DELLA INTRODUZIONE DEI MERINI IN TOSCANA.

Il pellegrino ariete, che tutti

Abbandonando della patria terra

I ritrosi costumi, a miglior culto

Si arrese obbediente, e nuovo assunse

Abito e tempra, e di Merino ha nome.

ARICI.

Se, come i più dei filosofi concedono, la condizione pastorale

costituisce il secondo periodo che l'uomo percorre onde ridursi a vivere

vita civile, antichissimo è certo il commercio della Lana. Numa, per

sentenza di Plinio, o piuttosto Servio, secondo quello che ne lasciava

scritto Macrobio, faceva imprimere su le monete la immagine di bove o di

pecora, o di qualche altro domestico animale, per promuovere la cura del

bestiame, di cui parte principalissima compongono le pecore: e il denaro

appunto presso i Romani fu chiamato _pecunia_, perchè portava impressa

l'effigie di alcuni tra i rammentati quadrupedi, che si comprendevano

sotto il vocabolo generale di _pecus_, come narra Varrone. Le donne

latine dai tempi ultimi del regno, dove tanto furono severi i costumi,

fino ai primi dell'impero, in che tanto apparvero corrotti, intesero

allo studio della lana. Ci riferisce la storia come il figlio di

Tarquinio rinvenisse Lucrezia occupata a' distribuire il compito della

lana alle ancelle, e come Augusto imperatore non cingesse mai altre

vesti che le tessute dalle mani di Livia sua moglie. I Censori, che

furono magistrati preposti ai costumi, ebbero eziandio l'incumbenza di

badare alla cultura delle pecore; e ciò non già perchè i Romani,

considerando molti tra gli uomini in nulla differenziare dal bestiame,

tranne nel numero dei piedi, li riputassero degni di custode comune, —

ma perchè meglio si vigilasse questo ramo di pubblica economia.

Instituirono premii, i quali narra la storia che si chiamassero _ovini_,

pe' padri di famiglia che vi poneano pensiero, e ammende pe' trascurati.

L'Italia nostra produceva in cotesta epoca lane siffatte che non

cedevano alle affricane, nè alle asiatiche, e spesso occorrono versi in

Virgilio che celebrano le lane pugliesi e le tarantine, come le migliori

del mondo. I Barbari, che tutto (meno il cielo) distrussero tra noi,

rovinarono anche questo ramo d'industria umana, e l'Italiano avvilito,

non che pensasse a migliorare il suo stato, trovò brevi i giorni della

vita — per piangere.

Imperando Claudio, Marco Columella, zio di quel tanto celebrato

Columella che scrisse libri intorno le faccende rurali, introdusse primo

nelle vicinanze di Cadice la pecora affricana, e la congiunse col

montone spagnuolo. Tornarono invano le diligenze di quest'ottimo

cittadino, imperciocchè simili imprese, dove non sieno protette da

liberali Governi, o poco sussistono, o lentamente si allargano. I Mori,

che parte della Spagna conquistarono, la industria della lana non

neglessero affatto, ma il principio vero di questo commercio, che poi

salì a tanta altezza presso gli Spagnuoli, vuolsi attribuire a Don Pedro

IV. — I maligni che studiano del continuo un pretesto per essere ingrati

ai benefattori dell'umanità, lasciarono detto, non essere derivato da

animo benigno quanto operava Don Pedro, sibbene dalla necessità di

affezionarsi i Castigliani, onde contro i fratelli bastardi di Eleonora

loro madre lo difendessero. Noi però che lasciamo a Dio quello ch'è di

Dio, la conoscenza del cuore, — e ci restringiamo a lodare gli effetti

senza porre mente alla causa, collochiamo il nome di Don Pedro nello

scarso numero di quelli che onorano la nostra specie. Il cardinale

Ximenes, prevalendosi di alcune vittorie riportate dal re Ferdinando

contro i Mori, trasse dall'Affrica quantità grande di Merini, ed ampliò

nella sua patria il commercio della lana. Di lì in poi, il lanificio in

Ispagna di male in peggio precipitava; sia che dobbiamo incolparne la

vicenda consueta delle cose del mondo, o piuttosto l'accidia degli

Spagnuoli, fuori di modo accresciuta dalle piastre che annualmente

mandava loro Acapulco; nè in oggi sapremmo riportare in quale condizione

vi si trovi, perchè nulla c'invita a ricercare le cose di quella

infelice contrada. Buone e belle pecore, da tempi che non conservano

memoria, ebbero certo gl'Inglesi; ma come quelli che per essere divisi

dall'Europa assai lentamente progredirono nella civiltà, per molti

secoli si ridussero a mangiarne le carni, ed a vestirne le pelli. I

Fiamminghi li ammaestravano nella tosatura, e cotesti isolani, in meno

che non fa mezzo secolo, di 10,000,000 di sterlini le finanze loro

avvantaggiarono, Giovanni Kemp instruiva primo i suoi concittadini nel

lanificio, ed Eduardo IV, per promuovere le patrie manifatture, proibì

la introduzione dei panni stranieri. I successivi sovrani, intenti

sempre alla maggiore prosperità del lanificio, vietarono l'estrazione

delle lane. Giuliano e Lorenzo dei Medici è fama che da Enrico VII

ottenessero estrarne quante loro ne abbisognassero, e i Veneziani 600

sacca soltanto. Enrico VIII, dai nostri storici tanto a cagione del suo

scisma vituperato, richiese Carlo V di 3000 merini, e questi che cercava

ogni via per farselo amico nella contesa contro Francesco I, di leggieri

lo soddisfece. Ottenute le 3000 pecore, Enrico due per parrocchia con un

montone distribuiva, alla custodia del principal possidente della

contrada le commetteva, e così i fondamenti del regno glorioso di

Elisabetta apprestava. Questa regina ogni privilegio dei Fiorentini e

dei Veneziani soppresse, e l'estrazione della lana con la confisca dei

beni e il taglio della mano, per la prima volta, difese; per la seconda

con la pena di morte.

Venendo ora a parlare della patria nostra, troviamo scritto come gli

Umiliati, Ordine utile di Frati, introducessero o perfezionassero il

lanificio in Firenze. In breve que' sottili cervelli dei Fiorentini,

superati i maestri, tanti miglioramenti seppero rinvenire, che furono i

panni loro a tutti gli altri preposti; nè potendo co' propri soddisfare

alle infinite richieste, presero ad incettarli greggi in Inghilterra, in

Olanda, in Ispagna ec. ec., e poi _cardandoli_ — cioè cavando fuori il

pelo col cardo, — _cimandoli_ — recidendo il pelo soverchio con forbici,

e tingendoli, li facevano comparire maravigliosi. La tintura in ispecie

occupava ogni loro diligenza, ed ognuno, per quanto leggermente versato

nella storia del suo paese, conosce come dovessero i tintori _sodare_,

ossivero prestare all'Arte della Lana malleveria per 300 fiorini d'oro;

come ufficiali detti delle _magagne_ giudicassero della bontà delle

tinte; finalmente come ogni giuoco, meno quello degli scacchi, fosse

nelle botteghe appartenenti all'Arte della Lana proibito. Immensi tesori

derivarono ai Fiorentini da siffatto commercio, dei quali perchè abbia

idea il lettore, riferirò uno squarcio delle _Storie fiorentine_ di

Benedetto Varchi, che dice così:[54] «E perchè niuno non si maravigli

come ciò sia possibile, che il Comune di Firenze con meno di 25,000

fiorini di entrata il mese abbia fatte e sostenute tante e tali guerre

contra tanti e tali principi e repubbliche, sappia che l'entrate

straordinarie, cioè i balzelli e gli accatti posti a cittadini così

sopportanti, come non sopportanti, sono state sempre, si può dire, molto

maggiori che l'ordinarie; e che questo sia vero, racconta meser

Cristofano Landini, uomo dotto ed eloquente, ed a cui deve non poco la

fiorentina repubblica, nel principio del suo comento sopra la grande

opera di Dante, che dal 1377 infino all'anno 1406 si spesero soltanto

nelle guerre 115 centinaia di migliaia, per usare le sue proprie parole,

cioè 11,000,000 e 500,000 fiorini d'oro; e perchè ogni 100 fiorini

pesano una libbra giusta, 1,000 fiorini sono 10 libbre; dunque 40,000

fiorini fanno una soma di mulo, la quale pesi 400 libbre; onde saranno

fra tutti 287 some di fiorini, e ne avanzano 20,000 che sono una mezza

soma; e perchè 200,000 fiorini fanno una carrata di 2000 libbre,

moltiplicano in tutto 57 carrate e mezzo appunto; e tanti ne spesero in

meno di 50 anni in 4 guerre i Fiorentini.[55] Racconta il soprannominato

Cristofano, che 77 case di Firenze (e racconta quali) pagarono di

straordinari dall'anno 1430 infino al 1453, 4,875,000 fiorini, che sono

in detto tempo più che 100 some d'oro, che fanno meglio che 20 carrate;

ed io trovo che lo stato popolare dal 27 al 30 cavò di straordinari in 3

anni 1,419,500 fiorini d'oro. Nè sarà alcuno il quale prenda ammirazione

onde tante e così gran somme di danaro si cavassero, solo che sappia che

oltre l'Arte della Seta, secondo membro di Firenze, ed oltre le altre

industrie, l'Arte della Lana sola, lavora ogni anno da 20 a 23,000 pezze

di panni, come si può vedere a' libri dell'Arte dove dette pezze si

marchiano giornalmente tutte quante.» —

Esposta adesso sommariamente la storia del lanificio in Firenze, ci si

presentano due quesiti da sciogliere: 1º Per quali cause cessasse in

Toscana; — 2º Se si potesse, e come, ridurlo in parte alla primiera

prosperità.

Agevole cosa è rispondere al primo. Fidenti troppo i Fiorentini nel

mistero della propria manifattura, trascurarono i mezzi di raccogliere

in patria la materia greggia. Svelato il segreto, per le leggi di

Elisabetta proibito cavar lane dall'Inghilterra, ebbe il lanificio in

Toscana terribile scossa; cadde poi in completa rovina, quando gli

Spagnuoli e gli Olandesi, rifiutando le lane allo straniero, giunsero a

saperle lavorare perfettamente quanto altri.

Riguardo al secondo quesito, affermiamo potersi ravvivare con

l'introduzione del Merino nelle nostre campagne.

Il Merino, _ovis hispanica_, ha comune la patria col Merino inglese:

ambidue sono figli dell'Affrica. Non sia grave al lettore leggerne la

descrizione che fa di questo animale l'Arici nella sua _Pastorizia_:

Guarda che un misto di selvaggio ancora

Dell'inospite suolo, onde a noi venne,

Ti palesa Merin! se non che il grave

Contegnoso andamento, e l'alterezza,

Dell'ispanica terra esser ti dice

Abitatore. Or chi n'acquista, al vello

Badi, agli atti, alle forme, onde non erri

Nella scelta il giudicio, e di non vera

Ignobil razza adempia indi l'ovile.

Tra le iberiche madri alto si estolle

Il maschio, e nell'andar libero e pronto

Par che ad arte misuri e studii il passo.

Scuro e vivace ha l'occhio, oltre misura

Largo il capo e compresso, irte le orecchie,

E giù ravvolte a spira ambe le corna:

Denso ha il ciuffo elevato, e sime nari,

Grossa cervice, e breve il collo e largo;

Tra i rilevati muscoli si spande

Lanoso il petto, in molto adipe avvolto,

Tonda è la groppa, e molle si riposa

Sovra l'anca piegata agile e piena.

La coltura di questa razza di pecore nobili, ove fu promossa con

intelligenza e in proporzione del terreno, partecipò nuovo impulso alla

rurale economia. Afferma Lorenzo Pignotti non essere gran fatto acconcia

la Toscana nostra a questa coltura, perchè piena di colline, dove

l'olio, il vino, il grano e le biade sono ottimamente coltivate; non

offre pascoli necessari per nudrire il bestiame, e perchè le nostre

migliori pecore producono 3 4 libbre di lana ordinaria, mentre le

spagnuole e le inglesi producono 8 o 9 libbre di lana eccellente.[56] La

seconda di queste ragioni vien meno con la introduzione del Merino; la

prima, comecchè in parte non vera, diverrà in breve falsa pei

miglioramenti delle Maremme. Che se la coltura del Merino tanto è

prosperata in Sassonia dove con travaglio e dispendio infiniti si

conserva questo prodotto di regioni meridionali, quanto meglio potrebbe

riuscire in Toscana, dove quasi sempre tepido è l'aere, e i giorni

sereni! Qui poco è bisogno di stalle, e dì e notte può vagare il

bestiame a suo bell'agio pei prati. Edgardo re, dopo tre anni di caccia

ostinata, narrasi che estirpasse i lupi dalla Inghilterra: qui, sia

benignità di clima, che favorevole ad ogni cosa gentile torni infesto

alle dannose, o che altro, questi feroci animali di rado o mai si fanno

vedere. Affermano i geografi lo Xenil e il Douro, riviere della Spagna,

capaci di guarire alcune malattie a cui vanno sottoposte le pecore, la

qual cosa non ardisco approvare, e negare nemmeno, ma anche le nostre

pianure sono liete di _lavacri, che dai suoi gioghi a noi versa

Appennino_, e qui puranche si bevono _chiare, fresche e dolci acque_.

Sono le coste propizie agli armenti, però che i vapori salini di cui si

impregnano l'aria e le piante producono nei visceri degli animali un

acido salutifero, e le Maremme, come ognun sa, per bene 50 miglia si

sprolungano lungo la riva del mare. Nè in Maremma soltanto occorrono

luoghi acconci alla coltura del Merino. Le parti montuose della Toscana,

dove crescono gli alberi destinati alla costruzione, offrono eccellente

pascolo alla coltura delle pecore, buona è la terra magra ed asciutta;

l'umida e bassa buonissima, come quella che può fornire fieni onde

nudrirli nei pochi giorni che non possono pascolare pe' prati. Lieve

sarebbe tra noi la spesa di fabbricare una stalla per ricovrarle nel

tempo in che punge rigido il vento, o in quello affannoso della

canicola, dacchè abbastanza ci provvide il cielo di conveniente legname.

La maggiore spesa consisterebbe nella compra di un gregge: ma a tanto

può giungere il guadagno che deriva dalla vendita della lana e degli

agnelli, che noi non dubitiamo punto ad accertare che in 4 o 5 anni

sarebbe ricuperato il capitale. —

Ed ecco quanto ci è parso bene favellare intorno questo soggetto. Sieno

le nostre parole di eccitamento altrui a più profonde meditazioni, sieno

eccitamento a tentare. Sentenza degl'infingardi, che amano gittare lo

sconforto nell'anima dei generosi, si è quella che l'esperienza tentata

e non riuscita, abbia a menare seco il ridicolo. Se la natura non fosse

stata mai interrogata, mai avrebbe risposto. Lo studio di osservare

manifesta non pure il buono ingegno, ma anche il buon cuore, imperocchè

l'uomo accidioso sia uomo maligno. Rammentino i popoli che sono gli

artefici della propria prosperità, e che Dio, secondo il bel pensiero di

un moderno scrittore, ha detto all'uomo: «Debole opera delle mie mani,

io non ti sono in nulla obbligato. Abbi in dono la vita: tu troverai il

mondo, nel quale ti pongo, ingombro di beni e di mali: tua sia la cura

per distinguerli, tuo il pensiero di schivare le spine, e incamminarti

pel sentiero dei fiori. Sii l'arbitro della tua ventura: in te commetto

i tuoi successivi destini.»

Vedete alla pagina seguente la Tavola fondata su L'esperienza del come

possano moltiplicarsi i greggi, salvo inaspettati avvenimenti.

Pensieri, Discorsi, Illustrazioni · 第 31 / 48 题