CAPITOLO XX.

Come espiasse il suo fallo la dama di Torrespina.

Povera donna! Bene avea detto Ugo, la notte che fu di sua morte,

pensando ai dolori che le erano serbati.

Povera donna! Tutto ciò che Helel avea presagito di lei, era pure

avvenuto. Il morir subito, dopo ciò che ella seppe, le sarebbe stato

ventura.

Che cuore fu il suo, come rimase di sasso, allorquando Fiordaliso si

scusò a lei del non essere salito al ritrovo, il lettore potrà

indovinare, non io per fermo descrivere. E colui che aveva scalato il

verone? Non aveva egli il volto, la persona, i modi tutti del giovine

trovatore? Poteva ella forse ingannarsi?

Ma il suo stupore divenne terrore, allorquando Fiordaliso, stretto dalle

sue dimande, soggiogato dalla sua ansietà, ebbe a narrarle dell'incontro

notturno, dello spirito malvagio e del cavaliero sconosciuto che gli

stava daccanto. Chi era costui? Se lo infausto pellegrino di Roccamàla

era tornato, il cavaliero sconosciuto non poteva esser altri che Ugo,

venuto ai suoi danni, orrenda visione, dal regno della morte.

A mutare il dubbio in certezza, giunse due giorni di poi una paurosa

novella. Il fulmine aveva distrutto la torre del Negromante in

Roccamàla, facendola precipitar nel torrente. I messaggieri

raccontavano, coi capegli ritti sul fronte e colla voce tremante, i

particolari della luce rossastra che i famigli del castello avevano

veduta apparire dal luogo maledetto, e come fosse fatto uno scongiuro, e

come nella rovina della torre fosse perito fra Gualdo. I monaci del

vicino convento erano andati il giorno appresso a rovistar le macerie

per disseppellire il compagno. E l'avevano rinvenuto, orrendamente

sfracellato, per modo che soltanto dai brandelli della tonaca s'era

potuto chiarire chi egli fosse. Ma in quel mezzo (cosa da far

raccapriccio!) i pietosi cisterciensi avevano trovato altresì il corpo

d'un giovine cavaliero, che fu da tutti agevolmente riconosciuto per

Ugo, conte di Roccamàla, morto e sepolto sei anni innanzi, da un altro

lato del castello. Quel cadavere era fresco ed intatto; soltanto

mostrava una cicatrice, quasi un marchio rosso, nel mezzo della fronte.

Cotesto aveva grandemente turbati gli animi dei vassalli della rocca. A

tutti allora era sovvenuto della notte del 29 novembre, di sei anni

innanzi, e della ospitalità concessa al maledetto romèo. Andati

incontanente alla tomba di Ugo, l'avevano scoperchiata: era vuota!

Impossibile il dubitare più oltre; quel cadavere fresco ed intatto era

del conte Ugo. Un nuovo arcano recava la spiegazione del primo.

Ma dov'era stato per sei anni, e che cosa avea fatto il conte redivivo?

Questa era la dimanda che tutti facevano. Fu allora che Enrico

Corradengo venne fuori con una storia che mai fino a quel giorno aveva

ardito narrare. Ansaldo di Leuca era vissuto pochi istanti ancora, dopo

la partenza dei due vincitori dalla quercia di Marenda, ed egli aveva

raccolto le sue ultime parole, nelle quali il nome di Morello era

alternato col nome di Ugo di Roccamàla, come se il morente volesse dire

di aver ravvisato l'estinto Ugo nel volto del vincitore, quando s'era

inginocchiato su lui, per dargli il colpo della misericordia. Egli,

Corradengo, l'aveva creduta sempre una ubbìa di Ansaldo, l'effetto di

una allucinazione dell'agonìa, epperò non ne aveva mai fatto parola ad

alcuno. Ora intendeva ogni cosa; e come fosse stato ucciso Ansaldo, e

come egli, Corradengo, il forte Corradengo, avesse potuto esser vinto e

beffato da un Rambaldo di Verrùa. Quello era un giuoco infernale, la

vendetta di uno spirito.

Dopo queste novelle, era venuta in campo la pazzia del vecchio

strozziere; la storia del cavaliero di Lamagna, che, comparso una volta,

non era più tornato a ripetere il suo; il falso frate che, dopo avere

straziato co' rimorsi il cuore di Benedicite, si era dileguato

ghignando, e simili altre novità che poco lume avrebbero potuto recare

da sole, ma che unite, disposte intorno ad un fatto, lo rischiaravano in

ogni sua parte e ne faceano balzar fuori il concetto recondito.

Dolorosa, senza fine dolorosa, fu nella mente di quella povera donna la

ricostruzione del passato, operata a stento con tutti que' particolari

che giungeva tratto tratto a risapere. Che significavano tutte quelle

vendette? Perchè Ugo il felice aveva eletto di finire a quel modo? La

leggenda di Roccamàla, da lui reputata uno spauracchio d'anime volgari,

era dunque vera? Lo spirito familiare del Negromante era venuto, e gli

aveva fatto scorgere la vanità d'ogni cosa? Tutti coloro che la sua

collera avea colpiti, tutti avevano obliato l'estinto. Ella stessa!...

Il falso Morello.... Il falso Fiordaliso.... Già col primo infedele,

sebbene nel pensiero, alla memoria dell'estinto, ella aveva ceduto al

secondo!... Lo spirito esacerbato era stato mai sempre daccanto a lei;

aveva vuotata a lenti sorsi la coppa del suo disinganno.

Così guidata da un tenue filo, ella avea indovinato, quantunque

imperfettamente, ogni cosa. E ricordava allora le amare voluttà di una

notte d'amore, certi sospiri, certe occhiate malinconiche

dell'innamorato, che parea sopraffatto dalla sua medesima felicità;

com'egli la stringesse forte nelle sue braccia, quasi volesse

soffocarla, come si dimostrasse tenero, come tremasse all'avvicinarsi

dell'alba. Ah, ma se ad Ansaldo di Leuca, all'amico traditore, egli si

era fatto scorgere nell'ultima stretta, perchè a lei pure non s'era

mostrato? Perchè non l'aveva uccisa allora, nel suo ultimo amplesso?

Qual pietà era mai quella, che la condannava a struggersi lentamente di

terrore, di rimorso e di vergogna?

Povera donna! povera donna! Sentirsi morire, e dover dissimulare la sua

agonia al cospetto della sua gente, del marito e degli ospiti! Sapersi

colpevole verso due, scorgersi involta in una trama mezzo umana e mezzo

infernale, era un supplizio orribile ch'ella non potea a lungo durare.

Versò la piena delle sue angoscie a' piedi d'un santo monaco. Frate

Alberto era santo perchè umile; la sua mente non era ricca d'ingegno, ma

il suo cuore aveva tesori di pietà, e le sue labbra spandevano sulle

ferite i balsami del perdono. Il povero vecchio udì quel lungo e

doloroso racconto, tremò tutto e vide a quante orribili prove fosse

dannata la creatura; levò gli occhi al cielo, adorò l'ignoto,

l'incomprensibile, e assolse quella donna, a gran pezza più infelice che

rea.

Quasi sarebbe inutile il dire che il biondo Fiordaliso, fallita la prima

occasione, non ottenne più il farmaco invocato al suo male d'amore. E'

lo portò altrove, farfalla vagabonda, il suo male, e parve aver trovato

un farmaco in Provenza, alla corte del Poggio. Ma il suo risanamento non

piacque al marito della gentil medichessa; il volto del biondo trovatore

fu orridamente sfregiato, e insieme con la bellezza andò la fortuna. Il

paggio infedele di Ugo, diventato un vile borsiere, morì di mala morte,

dopo aver trascinata una lunga ed ignominiosa vita, non di castello in

castello, ma di tugurio in tugurio.

Madonna Giovanna rimase in vita, ma peggio che morta. Ella aveva

apparenza di spettro, anziché di creatura vivente. La morte di messer

Corrado, avvenuta qualche anno di poi, la sollevò del peso di mentire e

le diede agio a struggersi in pace. Era tempo!

Ella comperò da Anselmo, rimasto erede di Benedicite che s'era spento in

silenzio, la signoria di Roccamàla, e colà si ridusse a vivere, dopo

aver ceduto il manièro e le ville di Torrespina ad un congiunto del

marito. Aveva i capegli bianchi come neve; la persona pareva una statua

di cera, che si muovesse per sottile artifizio d'ordigni nascosti. Per

tutti i paesi circonvicini, nei quali ella spendeva ogni suo avere in

limosine ai poverelli ed alle più bisognose famiglie, era chiamata la

Santa di Roccamàla.

La sera del 29 novembre dell'anno 1295 aveva termine il suo martirio

sulla terra. La notte innanzi ella aveva avuto una visione, la prima

dopo cinque anni che recasse qualche sollievo alla sua anima

travagliata. Ugo, il diletto Ugo, le era apparso, le avea perdonato, e

la chiamava con sè. Svegliatasi, le parve di sentirsi meglio; passeggiò

a lungo per la collina; sorrise e diè la mano da baciare a tutti i

vassalli che s'abbattevano in lei e si ponevano ginocchioni sul

passaggio della santa. La sera si recò a pregare presso la tomba di Ugo;

la mattina vegnente vi fu trovata morta, distesa supina, le mani giunte,

come esemplare all'artefice che doveva effigiarla sul sarcofago a lei

preparato sotto la medesima vôlta.

Roccamàla, per suo testamento, convertita in monastero, durò ancora tre

secoli; poi cadde, come tutto cade quaggiù, sotto i colpi del tempo e

delle umane vicende. Di presente ell'è un ammasso di rovine, neppur

visitato da' viaggiatori eruditi, poichè non si trova sulla via consueta

di Firenze, o di Roma, e gli italiani conoscono a menadito i castelli

del Reno, sanno ogni leggenda delle montagne svizzere, ma non si danno

un pensiero al mondo delle antichità, nè delle memorie paesane.

Cotesto è forse pel loro meglio; imperocchè, fatti più dimestici con le

antiche storie e con le forti schiatte vissute prima di loro, avrebbero

troppa ragione di arrossire.

Me i casi della giovinezza, più che curiosità d'antiquario, condussero a

quelle, come a tant'altre rovine di castelli vicini. Il signore di que'

luoghi, che è il marchese di Ponzone (non si dolga l'ottimo gentiluomo

che io scriva il suo nome e paghi un tributo di lode alla sua cortesia

co' vivi ed al suo rispetto pei trapassati), ha con imitabile esempio

fatto restaurare quanto più si poteva dell'antico manièro, dando onorato

luogo alle lapidi sparse, e facendo un ossario di tutte le umane

reliquie male sepolte qua e là sotto le macerie.

Ho letto, non tutte bene, poiché ve n'ha di assai guaste, le iscrizioni

sepolcrali di Roccamàla. Eccovi questa, che era la più grande tra tutte,

scolpita in caratteri gotici, la quale fa fede della barbara latinità

monastica del secolo XIII:

_Postquam lux abiit vigesima nona novembris,_

_Mille ducentis quinque et nonaginta peractis_

_Annis a Christo, tumulo requiescit in isto_

_Mente pia cunctis praestans comitissa Joanna_

_Quae potuit dici tamquam sine labe Susanna._

_Praeteriit sed non obiit; Deus ille deorum_

_Hanc rapuit simul et statuit super astra polorum._

Il Libro Nero · 第 28 / 42 题