Nella I. e R. Accademia delle belle Arti di Firenze.
La più parte degli uomini esalta il sole quando tutto scintillante di
raggio e fecondo di vita è sorto dall'Oriente: ignavi non avvertirono,
od obliosi dimenticarono le tinte giocondissime con le quali lo
precedeva l'aurora, come un'ancella che sparga fiori davanti ai passi
del suo re: e meno ancora pongono mente al punto prodigioso in cui la
natura apre le palpebre della notte quasi una lapide di sepolcro. E sì
ch'è cosa anche ai mortali concessa, potere forza aggiungere a forza,
mentre spetta all'Onnipotente solo accendere la vita e la luce. Ma
considerando attentamente questa nostra natura umana, mi sembra siffatto
oblio necessità, e mi rimango dall'attribuirlo alla ingratitudine. Così,
bene c'insegna Orazio, prima di Orfeo e di Omero, così avanti Agamennone
e Achille, vissero poeti egregi e capitani famosi, di cui non ci
pervenne dalla età remota neppure il nome; e così infine prima di Giotto
dipinsero uomini d'inclito ingegno andati in dimenticanza all'apparire
di lui. Pensare, come taluni fanno, che avanti Giotto dipingesse
Cimabue, e avanti Cimabue, tenebre profonde ingombrassero gli uomini,
parmi concetto vano: dalla ignoranza assoluta a Giotto, corre tratto
troppo più lungo che da Giotto a Raffaello. Colui che primo piantò il
trave maestro, adattandovi sopra travicelli cadenti, ebbe a meditare più
profondamente assai di Callimaco, che ridusse a capitello le foglie di
acanto, e il cesto e il tegolo soprapposti alla fossa della vergine
corintia. Nè le arti poterono mai rimanere spente in Italia, nè
veramente lo furono. Come nelle altre cose tutte, nelle arti gli uomini
ricordano unicamente quelli che molto bene o molto male loro
apportarono, e i secondi più presto dei primi. Corre per le bocche degli
uomini celebrato Nerone meglio assai degli Antonini, e riesce ancora a
considerarsi amarissimo come sogliansi distinguere i tempi, piuttosto
che dalle prosperevoli, dalle infelici venture; onde sovente tu intendi
favellare dell'anno della peste, della guerra e della fame; di rado, o
non mai, dell'anno dell'abbondanza, della pace e della salute. E
ritornando a favellare su l'arte, due maniere di uomini qui udimmo
andare ricordati: coloro che la incamminavano all'altezza suprema, e gli
altri che la inchinano alla decadenza; Giotto quindi e Michelangiolo,
Donatello e il Bernino; e Michelangiolo e il Bernino, dai quali lo
scadimento incomincia, quantunque ingegni maravigliosi si fossero, più
largamente si lodano di Donatello e di Giotto.
Giotto pertanto fu come il sole della pittura, e Dio volle che le
vagheggiate anime di Giotto e di Dante uscissero quasi figlie di un solo
pensiero dalle mani di lui. Dante nacque poeta, e non fu superato in
parte: Giotto sì, e in tutto. Donde la differenza? Forse perchè le
passioni, argomento principalissimo di poesia, per trapassare di tempo
non mutano, e quelle desse che si svegliarono dentro la culla del primo
uomo si addormenteranno con l'ultimo nella sua tomba. Inoltre, lo
eloquio col procedere degli anni acquista lindura, non già veemenza nè
efficacia, per le cui ultime qualità fino dal suo nascere apparisce
ammirando. La pittura poi, come quella che consiste meglio nella
imitazione degli oggetti esterni, che nella significazione del
sentimento intimo, ha bisogno di lunghe esperienze, si avvantaggia delle
quotidiane osservazioni, quella di oggi aggiunge all'altra di domani,
lasciando così un retaggio di progresso agli studiosi.
E nonostante mi parve che a mansuefare gli animi feroci, l'arte di
Giotto contribuisse più assai della poesia dell'Alighieri; nè per
pensarvi che vi abbia fatto sopra, io seppi fino a questo momento mutare
consiglio. Non è vaghezza di antitesi quella che mi persuade a giudicare
così, nè studio di contrasti; ed io propongo al lettore i miei pensieri
come programmi di sperimenti da farsi, piuttosto che come dogmi da
rispettare. Ora a me sembra che il poeta commuova potentemente per via
delle passioni, le quali, comecchè a lui proprie, pure riflettono nella
massima parte per necessità quelle dei suoi contemporanei. In Dante
l'odio soverchia troppo l'amore, e Geri del Bello minaccia sdegnoso il
divino poeta, perchè tarda la vendetta della sua strage. In Dante l'ira
rugge, la benevolenza argomenta; — il suo fiele corrode, la benignità
ragiona. — I pittori ai tempi di Giotto si esercitavano poco
nell'ornamento degli edifizi privati; se togli i palazzi degli Estensi e
degli Scaligeri, o qualche altra rara eccezione, questo egregio artista
adoperò l'arte sua principalmente per chiese e per cappelle. Così in
certo modo imposero il giogo a Giotto, ed egli lo portò a guisa di
corona, siccome agl'ingegni rari suole sempre avvenire. Compenetrandosi
del concetto religioso, egli ricevuto dall'alto lo spirito del disegno,
come gli Apostoli nel giorno della Pentecoste quello delle lingue,
imprende mediante l'organo della vista a rendere miti i cuori.
Argomento sopra ogni altro potentissimo a conseguire un tanto scopo,
appariva la donna, — anello tra il cielo e la terra nelle società
vergini, — anello tra la terra e l'inferno nelle società corrotte.
L'uomo percuoteva la femmina col cupido sguardo della fiera: era
mestieri nobilitare lo spirito con la forma, fare la bellezza divina, e
persuadere la devozione con le sembianze della Donna. Altissima materia
all'arduo scopo la Madre di Cristo; e l'arte in Giotto corrispose al
pensiero: cessarono i rigidi contorni e i truci sguardi; non più
squallidi volti, non più tristi sembianze, e pallori sinistri: ecco
dalla faccia traluce un affetto dolcissimo, l'iride piove sopra coteste
tele copia di colori giocondi, e non pertanto modesti; l'anima palpita
sotto la impressione della pittura.
E qui la pittura dimostrò potenza molto maggiore della poesia, dacchè in
versi male possiamo significare la bellezza. Dove il poeta s'ingegni
farlo con argomenti fisici, la descrizione suona sempre vaga, spesso
volgare; se per via di astrazione, e allora riesce ancora più
incomprensibile. Dante descrive la bellezza di Beatrice con un paragone:
La sua bellezza mi pareva un riso
Dell'Universo....
il quale, per quanto ne apparisca sublime, pure alla mente non
rappresenta immagine; e Giotto, Masaccio, e Raffaello improntano con il
disegno e i colori il volto della Madonna nell'anima nostra, assai
meglio di quello che ai poeti non sia per avventura concesso. Ai giorni
nostri vedemmo il Sansimonismo affaticarsi verso simile intento; ma
remosso il principio religioso, la teoria del filosofo rimase parola
morta e non senza scandalo. Mercè la Madre di Cristo, la donna diventò
oggetto di devozione, e _nel muovere dei suoi occhi onesti e tardi
poterono vedere la via che conduce al Cielo_. Io non mi stendo a
svolgere il concetto, quantunque questi cenni mi appaiano pochi ed
oscuri. Altri vi mediti sopra.
La pittura sopra tutte le arti sorelle valse a diffondere il
Cristianesimo, ed è ragione; imperciocchè consideraste voi mai, come
conviene, con quali tipi ella si manifesti? — Per le donne: — una donna
che unisce la floridezza della vergine alla dignità della madre, e
sorride col figlio in braccio di cui è genitrice e ancella, sua
reverenza e suo orgoglio, e da cui ricava potenza a consolare gli
afflitti, e comparire sul mondo come una stella mattutina ed arca
dell'alleanza. — Pei fanciulli: — un mansueto che allontana da se i
discepoli perchè i parvoli gli si possano accostare: _sinite parvulos
venire ad me_. — Per gli uomini: — un innocente che stette mansueto
davanti giudici iniqui, non riprendendoli con parole acerbe, nè vantando
superbamente la innocenza e sapienza sua, come in Senofonte leggiamo che
Socrate costumasse; — un innocente che dall'alto del patibolo con le
labbra amareggiate dalla infame bevanda di aceto e di fiele, e dalle
aperte ferite versò sopra gli uomini benedizioni, sangue e perdono. —
Una madre che con l'anima trafitta dalla spada del dolore comprime
tremendamente il cuore perchè adesso non le si spezzi d'angoscia; — più
tardi, fra un'ora, fra pochi momenti potrà rompersi; morto insomma il
figliuolo; — ora ha da vivere, inebriato di affanno, ma ha da vivere
onde gli occhi del caro agonizzante si confortino nella vista del
prodigioso amore che si chiama di madre; — un amico che nessuno altro
retaggio dall'amico moribondo desidera, tranne quello di martirio e di
amore. — Veramente io mi tenni sempre lontano dalla sterilità
dell'ateismo, come dalle febbri della superstizione; ma Cristo, Maria e
Giovanni parmi avere a durare sacra e pietosa ricordanza nel mondo,
finchè vi s'incontreranno due occhi per piangere e un cuore per sentire.
Il quadretto è uno dei ventisei dipinti dal Giotto nell'armadio della
Sagrestia di Santa Croce. Rappresenta l'_Adorazione dei Re Magi_. Quivi
il medesimo magistero, il disegno, l'affetto e i colori medesimi di
quelli adoperati nell'altro quadretto della _Nascita di Gesù Cristo_ da
me illustrato. — Gli Artisti vedano e imparino; non però imitando a modo
di gregge servile, ma ricavandone forza di sguardo a contemplare la
Natura. L'arte si chiama nipote di Dio,
Si che Vostr'arte a Dio quasi è nepote,
_Inf._ II. v. 105.
però che imiti la Natura. Ove l'arte imiti l'arte, sempre più si
allontana dalla sua parentela celeste. — Oggi alcuni artisti s'ingegnano
ricondurre l'arte ai suoi principii, e copiano Giotto, e in ciò
affermano consistere il purismo. A parere mio fanno mala prova. Chi va
dietro agli altri, suoleva dire Michelangiolo, non passa mai avanti di
loro. Il sole della pittura sorse con Giotto, giunse al meridiano con
Raffaello; ma la Natura somministra sempre ali poderose e nuove per
salire in alto a chiunque si faccia ad amarla con religioso
intendimento.