_Signore e Signori,_
Se volessi richiamare con mezzi che direi illeciti la vostra attenzione
a un argomento, come questo è, che non merita molta curiosità, nè può
sperare di destarla, comincerei audacemente, con un paradosso, così:
la miglior maniera per rappresentare fedelmente una persona è farle
la caricatura. E forse con due o tre sofismi me la caverei abbastanza
bene, quanto alla dimostrazione della sentenza affermata. Ma nè io
mi compiaccio di tali gherminelle, nè voi siete un pubblico che vi
resti preso, e per ciò restringo il paradosso in questa verità: nessun
ritratto dà così vive le caratteristiche d'una persona, come la sua
caricatura. Perfino la fotografia ha malizie di chiaroscuri e di
ritocchi, e dissimula; la matita del caricaturista mette in luce senza
pietà.
Non vi sembrerà strano, per ciò, ch'io vi presenti qui subito un
caricaturista insigne, messer Mariano Buonincontro da Palermo. Costui,
mentre era studente a Ferrara, ne' primi decennii del Cinquecento, se
la godeva a verseggiare i più bei sonetti del mondo, chi li giudicasse
dall'elocuzione e dal suono; ma elocuzione e suono non erano che una
maschera vuota; sotto neppure un briciolo di senso! Dato a questi
suoi versi un titolo ben sonante, li spacciava fuori come opera di
pellegrini ingegni: inescato l'amo, stava a vedere se i pesciolini
abboccavano.
I più lievi che tigre pensier miei
Scorgendo il cor che tra duoi petti intiero
Tiene un pensier, poi che gl'ingombra il nero
E folle error, fuggono i casi rei.
E benchè da gli antichi semidei
Biasmato fosse ovunque ogni altro e fiero
Monte d'orgogli, ahi lasso, io già non spero
Gioir in quel disir che aver vorrei.
Son le quartine di un sonetto in morte dell'illustrissima signora
duchessa d'Urbino. Le terzine andremo a pigliarle, tanto fa!, da un
altro sonetto:
Ahi giustizia divina, come puoi
Non far quel che far dèi? qual fiero spirto
Fu quel che indusse questa peste al mondo?
Deh fuss'io stato allor posto nel fondo
Dell'Acheronte, che fui giunto al mirto
Ch'ombra mortal mi fa co' rami suoi!
Ma quel bizzarro palermitano non si contentava di vedere ammirate
le rime sue dai tanti che le leggevano, come si fa, senza curarsi
d'intenderle: fingendo aver dubbii sul senso, provocava il parere
di cappati maestri; e vi fu un dotto senese che s'infiammò così da
scrivere sul sonetto per la duchessa un commento diviso in quattro
libri. Nè valse che l'autore dicesse poi la verità: il senese e gli
altri non si dettero per vinti, e messer Buonincontro fu agli occhi
loro uno sfacciato plagiario.
La caricatura ci dà a questo modo, con una linea comicamente sforzata,
la immagine viva della lirica del Cinquecento in uno dei suoi aspetti
più notevoli: la povertà della materia poetica, e la necessità che
ne seguiva di celare quella povertà col paludamento delle rime e coi
fronzoli della rettorica. Rammentatevi il parlare ambiguo, il tacere
significativo, il restare a mezzo, lo stringer d'occhio, il soffiare
del conte zio ne' Promessi Sposi: “come quelle scatole, dice il
Manzoni, che si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su
certe parole arabe, e dentro non c'è nulla.„ Tale gran parte di quella
lirica. Ma, salvo messer Buonincontro, gli autori non si confessavano;
anzi, come il conte zio, s'industriavano a far sì che la verità stessa
prendesse una certa apparenza di mistero, con accrescimento della loro
autorità; e per ciò, quando non si commentavano da sè, procuravano che
altri li commentasse; e attorno a quattordici versi crescevano così
quei commenti ponderosi di che ci ha dato or ora un esempio il dotto
senese. Degli esempii eccone un altro, che scelgo a bella posta tra i
più famosi; è di Torquato Tasso sopra un sonetto del Della Casa: “Sarà
questa mia Lezione in due parti divisa; e nella prima si cercherà, in
che sorte di stile sia questo sonetto composto; e trovatala, alcune
cose communi a quella maniera di stile si considereranno, movendo, ove
l'occasione il ricerchi, qualche dubitazione. Nella seconda parte poi,
solo a quello che è proprio di questa particolar composizione s'avrà
riguardo, e nella esposizione d'esso alquanto mi spazierò.„ Parole
che, col debito rispetto alla memoria del Tasso, vorrei vi riuscissero
d'un qualche conforto; perchè tali erano, Dio ne scampi, le pubbliche
letture del secolo decimosesto!
Chiome d'argento fine, irte e attorte
Senz'arte intorno a un bel viso d'oro;
Fronte crespa, u' mirando io mi scoloro,
Dove spunta i suoi strali Amore e Morte;
Occhi di perle vaghi, luci torte
Da ogni obbietto diseguale a loro,
e via dicendo, con le ciglia di neve, le mani grosse, le labbra di
latte, i denti d'ebano rari e pellegrini, erano le bellezze della donna
immaginata da Francesco Berni per deridere il formulario poetico col
quale i divini servi d'Amore, cioè i poeti petrarcheggianti, usavano
celebrare il fantasma femminile che, da Laura in poi, ondeggiava
vaporoso a mezza costa del Parnaso italiano. Per i conti zii la gravità
enigmatica; pei don Rodrighi e gli Attilii, epiteti già scelti, rime
già suggerite, frasi bell'e fatte, ai ritratti, alle preghiere, ai
lamenti, ai vanti d'amore. Come oggi per le signorine saper toccare il
pianoforte, era allora, non solo pei gentiluomini e i valentuomini, ma
anche per le gentildonne e, chiamiamole così, per le donne valenti,
una parte necessaria della coltura il rimare. Ma del pianoforte non
soffrono che i vicini; dei versi soffrivano tutti, perchè tosse, amore
e versi non si celano. Onde il Berni medesimo usciva in questo sospiro
di desiderio: “S'io son mai signore, dove gli altri sogliono per quiete
e mantenimento del buon vivere mandar bandi e proibizioni che non si
porti arme per la terra, io voglio mandarli, non si mostrino versi, e
sopra ciò costituire un bargello particulare, che non attenda ad altro,
dì e notte, che andar per la terra cercando le maniche e il seno a'
poeti per li versi, come si fa dell'arme; e tutti quanti ne truova in
fallo, tanti ne meni in prigione, dia la corda, e li impicchi ancora.„
Chè se intanto non si potesse, proponeva almeno che i convinti di
poesia portassero in testa una berretta verde, per segno d'infamia, sì
che la gente avesse modo di guardarsene a tempo.