Ve l'avevan condotta, non tanto forse gli errori dei cittadini suoi,
quanto, come abbiamo visto, necessità di tempi e degli ordinamenti
statuali. Ma errori avevan pure, meno forse di altri l'onesto e
avvisato Capponi!, da rimproverare i Fiorentini a sè stessi: nè tutti
li scusa quella difficoltà di pronti e risoluti partiti, in che li
metteva la loro democrazia, per ciò appunto dispregiata dai togati
Veneziani. Essi avrebber dovuto, subito dopo liberatisi dai Medici,
disimpacciarsi altresì dalle pastoie e dalle ambiguità della Lega;
ritirare da que' suoi pressochè disutili e ingloriosi scorazzamenti
verso Roma e Napoli le gagliarde milizie che Firenze ci aveva, le Bande
Nere, forti del nome e della disciplina del loro fiorentino condottiero
Giovanni de' Medici; preparar subito la difesa del dominio, pur
troppo malfido perchè servile da Pisa ad Arezzo e Cortona; continuare
alacremente l'afforzamento strategico della città, incominciato dallo
stesso Giulio de' Medici per opera del Sangallo; e in tale condizione
ed assetto, fortificato dall'innato amore della libertà, ottenere che
Firenze fosse un valore politico guerresco e morale, guarentito poi
da' bei fiorin d'oro de' suoi mercatanti: un valore, che Venezia, gli
Este, i Della Rovere, il Doria, e quanto di meglio disposto era nella
penisola, potessero debitamente apprezzare, rispetto al loro stesso
interesse: un valore che Spagna e Francia dovessero bilanciare ne' loro
maneggi col Papa, fiorentino e Medici, e perciò nemico. A tutto questo
furono incuranti o insufficienti i Fiorentini: così che di essi non
rimase valor vivo e operante, se non l'amore della libertà, che li fece
eroi, ma solamente per una gloriosa caduta.
Se nella critica storica fosse lecito avventurare divinazioni
di possibili conseguenze da fatti i quali si suppongano accadere
diversamente da quello che in realtà sono accaduti, vorrei farvi
pensare: la morte, fra il 1526 e il 27, rapiva alla gloria d'Italia
una spada valente, Giovanni de' Medici; un poderoso intelletto, il
Machiavelli; ambedue fiorentini: — vorrei che immaginassimo, Niccolò
Machiavelli, nel luogo del probo e dotto messer Donato Giannotti,
essere, in servigio di Firenze pericolante, il segretario dei Dieci di
Libertà, e portare a quell'ufficio il genio dello statista, la fedeltà
passiva dell'instrumento di governo, l'animo donde usciva l'invocazione
al Principe liberatore d'Italia: immaginassimo Giovanni de' Medici,
rampollo dei malveduti da papa Clemente, spendere alla difesa di
Firenze assediata quella sua prodezza guerriera, che fece scolpire sul
marmo “esser egli morto, più che per suo proprio, per fato d'Italia„:
— e una superba visione mi pare sorgerebbe dinanzi ai nostri occhi:
Italia nostra, che vince la seconda grande vittoria repubblicana,
dopo la veneta contro i congiurati di Cambrai, la seconda vittoria
repubblicana contro le forze della tirannide dinastica, che calava
oscura e pesante sulla libertà delle nazioni.
Ahimè, ben diversa è la realtà dei fatti consegnati alla storia!
L'avanzarsi di Filiberto d'Orange, per la Toscana, dopo fermata in Roma
l'impresa col Papa (il 12 agosto 1529,) fu un agevole abbattimento di
non preparate e mal ordinate resistenze. Patteggiata, dopo breve sebben
vigoroso contrasto, Perugia con Malatesta Baglioni (il sinistro nome di
quest'uomo, già fin dall'aprile condotto agli stipendi de' Fiorentini,
ci si fa troppo presto dinanzi), il principe s'impossessa di Cortona,
luogo quasi inespugnabile che i soldati difendono bravamente ma i
terrazzani tradiscono; prende Castiglione Aretino e lo saccheggia;
Arezzo gli è abbandonata, esultante come di liberazione propria, dal
Commissario fiorentino, il quale si ritira perchè si crede che Firenze
voglia raccogliere intorno a sè stessa la sua difesa: e l'Orange,
assicuratosi anche del Casentino, entra nel Valdarno di sopra, e dal
campo di Montevarchi, il 23 settembre, scrive all'Imperatore: “Non mi
rimane più dunque a prendere se non Firenze, di che prego Dio voglia
darmi felice esito.„
Firenze intanto, di Consiglio in Consiglio, di Pratica in Pratica,
bada pure a confidare nel suo buon diritto, e accordatasi finalmente
seco stessa a mandarne, ne' suoi ambasciatori: ne manda con facoltà,
prima limitate, poi più larghe, via via che l'acqua è più o meno
presso alla gola; e anche allora i Consigli discutono di questo più
e del meno: ne manda al Principe, fino al campo sotto Cortona, che
lo seguono, di tenda in tenda, nel suo venire innanzi sino a Figline:
ne manda, dopo fallita l'opera di quelli messi ai fianchi di Carlo V
da Genova a Piacenza, e perchè l'Imperatore ha detto che al Papa si
rivolgano, ne manda al Papa: al Papa in Roma, al Papa in Romagna, dopo
ch'e' si è mosso verso Bologna incontro all'Imperatore. E il Papa,
in Roma, all'oratore concittadino, un Portinari, che gli rammenta
la patria comune, e i sensi d'umanità, e la condizione di Vicario
di Cristo, risponde: — averci colpa Firenze; lui essere tanto buon
cittadino quanto qualunque altro. Perchè non si mossero prima? Si
presenta ora l'ambasciatore di Firenze con piena balìa di trattare;
ma salva la libertà e il governo a popolo. Che ci può egli? Egli,
dopo il trattato di Barcellona, è legato con Cesare. (E Cesare, avete
sentito, li aveva rimandati che s'intendessero col Papa). Egli ora
vuol salvo l'onor suo. Confidino in lui: della libertà e del modo di
governo si potrà discorrere. Farà premure al D'Orange, che soprattenga
le soldatesche. — E questi sensi confermava con lettera amorevole alla
Signoria. Ma in Cesena, ad altra ambasciata fiorentina di quattro,
in sul punto d'essere egli con l'Imperatore a Bologna, — Si tratta
dell'onor mio! — risponde bruscamente — voglio che i Fiorentini si
rimettano in me senza patti nè condizioni. Mostrerò poi io a tutto
il mondo che son fiorentino ancor io, e che amo la patria mia. — La
patria! Come potevano gli ambasciatori raccogliere tal nome da quelle
labbra? Si ritraevano scorati. Ma pur troppo rimaneva un di loro, e
il più valente: Francesco Vettori; ingegno di statista, amicissimo
e confidente del Machiavelli. Francesco Vettori, “da ambasciator
fiorentino, si rimase consigliere del Papa„; così scrive il Varchi:
e quando, nella pagina accanto, egli stesso accenna a Francesco
Guicciardini, che la “grandissima intelligenza ne' governi degli
Stati„, in quelle strette della Repubblica la quale egli aveva pure
servito, distorna, malcontento di non soddisfatte ambizioni, dalle
cose presenti e la rivolge al passato, e ritiratosi in villa scrive
la _Storia_; riserbandosi a' nuovi tempi ch'e' si fa certi della
ristorazione Mediceo, noi, su codesta linea del Varchi, onestissimo
narratore, rimpiangiamo quella maledizione di sorti italiane, che
incatenava a rancori privati, a ignobili gelosie, a cupidigie non
confessabili, le virtù vive del pensiero e del braccio nostri, e ci
lasciava montar sul collo la brutale furibonda forza straniera; quel
furore sopravvissuto di barbarie nordica, che la grande anima latina
di Francesco Petrarca aveva già da due secoli rampognato all'Italia
essere “peccato nostro e cosa contro natura„, “vincesse d'intelletto„ i
figliuoli di Roma.
E che Carlo V, il Cesare de' nostri statisti e de' nostri principi e
de' poeti cortigiani di quella splendida età, fosse, in pieno secolo
XVI, un legittimo discendente degli Unni e de' Vandali, e degnissimo
d'aver collegato il suo nome al sacrilego sacco di Roma, sentite a
prova parole di lui: “Strigliate bene„ scriveva appunto l'anno del
Sacco, al suo Vicerè di Napoli “strigliatemeli bene cotesti Italiani:
chè se non sono bene strigliati e ridotti sulle cigne, non c'è da
ripromettersene nulla di buono. Bisogna, del cuoio d'Italia, farsene
striscio ai fianchi.... E non mi dimenticate i Fiorentini: a quelli
là, ci vuole un castigo che se ne ricordino per un pezzo; e anche se
se la cavano così, sarà sempre a buon mercato.„ Secondo la qual prosa
imperiale, che io vi traduco fedelmente perchè il più trivialmente che
posso, Firenze non avrebbe avuto il suo avere, che a sradicarla dalle
fondamenta e far divenire un fatto le leggendarie rovine di Totila. Sul
capo di questo Cesare consacrava il Pontefice in Bologna le corone del
Regno d'Italia e dell'Impero di Roma.