Prefazione

Il tema del presente studio non è, sino ad ora — sebbene implicitamente

— mancato di diventare soggetto di più d’una monografia. Anzi, se

le mie informazioni bibliografiche sono esatte, esso ha ricevuto

l’onore di una quadruplice trattazione, e, precisamente, dai sigg.

Schneiderwirth[1], Schmid[2], Guiraud[3] e Bandelin[4]. Se non che

nell’ultima di codeste monografie, recente di soli sette anni, il

suo A. era costretto a lamentare che, mentre le fonti antiche non

ci offrono il contesto dei fatti, di cui s’intessono le relazioni

romano-egiziache, i moderni storici «neque si interpetrationem atque

iudicium respicimus, idonei videntur, quibus res dilucide cognoscantur»

(p. 56).

Non è ben chiaro quali fossero le censure particolari, che il B. moveva

agli storici precedenti sotto le generiche frasi latine, di cui egli

si era compiaciuto servirsi. Certo esse attaccavano tutta l’opera dei

medesimi, e sarebbe stata cosa fortunata se, come conseguenza della

critica, il B. ci avesse dato quell’opera metodica di sicuro giudizio

ed interpetrazione, che egli si aspettava dai suoi predecessori.

Ma il guaio si è che, dallo Schneiderwirth al Bandelin, il difetto

fondamentale, (in quest’ultimo, grave e palpabile forse più che nei

precedenti), era stato quello di aver considerato le relazioni di

Roma con l’Egitto come materia di appunti eruditi, cui non facea

d’uopo connettere e spiegare con le vicende ed i criteri della vita

politica e della politica estera romana, sì che tutte le alleanze, i

ravvicinamenti, le ostilità, in una parola le relazioni diplomatiche

dei due stati, appariscono nelle monografie degli storici surriferiti

come campate in aria, sprovviste e di ragione e di scopo, applicabili

a questo e a quel periodo, senza che luce o emendamento alcuno esse

possano dare o ricevere da quella concezione della politica estera

dei Romani e da quei giudizi sulla medesima, che ogni storico, prima

d’intraprenderne, come questo è il caso, lo studio di uno dei fenomeni,

deve compiutamente possedere[5].

Ovviare a tale difetto, esibendo il presente studio come l’esame

di una delle manifestazioni della politica estera dei Romani, anzi

della vita romana in genere, delle cui leggi e vicende essa risenta

scrupolosamente gli effetti, aiutare gli storici allo scoprimento di

queste cause, di questi effetti, delle orientazioni, varie a seconda

i tempi, di codesta politica istessa, correggere i non pochi errori,

e fondamentali, sulla medesima, tale è lo scopo precipuo del presente

lavoro. La rettificazione di non pochi dati di fatto, lo svolgimento

di relazioni o completamente taciute, o per lo meno trascurate dagli

storici precedenti, nei quali, neanche dal punto di vista della

compiutezza, si nota un graduale e sempre ascendente progresso, la

rinnovata trattazione con conclusioni opposte o diverse di questioni

già altrimenti risolte, tutto ciò l’accorto lettore, senza che io vi

abbia volta per volta accennato, avrà senza dubbio agio di notare nel

corso del mio lavoro; ma è bene avvertire che non è questo lo scopo,

a cui ho deliberatamente mirato, sibbene l’altro ben più largo, cui il

mio temperamento intellettuale mi trascinava, di offrire cioè un saggio

sulla politica estera dei Romani.

Su pochi argomenti di storia gravano infatti giudizi così superficiali,

anzi convenzionali, come sulla storia romana, specie sulle vicende

estere della medesima.

La leggenda più rosea, l’entusiasmo più ingenuo le ha avvolte e

irradiate della sua luce più benevola, sì che, quasi senza eccezione,

gli occhi degli storici più indipendenti ne sono rimasti abbacinati, ed

i giudizi più concordi sul culto della grandezza patria, sulla lealtà

politica romana, sui benefici effetti della conquista etc. etc. hanno

corso e ricorso le carte di qualsiasi loro trattazione[6].

Io credo venuta l’ora di esercitare su tante opinioni, tutte egualmente

erronee, la critica più indipendente per arrivare a convincersi che fra

i motivi delle vittoriose guerre estere dei Romani, quello del culto

della patria non c’entra nè poco nè punto, che la loro lealtà politica

può insegnare qualcosa ai Luigi XIº e ai Ferdinando il Cattolico, che

l’incivilimento universale (frase molto elastica) o poteva avvenire

senza i benefici effetti della conquista o fu arrestato dalla loro

opera di depredamento, rispetto alle province, e dal loro protezionismo

economico-politico rispetto agli stati liberi, senza contare che la

loro mostruosa potenza coloniale riescì causa prima ed unica della

dissoluzione interna della società, che l’avea perpetrato, delle

lagrime e delle sofferenze della sua grande maggioranza, che, con un

lavorio infernale di raffinato egoismo, fu, per secoli, attraverso

l’ignoranza, la corruzione, la miseria, immolata alla sfarzosa

agiatezza delle classi dominanti[7].

Di qualcuna di codeste rettifiche si occupa il presente lavoro.

Di altre forse, e in maniera più sistematica, si occuperanno altri

posteriori. Quello che però adesso io desidero si è che il lettore

spassionato mi giudichi sovrattutto da ciò, a cui in ispecial modo ho

mirato[8].

Due altri avvertimenti occorre premettere innanzi che io chiuda

questa prefazione, ed ambedue sono piuttosto delle scuse che degli

avvertimenti.

Il presente volume, composto in tempi ed in residenze disparate,

offre talora gli stessi libri citati in edizioni diverse. Ciò non sarà

corretto dal punto di vista della simmetria, ma, posso assicurarlo,

non nuoce minimamente alla chiarezza, dappoichè ho, volta per volta,

specificato i vari mutamenti. Così, se talora — invero molto raramente

— non ho potuto citare a piè pagina tutta la bibliografia di qualche

argomento o non ho potuto servirmi dell’ultima e più recente edizione

di qualche testo, stia pur tranquillo il lettore, ciò non nuoce alla

precisione scientifica, giacchè ho sempre curato la cognizione dei

libri fondamentali, e le recentissime edizioni — quando non mi è stato

possibile averle — ho sempre surrogato con le ottime. Quello, di cui

la coscienza mi rassicura, si è che nelle condizioni di vita, in cui ho

redatto il presente lavoro, pochi mi avrebbero pareggiato in tenacia e

scrupolosità.

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 3 / 118 题