BREVE CENNO DELLE CONDIZIONI DEL REAME DI NAPOLI FINO AL 1847.

Tristi casi io vado ad esporre, al cui racconto i più remoti posteri

non aggiusteranno fede o chiameranno barbaro il secol nostro: ma

la tirannide non ha riconosciuto mai altro incivilimento che il

raffinamento delle sue pratiche. Se non ci attristano più tiranni

che arpeggiano al cospetto di città che ardono[1], o rinchiudono le

loro vittime in gabbie sospese sulle muraglie di una rocca[2], pure

la tirannide è sempre una, sempre la stessa l'influenza che esercita

sui popoli, quantunque quella d'oggi si copra col manto delle solenni

proteste d'animo umanissimo e delle pratiche religiose.

Colui che ancor porta il titolo di re del Regno delle due Sicilie,

e che la Provvidenza ha permesso che occupasse per 18 anni un

trono che i suoi maggiori han bruttato di turpezze e di stragi, ha

studiato i mezzi tutti onde conservarlo, se n'eccettui quello d'esser

generoso ed onesto; misura che essendo virtuosa, assicurerebbe

la durata di un potere che col progresso dei lumi va temperato e

riformato. Esso ha fatto tutto servire alle sue mire: ha intralciato

e ristagnato il commercio, perchè la gran ricchezza dei popoli lo

metteva in apprensione dando a quelli troppi mezzi. Ha stornato

sempre l'educazione di molte classi, onde la serva ignoranza tenesse

al buio le sue usurpazioni, ed ha insultato all'altare obbligandone

i sacerdoti a guastar l'indole suavissima del cattolicismo colle

larve dell'impostura, ed assegnando ai popoli appositi confessori

che insegnassero essere minor delitto il furto e l'uccisione, che

il mancamento all'obbedienza di suddito. — Codesto re ha trovato

anche il fatto suo nella sobrietà dei supplizii (sobrietà per altro

spiacevolissima ai tiranni) ma costoro han fatto che tutto servisse

alle loro mire. Così delle vittime designate dalla sua paura poca

parte, e la più temuta lasciava al carnefice, e le altre aggravava

di catene perpetue entro a fosse non rallegrate da raggio di sole. La

plebe, e con la plebe molti illusi l'han visto genuflesso dinanzi agli

altari e l'han creduto devoto; han contato il numero delle sue grazie

(ammetti che cogli assassini era indulgente sempre) e l'han creduto

di cuor pietoso! Ecco le conseguenze di quella brutale ignoranza

che codesto re ha lasciata crassa e pressochè selvaggia in tante e

tante migliaia d'uomini. Ma l'ordine ammirevole delle cose non gli

ha permesso a lungo di starsene a fare il tiranno dietro le cotte

dei preti e fralle nebbie della cecità; lo ha messo in un punto ove

era mestiere o fare il bene davvero, o puntare il cannone contro i

reclami dei popoli. Egli non ha esitato; ha usato la forza bruta, ed

ha abbandonato i suoi _dilettissimi popoli_ ad ogni genere di violenza,

ed i suoi scherani, ai quali nessuno oserà dar titolo di soldati, fidi

interpetri delle sue _paterne_ intenzioni, hanno tolto il freno ad

ogni pudore, e dopo inegualissima pugna si sono scagliati sugl'inermi

fanciulli e le donne colla libidine delle più nefande atrocità, ed

han riempito la mia patria, la leggiadrissima Napoli, di uccisioni,

di rapine e d'incendii — Innanzi a così lagrimevole narrazione mi vien

manco l'animo, ma nemmeno la carità della mia terra natale farà ch'io

alteri quello che mi è caduto sotto gli occhi, nè farà aggiungere

colori a quella catastrofe, alla quale ebbi parte io stesso, e da

cui la provvidenza permise io fossi campato per opera sua: santissimo

amor di vero, rispetto alla religione del giusto, ed ira cristiana mi

daranno lena onde io possa tracciare questo lagrimevole racconto.

Da troppi anni gemeva Napoli nel più duro e turpe servaggio; ingorda

la finanza, rallentata l'amministrazione, scemati gl'impieghi, solo

attivissima e fiorente la giandarmeria, impiegata ad obbligare i

morosi a esorbitanti tasse, e ciò con modi duri e oltraggiosi; agli

arresti di quei rei la cui più parte era trascinata al delitto dalla

miseria e dall'ozio, per la scarsezza dell'industria ed il ristagno

d'ogni speculazione scoraggiata e non voluta da un governo aspro e

pauroso: la classe più infelice era quella cui la natura avea dato

maggior dote di mente e cuore, la classe dei letterati: costoro mai

mancanti alla loro missione assiduamente predicavano, ed educavano la

giovinezza, per quanto il permettevano ad essi le minacce d'una polizia

insolente, e l'insidie delle spie; la stampa repressa e vigilata,

ed il giornalismo nella più assoluta decadenza — Furonvi alcuni che

avventurarono libertà ed avvenire stampando opericciuole nelle quali

versarono qualche semenza di liberalismo, e non ammisero alcuna

transizione tra la minaccia o la seduzione del potente, e la verginità

delle loro idee. Vi furono altri che venderono la penna e l'onore al

governo, e questi ultimi compilarono il giornale ufficiale riboccante

di sfrontate menzogne. È rattristante il vedere fino l'ingegno chinarsi

a far plauso alla tirannide...... ma che dico? non mai il genio, raggio

partito dalla corona di Dio, si è tolto dal suo divino santuario

ad informare cuori perversi... no! invece la pedante saccenteria e

ridicolosi grammaticuzzi hanno prestato la forma ai dettati del despota

in mancanza di consiglio virile e della ispirazione del trionfante

pensiero.

Ma si accuserà sempre il popolo di cui fo parte, di schifosa viltà,

se preferiva codesta esistenza lugubre e misera al glorioso morire

che s'incontra in un magnanimo tentativo? Si ponga mente ai tempi.

Grosso il partito del tiranno che esso impinguava col sangue che

suggea dalle vene del più povero: a lui fide e devote le armi, e

l'impero austriaco sempre minaccioso e potente in Italia: d'altronde

l'astuta e raffinata tirannide non lo portava mai a sottoporre le sue

sciagurate popolazioni allo stato di ultima violenza, ben intendendo

che allora insorge la massa e non cura la mitraglia, rompe le siepi

delle baionette, non sente la minaccia straniera, e col bastone e le

coltella sconfigge eserciti e spiana le rocche; così la mitezza di un

cielo incantato, la facilità dell'esistenza, la poca spesa del vitto

rallentavano la ferocia dei molti, mentre i ricchi erano spossati dai

vizi e sedotti dal prezioso sorriso del monarca, e la classe pensante

poca, sorvegliata e povera, miseramente languiva e fremeva invano...!

e vogliamo inorridire della ferocia di una belva che divora e strugge

fabbricando così la sua rovina, in paragone al malizioso despota delle

Sicilie che guasta o sperde i semi di ogni civile miglioramento,

conduce le masse tra le colpe e la miseria, ed avvizia il ricco

facendogli bere le aure contaminate della corte; funesta tirannide

che uccide i popoli prolungandone la morale agonia. La giovinezza

senza incoraggimento tra la scelta di aspre fatiche e la voluttà del

piacere, abbraccia più volentieri il secondo partito, e si fa guasta

tra i vizi finchè la miseria la conduca al delitto ed al patibolo. —

Oltre a ciò l'ipocrisia del principe usava circondarsi di ecclesiastici

avari furbi e lussuriosi, e facea predicare da costoro quelle virtù

che essi stessi sconoscevano[3]: e che? si pretendeva virtù tra i vizii

della tirannide? e la virtù del senso da esseri privi delle virtù del

cuore? il mezzo sicuro di dare al vizio nuova esca è il voler limpida

la corrente senza aver purgata la scaturigine: la religione può vincere

la seduzione del vizio, ma la religione non allignerà mai nell'animo

della spia o dell'egoista, e lo spionaggio e l'egoismo era l'opera del

governo di Ferdinando II.

Storia del Quindici Maggio in Napoli con l'esposizione di alcuni fatti che han preparato la catastrofe · 第 1 / 30 题