Se non che, i tempi definitivamente chiusi non erano per ritornare; la
civiltà, bene o male, pigliava altre vie; e alle repubbliche sfinite
succedeva inevitabilmente il principato. All'instaurazione del quale,
in Firenze, diede opera un altro sommo storico e politico, Francesco
Guicciardini.
Anche a lui la diplomazia fu principio di educazione politica, ed
ebbe più vasta, ed in più vasto ambiente del Machiavelli, esperienza
di governi. Non ancora trentenne fu spedito ambasciatore a Ferdinando
il Cattolico, in Spagna; e presso quel principe, altrettanto perfido
quanto fortunato, apprese tutti i raggiramenti della politica europea.
Governò poi per la Chiesa, l'Emilia e la Romagna in tempi difficili,
da' tempi di papa Leone X a Clemente VII; e tenne quei governi
con fermezza e con abilità, e partecipò a negoziazioni gravissime,
corrispondendo pienamente alla fiducia de' suoi padroni; ma nell'animo
suo se ne ingenerò un grande disgusto, che egli espresse più volte
in mordaci invettive contro il governo dei preti, dolendosi della
necessità, che l'aveva costretto a servirli. Caduta la repubblica di
Firenze (la cui fine egli aveva, con diritto acume, preveduta già
da gran tempo), si adoperò ad instaurarvi, con forme temperate, il
principato mediceo, cercando di conservare qualche forma di libertà
e la preminenza degli ottimati. Primeggiò col duca Alessandro, i cui
diritti difese fieramente contro i fuorusciti; e, dopo l'uccisione
di questo, cooperò all'elezione di Cosimo, lusingandosi di tener in
propria balìa l'inesperto giovine. Ma il figliuolo di Maria Salviati
e di Giovanni delle Bande Nere (nel quale forse il Machiavelli
avrebbe riconosciuta un'incarnazione del suo _Principe_), si liberò
presto dai suoi tutori, e con senno e con fermezza, non disgiunta da
crudeltà, pose solidamente le basi della monarchia medicea. Allora
il Guicciardini si ritirò in campagna, dove attese alla grande e
monumentale opera della _Storia d'Italia_.
Il Guicciardini, come scrittore politico, è meglio conosciuto,
dacchè sono venute in luce le sue _Opere inedite_. Le _Considerazioni
sui Discorsi di Niccolò Machiavelli_ ci rivelano alcune differenze
di giudizio tra lui e il Segretario fiorentino in cose politiche;
differenze però più di metodo che di principio. I _Discorsi politici_
analizzano e spiegano, con grande conoscenza degli uomini e dei luoghi,
alcuni tra i principali avvenimenti svoltisi sotto i suoi occhi, o ai
quali egli partecipò. Nei _Dialoghi del Reggimento di Firenze_, e in
altri opuscoli, svolge le sue idee intorno a quel governo misto, che
parve a lui e ad altri il rimedio di tutti i mali. Infine i _Ricordi
politici e civili_, che egli raccolse o riordinò nel suo ritiro dagli
affari, sono una miniera preziosissima di osservazioni acute, su fatti
speciali, di regole pratiche, di ricordi vivaci.
Della mente di Francesco Guicciardini, de' suoi metodi e del suo valore
politico, del paragone che è da farsi tra lui e il Machiavelli, hanno
discorso critici valentissimi, e tra i più recenti, il Benoist, il
De-Sanctis, il Capponi, il Villari. Nè io, in verità, saprei dire più
o meglio di loro; perciò vi contenterete, Signori, di pochi lineamenti
generali.
Se si abbia rispetto alla potenza speculativa e al concetto sistematico
di una scienza di Stato, non può disconoscersi che il Machiavelli
tiene di gran lunga il primo luogo: se non che il Guicciardini è dei
fatti pratici più preciso e più diritto osservatore. Aborre dalle
teorie generali, ma nei casi particolari trova spesso la soluzione
giusta. Anch'egli fa distinzione fra la ragione di Stato e la morale
privata; alla religione non è certo più riverente di quello che sia
il Machiavelli; anche egli ammette in politica la violenza, la frode,
la simulazione; ma, spirito moderato, aborre da ogni eccesso, e si
sente che in cuor suo desidera il bene. Ciò che manca al Guicciardini è
l'idealità, l'entusiasmo, la fede in un principio superiore. Non ha un
convincimento proprio, e non può infonderlo negli altri. Infine, uomo
d'onestà indubitabile, è per altro scettico e profondamente sfiduciato;
e in tutti i suoi scritti (come stupendamente osservò Adolfo Thiers[8])
si sente “un tono di tristezza e di cruccio, come di un uomo stanco
delle innumerevoli miserie che ha visto„.