[1] Die politischen Beziehungen der Römer zu Aegypten bis zu seiner
Unterwerfung. p. 1-45. Heiligenstadt, 1863.
[2] Rom und Aegypten in ihren politischen Beziehungen bis Costantin.
Rottweile (Progr.) 1870, p. 1-16.
[3] De Lagidarum cum Romanis societate, p. 1-48. Lutetiae-Parisiorum.
1879.
[4] De rebus inter Romanos et Aegyptios intercedentibus, p. 5-43
Berlin. 1893.
[5] Le precedenti monografie, tranne quella dello Schneiderwirth,
la più antica e quindi la più incompleta, e l’altra dello Schmid,
compendiosissima e senza indicazione delle fonti, sono tutte, del
resto, lavori scolastici. Il Bandelin ha poi un torto, secondario sì,
ma non insignificante. Egli non si limita, come dichiara anche il
titolo del suo lavoro, alle relazioni politiche, ma, così facendo,
lascia molto a desiderare nell’enumerazione e nella trattazione dei
rapporti commerciali e religiosi di Roma con l’Egitto.
[6] Anche i più arditi, per non dire audaci, nel dar di frego a
tutte le convenzioni storiografiche del passato, non hanno saputo
liberarsi dai più gravi pregiudizi, quando si trattava di rimutare
sostanzialmente i nostri concetti su codesta storia medesima. Così,
per es., il Pais, nella prefazione a due sue grossi e ribelli volumi
intorno alla storia di Roma, (St. di Roma — Torino, 1898-99), ha una
pagina della più ingenua retorica sulle pubbliche e private virtù
romane, per cui egli ritiene che «alla nazione», alla quale «in tempi
meno lontani è stata così a lungo mossa accusa di aver formulata la
teoria del macchiavelismo», «può tornar di conforto l’esempio degli
antichi romani, che lottando contro Pirro, Annibale e Filippo, tanto
nella diplomazia, quanto sul campo di battaglia, combatterono a viso
aperto» (XV-XVI), della quale asserzione, se altro non fosse, il
presente scritto sarà — involontariamente e implicitamente — la più
categorica smentita.
Un libro, per contro, scevro di qualsiasi pregiudizio ho riscontrato
nello splendido e recentissimo saggio del Masè Dari — M. T. Cicerone e
le sue idee sociali ed economiche. Bocca. Torino, 1901.
[7] La questione della decadenza delle nazioni latine, che non ha
proprio nulla che fare con una questione di razza, non è, in gran
parte, se non l’estrema illazione della decadenza della società
romana, e molta luce essa verrebbe a ricevere da una seria ricerca
delle cause di tale fenomeno. Ma questa non può non rimanere tentativo
sterile e doloroso, giacchè i pochissimi, che, con nobile sforzo, vi
si affacendano intorno, di tutt’altro genere di fatti e di fenomeni
hanno pratica che di quelli del mondo e della civiltà classico-romana.
Uno per tutti citerò il Sergi ed i suoi studi: «_Come sono decadute
le nazioni latine_» [in N. Antologia, 1 agosto 1899] e «_La decadenza
delle nazioni latine_». Torino. Bocca, 1900, che della mia affermazione
costituiscono la prova più irrefragabile.
[8] Colgo quest’occasione per deplorare, come in altri miei scritti,
la diffidenza, colla quale in Italia, viene, di consueto, accolto
qualsiasi tentativo di studio storico, che esca dal campo di una pura
trattazione erudita. Ed il curioso si è che i più diffidenti s’illudono
così di assurgere alla serietà degli studiosi tedeschi, i quali invece,
(ironia della sorte!), costituiscono con la loro teorica [Cfr. Böch
(Encyklopädie und Methodologie p. 306-8. Leipzig, 1886), il quale è
poi l’erede diretto del grande F. A. Wolf] e colla pratica quotidiana
la più categorica condanna della nostra esclusivista pedanteria.
Così un tempo non pareva fosse per accadere, quando, prima del nostro
risorgimento, fioriva, specie nelle provincie meridionali d’Italia,
una pleiade di cultori di studi storici, i quali erano anzi tutto dei
pensatori e degli uomini politici, e che, per fermarci al mondo della
filologia classica, rispondevano ai nomi di un Pagano, di un Delfico,
di un Cuoco e di un Trinchera, il quale ultimo, al 1850, traducendo
un ottimo compendio latino di antichità romane; fidava in un futuro
orientamento di codesti studi verso punti di vista più alti e più
larghi che non «le nude e grette osservazioni riguardanti la filologia,
le origini, le allusioni delle frasi, la etimologia ed il significato
delle parole», ed offriva, nelle aggiunte all’opera tradotta,
osservazioni mirabili e novissime sulla «costituzione, la politica, le
oscillazioni del potere del senato e del popolo, i mezzi del governo,
la legislazione, infine le _cagioni_ degli eventi, della durata,
della decadenza e della ruina dell’impero romano». [Antichità romane
dell’Aula tradotte dal latino da F. Trinchera V^i. 2. Napoli. 1850.
Pref. VII]. Da quel tempo ad oggi solo i miopi potranno affermare di
avere, per questo rispetto, notato un progresso, ed io ho rammemorato
uno sconosciuto traduttore di un manuale che nessuno più legge, per
additare nel di lui metodo un esempio di quell’accordo delle operazioni
della filologia classica, imprescindibile ad ogni storico e la cui
assenza è causa unica del volgare dilettantismo dei quotidiani giudizi
sui fenomeni del mondo classico romano, che noi abbiamo precedentemente
deplorato, e con cui il Trinchera si sarebbe vergognato di baloccarsi.
[9] Cfr. Iomard — Mémoire sur l’Agricolture etc. de l’Égypte, sect. 1º,
T. XVII.
[10] Robiou — Mémoires sur l’économie politique, l’administration et
la législation de l’Égypte au temps des Lagides, p. 44 e segg. Paris,
1875.
[11] Ibid. 54-5.
[12] Ibid. 32 e segg.
[13] Ibid. p. 63.
[14] Ibid. 72.
[15] Ibid. p. 52 e segg.
[16] Cfr. Cap. 1º, § II, del pres. lav. Robiou — Op. cit. p. 118 e segg.
[17] Mayr — Lehrbuch der Handelsgeschichte, p. 17-8. Wien 1894.
[18] Il Sergi (N. Antologia, 1 apr. 1899) à avuto il torto di
paragonare invece all’inglese il popolo romano.
[19] Ciccotti — Il tramonto della schiavitù, p. 138 e segg.
[20] Lombroso — Économie politique de l’Égypte sons les Lagides, p. 100
e segg. Turin. 1870. Robiou — Op. cit. p. 108 e segg.
[21] Cfr. Ciccotti — l. c. e Robiou — Op. cit. 66 e segg.
[22] Riv. di cultura moderna. Fasc. 7-8, 31 Agosto 1900. Curis — «La
clientela e la schiavitù nell’antichità.»
[23] Ziebarth — Das griechische Vereinwesen, p. 109 e segg. Leipzig.
1896.
[24] Robiou — Op. cit. 66 e segg.
[25] Ficker — Manuale della lett. classica antica, trad. dal De Castro,
I, 165 e segg., 192 e segg., 210 e segg. Venezia, 1840.
[26] Riv. di cult. mod. l. c. p. 79-80.
[27] Ciccotti — Op. cit. 141-3. Mayr — Op. cit. 30-5.
[28] Böger — De mancipiorum commercio apud Romanos, p. 25-1841.
[29] Barbagallo — Il _Senatus-consultum ultimum_. Cap. II, § 1 e op.^e
ivi cit. Roma. Löscher, 1900. Cfr. altresì Cap. II, § III e Cap. IX, §
5 del pres. lav.
[30] Nitzsch — Die Gracchen und ihre nächsten Vorgänger p. 15. Berlin.
1847.
[31] Cfr. Masè-Dari. M. Tullio Cicerone etc. p. 241 e segg.
[32] Mommsen — Storia romana. III, 430-532, trad. it. del Sandrini,
1865.
[33] Guhl e Koner — La vita dei Greci e dei Romani, § 69 e segg., trad.
dal Giussani. Löscher. Torino.
[34] Aula — Compendio di Antichità romane, trad. dal Trinchera, II, p.
107-13. Napoli, 1850.
[35] Mommsen — St. rom. 391-412. Ihne. Römische Geschichte I, 452-53.
1879.
[36] Pirro morì al 273 e non al 274, come generalmente si crede (Niese
— Geschichte der Griech. und Maked. Staaten etc. II, 61, n. 51, 1899).
[37] Iustine — Histoire universelle avec trad. franc. de I. Pierrot et
Boitard. XVIII, 2. 1862. Zonara — Epitome historiarum. VIII, 6. Lipsia,
1869. Dion. Hal. Quae supersunt. XX, 11. Eutr. — Breviarium ab urbe
condita. II, 15 ed. Ruehl. Lipsiae, 1887.
[38] La dinastia dei Tolomei, imperante in questo tempo in Egitto,
dicesi anche dei Lagidi da _Lagos_, padre del fondatore della medesima.
[39] Droysen — Geschichte der Hellenismus. P. IIª, V. 2º, p. 244.
[40] Ib. 256. Niese — Op. cit. I, 35-43, 1896.
[41] Droysen — II, 2, p. 129-3. Duruy — Histoire des Grecqs depuis les
temps les plus réculés jusqu’à la réduction de la Grèce en province
romaine, III, 383-7. Paris, 1887-9. Niese — I, 321-2.
[42] Droysen — II, 2, p. 146-72. Duruy — III, 388. Niese — I, 322-33.
[43] Droysen — II, 2, 258. III, 56. Duruy — III, 398.
[44] Droysen — II, 2, 296-8. Duruy — III, 398.
[45] Droysen — II, 2, 284, 286.
[46] Droysen — II, 2, 236. Duruy — III, 399.
[47] Droysen — II, 2, 318. Duruy — III, 401.
[48] Droysen — III, 1, 56, 305-7. Cfr. Meltzer — Geschichte der
Karthager — I, 411-13. Berlin. 1896. Mayr — Op. cit. p. 17-18.
[49] Droysen — III, 1, 237 e segg. Niese — II, 130 2.
[50] Lo Schmid, che per spiegarsi l’ambasceria è ricorso a tali voglie
e desideri, (Cfr. Op. cit. 1-2), non s’è dovuto formare una chiara idea
della situazione di Pirro, Lisimaco e Tolomeo nell’Oriente antico.
[51] Mommsen — II, 140 e segg. Ihne — II, 336 e segg.
[52] Meltzer — Op. cit. II, p. 228-32, 246-8. Niese — II, 42.
[53] Engel — Kypros. 40-71. Berlin. 1841.
[54] Mayr — Op. cit. p. 18.
[55] Droysen — III, 1, 305. Schneiderwirth. Op. cit. p. 5.
[56] Plin. Hist. nat., XIII, 11 e XXVI, 26 ed. Lemaire. 1827. Lumbroso
— Op. cit. 147-8.
[57] Cfr. Willems — Le sénat de la rép. romaine. II, 497.
[58] Zonara — l. c. Val Max. — IV, 3, 9. Dio — l. c.
[59] Id. I, 279, n. 4.
[60] Willems — Op. cit. I, 279, n. 4.
[61] Iustin. XVIII, 2.
[62] Liv. Periochae, XIV.
[63] Op. cit. p. 8.
[64] Cfr. Böck — Corpus inscriptionum graecarum, n. 5795.1843. Plautus
— Pseudolus. act. I, sc. II, v. 14, ed. Lemaire.
[65] Zonara — l. c. Dio — l. c.
[66] Ibid. e Val. Max l. c.
[67] Che sia stata la prima si rileva dal confronto della sua
cronologia con quella del regno di Tolomeo Filadelfo.
[68] Mommsen — Op. cit. I, 2, p. 1-18. Richter — Handelsgeschichte in
Alterthum, p. 97 e segg.
[69] App. Sic. I.
[70] Schmid — Op. cit. 2-3. Ameilhon — Hist. du commerce et de la
navigation sous les Ptolémées, p. 103-4, 1766.
[71] Op. cit. III 1, 305.
[72] Cfr. Fasti consulares (in Bouché — Leclerq. Manuel d’autiquités
romaines. p. 497. Paris. 1886).
[73] Droysen — Op. cit. III, 2, p. 15.
[74] Droysen — Op. cit. III, 317-349.
[75] Mahaffy — A history of Aegypt. The ptolomaic dynasty. 130-4, 1899.
[76] Mommsen — Op. cit. I, 2, p. 124.
[77] Droysen — Op. cit., l. c. p. 17-18.
[78] Tale è anche l’opinione del Gutschmid (in Sharpe — Geschichte
Aegyptens. Ubers. v. H. Iolowicz, berichtigt von. A. v. Gutschmid.
II, Ausg. I, 221 A. 2). Il Bandelin (Op. cit. 10) à cercato di
contraddirvi, opponendo erroneamente un passo di Giustino (XXVII,
2, 9), secondo il quale pareva al critico che al 237, all’infuori
di qualsiasi guerra, fosse stata ratificata una pace decennale fra
Tolomeo, Seleuco e Antioco. Se non che Giustino fa solo menzione di
una pace fra Seleuco e Tolomeo, a cui come la sua stessa narrazione
ci assicura (XXVII, III, 9-11 e III, 9 e segg.), certo non partecipò
Antioco. Lo Schmid (Op. cit. 4) riferisce l’ambasceria romana alla
guerra da noi indicata, segnandola però erroneamente come del 241 a. C.
[79] Il Droysen (Op. cit. III, 1, 387) e lo Schneiderwirth (Op. cit.
p. 9, n. 3), sulla fede di Svetonio (Claud. 25), pare propendano a
credere che, nella guerra egizio-siriaca del 219-7, i Romani abbiano
contro i Tolomei sostenuto le parti del pretendente Seleuco, ma nè
Svetonio afferma che l’alleanza fu stretta contro l’Egitto, nè è
facile attribuire il passo al Seleuco implicato nella IIIª guerra
egizio-siriaca.
[80] IX, 44, 1-3.
[81] Mommsen — Op. cit. I, 2, p. 125.
[82] Pol. l. c.
[83] Cic. — Rhetorica ad Herennium. III, 2, 2. Lemaire. Parisiis. 1831.
[84] Di ciò, benchè sforniti di testimonianze positive, ci assicurano
le prossime cordiali relazioni con Roma.
[85] Cfr. Cic. — Orat. in Rullum II, 326 (ed. Lemaire).
[86] Pol. l. c.
[87] Ihne — R. G. I, 514, n. 1 e II. 215.
[88] XXIII, 7-10.
[89] Erano i comandanti del presidio romano di Capua o i _praefecti
iuris_.
[90] Liv. XXVII, 4. Il Bandelin (p. 12) crede che la testimonianza di
Polibio sull’ambasceria romana, chiedente vettovaglie, che noi abbiamo
riportato all’anno 216 (Cfr. § 5), coincida con quella di Livio, di cui
adesso discorriamo, e ciò perchè a lui sembrava che le parole di Livio
contraddicessero ad un’anteriore richiesta di aiuti.
Tale contraddizione è affatto inesistente, ma quel che più importa
si è che le circostanze, menzionate da Polibio, non si attagliano più
all’anno 210, cui con certezza deve riferirsi la menzione liviana.
[91] Mommsen. I, 120-48.
[92] Ibid. 145-6.
[93] Niese. II, 475 e segg. Ihne. II, 339-40.
[94] L’Ihne (II, 339) e il Weissenborn (n. a Liv. XXVII, 30, § 4-7)
ritengono la mediazione del 208, il Niese (II, 485) del 209.
[95] Liv. XXVII, 30, § 4-7, 9-15. App. Mac. II.
[96] App. l. c.
[97] Liv. l. c.
[98] Liv. XXXI, 2.
[99] Mahaffy — Op. cit., p. 142-7.
[100] Cfr. Bandelin — 14.
[101] XXXI, 1.
[102] XV, 23 § 1-3 e XVI, 21 e segg.
[103] Ibid. V, 63, § 1.
[104] Inst. XXX, 1-3.
[105] Pol. XVI, 21-2.
[106] Niese — II, 637, n. 2.
[107] App. Mac. III.
[108] Taccio delle testimonianze di Val. Max. (VI, 61), di Tacito
(Annales — II, 67, ed. Iacob. 1875-7) e — per ora — della leggenda
incisa nella moneta riprodotta in Mommsen (C. I. L. Iº, n.º 474.
Berlin. 1868), che, nella migliore delle ipotesi, dovrebbero riferirsi
ad altra età. Tacito inflitti parla di «Ptolemei _liberis_,» mentre
Tolomeo IVº non aveva che un solo figliuolo. Val. Max. menziona Lepido
come già pervenuto per la seconda volta al consolato ed allora _P. M._,
nel qual caso l’ambasceria deve essere posteriore al 175, poichè il
pontificato massimo di Lepido è del 180, mentre i suoi due consolati,
rispettivamente, del 187 e 175. Infine la moneta ci presenta Emilio
Lepido, (al 201 ancor giovanissimo), già calvo. (Pighius — Annales rom.
II, 404. 1615. Cfr. Cohen. Description générale des monnaies de la rép.
rom. Pl. I, 6. Paris. 1857). Non tralascio però un’ultima osservazione
non scevra d’importanza. Il tutore di Tolomeo Epifane, M. Emilio
Lepido, dovrebbe, cosa più che inverosimile, essere probabilissimamente
quello stesso, che, quattro anni di poi, sarà ancora così giovane
da meritare, solo in grazia di codesta sua qualità, l’indulgenza di
Filippo di Macedonia (Pol. XVI, 34, § 1-6. Liv. XXXI, 18, § 1 e segg.).
Cfr. anche Band. 15.
[109] Appiano veramente parla di Tolomeo IVº, ma la qualifica, che ne
offre («ἔτι παῖς ὤν») dà ad intendere che si tratta del figlio, Tolomeo
Vº.
[110] Pol. III, 2. È bene rammentare come in quel tempo l’Egitto
subisse una generale insurrezione delle sue province, di cui, più che
gli storici greci, ci avvertono le iscrizioni demotiche di Canopo e di
Rosetta (Cfr. Révillout. _Les décret de Canops_ etc. in _Rev. arch._
nov. 1877).
[111] Cfr. anche Liv. XXXI, 14; 1, § 10, 2, § 1. Pol. XV, 20.
[112] Affinchè, dice Polibio, insieme con Epifane, si erigesse a
intermediario fra Roma e la Macedonia, o meglio, secondo App. (l. c.),
facesse eguale ingiunzione di desistere dalle ostilità.
[113] Cfr. Cap. I, § 8 del pres. lav.
[114] Era salito al trono al 204, di cinque anni circa (Letronnes —
Recueil des inscriptions grecques et latines de l’Egypte. I, 265-6.
1842-8). Circa le versioni delle _fonti_ sulle origini della seconda
guerra macedonica cfr. Nissen — Kritischen Untersuchungen über die
Quellen der vierten und fünften Dekade des Livius, p. 119 e segg. e
Anhang. II, 306. Berlin. 1863.
[115] Liv. XXXI, 5, § 5-7. L’assenza di qualsiasi tutela da parte di
un emissario romano sulla corte di Alessandria, oltre che da codeste
due ambascerie, è altresì palese da tutte le altre, che verremo notando
durante la prossima guerra macedonica e la prima siriaca.
[116] Liv. XXXI, 9 § 1-5.
[117] Babelon — Monnaies de la république romaine; 126-8. Paris. 1885.
Infatti Giustino, Massimo e Tacito sono tutti posteriori all’anno di
coniazione della moneta.
[118] Troplong — De la contrainte par corps. X e prec. Bruxelles. 1848.
[119] Lange — Römische Alterthümer. Iº, p. 446-7. Berlin 1856. De
Ruggiero «Agrariae leges» in (Encicl. giuridica it. § 2 e segg.).
[120] Questa popolazione minuta non bisogna però crederla tutta, ed
in ogni tempo, avversa alla grande politica estera, voluta allora dal
senato. Finchè fu composta di proprietari sulla via della rovina o di
rovinati con speranza di risurrezione, essa ebbe motivo di avversare
la politica delle classi dominanti. Ma, quando il proprio disastro
fu irreparabile, quando le file dell’esercito furono aperte anche ai
non censiti, e la speranza di assegnazioni demaniali e di elemosine
da parte dei benestanti e degli uomini di governo — tanto più laute,
quanto più sontuosa ne era la mensa — brillò anche pei veterani e pei
proletari, i loro interessi ebbero agio di coincidere coll’imperialismo
dei dominatori. Tanto più che, chiusa ogni altra via legale, quella
del comando militare rimase ai capi della democrazia mezzo fortunoso
di vittoria e di governo, mentre intanto, presago del nuovo pericolo,
il senato, come avremo a notare, (V^i. Cap. VI, § 2 del pres. lav.)
inorridiva dal perseverare nella via con tanto calore intrapresa.
[121] Mommsen — St. rom. II, 148.
[122] Liv. XXXI, 6.
[123] Masè-Dari — Op. cit. 242 e passim.
[124] Id. 7.
[125] Id. 8.
[126] Il Bandelin (16) dichiara di non scorgere tale intenzione
nell’ambasceria egizia, tanto più che la corte alessandrina non era
da alcun trattato con Roma obbligato ad aiutare i propri alleati, solo
«_ex autoritate populi romani_». Crede invece che, desiderando aiutare
gli Ateniesi e trovandosi minacciata da Filippo e da Antioco, la corte
alessandrina abbia cercato di servirsi dei Romani in pro dei loro amici
della Grecia.
L’atto diplomatico della corte alessandrina non può spiegarsi senza
tener conto della identica posteriore condotta in due altri prossimi
eventi (Cfr. § 12, 13 del pres. cap.), i quali, per le opposte loro
circostanze, escludono l’ingenua interpetrazione del Bandelin.
[127] Cfr. Cap. I, § 8.
[128] Niese — Op. cit. II, 169. 1899. Strack. Die Dynastie der
Ptolomäer p. 383. 1896. Droysen — Op. cit. III, 1, 399.
[129] Droysen — III, 1, 399.
[130] Niese — II, 357, n. 1. Droysen — III, 1, 347.
[131] Niese — II, 122. Head — Historia nummorum. 496. Oxford. 1887.
[132] Niese — II, 406 e 169.
[133] Niese — II, 101, 406. Starck. l. c. Head. p. 624.
[134] Niese — II, 169. Droysen — I, l. c. e n. 1.
[135] Niese — II, 406, Droysen — l. c. e III, I, 347.
[136] Niese — II, 169. Droysen — III, 1, 347 e 399, III, 2, 145.
[137] Niese — II, 139, n. 2. Droysen — III, I, 399.
[138] Niebuhr — Kleine historische und philologische Schriften I, 238 e
289. Bonn. 1828.
[139] Niese — II, 101, 143-4, 406.
[140] Niese — II, 169. Droysen — III, 1, 357. Head. 670, 2, 45.
[141] Niese — II, 141-2.
[142] Dr. III, 1, 256. Head. 680.
[143] Head. — 678.
[144] Head — 677. Su codesti possessi egizi cfr. anche Niebuhr. Op.
cit. I, 288-95. Bonn. 1828.
[145] Cap. Iº, § 2º.
[146] Lumbroso — Op. cit. p. 226. Guiraud — Op. cit. 4-5.
[147] Lumbroso — Op. cit. 154-5.
[148] Lumbroso — Op. cit. 139-40. Robiou — Op. cit. p. 136-47.
[149] Lumbroso — Op. cit. 155. Guiraud — Op. cit. 3 e segg.
[150] Niese — II, 371.
[151] Niese — II, 581.
[152] Liv. XXXI, 15, 8, 31, 4. Pol. XVIII, 37, 8.
[153] Pol. XV, 23, 9 e segg. XVII, 3, 11. XVIII, 34, 5. Niese — II, 581.
[154] Pol. XV, 23, 9. XVII, 2, 4. Cfr. Niese — II, 581.
[155] App. III, Niese. II, 583. Essa però tornava poco dopo in potere
dell’Egitto (Niese. II, 588 e n. 1).
[156] Pol. XVI, 15, 6. Niese. II, 586.
[157] Pol. XVI, 11, § 2-6.
[158] Pol. XVI, 12 e 24. XVII, 2, 3. XVIII, 27, 4. Liv. XXXIII, 18 e
segg. Niese. II, 587.
[159] Liv. XXXI, 16, 3 e segg.
[160] Niese. II, 593.
[161] Al 206-5. (Mommsen — St. rom., I, 2, 144).
[162] Pol. XVI, 34, 2 e segg.
[163] Cfr. Mommsen — Op. cit., I, 2 p. 217-27. Ihne — R. G. III, p.
23-52. Holm — Op. cit. IV, 435-43. Niese. II, 595 e segg.
[164] Liv. XXXII, 10. App. Mac. V. Niese. II, 610.
[165] Pol. XVIII, § 13-14. Liv. XXXII, 33, 4. App. Mac. VI. Flathe
— Geschichte Makedoniens II, 367 e segg. Leipzig. 1834. Niese — II,
621-3.
[166] Liv. XXXII, 37.
[167] Pol. XVIII, 27 § 1-4. Liv. XXXIII, 30. Livio pare identifichi
Mirina con l’omonima città eolia dell’Asia Minore; Polibio con la città
su Lemno (Cfr. Liv. ed. Weissenborn — l. c., n. 1 e 9). Valerio Anziate
(Cfr. Liv. XXXIII, 30 § 10-11) aggiunge che Rodi ebbe Stratonichea e
le città carie, come Atene qualcuna delle Cicladi; ma sono notizie
inattendibili (Cfr. Nissen — Kritische Untersuchungen. 125-6;
Weissenborn — l. c., n.; Niese. II, 648, n. 2.
[168] Dal fatto che più tardi, nella pace con Antioco IIIº di
Siria, Efeso passerà ad Eumene, re di Pergamo, il che, a norma del
trattato romano-siriaco, non poteva darsi, se questa fosse già stata
riconosciuta autonoma, ne consegue che essa dovette rimanere sotto il
dominio dell’Egitto.
[169] La difficoltà di fissare con precisione tali perdite, che furono
certo maggiori di quelle possibili a rilevare, è enorme, e ciò proviene
dalla nostra parziale conoscenza, sia dei possedimenti egiziani in
ciascuna delle succitate regioni, sia delle conquiste ivi compiute
da Filippo. Siamo anzi talora ridotti ad arguire la precisa località
dei possessi egizi dalla presente invasione macedone e dalla prossima
siriaca.
[170] Pol. XVIII, 33, § 6 e Iust. XXXI, 1.
[171] Hieronymus — Comentaria in Danielem. Cap. XI, col 709. (in
Opera. Vº, Veronae 1736. Iustini. XXXI, 1.) Starck — Forschungen zur
Geschichte und Alterthumskunde des hellenistichen Orients; Gaza und die
philistäische Küste. p. 400-1 e segg. Iena. 1852. Niese — II, 578.
[172] Starck — 402-3. Niese. II, 579.
[173] Iosephi. — A. I. XII, §. Iustini — XXXI, 1. Champollion Figeac. —
Annales des Lagides. II, 92-100. Paris. 1819. Starck. 403-5. Niese. II,
579-80.
[174] Iosephi — XII, 3. Hieronymi — l. c. Eusebii Caesaris — Chronicon
bipartitum. II, p. 237. Venetiis. 1818. Cfr. Champollion. Figeac — Op.
cit. e l. c. e Starck — 425-8.
[175] Liv. XXXIII, 19, 8 e segg. 20, 4. Hier. in Dan. XI, col 709.
[176] Hier. l. c. Liv. XXXIII, XX.
[177] Liv. XXXIII, 20 § 12. Pol. XXXI, 7, 6.
[178] Liv. XXXVII, 17, 3.
[179] Hier. l. c. Su questa campagna di Antioco, cfr. Flathe — Op. cit.
I, 362 e segg., Niese. II, 639 e segg.
[180] Liv. XXXIII, 38.
[181] App. Sir. l. c. Liv. XXXIII, 38. Niese. II, 641-68.
[182] App. Sir. II.
[183] Liv. XXXIII, 34. § 2-4.
[184] Liv. l. c. Pol. XVIII, 30, § 1-2.
[185] Pol. XVIII, 32 § 3-4. Liv. XXXIII, 39. App. Sir. II, 3. Polibio
e Livio dicono al solito che l’ambasceria fu inviata per conciliare
la pace fra Tolomeo e Antioco, ma ciò è smentito dal contenuto della
conferenza medesima.
[186] Pol. XVIII, 33 § 1-6.
[187] Pol. XVIII, 33 § 1-9.
[188] Antioco avrà probabilmente accennato al matrimonio fra la figlia
ed Epifane, non ancora celebrato e che avrà luogo al 193. Cfr. § 12 del
pres. cap.
[189] Pol. XVIII, 34. Liv. XXXIII, 40. App. Sir. III.
[190] Niese. II, 643, cfr. p. 642.
[191] Pol. XVIII, 35, 1-5. Liv. XXXIII, 40 § 1-5. App. Sir. III.
[192] Liv. XXXIII, 40 § 1-5.
[193] App. Sir. IV.
[194] Liv. XXXIII, 58 § 2-4.
[195] Liv. XXXV, 16-17. App. Sir. 2.
[196] Liv. XXXV, 13 § 4-5.
[197] Liv. XXXVI, 4 § 1-4.
[198] Liv. XXXVII, 3 § 9-11.
[199] Liv. XXXVII, 35, § 1-3. Pol. XXI, 11, § 2. (Cfr. 10, § 1-14).
Diodorus Siculus — Bibliothecae historicae quae supersunt. XXIX, 7.
Didot. 1855. App. Sir. 29.
[200] Liv. XXXVII, 25 § 9-10.
[201] Sulle questioni riguardanti codesta linea di confine cfr. Mommsen
— Römische Forschungen. II, 57 e segg. Berlin. 1879.
[202] Liv. XXXVIII, 38. Diod. XXIX, 10. App. Sir. XXXVIII. Pol. XXII,
26. (Cfr. XXI, 14).
[203] Niese. II, 749, cfr. p. 24, n. 4, p. 122, n. 5.
[204] Id. p. 760.
[205] Niese. II, 760. Liv. XXXVIII, 39. Pol. XXII, 27. App. Sir. 44.
[206] Champollion — Figeac. Op. cit. II, 28. Strack — Op. cit. 183.
[207] Strack — Op. cit. 183 e 196, n. 18. Berlin 1896.
[208] V^i. Cap. II, § 2 del pres. lav.
[209] Op. cit. II, 404.
[210] Cfr. p. 31, n. 8 del pres. lav.
[211] Ep. 59. Cfr. Drumann. Geschichte Roms etc. V^e 4º p. 60-1.
Könisberg. 1838. Fu questi P. Licinio Crasso Dives cons. al 133, da
non confondersi con l’altro P. Licinio Crasso, di eguale soprannome,
console al 205. (Cfr. Drumann — Op. cit. IV, 59-60).
[212] Cfr. Eckhel — Doctrina nummorum p. 123-6. Credo opportuno far
notare, sull’autorità del Mommsen. (Hist. de la monnaie romaine etc.,
trad. par De Blacas. II, 501. Paris. 1870), che la moneta romana, di
cui s’è già discorso (Cap. II, § 11), non riproduce la cronologia
di Val. Max., poichè, «secondo le disposizioni della leggenda, i
differenti titoli onorifici, in essa contenuti, non debbono essere
letti di seguito».
[213] Liv. XLII, 6. (Cfr. XLII, 17).
[214] Pol. (XXXVII, 17 e XVIII, 1) parla della sola Celesiria e della
Fenicia, ma, se la questione si agitava per la Celesiria, non esiste
ragione alcuna perchè non dovesse agitarsi per le città egizie della
Siria e della Palestina.
[215] Pol. (l. c.) e Liv. (XLII, 29, § 5-7) ci danno notizie
contradditorie. Cfr. Pol. XXVIII. 17, 6 e segg. Hofman — De bellis ab
Anthioco Epiphane adversus Ptolemaeos gestis, p. 5. 1855. Starck — Op.
cit. 427.
[216] Starck — Op. cit. 430-4.
[217] Pol. XXVIII, 1 e Liv. XLII, 29 § 5-7. Diod. XXX, 2.
[218] Pol. XXIV, 4, 16.
[219] Pol. XXIX, 10, § 3.
[220] Porphyrius (in Fragm. hist. graec. ed. Muller, p. 720).
[221] Liv. XLIV, 19, § 6-14.
[222] Liv. XLIV, 20, 1.
[223] Liv. XLIV, 39, § 1-5; XLV, 10.
[224] Ihne. R. G. III, 235. Mommsen — Op. cit. II, 283.
[225] Pol. XXIX, 7.
[226] Pol. XXIX, 8-10, § 1-4.
[227] Bandelin — Op. cit., p. 22.
[228] Liv. XLV, 11, § 9-11.
[229] Liv. XLV, 12 § 1-4. Val. Max. VI, 4, 3. Vell. Pat. I, 10.
[230] Pol. XXIX, 4. Liv. XLV, 12 § 1-8. App. Sir. 66. Cic. Phil. VIII,
8, 23. Val. Max. VI, 4, 3.
[231] Pol. l. c. Liv. XLV, 13 § 1. Ios. Flavii. A. I. XII, 5, 2.
[232] Pol. XXIX, 11, § 9.
[233] Pol. XXX, 11, 2.
[234] Pol. XXX, 11, 2.
[235] Pol. l. c. e Liv. XLV, 13, § 1-8.
[236] Liv. l. c. e Pol. l. c.
[237] Liv. XLV, 13. Cfr. Champollion. Figeac — Op. cit. II, 144, n. 1.
[238] Tale situazione esporrà Evergete nella sua prossima venuta a
Roma (Cfr. Pol. XXXI, 18 e Zonara IX, 25). Quanto alla Libia, essa
ci risulta in suo potere dal fatto che egli, pur essendo entrato
in lotta col fratello, vi approderà indisturbato dopo il suo primo
viaggio a Roma (XXXI, 25, 8 e 26, 3) e dall’esplicita dichiarazione
di Polibio che, poco dopo, i Cirenesi insorgeranno contro di lui
insieme coi _Libi_ (XXXI, 26, 9 e 11). Benchè gli storici antichi e
moderni confondano spesso la Libia con la Cirenaica, poichè questo
curioso nome di Libia può attagliarsi a tutta l’Africa, come quello
di Cirenaica può slargarsi sino a coincidere con la Libia in senso
ristretto, fa d’uopo distinguere nettamente le due regioni. La Libia
propriamente detta comprende la costa nord dell’Africa, che dall’Egitto
si stende ad Occidente sino alla Gran Sirti (Kiepert — Lehrbuch der
alten Geographie, p. 210-1. Berlin. 1878), mentre la Cirenaica è
quella regione, che, a nord dei deserti libici, si addentra nel mare,
elevandosi a mo’ di isola per 500 o 700 metri di altezza (Ibid. 216).
[239] Pol. XXXI, 12, 14.
[240] Sugli avvenimenti narrati nel pres. paragrafo, cfr. Engel —
Kypros, p. 409-16. Berlin. 1841. Pauly — Realencyclopedie. VI, 1. p.
220. Schmid — Op. cit. p. 7-8. Mahaffy. A history etc. 175-6. Drumann
— G. R. V, 128 e segg. Champollion. — Figeac — Op. cit. II, 149-52.
Come si rileva dal nostro racconto, noi non ammettiamo il precedente
esilio di Tolomeo Filometore e la sua susseguente venuta a Roma, cui
hanno prestato fede la maggior parte degli storici (Vaillant — Hist.
Ptolemaeorum Aegypti regum, p. 96. Amsterdam. 1701. Pighius — Ann. Rom.
II, 403. Eckhel — Op. cit. IV, 16. Pauly. l. c. Schneiderwirth. p. 24.
Mahaffy — Op. cit. p. 175. Mommsen. St. rom. III, 54, etc. etc.), e
ciò per varie ragioni: 1) Perchè, anzi tutto, le fonti più antiche, su
cui i medesimi si fondano, o non specificano, come Diodoro (XXXI, 18),
di quale Tolomeo si tratti, e debbono, in questo caso, interpetrarsi,
confrontandole con le rimanenti; o i loro autori si sono trovati essi
medesimi nel nostro imbarazzo, come Eusebio dichiara di sè (Chronicon
I, 239-41), e come probabilmente dovette accadere a Valerio Massimo
(VI, I, 1) ed a Livio (Periochae 46, § 10), se pure il testo di codesti
due A. non debba subire qualche mutazione (non si tratterebbe che
di cambiare un _maiore_ in _minore_), o se, per lo meno, il passo di
Valerio Massimo non debba riferirsi a Tolomeo Aulete, quarto successore
di Filometore (Cfr. l. c. p. 284 ed Helfrecht. 1799). 2) Perchè così
vien rimosso il grave inconveniente di una fuga di Filometore, la
quale, oltre a riescire inesplicabile, data l’enorme disparità di
difesa e di offesa, di cui disponevano i due fratelli, che ci è,
fra l’altro, rivelata nei costanti, prossimi e disastrosi insuccessi
delle guerre suscitate da Evergete, non è se non un duplicato, con
identiche circostanze, di quella che di lì a poco seguirà allo stesso
Evergete. 3) Perchè altrimenti rimarrebbe difficile spiegare i motivi,
per cui il senato, che una prima volta avea dovuto stabilire in un
modo, credette poscia di dover dar di frego ai propri decreti in pro
di Filometore (Pol. XXXI, 18), proprio in grazia del competitore che
vi si ribellava, e s’interessò tanto dell’affare da disdire in un atto
supremo d’indignazione l’alleanza contratta col primo. La cacciata poi
di Filometore per opera di Evergete, di cui tratta Polibio (XL, 12), è
invece, secondo me, come secondo il Drumann (Geschichte Roms, V, 128),
da riferirsi al tempo della prima invasione di Antioco Epifane. Cfr.
Cap. V § Iº, ultima n.ª del pres. lav.
[241] Diod. XXXI, 18.
[242] Porphyrius. p. 711 (in fragm. hist. graec. ed. cit. Cfr. Ibid. p.
718 e Champollion-Figeac. — Op. cit. II, 150, n. 2.)
[243] Pol. XXXI, 20, 8 e segg.
[244] Val. Max. VI, I, 1.
[245] Sul numero degli ambasciatori Polibio ci dà notizie
contradditorie, (Cfr. XXXI, 18, 9 e XXXI, 25 e 26).
[246] Pol. XXXI, 18.
[247] Pol. XXXI, 25.
[248] Pol. XXXI, 26.
[249] Schmid — Op. cit. p. 7.
[250] Pol. XXXII, 1.
[251] Pol. XXXIII, 5-7.
[252] Mommsen — Op. cit. II, 22-4. Ihne — III, 171 e segg.
[253] II, 7. Cfr. p. 6 e 149 e Ihne — III, 825 e segg.
[254] Diod. XXXI, 33; Pol. XL, 12, 6. Zonara. IX, 25.
[255] Diod. l. c., Zon. l. c. Liv. Per. 47, 5.
[256] Zon. l. c. L’Engel (Op. cit. p. 415) narra questi episodi come
anteriori al 154 non rilevando che il passo di Polibio (XL, 12, 6), cui
solo era dato definirne la cronologia, in quanto un capitolo precedente
contiene la narrazione dell’ultimo viaggio di Evergete a Roma, è
incastonato in una commemorazione laudatoria di Filometore, ove si dà
saltuariamente notizia degli episodi della vita del medesimo.
[257] Op. cit. p. 416. Cfr. Starck. — Op. cit. 437.
[258] Mommsen — II, 153-4.
[259] Cfr. Starck. — Op. cit., 437-8.
[260] Mommsen — II, 26-33.
[261] Mommsen — Op. cit. II, 6-19.
[262] Id. II, 40.
[263] Schmid — Op. cit. 7.
[264] Sharpe — Op. cit., p. 266, n. 2.
[265] Mommsen — St. rom. II, 54-5.
[266] Pol. XXXII, 7.
[267] Pol. XXXIII, 14, 1 e 16, 9-13.
[268] Ios. Fl. A. I. XIII, 21-4. Iust. XXXIV, 1. Pol. III, 5, 3.
[269] Iust. l. c.
[270] Ios. Fl. A. I. XIII, 4.
[271] L’avversione di Filometore contro Demetrio porta altresì, come
sua causa, un tentativo di Demetrio su Cipro, che può essere collocato
fra il 161 e il 154, (cfr. Pol. XXIII, 32, ed. Engel. Op. cit. 416-7).
Tale atto, io credo, c’illumini sulla questione della cacciata o meno
di Filometore dal trono d’Egitto per opera di Evergete (Cfr. Cap. IVº,
§ 1º, n.^e del pres. lav.). Come conciliarlo infatti con l’esibizione,
da parte di Demetrio, di tutti i suoi buoni uffici e la sua mediazione
presso il senato (Diod. XXXI, 18), al preteso arrivo di Filometore in
Roma?
[272] Cfr. Starck — Op. cit. 437-8.
[273] Ios. Fl. A. I. XIII, 4, 6 e segg. Zonara. IV, 23. Cfr. Pol. XL,
12 e Lib. Machabaeorum I, XI, vº 1-17. (in Scriptura Sacra, T. XX.
Parisiis. 1841).
[274] Starck — Op. cit. p. 184 e 198, n. 23.
[275] Mahaffy — Op. cit. 183-4.
[276] Gius. Flavio — Contro Apione II, 3, 2. (in Collana degli antichi
storici greci volgarizzati. _Delle antichità giudaiche._ Vº Milano.
1822). Iust. XXXVIII, 8. Mahaffy — Op. cit. 144 e segg.
[277] Moisè Schwab — Storia degli Ebrei dall’edificazione del secondo
tempio ai giorni nostri, p. 19-22, trad. it. di G. Pugliese, Venezia.
1870.
[278] Gius. Flavio — Contro Apione II, 3, 2; Macchab. I, III, 5 e segg.
[279] Machab. I, VIII, 22 e segg.; I, XII, 1 e segg.
[280] Schwab — Op. cit. 24.
[281] Machab. I, XIV, 18 e segg. Ios. Fl. A. I. XIII, 13.
[282] Lib. Machab. I, XV, 16-21.
[283] Tale cronologia è definita dall’ascensione di Simone giudeo
agli onori di principe indipendente del suo popolo, avvenuta al
142 a. C., sotto gl’inizi del cui dominio il libro dei Maccabei (l.
c.) e Giuseppe Flavio (l. c.) menzionano avvenuto il rinnovamento
dell’alleanza con Roma, e dal prenome di _Lucio_, console firmatario
del rescritto concernente la medesima. L’ottenne (Gius. Fl. A. I. XIII,
14) dominazione di Simone comprende, nel suo giro, due soli consoli con
simile prenome, L. Calpurnio Metello al 142 e L. Furio Filo al 136, [il
creduto L. Calpurnio Pisone del 139 non è un _Lucio_, sibbene un _Gneo_
(Cfr. Drumann — G. R. II, 87)], ma l’ordine della narrazione dei Libri
Machab., che ce la ricollegano al primissimo esordio della dominazione
di Simone, fa propendere tutte le probabilità della scelta sull’anno
del consolato di Metello (142). Calcolando il tempo necessario al
viaggio della vecchia e della nuova ambasceria orientale e romana, si
ha il biennio 142-1.
[284] Gellio — XVIII, 9 (in Meyer — Oratorum romanorum fragmenta cfr.
p. 108-10, 1842).
[285] Charisius — p. 137 (in Meyer — l. c.) Tale accenno a me sembra
decisivo per spostare al 141 o giù di lì la data dell’orazione. Durante
il regno di Filometore, tanta strana potenza di L. Termo è da giudicare
inverosimile. Piuttosto, dopo il favorito avvento di Evergete,
quegli potè, al pari del Tolomeo, pescare nel torbido della reazione
seguitane, e, sembra, in maniera più indecente del suo protetto, il
quale, alla fine, avea dovuto intimargli di smetterla. Così appunto
l’«_interdicere rem capitalem_», rimasto inintelligibile al Meyer (V^i
nª al l. c.), mi sembra possa invece acquistare un significato ben
definito. Il Meyer (Op. cit., p. 108) crede l’orazione del 154. Ma tale
cronologia è inverosimile, dappoichè il 154 è l’anno della partenza
degli ambasciatori romani, (fra cui L. Termo), dopo l’ultimo, disperato
appello di Evergete, e Termo, che al 145 soggiornava ancora in Egitto,
(Cfr. Gius. Flav. — Contro Apione. II, 3, 2) non poteva, come risulta
dalla presente orazione, (Cfr. Charis. l. c.), figurare in Roma al 154.
Per identico motivo erra il Drumann (R. G. Vº, 129), cui era sfuggito
il passato di Carisio, nell’assegnare l’orazione al 153.
[286] Prisc. T. I, 108 e 111 (in Meyer — Op. cit. 108-10).
[287] Gellio — XX, 11 (in Meyer — l. c).
[288] «.... Μάρ[χ]ον, συγγενῆ βαδιλέως, Πτολεμαίου Εὐεργέτου, καὶ
βασιλίσσης Κλεοπάτρας καὶ ἐπιστράτηγον Λ[ο]ύκιοζ καὶ Γαῖος Πέδιοι,
Γαίου υἷοί, ῥωμαῖοι, ἀρετὴς ἕνεκεν καὶ κἀλογαθίας καὶ τῆς εἰς εαὐτοὺς
εὐνοίας, Ἀπώλλωνι, Ἀρτέμιδι.» Cfr. Prideaux — Marmora oxoniensia p.
150-3. Oxonii. 1676. Mittaire — Marmora oxoniensia. p. 87 n. XXVI.
Londini. 1732. Letronne — Recherches pour servir à l’histoire de
l’Egypte etc. p. 276-9. Paris. 1823. Champollion Figeac — Op. cit. III,
406. Böckh. Corpus inscriptionum graecarum, n. 2285.
[289] Ve n’era infatti più d’uno. Cfr. Robiou — Op. cit. p. 198 e segg.
[290] Letronne — Op. cit. 273 e segg. Robiou — Op. cit. 198 e segg.
[291] Letronne — Op. cit. 321-8. Id. — Inscriptions grecques et latines
de l’Egypte. I, 372. Paris. 1842. Cfr. Robiou — Op. cit. l. c.
[292] Letronne — Op. cit. 298.
[293] Cfr. Cap. IX, § 7 del pres. lav.
[294] I «cordiali rapporti» non cessano di rilevarsi da una
iscrizione, capace altresì di illuminare sulle relazioni commerciali
romano-egiziache sotto Evergete. (Cfr. Bullettin de correspondance
hellénique, VIII, 107).
[295] La vera data di questa missione è rimasta in certo modo oscura,
come maggiormente ne sono i motivi. Cicerone [Somnium Scipionis,
3, (11) (in De Republica, VI), curato dal Pasdera. Torino. 1890],
c’informa che l’ambasceria di Scipione in Egitto, Siria, Asia e Grecia,
fu posteriore alla sua censura (a. 142), e che l’anno stesso, in cui
egli, ancora in missione all’estero, veniva nominato console per la
seconda volta (a. 135). Ma negli _Academica priora_ (II, 25), Cicerone
torna ad accennare ad un’antonomastica ambasceria di Scipione, che
questi ebbe a compiere prima della sua censura e che gli storici, per
il fatto di non conoscere altre sue ambascerie, hanno identificato
con la precedente. Come se ciò non bastasse, Cicerone medesimo nel
De Rep. [3, 35, 40, (Cfr. Cic. Opera. P^e. IV, 2 ed. Klotz. Lipsiae.
1874)], le cui scene s’immaginano avvenute nel 129 (Cfr. Teuffel —
Geschichte der Röm. Litteratur, I, 341, ed. Schwabe. 1890), fa menzione
di un viaggio _recentissimo_ di Scipione, compiuto insieme con Spurio
Memmio, il quale da Giustino (XXXVIII, 8) ci risulta come uno dei
membri dell’ambasceria recatasi in Egitto; e, quasi ad accrescere
l’incertezza, Val. Massimo (IV, 3, 13) riferisce l’avvenimento come
posteriore al secondo consolato (134) e al secondo trionfo di Scipione,
cioè al 133 (Cfr. Lange — Römische Alterthümer, II, 331, e Mommsen —
Op. cit. II, 19). D’altro canto Plutarco (Apophthegmata, p. 200, in Op.
mor. V. 2. Parisiis. Didot. 1841) ci dà notizia di parecchie missioni
diplomatiche di Scipione, di cui egli colloca questa in Egitto, che
sarebbe la terza, come posteriore alla gestione della censura, il che
noi, connettendo con la citazione del _Somnium Scipionis_, l’unico
passo, in cui, da fonte contemporanea, ci si ricordi una vera e propria
ambasceria in Egitto, ricaviamo nuovamente la data del 135, l’unica che
ci sembra attendibile.
Valerio Massimo, al solito, preoccupato dei suoi intenti apologetici
non ha dovuto badare alla cronologia. Cicerone negli _Academica_ avrà
errato per trascuraggine o accennato a qualche altra ambasceria, così
come l’altro passo del De Rep. (3, 35), che è del resto dubbio se
faccia al caso nostro, deve intendersi riferito a una data, non già
immediatamente, ma solo da recente trascorsa. Sulla questione della
cronologia e delle ambascerie di Scipione Cfr. Bendinelli — P. Cornelii
Scipionis Aemiliani Africani minoris Vita, p. 71-2. Florentiis. 1549;
Id. — Locorum historicum adnotatio: loc. XV, XVI, XVII [in Gruterus —
Thesaurus criticus. II, 352-3. Francoforte. 1604]; Simson — Chronicon
catholicum, a. m. 3875. 1651. Mai — Cicerone, De rep. quae supersunt,
p. 266, 1 e p. 317, n. a. Romae. 1822; Gerlach — Historische Studien,
I, Der Tod des P. C. Scipio Aemilianus, p. 220. 1841. Lange — Op. cit.
II, 329. Pasdera. Il sogno di Scipione, App. I, p. 30. Bandelin — Op.
cit. 31-3.
[296] Iust. XXXVIII, 8. Schneiderwirth — Op. cit. 30-1. Lumbroso —
L’Egitto al tempo dei Greci e dei Romani 82-3. Roma. 1882.
[297] Posidonius Apamensis (in Fragm. hist. graec. ed Muller p. 255 e
in Atheneo — Deipnosophistae. XII, 73. ed Meineke. Lipsia. 1858-9).
Plutarco — Apophtegmata p. 200. Episodio degno di essere rammentato
per la sua strana originalità è questo che Evergete, di cui gli storici
greci ci tratteggiano i più nauseanti ritratti fisici e morali, aveva
chiesto la mano della futura madre dei Gracchi, la quale, naturalmente,
avea rifiutato (Plut. Tiberius Gracchus. I, 3).
[298] Iust., Athen., Plut., Diod. l. c. Cfr. Lumbroso l. c.
[299] Non faccio, al pari dello Schneiderwirth (Op. cit. p.
30-1), rimprovero alcuno ai Romani per la loro indifferenza verso
la scandalosa condotta, privata e pubblica, di Evergete, per la
semplicissima ragione che codesto tratto della biografia del medesimo è
probabilmente un’invenzione o un’ingenuità delle fonti (Cfr. Mahaffy —
History etc. 186-7; 203-4).
[300] Mahaffy — Op. cit. p. 206. Strack — Die Ptolomäer, p. 185, 1896.
[301] Strack — Op. cit. 51.
[302] Iust. XXXIX, 5, 2.
[303] Iust. l. c. Eutr. VI, 11, 3. Historia miscella [in Muratori. Rer.
it. scriptores (col 39 B.). Mediolani. 1723]. Liv. Per. 70. Obsequens
— Liber Prodigiorum. CVIII. Lemaire. Parisiis. 1823. Cassiodoro —
Chronicon (in Op. I, 358. Venetiis. 1729). Ammiano Marcellino — Rerum
gestarum quae supersunt, XXII, 16. Lipsiae. 1753. Sextus Rufus. —
Breviarium rer. gest. etc. p. 285 (in Hist. rom. Epitomae. Amsterdam.
1630). Tacito — Ann. XIV, 18, 10. ed Iacob. 1877.
[304] Mommsen — Op. cit. III, 75. Ihne — Op. cit. VI, 155. Drumann — G.
R. II, p. 52 e segg.
[305] In Roncalius — Vetustiora latinorum scriptorum chronica, col.
391.1787.
[306] Eutropio avrà confuso il lascito della Cirenaica con l’altro
posteriore della Libia (Sex. Ruf. l. c.), che avverrà appunto nell’anno
4º dell’Olimpiade 178, (cfr. Roncalius — Op. cit. 398), (= 65 a. C.).
[307] Su questa doppia questione cfr. Scaligero — Animadversiones
in chronologica Eusebii, p. 151 e 154. Cfr. p. 126, nº MDCLXXXVIII.
Amsterdam. 1638.
[308] Cfr. Cap. IV, § 1, n^e, del pres. lav.
[309] Kiepert — Lehrbuch, p. 211-12 e 212, n. 2.
[310] I medesimi però contraddicono a Giustino nel non riferire codesto
lascito ad Apione, che ritengono invece testatore della Libia. La
cronaca eusebio-ieroniana concorda però con Giustino e nessuna delle
opinioni contradditorie di così tardi scrittori può avere un valore
decisivo.
[311] Marquardt — L’organisation de l’empire romain, I, 428-9. 1889-92.
[312] Kiepert. l. c.
[313] Liv. Per. 70. Cfr. Rossberg — Quaestiones de rebus Cyrenarum
provinciae romanae. p. 16. 1896.
[314] Mommsen — Op. cit. II, 41-9. Ihne — Op. cit. III, 265-6. Holm —
Griechische Geschichte. IV, 517. 1896.
[315] Cfr. Barbagallo — _Il senatus consultum-ultimum_, pp. 16-27.
[316] Il Marquardt (Op. cit. II, 432) ritiene che pel momento
il governo romano abbia preso possesso dei domini regii, levando
un’imposta sui principali prodotti della regione. Ma tale opinione non
sembra affatto provata dalle fonti, cui il medesimo esplicitamente si
riferisce.
[317] Mommsen — Op. cit. II, 265-8. Ihne — R. G. V, 311-21. Holm — G.
G. IV, 689-98. Cfr. Meyer — Geschichte des Konigreichs Pontos, p. 84-97
e 104 e segg. Leipzig. 1899.
[318] App. Mithr. 33. Plut. Luc. II, 3 e segg. Cfr. Cic. — Acad. pr.
II, 4. Lemaire. 1828. De vir. ill. 74.
[319] Cfr. App. Mithr. 22 e Strack — Op. cit. p. 207.
[320] App. Mithr. 23. Fl. Ios. A. I. XIV, 7, 2.
[321] Porphyrius (in Müller — Op. cit. p. 722).
[322] Circa la data erra lo Strack (Op. cit., 186). Il Drumann (G. R.
II, 494, n. 78 e p. 42) riporta a ragione i fatti succitati all’81 a.
C., come quelli, che, secondo App. (B. C. I, 103 e 104), sono anteriori
al consolato di Silla con Q. Metello Pio.
[323] Cic. de leg. agr. I, 1, 1 e II, 16, 41. È ormai ammesso dagli
storici più recenti che il testatore o pseudo-testatore sia stata
appunto Tolomeo Alessandro IIº, (Cfr. Strack — Op. cit., p. 64.
Mahaffy — Op. cit., p. 224. Guiraud — Op. cit., p. 30 e segg.).
Tuttavia è bene riepilogare le ragioni che ci sospingono ad escludere
le altre ipotesi avanzate. Cicerone (De lege agr. I, 1, 1 e II, 1,
16, 41) ci parla del testamento di un Tolomeo Alessandro, col quale
questi avrebbe lasciato erede del suo regno il senato ed il popolo
romano. Se non che di Tolomei Alessandri ne conosciamo due, uno,
morto all’88 (Strack — Op. cit. 186), e uno all’81. L’opinione,
che riferisce al primo il succitato testamento, trova un appoggio
nella IIª delle orazioni succitate, (XV, 38), ove, riepilogando
uno dei comma della legge agraria del 59 di P. Servilio Rullo,
Cicerone informa che essa prescriveva la vendita di tutti i beni
demaniali, passati al popolo romano sotto o dopo il consolato di
Silla e Q. Pompeo, che cade per l’appunto nell’anno 88 a. C., e, tra
questi, egli ricorda l’Egitto (II, 16, 41). Se non che la clausola
«_aut postea_», che segue immediatamente la succitata designazione
cronologica, vi scema qualsiasi determinatezza, sì che il riferire
il testamento ad Alessandro Iº rimane un’ipotesi infondata, tanto più
quando si considera che a questo non occorsero mai relazioni con Roma
(Schneiderwirth — Op. cit. 37, n. 29). Il Mommsen à quindi pensato
ad Alessandro IIº, (Histoire romaine, V, 27, n. 1, trad. par E. de
Guerle. Bruxelles. 1867.), ritenendone argomento decisivo il fatto che
la discendenza legittima dei Lagidi si estingueva solo con Alessandro
IIº, senza la quale condizione il dritto pubblico, in vigore presso
gli stati clienti di Roma, non autorizzava il reggente a disporre
del proprio dominio. L’argomento non è certo decisivo; ma tali a me
sembrano invece le seguenti inavvertite parole del primo paragrafo
della prima orazione _de lege agraria_: «post eosdem consules [C.
Silla e Q. Pompeo (a. 88 a. C.)] regis Alexandri testamento regnum
illud [int. l’Egitto] populi romani esse factum», dalla quale può
rilevarsi come il testamento di Alessandro cada in un’età posteriore
alla morte del primo Alessandro (a. 88). Non aggiungo parola per negare
l’esistenza di un preteso Alessandro IIIº, [Pétau — Doctrina temporum,
X, 48. Lutetiae-Parisiorum. 1707. Förster — Coment. acad. Gotting.
ad a. 1780. part. phil. p. 136. Mai — Scholia bobbiensia ad nonnullas
M. T. Cic. orationes cum integris annotationibus, p. 351 (in Orelli —
Cic. Op. V, 2. p. 351, Turici. 1833)], che, rigettata dagli storici più
recenti, ad altro non si riduce se non ad una vana ipotesi creativa.
[324] De leg. agr. II, 16, 41-2. De rege alexandrino p. 149-50 [in M.
T. Cicerone — Op. (Fragmenta), V^e XVIII, ed. Lemaire. Parigi. 1831].
[325] Cic. De leg. agr. II, 16, 42.
[326] Guiraud — Op. cit. 39.
[327] Willems — Le sénat de la république romaine, II, 570 e segg.
Paris. 1885.
[328] Mommsen — Op. cit. V, 110 ed. cit.
[329] Mommsen — Hist. rom. VI, 144.
[330] Id. V, 146-8.
[331] Tale cronologia è definita dal viaggio di uno dei medesimi a
Verre, propretore in Sicilia, (Cic. In Verrem. IV, 27, 61 e segg.
Löscher, Torino 1877), dopo circa due anni di soggiorno a Roma (Ibid.
IV, 30, 67). Poichè la propretura di Verre in Sicilia durò dal 73 al
71, (Op. cit. p. 10; Ciceros — Rede gegen C. Verres. Buch. IV, «De
Signis» erklärt. von K. Hachtmann, p. 35. Gotha 1889. Klein — Die
Verwaltungsbeamter der Provinzen der römischen Reichs I, 1, 73-4. Bonn.
1878), la venuta a Roma dei figli di Selene deve datare, al più tardi,
dal 72.
[332] Mommsen — Hist. rom. V, 33-4. Ihne — R. G. VI, 14-42.
[333] Mommsen — Hist. rom. V, 61 e segg. Ihne. R. G. VI, 56, 100.
[334] Mommsen — Hist. rom. V, 91 e segg. Ihne. R. G. VI. 43-55.
[335] Starck. l. c. e n. 39, 40 e 41. Cfr. Letronne — Recueil etc. II,
20 e segg.
[336] Strack — Op. cit. 186 e Mahaffy — The history etc. 223-4.
[337] II, 31, 76.
[338] Cic. — In Verr. Introd. XV. Torino. Löscher 1877 e «Rede gegen C.
Verres», p. 8.
[339] Cfr. Guiraud — Op. cit. 36 e 37.
[340] Plut. — Crass. XIII, 1-3. La censura di Crasso deve argomentarsi
del 65 a. C. (Cfr. Drumann — R. G. IV 85).
[341] Guiraud — Op. cit. 37.
[342] Dione — Hist. rom. XXXVII, 8 e segg. ed. Gros et Boissée.
[343] Svet. — Caes. XI. Cic. De leg. agr. I, 1, 1. Svetonio ci dice
che Cesare pigliò occasione dal fatto che gli Alessandrini avevano
_cacciato_ il loro re, _alleato_ di Roma. È ben difficile ammettere
che qui si intenda parlare di Tolomeo Alessandro IIº, ucciso, più che
scacciato, circa venti anni prima. D’altro canto, noi non conosciamo
in quel tempo nessuna ribellione alessandrina, nè re alcuno _alleato_
del popolo romano, quale non era infatti Aulete. Probabilissimamente
Svetonio avrà confusogli avvenimenti di quest’anno con quelli del 56,
che narreremo fra breve.
[344] App. — Mithr. 92. Cfr. Drumann — G. R. IV, 392 e segg. e Mommsen
— St. rom. II, 42 e segg. trad. it. del Sandrini.
[345] Strabo — XIV, 669.
[346] App. l. c.
[347] Dio — XXXV, 17; XXXVIII, 30.
[348] Cic. — De har. resp. XX.
[349] Dio — XXXVIII, 30.
[350] Strabo — XIV, 684.
[351] App. Mithr. 94.
[352] Floro. III, 6, 9. App. Mithr. 95.
[353] In quella lunga lettera ad Arsace, re dei Parti, che Sallustio
riferisce come vergata da Mitridate alla vigilia della sua finale
catastrofe, il re del Ponto, enumerate le rovine d’imperi e di
monarchie, di cui erano stati autori i Romani, concludeva con
l’eccettuare il re d’Egitto «_praetio in dies bellum prolatans_» (Sall.
Hist. fragm. p. 410-11, ed. Lemaire. Parisiis. 1801). Quest’interessata
neutralità Mitridate avea cercato per ben due volte di scuotere e
finalmente, sebbene troppo tardi, vi era riescito.
[354] Mommsen — Op. cit. II, 254.
[355] Mommsen — Op. cit., 244-80.
[356] Mommsen — Op. cit. II, 52-110.
[357] App. Mithr. 111. Cfr. Letronne — Recueil etc. II, 74 e segg.
[358] App. l. c. Mommsen — Hist. rom. V, 147.
[359] Chronica eus. (in Roncalius — Vetustiora chron. etc. p. 398).
Sext. Ruf. — Breviarium p. 385. Amm. Marc. Rer. gest. XXII, 16.
[360] Lo Scaligero, [Animadversiones chronologicae in Eus. 150-1 (Cfr.
p. 126, nº 1688). Amsterdam, 1658], crede si tratti di due Tolomei
_Apioni_.
[361] The history etc. p. 208.
[362] Guiraud — Op. cit, 27-9.
[363] L’organisation de l’empire romain. II, 431, n. 3.
[364] Marquardt — Op. cit. II, 430 e 430 e n. 5.
[365] Marquardt — Op. cit. 431, n. 3.
[366] The history etc. 208.
[367] Cic. De leg. agr. I, 1, 1; II, 15, 38.
[368] De leg. agr. II, 16, 41-3.
[369] Id. II, 7, 16.
[370] Id. II, 13, 32.
[371] I, 3, 9.
[372] Id. I, 4, 10; II, 21, 56. Cfr. De Ruggiero — «Agrariae leges», §
53 (in «_Enciclopedia giuridica italiana_»).
[373] Sull’ostilità di Cicerone alle leggi agrarie, cfr. il recente e
splendido libro del Masè-Dari. — M. T. Cicerone etc., p. 260-86.
[374] H. n. Plin. XXXIII, 47, 9.
[375] Flav. Ios. XIV, 3.
[376] Appiano enumera fra le ragioni, che dovettero distogliere Pompeo
dall’impresa, l’avverso responso dell’oracolo. Ma è da ritenere che
egli abbia, equivocando, riferito a quest’anno quanto accadrà di lì a
poco nel 56 a. C.
[377] Drumann — G. R. III, 203 e segg.
[378] Schol. Bobb. in orat. Pro Sext. 202, ed. Orelli.
[379] Dio — XXXVIII, 2 e segg.
[380] Cic. Ad Att. II, 16.
[381] Caes. B. C. III, 107. Svet. Caes. LIV. Dio — XXXIX, 12. Cic. Pro
Rab. post. III; Pro Sext. XXVI.
[382] Cfr. il cap. segg., § 7 del pres. lav.
[383] L’intera somma pattuita non fu però sborsata per intero. Quando
Cesare, al 49, si recherà in Egitto, sarà ancora creditore di 700
sesterzi (Plut. Caes. XLVIII, 5).
[384] Caes. l. c. Cic. l. c.
[385] Cic. Ad. Att. II, 5.
[386] Ibid.
[387] Lange. R. A. I, p. 574 e segg. Barbagallo — Il _senatus-consultum
ultimum_, p. 119-20, 115 e segg. La censura non era gerita se non da
chi avesse trapassato tutta la serie delle magistrature (Lange. R.
A. I, 513), il che, in pratica, non riesciva possibile, se non ai più
cospicui degli ottimati.
[388] Lange — R. A. I, 691.
[389] Cic. Pro Sext. XXV, XXVI e Liebenam. — Zur Geschichte und
Organisation des romischen Vereinswesens, p. 24-5, 1890. Gentile —
Clodio e Cicerone p. 118-9. 1876.
[390] Barbagallo — Op. cit. 120-1. Cfr. Bouché-Leclerq. Les Pontifes
de l’ancienne Rome, pp. 327-8, 329-30, 331, 334-5. 1871. Cic. De prov.
cons. XIX; De har. resp. XXVII; Pro Sext. XXVI. Bélot — Hist. des
chevaliers romains. I, 88 e segg. 1866. Drumann. G. R. II, 238.
[391] Pro Sext. XXV. Ascon — in Pison, IV (ed. Orelli). Drumann — G. R.
II, 238.
[392] Il lettore non si scandalizzi se ora o più innanzi, come sempre,
tratto con disinvoltura del buon Marco Tullio. Non ostante le vecchie e
le nuove, più o meno retoriche, indignazioni (Cfr. Pasculli — I libri
delle leggi di M. T. Cicerone, preceduti da un saggio sulla critica
del Mommsen. Trani. 1900), sta di fatto che l’oratore romano non può,
nelle sue qualità di uomo politico, essere giudicato da puri letterati,
ma da chi abbia anima e senso di uomo politico. E tale prerogativa
rende immortale l’opera ed i giudizi del Mommsen, nè fulmini più o meno
olimpici o _chauvenismes_, più o meno patriottici, possono esercitarvi
contro un valore decisivo. Cfr. sul proposito il recentissimo volume
del Masè-Dari, altre volte citato.
[393] Cic. Pro Sext. XXVIII; De prov. cons. XIX e Pro Domo sua, IX e
XXV. Cfr. Plut. Cat. min. XL e Cic. XXXV.
[394] Oltre alle monografie citate nella prefazione del pres. lav.,
cfr. su questo cap. Drumann — G. R. II, 262-8 e V, 166. Engel — Kypros,
435-447.
[395] Cic. Pro Sext. XXVI. Erra quindi il Matscheg (Cesare e il suo
tempo, 5, n. 5 Firenze. 1874), nel fare del Tolomeo ciprio un figlio
_minore_ di Tolomeo Aulete.
[396] La testimonianza di Ammiano Marcellino (XIV, 27), che lo dice
_foederatus ac socius_, è smentita dall’altra molto più autorevole di
Cicerone (Pro Sext. XXVI).
[397] Cfr. Ciccotti — Il processo di Verre, p. 23. Milano. 1895.
[398] Cic. l. c. Pro Domo sua. VIII.
[399] Cic. Pro Flacco, XIII.
[400] Cfr. Cap. VII, § 3º del pres. lav.
[401] Engel — Kypros, 40-71.
[402] Amm. Marc. XIV, 8 e 27.
[403] Velleius Paterculus — Quae extant. II, 38, 5-6; 45, 5. ed.
Lemaire. Parisiis. 1822. Florus — Epitone rer. rom. III, 9 ed. Lemaire.
1827. App. B. C. II, 23.
[404] De viris illustribus, III, 80. Vell. Pat. II, 45, 5. Cfr. in ed.
cit., n. 5.
[405] Cic. Pro Sext. XXXII, XXVII. Liv. Ep. 104. Floro III, 9. Schol.
Bobbiensia in orat. Pro Sextio, p. 302. ed. Orelli.
[406] Plut. — Cat. min. XXXIV, 3.
[407] Liv. Ep. 104. Vell. Pat. II, 38, 5-6.
[408] Val. Max. IV, 3, 2.
[409] Plut. Cat. min. XXXV, 1.
[410] Val. Max. IX, 4, 3.
[411] Dione — XXXIX, 22. Vell. Pat. II, 45, 5. Plut. — Cat. min. XXXVI,
1. Strabo — XIV, p. 684.
[412] Dio — l. c.
[413] Vell. Pat. II, 45, 5. Floro III, 9.
[414] Plut. — Cat. min. XLV, 2. Lucano — Pharsalia III, 64. ed. Lemaire.
[415] Plut. — Cat. min. XXXVI, 1. Cfr. Cic. Pro Sext. XXXVI. Questa
cumulazione d’incarichi, conferiti per unica legge, era il solo
elemento della medesima giuridicamente passibile di nullità, nè
Cicerone si astenne dallo scagliarvene minaccia (Pro Domo, XX); ma, pur
troppo, l’incostituzionalità riguardava le forme e non il contenuto,
(Cfr. Drumann. II, 24 e 265, n. 38).
[416] Ciò gli fruttò le ire e i libelli di parecchi, di alcuno dei
quali, per comodità politica, si fece forte anche Cesare nella sua
sperduta «_Anticatoniana_,» (Cfr. Plut. Op. cit. XXXVI, 3 e XXXVII,
1-4).
[417] Plut. — Op. cit., XXXVI, 1, 3.
[418] Plut. Cat. min. XXXVIII, 1-2.
[419] Vell. Pat. l. c. Plut. Ib. XXXIX, 1. Val. Max. VIII, 15, 10.
[420] Plut. Ib. XXXIX, 1-2. Dio XXXIX, 22.
[421] Plut. l. c.
[422] Cfr. Plut. Ib. XXXIX, 2 e XLII, 1, che ci segna sia i nomi
dei consoli, durante la cui carica avvenne il ritorno, sia quelli
successivi, e Dio (XXXIX, 22), la cui narrazione riguarda appunto
l’anno 56 a. C.
[423] Nel golfo Saronico, oggi Kenkri.
[424] Drumann — G. R. II, 534 e segg.
[425] Cic. Ad Fam. I, 7. Cfr. Ad. Att. V, 21 e Marquardt — Op. cit. II,
328.
[426] Cfr. Drumann — G. R. II, 222-5.
[427] Plut. Cic. XXXIV. Cat. min. XL.
[428] Erra Plutarco, (Cat. min. XLIII, 1), includendovi l’Egitto,
tutt’altro che conquistato. Egli infatti, oltre a smentirsi da sè,
(Cfr. Pomp. LII e Caes. XXI), è contraddetto da Dione. XXXIX, 33. App.
B. C. II, 118, Liv. Ep. 105. Circa il surriferito periodo cfr. Matscheg
— Op. cit. pp. 94-6.
[429] Plut. Cat. min. XLIV.
[430] Cfr. Plut. Cat. min. XLV, 2.
[431] Dio — XXXIX, 22 e Plut. Cat. min. XLV, 1. Dione ha il torto
di riferire tutti questi avvenimenti all’anno 56, cronologia che è
chiaramente smentita da Plutarco.
[432] Plut. Cat. min. XLV, 2.
[433] Matscheg — Op. cit. p. 56.
[434] Gli eventi, che sono soggetto del pres. e dei successivi
paragrafi, accennati di volo — non se ne capisce il perchè — dagli
studiosi delle relazioni di Roma con l’Egitto, sono narrati con una
certa ampiezza dallo Champollion-Figeac (Op. cit. II, 299-317), il
quale però, in gran parte per colpa dell’intrico delle fonti, riesce
poco preciso. Cfr. piuttosto Drumann — Op. cit. II, 535 e segg. Duolmi
non aver potuto vedere la monografia dello Stocchi — A Gabinio ed i
suoi processi. Torino. Löscher. 1892.
[435] Cfr. Cic. Pro C. Rab. post. passim. Cicerone (Op. cit. II) e
Plutarco (Pomp. XLIX, 7), l’uno, a bella posta, l’altro, riferendo da
un storiografo anteriore, insinuano che il viaggio di Aulete fu dovuto
_unicamente_ a brighe di Pompeo per aprirsi, con una spedizione egizia,
nuove vie di ricchezze e di onori. Ciò è smentito dai contemporanei
avvenimenti di Alessandria, ed è un’interpetrazione creata solo quale
arma politica, dopo l’esperimento delle brighe dei Pompeiani. Del pari
è da escludere tra le cause del malcontento dei sudditi di Aulete,
il rifiuto del medesimo a reclamare Cipro ai Romani, in quanto che
il prossimo incontro di Aulete con Catone a Rodi, (Plut. Cat. min.
XXXV), ci avvisa che quell’isola apparteneva ancora al suo naturale
possessore.
[436] Dio — XXXIX, 12 e Liv. Ep. 105.
[437] Plut. Cat. Min. XXXV.
[438] Cic. Ad Fam. I, 7, 2-6.
[439] Porphyrius — p. 723. ed. cit.
[440] Dio — XXXIX, 13-14. Strabo — XVII, p. 796. Cfr. Cic. Pro Coelio,
X. (ed. Lemaire). De harusp. responsis. XVI.
[441] Cic. Pro Coelio X.
[442] Dio — XXXIX, 14.
[443] Ibid.
[444] Cic. Ad Fam. I, 1 e Ad. Q. fr. II, 2.
[445] Cic. Pro Coelio, X.
[446] La cosa non è matematicamente sicura, ma in tale sospetto
c’induce gravemente lo strano interessarsi di Celio, nell’anno della
morte di Aulete alle condizioni dell’Egitto e la sua febbrile richiesta
a Cicerone di consiglio sul _da fare_, (Ad Fam. VIII, 4). Come è noto,
nessuno dei creditori aveva più potuto riscuotere la minima delle somme
sborsate (Cic. Ad Fam. VII, 17).
[447] Drumann — G. R. II, 376-80. Cfr. Cic. Ad. Q. fr. II, 13.
[448] Quinctilianus — Instit. orat. XI, 1, 51 ed. Lemaire 1820-5. Svet.
Clar. rhet. II. ed. Lemaire. 1828.
[449] Cic. Pro Coelio — X e XXI.
[450] Cic. Pro Coelio, X.
[451] Ibid.
[452] Ciò si rileva dal fatto che Celio continuò a rimanere a
Roma (Cfr. Cic. Ad Q. fr. II, 13), il che sarebbe stato vietato
dall’applicazione della condanna prescritta dalla legge Plauzia (Cfr.
Rein — Das Criminalrecht der Römer 740-1884.), sotto il cui impero
venne espletato il dibattimento.
[453] Cic. Ad Fam. V, 12. Sul processo di Celio cfr. anche Rhein. Mus.
II, 4, p. 598.
[454] Dell’assenza di Aulete durante il 56, oltre a Cicerone (Ad. Fam.
I, 1), ce ne avverte implicitamente Dione Cassio (XXXIX, 16).
[455] La connivenza di Pompeo con Aulete è provata altresì dal fatto
che questi aveva esibito una propria villa al principe egiziano, quale
luogo di ritrovo coi creditori. (Cfr. Cic. — Pro C. Rab. Post. III).
[456] Cic. Ad Fam. I, 1, 1 e segg. I, 2.
[457] Dio — l. c. 15 e 16 Cic. — l. c.
[458] Cfr. Cic. — Ad Fam. I, 2, n. 22 ed. Lemaire. 1827.
[459] Cic. l. c.
[460] Cfr. Cic. — Opere con trad. e n^e I, col. 1056. Venezia. 1848.
[461] «_ante se oportere discessionem facere_» (Cic. Ad Fam. I, 2).
La frase è oscura, nè l’interpretazione, che io con altri ho esibito,
è del tutto soddisfacente, dappoichè i tribuni avevano già da molto
tempo il diritto di presenziare le sedute senatorie (Willems — Le
sénat de la rép. rom. II, 162 e 202-3). Peggiore però sembrami quella
del Gronovius: «_se debere prius sententias rogare_», (Cfr. Cic. — Op.
Lettere. II, p. 117, n. 6 ed. Bentivoglio, Napoli. 1829), che confonde
il «_rogare sententias_» col «_discessionem facere_», e urta due volte
contro la grammatica.
[462] Cic. Ad Fam. I, 2 e I, 4. Ad Quint. fr. II, 2. Cfr. Dio — XXXIX,
15. In questa giornata Cicerone ebbe forse a recitare l’orazione «_de
rege alexandrino_», di cui noi possediamo soltanto brevi e slegati
frammenti, i quali a nessun critico possono permettere la sicurezza
dello Schmid (Op. cit. 11) nel riferirli all’anno della censura di
Crasso (65 a. C.), che gli Scholia Bobbiensia ricordano solo come
un’età già trapassata [«_tentaverat Crassus_». (Cfr. Ciceronis — Op.
Vº, P^e IIª, p. 350 ed. Orelli)]. Nè più valida parmi l’argomentazione,
che il Bandelin vuol trarre dal silenzio di Cicerone, il quale,
per contro, nelle sue lettere accenna a parecchi suoi discorsi _pro
rege alexandrino_, tenuti in quei giorni, o dal fatto, che allora si
discuteva su _chi_ doveva ricondurre il re, non _sulla restituzione_
del re, la quale, era in ballo tanto quanto la questione precedente.
[463] Drumann — G. R. V, 203 e segg.
[464] Ibid. II, 109 e segg. Plutarco, a torto, ce lo ha tramandato come
un Canidio.
[465] Cic. Ad Fam. I, 4.
[466] Ibid. 5 e Ad Q. fr. II, 3.
[467] Dio — XXXIX, 16. Cfr. Plutarco — Pomp. XLIX, 6.
[468] Timagenes Alexandrinus — Fragm., (in Müller — Fragm. hist. graec.
p. 222), e Plut. Pomp. XLIX, 5-6.
[469] Circa i sentimenti di C. Catone contro Lentulo, cfr. Fenestella
(in Nonio Marcell. — De vera sign. serm. p. 385. Lipsia. 1826).
[470] Ad Q. fr. II, 3 e Ad Fam. I, 5.
[471] Dio — XXXIX, 16 e Plut. Pomp. XLIX, 5-7. Cfr. Dio — XXXIX, 9.
Cic. Ad. Att. IV, 1. Pro Domo VII; X. App. B. C. II, 18.
[472] Ad Q. fr. II, 6.
[473] Cic. Ad Fam. I, 7, 2-6. È eloquente nei rispetti del carattere
di Cicerone, il contrasto fra tali consigli e le accuse lanciate
nello stesso anno contro Gabinio, (cfr. In Pis. XXI), colpevole di
avere eseguito il piano, che l’oratore consigliava al suo amico della
Cilicia.
[474] App. Syr. 51. Diodoro — Bibliothecae historicae quae supersunt.
XXXIX, 56 ed. Kiessling, e Prou. Parigi. Circa la nuova fase della
questione egizia, cfr. Drumann — G. R. III, 49-59.
[475] Plut. Anton. III, 1. Cic. Phil. II, 19, 48.
[476] Cic. Pro Rab. Post. XI. Schol. Bobb. p. 271 e 356-7. (in
Ciceronis — Opera ed. Orelli. Vª, P^e IIª).
[477] Pro Domo sua, IX e XXI. Pro Rab. Post. VIII.
[478] Dio — l. c. Cfr. Cic. Ad Att. IV, 10.
[479] Flav. Ios. A. I. I, VI, 2 e De bello Iud. I, 8, 7.
[480] Cfr. Val. Max. LIX, 1, 6.
[481] Cfr. anche Liv. Ep. 105.
[482] Porphyrius — p. 723, ed. cit.
[483] Caes. B. C. III, 4 e 110, ed. Lemaire. Parisiis. 1820.
[484] Ad Att. IV, 10, 1.
[485] Cic. Ad Q. fr. II, 13; III, 2; In Pis. XXI.
[486] Dio — XXXIX, 56-9.
[487] Cic. Ad Q. fr. III, 1.
[488] Sulla portata dell’accusa _de repetundis_, cfr. Rein — Op. cit.
p. 604-5 e 343-6. La contemporanea accusa _de ambitu_ (Cic. Ad Att. IV,
16; Ad Q. fr. III, 3) non può di certo, per la sua natura, riferirsi
alla spedizione di Gabinio in Egitto. Piuttosto è da considerarsi come
uno dei contemporanei mezzi di demolizione, praticato, per vendetta,
dagli avversari.
[489] Dio — l. c. 59-61.
[490] Dio — l. c. 62. Cic. Ad Qu. fr. III, 1.
[491] Cic. Ad Q. fr. III, 2.
[492] Dio — l. c. 62.
[493] Cfr. Rein — Op. cit. p. 563-4. Drumann — G. R. II, 52, 2; III, 54
e segg.
[494] Cfr. invece Cic. Ad. Qu. fr. III, 4.
[495] Dio — XXXIX, 63.
[496] Cic. Ad Att. IV, 16 e Dio — l. c., 62.
[497] Cic. Ad Q. fr. III, 4.
[498] Id. Ad Att. IV, 16; Ad Q. fr. III, 4. Cfr. Ad Q. fr. III, 7, 9.
[499] Circa la cronologia del processo, cfr. quella dell’immediatamente
posteriore epistola ciceroniana Ad Q. fr. III, 4 (in Cic. — Scripta
quae manserunt. Ep. ad Q. fr. l. c. ed. Klotz e Wesenberg. Lipsiae.
1873). Il §º dell’anteriore ep. ad Att. (VI, 16), che parla
dell’assoluzione di Gabinio, è frammento di una lettera posteriore alla
precedente.
[500] Dio — XXXIX, 62.
[501] Ibid., 63.
[502] Cic. Ad Q. fr. III, 1.
[503] Cic. Pro Rab. post. XII, 31. Val. Max. — IV, 2, 4. Quint. Instit.
orat., XI, 1, 73. (Cfr. Cic. Ad Q. fr. III, 5; III, 9; II, 1, e Drumann
— G. R. VI, 70-1). Circa la sua orazione _pro Gabinio_, cfr. Cic. —
Varia (ed. Lemaire, p. 185).
[504] Trattavasi, fra l’altro, dell’estorsione di 4000 sesterzi dalla
provincia, che Gabinio aveva adoperato per la spedizione egizia. (Dio —
XXXIX, 55).
[505] Dio — XLVI, 8.
[506] Sui pericoli, possibili a provenire dalla capacità personale di
Archelao, cfr. Drumann — G. R. III, 50 — 1.
[507] Cic. Pro Rab. post. VIII e XIV.
[508] Dio — XXXIX, 64. Schol. Bobb. Pro Archia, p. 336 (ed. Orelli).
App. (Syr. 51) lo dice erroneamente esiliato dal senato, cui elargisce
un’indebita competenza, mentre nei B. C. II, 24 lo fa esiliare nel 52
a. C. Sulla pena dell’esilio nei reati _de repetundis_, cfr. Rein — Op.
cit. 630.
[509] Sallustio — Bellum Iugurtinum. XXXV, 10. Löscher. 1900.
[510] Ciccotti — Il processo di Verre, p. 13.
[511] Cfr. Dézobry — Rome au siècle d’Auguste, I, p. 261 e segg., 270 e
segg. Paris. 1835.
[512] Ibid. 19 «Lugent omnes provinciae», scriveva una volta, in cui
gli tornava comodo, Cicerone, (In Verr. II, 3, 89) «queruntur omnes
liberi populi, regni denique jam omnia de nostris cupiditatibus et
iniuriis expostulant: locus intra oceanum jam nullus est neque tam
longinquus, neque tam reconditus, quo non per haec tempora nostrorum
hominum libido iniquitasque pervaserit».
[513] V^i Cap. II, § 3º del pres. lav.
[514] Sul pres. §. Cfr. Drumann — G. R. VI, 71-83.
[515] Cfr. Drumann — G. R. VI, 71-2.
[516] Cic. Pro Rab. post. II-III.
[517] Roblon — Op. cit., p. 171 e segg.
[518] Lo Schmid ne incolpa a torto (p. 13-4) un’inesistita insurrezione
alessandrina, provocata dalla fiscalità del ministro.
[519] Cic. Ib. VIII e XIV-XV. Cfr. Ad Fam. VII, 17.
[520] Cfr. Cic. Op. cit. III, Ad Q. fr. III, 2 e III, 3.
[521] Svet. (Claud. 16) lo dice a torto _de maiestate_.
[522] Cic. Pro C. Rab. post. IV e _passim_.
[523] Op. cit. III.
[524] Op. cit. VIII.
[525] Ibid. XI e segg.
[526] Rein — Op. cit. 630. Drumann — G. R. III, 215. Cfr. Cic.
Orationes. V^e 4º. «_Excursus ad orat. pro Flacco_, cap. 38» ed.
Lemaire.
[527] L’argomento della gratitudine pei servigi, resi da Postumo a M.
Tullio nei giorni dell’esilio, (Ibid. XVII), non ha valore alcuno come
motivo psicologico della difesa di Cicerone, dappoichè di null’altro
può trattarsi se non di un prosaico imprestito, spoglio di qualsiasi
attaccamento amichevole.
[528] Era questa la valutazione del danaro, del cui risarcimento
all’erario si rendeva responsabile l’imputato.
[529] Cic. Ibid. IV-V.
[530] Ibid. XIII.
[531] Ibid. VI-VII.
[532] Ibid. VIII.
[533] Ibid. XI.
[534] Ibid. XII-XIII.
[535] Ibid. III.
[536] Ibid. VIII-X.
[537] Ibid. XI.
[538] Laboulaye — Essais sur les lois criminelles des Romains, p.
216-27, 1845.
[539] Cfr. Cic. Ad Fam. I, 1.
[540] Rein — Op. cit. p. 626, nota.
[541] Persino l’ostentazione della miseria del proprio cliente era
pillola che Cicerone poteva solo dare a bere al primo venuto. Postumo
era un uomo troppo astuto, come tutti i suoi compagni d’affari, per non
ricorrere a simili espedienti. (Cfr. Schmid — Op. cit. 14).
[542] Ad Fam. I, 1 e Ad. Q. fr. II, 2.
[543] Il Guiraud (Op. cit. p. 47), naturalmente senza citare fonte
alcuna, lo dichiara recisamente assolto.
[544] XVI.
[545] XV e segg.
[546] Drumann — G. R. VI, 21 e segg. Matscheg — Op. cit. e segg.
[547] Caes. B. C. III, 110. Val. Max. IV, 1, 15. [Annaei Senecae —
Op. philosophica, II. Cons. ad Marciam. XIV ed. Lemaire. 1827. Cic. Ad
Att. VI, 5.] Quali fossero le cause del loro viaggio in Egitto è ben
difficile precisare. Tuttavia è probabile l’opinione del Drumann (G. R.
II, 105), accettata dallo Schneiderwirth, (Op. cit. 46), che esso sia
avvenuto allo scopo di richiedere aiuti contro i Parti. (Cfr. Drumann —
G. R. II, 101 e segg.).
[548] Caes. B. C. III, 108. Porph. (in Fragm. hist. graec. IV, 723).
Dio — XLII, 25 e segg.
[549] Cfr. Caes. B. C. III, 3, 4-5 e 103. App. B. C. II, 49 e 71. Dio —
XLII, 12.
[550] Drumann — G. R. III, 532-49. Matscheg — Op. cit. 345-63.
Schneiderwirth — Op. cit. p. 46 e segg. Schmid — Op. cit. p. 16 e segg.