I.

_Signore e signori._

Non mai spettacolo più imponente vide l'umanità. Dileguavansi appena

dalla Germania, dalla Francia, dall'Inghilterra le ultime nebbie del

Medio-Evo, e gagliardi di lor giovinezza salutavano i popoli il sole

rinascente d'Italia. Le monarchie armate, equilibrantisi sui varii

ordini delle nazioni, sembravano associare gli interessi dinastici

al trionfo di un nuovo principio di diritto maturatosi nelle scuole.

Conformemente alle varietà di stirpe, di linguaggio, di condizioni

storiche si erano venuti aggruppando i popoli, e formavano delle

unità politiche forti e compatte. Sotto la protezione dei re, che

assecondavano i meravigliosi e rapidi progressi della risorta civiltà,

le borghesie, già schiacciate sotto il peso dell'oppressione feudale,

perfezionavano gli ordinamenti politici e la legislazione degli Stati;

spogliavansi dei rozzi costumi di un tempo, vedevano rispecchiato nelle

corti già ricche di gentilezze spirituali, e di agiatezze domestiche,

un ideale di vita migliore.

Una profonda rivoluzione intellettuale e morale poneva l'Italia alla

testa del mondo civile. Per l'umanesimo noi avevamo riacquistata

coscienza del nostro passato, ci eravamo di nuovo fatti signori di

un patrimonio perduto o disperso; e ravvivate per esso le forze

dell'intelletto, avevamo riguadagnato il senso reale della vita,

trasformati i metodi della scienza, restituito il mondo all'uomo. La

varietà dei nostri ordinamenti politici, il possesso già da tempo

rivendicato della sapienza giuridica di Roma ci aveva addestrati,

meglio e prima d'ogni altro popolo, nell'arte della diplomazia e della

politica, il genio artistico nazionale si era ritemprato e perfezionato

nell'imitazione del bello classico. Le ricchezze accumulate nelle

nostre laboriose città rendevano possibili le solenni manifestazioni

dell'arte, ne assicuravano le nuove vittorie nelle corti signorili

italiane, ove con l'ingentilirsi del costume, delle abitudini, della

lingua preannunciavasi la vita moderna.

Eppure quel secolo così fecondo di pensiero e d'azione, in cui lo

spirito d'avventura congiunto alla stimolatrice curiosità della scienza

rivelava di là dall'Oceano un continente inesplorato, in cui la stampa

prestavasi al mutuo e rapido scambio della cultura, e abolivasi il

privilegio nei campi di battaglia come nelle istituzioni politiche

e nella scienza, il fatto politico, che incentra tanto febbrile

moto di vita, e ci offre pur l'orditura di tanta parte della storia

moderna, presenta tutti i caratteri di un dramma medioevale. Ne sono

protagonisti i due principi più potenti del Cinquecento, Francesco I

di Valois, Carlo V d'Absburgo. Rivivono in Francesco I le tradizioni

cavalleresche della Francia cristiana; soldato e poeta alla fede degli

avi, al culto della donna, al sentimento dell'onore sacrificherà troppo

spesso gli interessi della dinastia e della Francia. Ridestasi in Carlo

V, che ha fatta sua la patria del Cattolicismo e dell'Inquisizione con

le melanconie ascetiche del Medio-Evo, l'ideale politico del passato.

Un faro luminoso è la mèta inafferrabile del suo destino. Dagli

espedienti volgari della politica quotidiana quel sogno lo distrae e

lo conforta: restaurare la monarchia universale a difesa della fede

e della Chiesa cattolica. Alle attonite moltitudini il prigioniero

di Pavia, che dalla tetra torre di Pizzighettone invia alla madre

Luisa di Savoia il famoso messaggio, e versi caldi d'amore alla donna

de' suoi pensieri, sembra un cavaliere d'antiche leggende. Il sacco

di Roma rievoca la lontana memoria di Alarico e de' Visigoti; la

guerra di sterminio contro Firenze provoca su Carlo V le imprecazioni

e le ingiurie, che già colpirono il capa del Barbarossa, e quando

l'eco di quegli improperii lentamente si spegne nell'Italia lacera e

sanguinante, la plebe affamata di Napoli acclamerà il principe poc'anzi

maledetto, dopo l'impresa di Tunisi, novello Cesare trionfatore.

Ma in pieno Rinascimento le antiche e sistematiche forme che aveano

per tanta parte sterilizzata la vita politica del Medio-Evo, nel

tempo stesso in cui la Scolastica avvolgeva di metafisica nube il

pensiero, non rifiorirono di fatto che nella fantasia artistica di un

popolo assetato di ideali, geloso delle tradizioni classiche e del suo

passato. Chi vorrà creder sincero Romolo Amaseo inneggiante a Bologna,

innanzi alla maestà di Carlo V, al rinnovamento dell'Impero romano, e

alla restaurazione della lingua latina! Chi vorrà scorgere nel poema

dell'Ariosto, che rielabora nel nostro volgare le leggende del cielo

di Carlo Magno un segreto intendimento politico, o cercarne seriamente

il motivo storico nella rinnovata potenza cesarea di Carlo V! Non

domandiamo ai poeti, e ai retori delle scuole un aiuto soverchio per

apprendere il vero.

La vita Italiana nel Cinquecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1893 · 第 6 / 116 题