,
E vinca o perda, hai te medesma uccisa.
Ma nè questi erano versi buoni, nè poteva la considerazione politica
(fosse pure, come qui è, piena di rammarico e di mestizia) procacciare
di per sè sola un'alta poesia patriottica. Quanto alla fede, le toccò
meno ancora che alla patria; e ripensando alle condizioni nostre
nel secolo decimosesto, nessuno ne stupirà. Del papato ci curavamo,
istituzione mondana; della Riforma germanica avemmo terrore o
sogghignammo; nè il concilio di Trento durò fatica tra noi a piegare
nella disciplina apparente le forze della fede vivace. Perchè la
poesia politica potesse rinnovarsi, convenne che l'Italia si destasse,
sotto la voce aspra di Vittorio Alfieri, e nelle scosse de' nuovi
invasori; perchè potesse innovarsi la poesia religiosa, convenne che il
filantropismo del Voltaire rinfrescasse i precetti di Cristo negli Inni
sacri di Alessandro Manzoni.