“Apareja brocados, senõra Florentia, que venemos a mercarlos a medida
de pica„: Prepara broccati, signora Fiorenza, chè noi venghiamo a
comperarli a misura di picca. — Così, brandendo le armi, gridavano
le masnade spagnole il 12 ottobre 1529, quando superata l'altura di
San Donato in Collina si affacciarono dall'Apparita al maraviglioso
spettacolo che offre da quello sbocco la nostra città. Sulla destra
dal lato d'oriente, la catena di monti che discende ripida dalla
Vallombrosa in Val di Sieve, e poi dolcemente continuandosi, lungo la
striscia d'argento dell'Arno, da Rignano e Nipozzano per Settignano
e Maiano, in fiorenti colline, risale verso il giogo di Fiesole
etrusca, a tramontana della città: disopra al quale il boscoso Mugello
si attesta con l'appennino pistoiese nereggiante in massa lontana,
protratta di là da Lucca sino alle cime vaporose dell'alpi apuane. Da
occidente, la distesa del Valdarno inferiore che pianeggia a perdita
d'occhio verso Pisa e il mare, costeggiata verso mezzodì dai colli
fertili e incastellati del Chianti che nascondono Siena. Nel centro
dell'anfiteatro, adagiata sopr'ambedue le sponde del fiume che i suoi
quattro ponti superbamente cavalcano, in mezzo a una festa di verde
per entro al quale spiccano le popolose borgate, i grossi paesi, le
ville superbe, casette sparse, monasteri, casolari, castelli; adornata
dai tesori de' suoi commerci e del suo ingegno; cinta dalle grosse
mura merlate, donde levano la fronte guernita le sue undici porte e si
protendono minacciosi i bastioni; torreggiante d'ognintorno di palagi e
di chiese, e dal cuore suo dritti verso il cielo i miracoli d'Arnolfo
di Giotto e del Brunellesco: si distendeva sotto i bramosi sguardi
delle soldatesche di Cesare, splendida di sole e di libertà, la Firenze
del popolo.
Tutto l'oltrarno (la parte donde s'avanzavano di proprio cammino i
nemici, e nella quale le colline immediatamente sovrastanti davano
ad essi il maggior vantaggio sulla città) era stato apparecchiato a
fronteggiare l'assedio. Dal colle di San Miniato, capo della difesa,
circondato tutto di grossi bastioni, calavano le fortificazioni
esterne, a modo d'argine, verso levante da un lato, dall'altro verso
ponente, facendo con ambedue le diseguali braccia termine all'Arno,
il quale era come la corda sottesa di questo grand'arco da porta San
Niccolò, per le altre di San Miniato, San Giorgio, Romana, a quella
di San Frediano. Il quartiere del Capitan generale era su' Renai nelle
case dei Serristori. E di rimpetto alle difese de' Fiorentini Filiberto
d'Orange, posto il suo quartiere sulle colline d'Arcetri, avea
parimente distese le proprie forze, dalla sua dritta, occupando, sotto
i diversi colonnelli, il poggio del Gallo, Giramonte e Giramontino,
Gamberaia, Santa Margherita a Montici, e discendendo fino a Rusciano
nel pian di Ripoli sull'Arno; e quello era il campo degl'Italiani;
donde le artiglierie fulminavano il campanile di San Miniato, e
Michelangiolo l'avea fasciato di balle di lana: a sinistra, dal poggio
de' Baroncelli o Imperiale per San Gaggio e le Campora fin a Marignolle
e Bellosguardo, e più oltre distaccandosi verso Montoliveto fin a
toccare Scandicci, era l'accampamento degli Spagnuoli e de' Tedeschi.
Rimase non circondata la città di qua d'Arno, dalla porta alla Croce
insino a quella del Prato, tanto che seguitarono i Fiorentini ad uscire
verso Fiesole anche per diporto (anche a caccia, racconta il Varchi),
poco o nulla disturbati da qualche brigata di nemici che si avventurava
a guadare il fiume: finchè rassicurato l'Imperatore de' pericoli che
avean sovrastato dal Turco, scesero per l'appennino bolognese, invocate
e pagate dal Papa, le soldatesche soprattenute sin allora in Lombardia;
e prima che l'anno 29 spirasse, un campo di Tedeschi trincerato, posto
a San Donato in Polverosa, e l'attendamento delli Spagnuoli alla Badia
di Fiesole e lungo le colline adiacenti ebbero finito di accerchiare
Firenze; e poco dipoi un ponte di barche congiunse a ponente dalla
città, i due eserciti, rimanendo però il forte della guerra sulla riva
sinistra del fiume.
Per tal modo le forze degli assediatori salirono, a mano a mano, fino a
trentamila uomini tra gente a piede e a cavallo. Firenze di mercenarii
aveva poco più che diecimila dentro alle mura; un cinquemila nel
dominio. Di milizia cittadina, istituita con scarsa fiducia (la fiducia
si riponeva tutta ne' mercenarii; e non tanto, doloroso a dirsi! negli
italiani, quanto nei lanzi e negli svizzeri), appena quattromila da
principio: ma quando la istituzione fu veduta procedere vigorosamente,
come aveva auspicato Niccolò Machiavelli, e la gioventù raccolta sotto
i sedici gonfaloni, quattro per quartiere, assidua agli esercizi di
guerra, indefessa la notte al servizio de' bastioni, pronta ad ogni
cenno di pericolo; quando alla retorica delle dicerie con che si
arringavano nelle chiese que' cittadini armati, si accompagnarono ne'
Consigli, dove si parlava la lingua de' fatti, provvisioni gagliarde
che dicevano “esser venuto il tempo che la milizia abbia a sanare o dar
la morte alla città„; “esser tempo che ognuno mostri la virtù sua„,
“si séguiti ad armare il popolo, a ciò che i nemici veggano che si
vuole prima morire tutti che abbandonare la città„, allora la milizia
cittadina salì dapprima a cinquemila, e via sempre più allargandosi la
inscrizione ne' ruoli quanto più incalzavano i bisogni della difesa,
giunse a toccare i diecimila, nè diminuì se non quando la decimarono
onoratamente i disagi o le armi degli inimici.
Del dominio fiorentino, tutto quello che pel Valdarno di sopra
l'esercito dell'Orange aveva trascorso, era, come vedemmo, perduto.
Nei possessi di Romagna e in Mugello, commissari e castellani valenti
tenevan alta tuttavia qua e colà la bandiera di Firenze; ma il paese,
attraversato dalle masnade che scendevano di Lombardia, corso e rubato
dai partigiani, era pressochè perduto esso pure, con grave danno
e pericolo alla città anche per le provvigioni da bocca. Pistoia,
l'antica tana delle sanguinose discordie, rinfocolati gli odii fra
parte Cancelliere, fedele a Firenze, e la Panciatica avversa, dalle
mani di commissari inetti veniva, essa e Prato, in poter de' Medicei,
o, come dicevano, si riduceva a devozione del Papa. Rimaneva in fede e
signoria di Firenze il Valdarno inferiore sino a Pisa, e il sottostante
paese fino a Volterra: ma anche da cotesto lato presto si perdeva il
passo importante della Lastra a Signa, e dal campo assediante parecchi
colonnelli erano discesi per la Valdelsa assicurandosi fortilizi e
terre, sino a Poggibonsi e a Colle; mentre emissari a nome del Papa,
ammaestrati da un buon maestro di tradimenti, il cancelliere Morone,
svolgevano, come venisse lor fatto, le popolazioni. E queste mosse del
nemico erano appoggiate con piena fidanza al territorio di Siena, la
quale soccorreva d'artiglieria e di guastatori, e di provvigioni d'ogni
sorta, l'oste imperiale contro l'odiata Firenze. E, pure dal senese, si
avanzava verso il confine, mirando a Volterra, la compagnia di Fabrizio
Maramaldo, ladroneggiando e come uomini di ventura: ma doveva dal
valore di quell'ignobile condottiero essere eccitata e quasi ventilata
a risplendere, la virtù d'un mercatante fiorentino. Il Ferruccio,
che le supreme necessità della patria e il santo amore della libertà
trasformeranno in eroe.