COSTITUZIONE DATA DA FERDINANDO BORBONE.

E Ferdinando diè una Costituzione. Fu spontaneo l'atto col quale esso

prometteva dividere la sovranità col popolo accordandogli due Camere

legislative? La nostra illusione dovea poco durare, ma ebbri di una

libertà che non avea costato sangue, e sperando che una volta un re

avrebbe potuto, rovesciando un colosso cancrenoso di politica tortuosa

e perfida, coll'affidarsi all'indole generosa del popolo interrogando

i suoi bisogni ed operosamente cospirando alla sua felicità, ottenere

la propria sicurezza, che mal si cerca lasciandosi fronteggiare dal

cannone, e cingendosi da baionette: non potemmo credere per un istante

che le oppressioni e i delitti del governo avessero potuto esser

cagionate da un ministro prepotente e criminoso; il languore dello

Stato, le oscillazioni della finanza, il depauperamento delle province

da ministri ingordi e retrogradi: che costoro avesser con malefizi

alterato il buon vedere del re, che al più avesse potuto essere

accagionato di indolente fiducia; sì, io stesso non immaginava mai che

fra le dimostrazioni delle masse entusiasmate egli maturasse il disegno

di retribuirle di tradimento: noi plaudivamo; come erano sinceri i

nostri voti! come mi pareva invidiabile la posizione d'un re che può

innalzare i popoli a distinto incivilimento, a potenza, a libertà,

ed innalzare a sè stesso un monumento che i secoli non crolleranno

mai, perchè consacrato nella pagina dell'umanità. Sì, egli disegnava,

preparava la miseria di quelle popolazioni che lo festeggiavano.

Eccolo omai solo. — Il vecchio Governo più che dimesso è disfatto:

eccolo solo — a lui spetterà la gloria o l'infamia delle sue opere: è

opportunissimo il momento — romperà le vecchie simpatie dell'Austria?

concorrerà al risorgimento italiano coi suoi treni formidabili e il suo

esercito disciplinatissimo? sentirà il suo cuore qual differenza passi

tra il regnare pel plauso d'uomini liberi, o per lo spavento degli

schiavi? vediamo quel che fa: e da sè solo egli è alla ricostruzione

dell'edifizio. — Si mette in piedi un nuovo ministero. Osservate;

il primo passo che dà Ferdinando è quello di smembrare i comitati,

togliere i capi che regolavano la rivoluzione, collocarli nella nuova

amministrazione, e metterseli dattorno. — Vedemmo Bozzelli, fatto

ministro dello interno e della polizia, adire ai consigli della corte

e dello Stato. — Fu grave fallo pel nuovo ministro il separarsi dalle

masse che avean fiducia in lui e far causa diversa da esse: dovea

pensare che la macchina guasta e pesante dell'amministrazione sarebbe

andata con troppa lentezza, ed esso nel caos delle faccende, tralle

fatiche del riordinamento, tra i lunghissimi consigli di Stato,

non avrebbe potuto usare di quella vigoria necessaria a tant'uopo.

Un comitato non dovrebbe scomporsi mai per accettar cariche nel

nuovo governo; invece nel riordinamento delle nuove cose resterebbe

imparziale spettatore, e terrebbe sempre vigoroso e potente il

partito dell'opposizione; Bozzelli da privato avrebbe imposto al nuovo

ministero e col favore del popolo avrebbe dato al governo un forte

impulso, fino a che formate le leggi, istruite le plebi, fatti potenti

i cittadini, sarebbero riusciti tardi e vani gl'intrighi e le malizie

dei gabinetti; egli incorse in grave colpa; ed io ammetto che in

buona fede errò quando accettò la carica di ministro, ma l'errore fu

gravissimo per le conseguenze, giacchè adì il Consiglio ed il re, nè

pensava di che pericolo fosse lo splendore d'una corte corrotta! come

fan traviare le blandizie d'un re! quale influenza malefica esercita

sui migliori! e Bozzelli, non migliore di tutti coloro che hanno

frequentato le corti, se errava in buona fede dapprima, in breve si

pervertì: e gli ultimi fatti indicano con qual coscienza avesse egli

operato. Se ne eccettui che si lasciava vedere un po' più degli altri

suoi antecessori, e qualche cosa di familiare con cui diè udienza, egli

non si distinse nel breve spazio del suo primo ministero: egli fu lento

e retrogrado; non so se dapprima lo voleva essere, ma lo dovea: egli

vedea tutti i giorni Ferdinando che lo ricevea con carezze e _dandogli

i sigari di sua mano_. Arti meretricie! — L'organizzamento della

guardia nazionale fu incompleto — non fu armata che in parte e se ne

addebitò la deficienza de' fucili; si fecero delle pratiche, per averne

dalla Francia, se ne commisero 50,000 nel mese di gennajo, ed oggi che

scrivo (luglio) si aspettano ancora. Per lui tornarono vane le pratiche

d'accomodamento che si proponevano tra Napoli e Sicilia; egli fu lento,

indeciso, la sua politica fu incerta, ma così doveva condursi, giacchè

Ferdinando, di cui egli era l'organo, aspettava che il cannone avesse

dovuto esser l'arbitro sommo delle differenze tra popolo e re; no, un

trattato decisivo non era nei suoi divisamenti. Il reclamo potente del

popolo dimostrò chiaramente l'indignazione contro il ministro che nato

da esso così lo retribuiva.

Allora si avvide Ferdinando che non bastava al popolo napolitano

una Costituzione come quella che aveva dato. Questi con tutti i suoi

sforzi s'inoltrava nella via dell'incivilimento e della libertà: la

Costituzione co' suoi privilegi portava, libertà di reclamo, libertà

di stampa, libertà di associazione; coi reclami la volontà potente

della nazione lo costringeva ad operare e ad accordare, l'espulsione

dei gesuiti ch'ei mai non avrebbe ordinato da sè stesso, e l'invio in

Lombardia di spedizioni crociate. Ei non sentiva, non voleva, abborriva

da questa guerra: egli legato ai tedeschi di stretto e regio patto,

e da simpatia, egli che avea sorbito la politica di quella corte,

egli marito ad una austriaca, non poteva decidersi a mandare i suoi

cannoni, le sue navi, i suoi reggimenti contro l'esercito austriaco.

Ben'egli inviò alcune migliaia di uomini, ma lentissimi furono i

movimenti dell'armata a segno che dopo lungo viaggio giunse, ed appena

giunta tornossene di nuovo. — La libera stampa smascherava tutti i

vizii di un ministero che s'era fatto l'organo del despota, oltre a

ciò coll'invito della satira e del riso diffondeva per tutte le classi

sensi di liberalismo: v'era chi predicava all'ultimo popolo onde

educarlo alle libere istituzioni e fare ad esso intenderne i vantaggi

— eran due — uno, un tal Viscusi, uomo che oltre ad un'eloquenza plebea

non aveva altro merito; costui alle volte arringava il popolo in sulle

generali, e senza farlo migliore lo facea piegare al suo intendimento,

gli si mettea a capo e percorreva con esso la città; aggiungi che

la qualità di gran popolano _gli dava adito alla corte, ed il re lo

vedea spessissimo_ — quest'ultima circostanza farà conoscere appieno

l'animo e le massime di costui. — L'altro fu Angiolo Santilli — nato

in Terra di Lavoro, ricco di dottrine politiche, che ad una veemente

e generosa eloquenza accoppiava la limpidezza delle idee, l'onestà di

un'anima vergine e le fiamme d'un cuor liberalissimo. Costui toccava le

corde dei cuori: costui faceva alla plebe la spiegazione del vangelo

e della libertà: religione e liberalismo, fratellanza e amore, ecco i

santi principii su cui si volgeano le sue prediche che commovevano ed

istruivano, quelle prediche nelle quali trionfando chiarezza e forza

di principio, sono adatte all'intendimento di tutte le classi. Giovane

infelice! il tuo assassinio e quello di tanti virtuosi, ha provocato

l'ira divina, ha aguzzato le ire cittadine che già s'aggravano sul

tiranno e lo minacciano. Angiolo Santilli, genio nato a dirozzare

e ad illuminare la plebe napolitana, era una delle cause primarie

che fecero vedere al re come le sue malizie erano sventate, come la

sola buona fede ed il buon volere in un principe può farlo andare

d'accordo con un popolo libero ed avviato pel completo incivilimento:

e Ferdinando designò una controrivoluzione e si diè all'opera. — Più

volte fè correre sinistre voci d'allarme e fè uscire truppe e cannoni;

altra volta dietro l'espulsione dei gesuiti incitò la plebe per mezzo

dei suoi emissarii facendo credere che si dimandava la dissoluzione

del convento dei Carmelitani, e l'abolizione del santuario la di cui

custodia a quei padri è affidata: questa mena ebbe effetto, giacchè i

lazzari levati in massa e frementi si gittarono per le vie e giunsero

innanzi il palazzo reale usando violenze a quanti scontravano per le

vie e venendo a conflitto colla guardia nazionale. Poco mancò che

questo tentativo non avesse raggiunto il suo scopo. Ma la guardia

nazionale sventò le congiure e sorprese vari carri di sassi con

superficie formata da strati di aranci; così il buon talento dei

cittadini e la vigilanza della guardia civica non gli diè agio per

lungo tratto di mettere ad esecuzione i suoi disegni di sangue, ed egli

ne fremè, e su quella faccia di reprobo il Signore lasciava le tracce

del suo infernale rancore: in ultimo egli risolse di assumere esso

medesimo il carico d'una controrivoluzione e ne aspettò il momento.

Intanto con ogni blandizia procurò prepararsi gli animi dei suoi

soldati — parlava ad essi familiarmente, accordava ogni petizione,

dava tutto quello che gli chiedevano — e così, lasciava loro travedere,

avvicinarsi occasione in cui avrebbero avuto da fare; star pronti; come

star pronto egli stesso alle largizioni ed ai premii.

Nè men pensiero gli davano le truppe spedite in Lombardia: aveva

designato il tiranno con quelle fare alcun colpo che gravemente

danneggiasse la cosa italiana. Egli pensava: quindicimila uomini o

che proditoriamente o inerti o a rilento operassero, precipitare

le cose o arrestarne il corso: in ultimo avendo il disopra casa

d'Austria, egli conchiudeva, quelle truppe sarebbero state l'ultimo

crollo alla causa italiana, quindi trionfalmente avrebbero percorse

le terre soggiogate ed una buona mano di Tedeschi (giacchè Ferdinando

aspettava grossissimi rinforzi che la testa piccolissima dell'alleato

confederato imperatore promettea) colle truppe sarebbero tornati in

Napoli ove egli avrebbe con prudenza disposte le cose. — Quindi quella

Costituzione che era ai suoi occhi un pensiero molestissimo, sarebbe

stata revocata, oppure ristretta ai limiti angusti delle Costituzioni

della decrepita Europa, cioè a quelle Costituzioni che a fronte del

despota non fanno altro che accusarlo d'illegalità, senza prevenirne le

violenze, o validamente opporsi al suo arbitrio, quelle Costituzioni

che l'incivilimento e la giovine Italia non può riconoscere, poichè

ha mostrato come sà spargere il sangue. I sacrificii cui volenti si

sottopongono tanti generosi è la prova della sviluppata potenza degli

animi italiani, e l'iniziativa d'istituzioni liberissime a cui sono

avviati. Ma codesti disegni gli vennero attraversati: giacchè se è

maravigliosa la costante attività del tiranno con cui và rannodando le

fila che qua e là si spezzano, sublime è la mano del Signore che non

gli permette che trionfino le arti subdole ed infernali quando i popoli

contro i quali congiura, sono virtuosi ed arditi. — Re Ferdinando

s'ingannava quando tenea per certo essere quelle truppe stromento di

trionfo alla causa tedesca; il comandante supremo di quelle era il

general Pepe sul conto del quale non dirò altro che di animo ardente

e vigoroso, accagionato dei malaugurati avvenimenti del 1821, ad ogni

costo volea riscattarsi nella pubblica opinione col battersi contro

quel tedesco contro cui nol potè dianzi, e provare qui, in Italia,

al cospetto del cielo medesimo, che non animo italiano gli mancava,

nè animo agl'Italiani mancava, ma dal dito di Dio non esser indicata

quella come l'ora del nostro compiuto riscatto. È dettato notissimo,

che Dio non paga il sabato, e mal s'appongono quei tiranni che, passato

il sabato, credono per sempre passato il giorno dell'ira celeste e

della redenzione dei popoli. Le truppe napoletane una volta tolte alle

sozzure della loro giornata, ed all'influenza malefica che esercita la

presenza del loro corruttore, le arti di quest'ultimo riescono tarde,

e l'aspetto del territorio italiano e dei generosi suoi popoli sarebbe

stato per essi un battesimo, sarebbe cominciata una nuova vita, avrebbe

trionfato la sublime scintilla che il Signore diè alle anime italiane,

e l'incontrastabile valore dei Napoletani avrebbe trovato nuova energia

nello sviluppo dei sacri principii ai quali Ferdinando II preclude il

loro intelletto: di tuttociò egli si avvide, e capì ch'era ben tempo di

richiamarle. Il pretesto? un voluto tentativo dei repubblicani, quindi

ansiosamente ne aspettò il momento.

Egli trovò l'opportunità d'una controrivoluzione nell'inaugurazione

stessa della Rappresentanza nazionale, come nelle pratiche devote

e nel tempio di Dio ha tante volte cercato la corruzione dei popoli

napolitani.

Storia del Quindici Maggio in Napoli con l'esposizione di alcuni fatti che han preparato la catastrofe · 第 5 / 30 题