Indicibile a quell'annunzio l'agitazione e il fermento di tutta Europa.
La Germania sembrava ad un tempo un mercato aperto agli stranieri
d'ogni nazione, un campo di guerra alla vigilia della battaglia.
Dovunque una gara affannosa di promesse e di offerte da gentiluomini
che si spacciavano per potenti, e di mercenarii millantatori.
Traversavano del continuo il territorio dell'Impero i corrieri di
Spagna e di Francia, recanti dispacci alle corti dei grandi elettori,
s'incrociavano ad ogni ora gli agenti diplomatici dei due monarchi con
le brillanti scorte degli uomini d'arme, dei carriaggi e dei servi.
Ritiratosi dal concorso Enrico VIII il _defensor fidei_, dolorosamente
convinto che Leone X giuocava a doppia partita, e incoraggiava le
pratiche del re di Francia, questi, vivente ancora l'Imperatore, con
larghe profferte di denaro, con promesse di titoli, e laute pensioni
s'era guadagnato il voto di quattro elettori. Un ardito gentiluomo,
Francesco di Sickingen, fattosi in quei tempi di disordine pubblico,
e di sanguinose guerre private, il giustiziere, come dice bene il
De Leva, di gran parte della Germania, prometteva al re straniero
l'appoggio delle sue armi. Dal romito castello di Ebernburg, dove
l'audace venturiero, allievo di Reuchlin, si compiaceva tra una mischia
e l'altra di accendere tra gli amici di Wittenberg dispute teologiche e
letterarie, venivano del continuo i messi di Francia, e vi ritornavano
carichi d'oro. Ma il vecchio Imperatore vigilava quei passi. Nel
convegno d'Absburgo rannodava in segreto le fila de' suoi partigiani
con un sacrificio di mezzo milione di fiorini. Più tardi persuase il
Sickingen a mancar di fede a Francesco I, e a impugnar la spada contro
il duca Ulrico del Würtemberg per assicurare col trionfo della lega
Sveva, l'elezione di suo nipote. Non l'appoggio incondizionato del
papa, che avversava le pretese del re spagnuolo onde avvantaggiare
gli interessi Medicei, e per impedire che un re di Napoli, violando
la bolla di Clemente IV, salisse all'Impero, non la fede mantenutagli
all'ultima ora da Gian Federico duca di Sassonia e dall'arcivescovo
di Treveri, garantivano a sufficienza l'elezione di Francesco I.
Nè gran fatto giovò alla sua causa l'orazione efficace, persuasiva,
solenne, che nella dieta raccoltasi a Francoforte il 18 giugno 1519
pronunziò in suo favore il dotto arcivescovo, sperando dissipare la
forte impressione che le brevi parole pronunziatevi dall'elettore di
Magonza aveano lasciato su gli animi dei convenuti. “Se noi dovessimo
interpretare alla lettera la bolla d'oro, così l'arcivescovo di
Treveri, dovremmo escludere come stranieri e Carlo e Francesco. Voi
affermate che è titolo sufficiente di capacità all'elezione per il
primo il possesso di molte provincie dell'antico Impero, quasichè il re
di Francia non sia signore legittimo del regno di Arles, e del ducato
lombardo. Ma eleggendo Carlo voi lo sforzerete a ritoglier Milano ai
Francesi, e incoraggerete gli Osmani a invadere l'Ungheria. Quando
invece s'imponesse a Francesco I l'impegno di non tentare l'acquisto
del reame di Napoli e di non violare le frontiere della Fiandra, egli
si troverebbe necessariamente obbligato a impugnare le armi contro i
Turchi per la difesa della Germania, divenuta per lui la sentinella
avanzata del proprio regno.„ Nè l'arcivescovo di Treveri si ritenne,
accennando al riconosciuto valore, e alla saggezza politica del re
di Francia, e contrapponendola alla giovinezza inesperta di Carlo, di
eccitare ancora una volta il geloso sentimento nazionale tedesco, col
pauroso sospetto sulla orgogliosa durezza degli Spagnuoli. Se non che
questi argomenti, e la proposta che poteva sembrare più saggia, che
cioè esclusi i due rivali, la scelta cadesse su di un principe tedesco,
non trovarono favore nell'assemblea. Prevalente la lega sveva, compra
dall'oro spagnuolo e fiammingo la maggioranza degli elettori, già
segretamente proclive Leone X a non intralciare i disegni di Carlo, se
eletto, la vittoria così a lungo contrastata, e comprata a così caro
prezzo, finalmente gli arrise. N'ebbe notizia Francesco I a Poissy il
3 luglio 1519, e seppe far buon viso a cattiva fortuna. Dicesi anzi che
si compiacesse dello smacco patito come di un evitato pericolo, di cui
non avesse misurato abbastanza la gravità e la minaccia.
Ma l'elezione di Carlo V all'Impero recava con sè gravissime
conseguenze. Turbata la proporzione di forze tra i due rivali, aprivasi
di nuovo l'Italia a teatro di guerra, e ne sarebbe stata ancora Milano
la preda agognata. Le condizioni imposte a Carlo V dagli elettori, egli
avrebbe potuto impunemente violarle perchè mancavano di ogni efficacia
coattiva. Distratti i due principi da ambiziosi ed esterni disegni,
avrebbero tentato subito d'accrescere il completo assoggettamento
dei loro regni ereditarii, soffocando Carlo gli ultimi aneliti della
indipendenza politica della Spagna, tenendo in freno Francesco I gli
ardori ribelli dell'antica feudalità. Per più di vent'anni la disputata
egemonia dell'Europa, derivante dal possesso d'Italia, terrà lontano
Carlo V dalla Germania, e le nuove dottrine religiose, incoraggiando le
ribellioni dei principati laici feudali, vi troveranno libero il campo
ad una espansione feconda. Francesco I ne diverrà per mire politiche
l'interessato difensore, provocherà gli Osmani contro l'Impero,
arresterà ancora per qualche tempo il trionfo delle armi e delle idee
spagnuole, allontanerà la minaccia della reazione politica e religiosa.
Vano sarebbe fantasticare se la elezione del re di Francia avrebbe
serbato un miglior destino all'Europa. Più tosto domanderemo a noi
stessi se il persistente concetto della monarchia universale cristiana,
sopravvivente in contrasto al diritto pubblico della Germania,
giustifichi a sufficienza il nuovo e strano spettacolo di una corona
così accanitamente disputata fra i due più potenti principi del
Cinquecento. Non orgoglio di monarca, non fervore di fede cattolica
destavano nel successore di Clodoveo e di Carlo Magno così forte
ambizione. Noi dobbiamo scorgerne i fondamenti in quella generale
corrente di simpatia, che era stata ausiliaria efficace delle sue
prime fortune. Il secolo dell'Umanità e della Rinascenza parve quasi
che a lui, interprete degno del suo stesso spirito, volesse affidata
la fase della civiltà nuova. Superiorità morale incontrastata, animo
aperto ad ogni senso di modernità, ad ogni forma di bellezza classica,
i contemporanei ammiravano Francesco I restauratore della dignità
nazionale, e benefattore illuminato di un popolo, che trasformando
i suoi rozzi costumi, riformando le leggi, educandosi all'arte,
perfezionando i metodi della scienza, traeva dalla conquista i vantaggi
più duraturi. Già fin d'allora brillava di vivissima luce la corte di
Francesco I, e vi trovavano protezione efficace i dotti d'ogni paese. I
più coraggiosi preparatori della Riforma, gli umanisti teologizzanti,
che circondavano a Wittenberg Martino Lutero, o ne interpretarono il
pensiero nelle tumultuose diete imperiali, serbavano per la maggior
parte grato ricordo delle scuole francesi, dell'amicizia di quei
dotti, della liberalità di quel Re. Gioachino d'Hohenzollern margravio
del Brandeburgo, nel compromesso da lui firmato il 17 agosto 1517 a
favore di Francesco I, dichiarava che ad impegnare il suo voto per lui
lo inducevano sopra tutto la fama, e l'_umanità_ di quel principe,
omai nota a tutto il mondo. Omaggio doveroso da vero di un tedesco,
già disposto a svincolare la sua coscienza dal dogma cattolico, verso
l'amico e il protettore di Erasmo, verso il principe che più tardi fece
della Francia un asilo sicuro all'arte e alla libertà italiana.