Queste sono, per sommi capi, le dottrine che si contengono nei libri
politici di Niccolò Machiavelli; esaminiamole ora con calma, _sine
ira et studio_. Nè a caso ho detto “con calma,„ perchè pare a me che
esse esercitino sugli animi nostri, in pari tempo, un grande fascino
e una grande repugnanza: e mentre il senso morale ne rimane offeso,
la tragica verità di certe massime si palesa nel fatto pur troppo
evidente. Della meravigliosa penetrazione del Machiavelli e della
sincerità spietata con cui egli espone le cose osservate e le dottrine
che ne derivano siamo ad un tempo sopraffatti e scandalizzati; e
ci domandiamo, con un certo sgomento, che giudizio debba farsi del
carattere morale dell'opera, che giudizio del carattere morale dello
scrittore.
Diciamo per prima cosa dell'opera. Bisogna, anzi tutto, porre in sodo
che le dottrine del Machiavelli riguardano esclusivamente lo Stato
come ente politico, e i reggitori degli Stati esclusivamente nella loro
attività politica; e non pretendono di dare precetti di morale e regole
di virtù. Ora, o Signori, se noi consideriamo la società, in mezzo alla
quale il Machiavelli viveva, non mai più profondo d'allora ci apparisce
il dissidio tra la ragione pubblica e la morale privata; non mai più
profonda la corruzione; non mai più sicura e trionfante la violenza.
Il Machiavelli ha veduto la profondità del male; e, senza riguardo nè
pietà, ha posto nella piaga il coltello del notomista, l'ha dilacerata,
l'ha messa a nudo, l'ha trattata col ferro rovente, e alla violenza
eccessiva dei mali ha opposto la violenza eccessiva dei rimedî.
Forse c'è un errore grave nelle speculazioni del Machiavelli, e questo
dipende dal metodo suo troppo rigido e sistematico, per cui dai proprî
studî solitarî e dall'osservazione di un numero limitato di fatti
trae spesso troppo generali conseguenze, di che lo rimproverò la mente
pratica di Francesco Guicciardini. Forse anche contribuì al pessimismo
delle sue dottrine lo stato dell'animo suo crucciato e invilito per
le condizioni di vita in cui si trovava, e che sono meravigliosamente
descritte in una lettera di lui del 10 dicembre 1513 al magnifico
Francesco Vettori, oratore mediceo in Roma, della quale avrò occasione
di riparlare tra poco. Ma che egli avesse “malvagio il pensiero„, come
affermò nella _Storia di Firenze_ il marchese Gino Capponi, mi pare
(con ogni riverenza) una troppo recisa ed esorbitante accusa. Malvagia
piuttosto era la materia che aveva da trattare; e perchè la trattò col
metodo storico, tenendo conto come egli dice, “della verità effettiva„
e non foggiandosi “repubbliche e principati che non si sono mai visti
nè conosciuti„, non poteva fare che quella triste materia diventasse
rosea, per contentare la voluttà sentimentale degli umanitarî e degli
ottimisti.
Siamo giusti; il tanto odiato machiavellismo non è già il Machiavelli
che l'abbia inventato. La parola dicono sia nata in Francia al tempo
di Caterina de' Medici, per sospetto e per antipatia dell'influenza
italiana[6]; e ha fatto fortuna, tirata sempre al peggior senso,
in disdoro del Machiavelli e dell'Italia; ma la cosa ha radici
antichissime; ha germinazioni sempre rinascenti; e la storia di tutti i
tempi e di tutti i paesi ci dimostra, che tra la ragione di stato e la
morale privata la conciliazione, per quanto desiderabile, non è sempre
possibile; anzi il dissidio, per quanto doloroso, è in parecchi casi
inevitabile; e talvolta, diciamolo schietto, per la salute dello Stato,
doveroso.
Niccolò Machiavelli, questo grande colpevole, è messo in croce, perchè
ha detto crudamente delle crudeli verità; ma almeno di tante accuse,
che gli sono state fatte, non avrà meritata quella di ipocrisia; e di
molte altre potrà essere giustificato, per le alte idealità, a cui è
inspirata l'opera sua, che sono: la costituzione organica dello Stato
al di sopra e all'infuori di ogni interesse individuale e partigiano;
la visione dell'Italia unita e libera da ogni oppressione straniera;
un sentimento profondo di giustizia sociale; un amore vivissimo alla
patria e alla libertà. Io vi ricorderò, o Signori, il capitolo nono del
_Principe_, dove esorta il principe a satisfare con onestà piuttosto
al popolo che ai grandi, “volendo questi opprimere, quello non
essere oppresso„, e il capitolo decimosesto, che pone tra i vizi più
perniciosi del Principe quello di “rubare i sudditi„ e di “gravare i
popoli straordinariamente„. Ricorderò quel vigoroso capitolo del libro
III dei _Discorsi_, nel quale è detto che “dove si delibera al tutto
della salute della patria, non vi debba cadere alcuna considerazione
nè di giusto, nè di ingiusto, nè di pietoso, nè di crudele, nè di
laudabile, nè d'ignominioso; anzi, posposto ogni altro rispetto,
seguire al tutto quel partito, che li salvi la vita, e mantenghile la
libertà„. Vi ricorderò infine la maravigliosa esortazione a liberare
l'Italia dai barbari, che è in fondo del _Principe_; nella quale è
tanta esuberanza di sentimento e di idealità, che l'animo del lettore
si riconforta, e ne riceve un'onda calda di fede e d'entusiasmo,
dopo avere percorso insieme coll'autore lo sconsolante cammino delle
tristizie umane.
E ora diciamo dell'uomo; e lasciando stare l'uomo privato (che, a
dir vero, non fu uno stinco di santo, almeno in quanto si riferisce
a castità di costumi e a sentimenti religiosi), vediamo il cittadino,
il pensatore. Cittadino servì lo Stato con fedeltà e con zelo, senza
vantaggio alcuno, per sè; e lasciò il servizio col rammarico di non
potere adoprare l'attività sua in pro della patria. Pensatore, serbò
fede, in ogni condizione di vita, ai proprî ideali. E qui torna in
campo la celebre lettera al Vettori, dianzi citata, la pressante
raccomandazione che egli fa all'ambasciatore di impiegarlo coi Medici;
la famosa frase: “_se anche dovessero cominciare a farmi voltolare un
sasso_„; la proposta, per conciliarsi il favore mediceo, di dedicare
al magnifico Giuliano il libro del Principe; e ne vien fuori la vecchia
accusa (rimessa a nuovo con molto compiacimento dal signor Perrens)[7]
che il Machiavelli voltasse faccia per suo interesse personale; e pur
di guadagnare e di farsi innanzi, s'adattasse a servire la tirannide,
dopo d'aver servita la libertà. Ho riferito senza attenuare; nè
contro alla grave accusa arrecherò per difesa il profondo disdegno
che egli doveva sentire di quella vita inutile o vile nella villa di
San Casciano, tra uomini volgari, che gli empieva, come egli dice, “di
muffa il cervello„, e gli convertiva spesso il riso in un “angoscioso
pianto„. Ma vogliate invece considerare che, se egli adattavasi al
nuovo governo mediceo, reso necessario dalle mutate condizioni esterne
ed interne, voleva bensì che si fondasse sulla libertà e sul popolo; e
quando, circa il 1515, per commissione di papa Leone X e del cardinale
Giulio de' Medici (che fu poi Clemente VII) scrisse un _Discorso
sopra il riformare il governo di Firenze_, si sforzò di conciliare la
preponderanza dei Medici colle forme repubblicane, ed esortò i padroni
viventi a restituire, alla morte loro, l'intera libertà al popolo.
Utopie di pensatore idealista, ma che mostrano com'egli nel mutato
ambiente politico non mutasse i suoi convincimenti.
Eppure in quella fugace restituzione di governo popolare, che avvenne
nel 1527, il Machiavelli fu sospettato, e tenuto lontano dagli ufficî;
e forse il crepacuore dell'ingrato abbandono affrettò la sua morte,
che avvenne il 22 giugno di quell'anno. Giovambattista Busini, in
una delle sue celebri lettere a Benedetto Varchi, fa del Machiavelli
un ritratto assai malevolo; ma termina con dire che “egli amava la
libertà e straordinarissimamente„. Queste parole del caldo e incorrotto
repubblicano sono la più nobile testimonianza del carattere integro di
Niccolò Machiavelli.