DELLE SEPOLTURE DI SANTO IACOPO.

Il grido

Che dal tumulo a noi manda Natura.

I SEPOLCRI.

Chiunque non tiene per disagiata una via che la troppa frequenza di

uomini e di animali rende un po' sozza; chiunque può sostenere un

alquanto lungo cammino, lasci Livorno uscendo dalla porta Colonnella, e

s'indirizzi lunga la costa meridionale del mare. Bello afferma taluno

l'aspetto del cielo e delle acque sereno quando una brezza lieve lieve

le spiana, e vi produce un moto, che il poeta in sua mente paragona al

brivido della donna innamorata; — dico in sua mente, però che la scienza

delle relazioni sia cosa segreta, e l'orbo può giurare non esservi luce,

— almeno per lui. Bello dice tale altro il mare in iscompiglio, e le

nuvole imperversanti, lo scoppio del fulmine, e il grido disperato del

naufrago sublime! — Gli uomini chiamano l'ente che si compiace di

aspetti siffatti o scellerato o stolto, ed egli loro: — e la ragione a

cui? I più hanno forza su i meno, — e questa forza sarà _ultima ratio

rerum_, finchè non la sotterrino coll'ultimo dei viventi. Gli dieno

pertanto la caccia, e lo distruggano, ma non lo insultino: — non fu già

per lui grave insulto la vita? Non gli pongano memoria, perchè

desiderava la fossa, come lo esiliato la patria, ma non esecrino il

luogo dove posa la testa. Rammentati, o uomo, che non conviene alla

terra maledire la terra! — Chi poi, per natura inchinato a melanconia,

desidera le dolenti sensazioni, si faccia lungo la riva nell'_ora che

volge il desìo ai naviganti_, e vedrà il sole spoglio della superbia dei

raggi accostarsi al mare come un grande oppressore alla morte. Se però

circoscritto è il corso del sole, tutte le vite mortali lo compongono.

Chi è che lo vide nascere? Qual è colui che potrà vantarsi di vederlo

morire? Cade nel mare come finse la favola che Anteo cadesse sopra la

terra; quivi deriva il vigore per apparire alla dimane glorioso di

potenza e di luce. A noi una volta caduti insulta il verme comune:

ognuno di noi porta la sentenza di morte su la fronte, il carnefice nel

seno. Scoperchiate le fosse, e guardiamo cosa rimanga di coloro che

piansero e fecero piangere. — La morte non ha ministri, nè consiglieri,

nè governatori di Provincie: indistinti le offriamo tutti un trono di

putrefazione. Forse il cervello di colui che lasciava altissima fama tra

i suoi confratelli di polvere non seppe nudrire che un tossico amaro,

mentre il cervello di chi visse e moriva negletto, alimentò la rosa che

si mostra sopra i capelli della vergine, — quasi in satira di sua fugace

bellezza. — E pure con questo v'ha tale che sdegna toccare la mano del

compagno, dove la sua non sia riparata da guanto; e tale altro saluta

ora col cappello levato, ora con un tenue curvare della persona, ed ora

finalmente con un semplice addio. — Tutti gli scrittori su l'arte

drammatica, lo Schlegel inclusive, non hanno saputo peranche definire se

questo mondo sia una tragedia bernesca, ossivvero una farsa lagrimevole;

— che però valga a far piangere e ridere, io che scrivo, e voi tutti che

mi leggete, senza eccezione nessuna, possiamo prestarne giurata

testimonianza.

E fin qui per parentesi. Adesso ritornando al soggetto, vedrà il sole

vermiglio accostarsi al tramonto (direbbe un secentista) — rosso per la

vergogna di ritirarsi davanti la tenebra sua nemica, — e lungo la riva i

vetri di alcune case lontane riverberarne il raggio, e parere tutte in

fiamma: a mano a mano digrada il colore, e si alza, e si restringe su le

croci dei campanili, o su l'estreme banderuole delle case, come la vita

al cuore, e quivi vien meno. In quel punto udrà la squilla _che piange

il giorno che spira_, udrà il canto del marinaro che saluta la luna

sorgente dai monti opposti della valle Benedetta, e dell'artefice che

cessa dall'opere per riposarsi e tornare alle fatiche domani, finchè non

giunga il riposo dal quale nol desteranno il bisogno di nudrire la vita,

nè gli stridi della famiglia desolata. — Giunto che sia il passeggiero

davanti la chiesa di Santo Iacopo in Acquaviva, declini a diritta, e

percorra fino al termine il braccio che si addentra nel mare; qui posi,

e contempli la vasta pianura. — Il peso della umanità fia che gli gravi

più leggiero su l'anima. In questo luogo vissero santi Anacoreti, che se

le sorti mortali avessero potuto migliorare con la preghiera, le

avrebbero certamente migliorate; qui insolentirono Conti, Marchesi, ed

altri fieri Baroni che ci vennero dalle isole.[51] Quali sono le vicende

che la storia racconta di coteste creature? La storia è muta della loro

fama, com'è ignoto il sepolcro che ne rinchiude le ceneri: solo una fama

lontana ci referisce che il vescovo Sant'Agostino su questi lidi al

mistero della Trinità meditasse, e che il Redentore in forma di

fanciullo qui gli apparisse.[52] Ora se il passeggiero ricalcando le

orme già impresse ritorni al mio Livorno, vedrà le prossime colline

festose di vigne e di oliveti; un po' più lungi altri monti non tanto

cari alla natura, ma pur verdi; finalmente in fondo alla scena le Alpi

genovesi, quasi sempre coperte di neve; e questi oggetti considerando

paragonerà i più vicini colli alla giovanezza baldanzosa di liete

speranze, e i medii alle cure sterili della virilità, gli estremi poi

alla deserta decrepitezza. Nondimeno di là da quelle Alpi crescono altri

olivi, altri aranci diffondono soavi profumi, altri uomini alzano inni

di grazie al Creatore; Genova si specchia per entro il mare tirreno, le

ossa di Andrea Doria _fremono amore di patria_. — Di là dalla

decrepitezza chi è che sappia dirmi cosa rimane?

Sponde fortunate, v'amai quanto si può amare cosa terrena; spesso mi

compiacqui affidare su questi abissi di acque il mio corpo, e fui vago

di quello che altri chiama pericolo, ed io saluto di morte. Qui rinvenni

conforto allo stanco pensiero, qui meditai su le colpe della schiatta

che parla. — Or donde avviene che non vedete più il vostro quotidiano

visitatore? Saremmo noi forse mutati? — No, siamo gli stessi; ma io

seppi sagrificare un piacere per odiare meno i miei simili.

Correva nelle mie patrie campagne antico un costume, che le fanciulline

del vicinato accompagnassero alla fossa i pargoletti defunti, i quali

noi chiamiamo _angioli_; e finchè durava nella sua primitiva purezza io

non so quale altro instituto al mondo si sarebbe potuto immaginare più

commovente o più tenero. Vedevi coteste bambinelle vestite di una veste

bianca, immagine della loro innocenza, procedere pensose su l'ente

arcano e terribile _che non può essere veduto, ma deve essere sofferto,

che non ha forma, ma deve sformare tutte le creature della terra_,[53] e

portare chi la bara, chi i lembi del tappeto rosso: sorreggeva questa

l'origliere su cui il morto capo si riposava, stringeva quella il

crocifisso di argento, e sovente lo baciava; altre finalmente con le

fanciullesche lingue tentavano ripetere le preci del sacerdote, e non vi

riuscivano, e in chiunque le udiva muovevano il riso, — se non che con

tanta compunzione pregavano, con tanto proposito di fare opera

meritoria, che in fondo a quel riso sgorgavano le lacrime, e ti sentivi

suscitare in mente un desiderio immenso di baciarle tutte, di farle

tutte felici. I padri più facoltosi ponevano alla memoria di que' cari

una tavoletta di marmo; ed io ne osservai una nel Camposanto di Santo

Iacopo che rappresenta in basso rilievo una mano che, scarna, armata di

falce, sbuca da un mucchio di scogli e sta per recidere una rosa. Sotto

il basso rilievo si legge che la lapide copre una vergine colta da

immaturo destino. Per quanto ne abbia mossa domanda, non mi è venuto

fatto conoscere a cui la bella immagine appartenga. Chiunque ella si

fosse, giuro che era un'anima bennata.

Il bel costume, di tanto oggi apparisce pervertito, ch'è un dolore

vederlo, una vergogna raccontarlo. Certa caterva di donne accompagna le

povere creature al sepolcro, immemori dell'affanno amarissimo della

madre che pur testè contemplavano nell'abbandonare la carne della sua

carne, impassibili alle tracce del pianto che bagnano tuttavia le guance

del defunto, _con la testa levata, percotendo del piè la terra_ come le

figlie di Sion, camminano senza por mente alle sacre preghiere, e si

proverbiano con tali parole che io non le voglio dire. Di ritorno

dall'ufficio solenne le udii prorompere in turpi canzoni, ed una volta

le vidi mescersi tra la folla di una vicina taverna, e con la bara, col

tappeto, il Cristo in mano... tripudiare in tresche, non so s'io debba

dirmi o più nefande o più empie. A prezzo, è vero, accompagnarono le

_Prefiche_ antiche i defunti alla tomba; ma almeno fingevano il pianto:

— chi mai vorrebbe comprare un oltraggio ai suoi morti? — Certo giorno,

preso da vaghezza di seguitare una di queste _associazioni_, vidi

deporre su la terra la bara, e mentre il sacerdote recitava la orazione

per benedire il cadavere, venire le proterve a contesa pe' fiori che lo

circondavano. Interrotte il buon sacerdote le preci, paternamente le

ammoniva, badassero alla carità del prossimo, al timore di Dio. Non per

ciò si rimanevano punto; chè anzi di lì a poco rompendo in lite

manifesta, si gittavano sul petto del trapassato, e strappandone il

mazzo dei fiori se lo toglievano poi con iscambievoli percosse

inferocite di mano. Il sacerdote mutò di sembiante, e stette come

avvilito da così profonda infamia: — io mi fuggii maledicendo.

Nè mai per tempo mi verrà meno la memoria di quel grido che mi lacerò

l'anima in simile occasione; — volsi la testa, e vidi una vecchia

zoppicando affrettarsi dalla estremità del campo, e far cenno con la

mano che sospendessero di comporre il corpo nella sepoltura: — mezza la

testa lo copriva uno straccio di seta nera, e quindi scaturivano certi

capelli irti da accomodarne una Furia: aveva la fisonomia truce, lo

sguardo lustro e maligno. Giunse affannosa, si precipitò sul cadavere, e

con una furia di rabbia si dette a tagliargli la veste, gli sfiorò anche

le carni, ed io ne vidi gocciare alcune stille di morto sangue. —

Domandava alla donna che mi stava vicina: — «A che quell'atto?» Mi

rispondeva senza punto turbarsi: «Eh! non è nulla, signore; Io fa perchè

il becchino non gli rubi il camice...» — Dio eterno!!!

In questo Camposanto riposa Antonio Benci, scrittore forbitissimo della

patria favella. Nacque in Livorno, e per quanto gli concesse lo ingegno,

che sortì pronto e vivace, onorò la patria sua con opere assai fregiate.

Il Benci avrebbe provveduto molto meglio alla sua fama, se invece di

ostinarsi dietro alla composizione di commedie e di romanzi ed altre

cosiffatte opere d'immaginativa, per le quali mi parve sempre poco per

natura disposto, avesse atteso a dettare scritti di morale, di storia e

di critica, in cui fu reputato eccellente.

Questa sua ostinazione, come a lui, nocque a moltissimi, e troppo spesso

ci tolse opere egregie. Una volta eravamo doviziosi d'ingegno, e con

dolore sempre, ma con danno non grave di questo nostro paese, vedevamo

sprecarlo. Ora poi cominciamo a patirne penuria, e ragion vuole che

attendiamo a farne risparmio. La vita dissipata, la vertigine dei casi,

il desiderio soverchio di provvedere ai beni terreni, il poco rimerito

di fama, o qualunque altra causa più vera, ci hanno dissuaso

dall'educare nel povero tetto un alloro con lungo studio, il quale

ornava a un punto le tempie dell'uomo e della patria. Come colui che ha

poco lume, a noi bisogna ripararlo col cavo della mano onde venti

maligni non ce lo spengano e rimanghiamo desolati da tenebre insolite.

Giova pertanto non logorarci in vani conati; poniamo diligente cura a

conoscere noi stessi, dacchè insieme col difetto di volontà noi ci

accorgiamo essere questi i vermi che rodono la gloria delle lettere

italiane.

Ma per tornare al Benci, la sua morte accadde inosservata, mancarono

pompe, e memorie; non gli mancarono affetti, perchè egli seppe amare, ma

furono di pochi amici che non fuggono mai il capezzale dell'uomo

dabbene. Or come avvenne questo? E sì ch'egli ebbe pratiche molte, che

io mi guarderò bene profanare col nome di amicizie; ma per sua somma

sventura ei l'ebbe principalmente tra i professori di umanità, tra i

rigattieri di filantropia, e simile geldra d'ipocriti vecchi e nuovi,

che putono un miglio lontano di mozzicone di _lumen christii_ e di pappe

di asili infantili. Il Benci per certe sue fantasie si allontanava dal

mondo, e il mondo, siccome avviene, lo dimenticava; allora i professori

di amore del prossimo, considerando che nell'onorario avrebbero rimesso

le spese delle lacrime e del moccolo, non se ne dettero per intesi, e lo

lasciarono cadere nel regno delle ombre senza sonetti, e senza

necrologie co' Genii in fondo, i quali con una mano tengono la face

rivolta a terra, e con l'altra facendosi velo agli occhi figurano

piangere un pianto uguale a quello di coloro che ne ordinarono la

stampa. Ma via, meglio così; imperciocchè mi paia meno tristo andare

sconsolato di pianto, che sentirsi schernito col pianto bugiardo. — Egli

scomparve quieto e indistinto, come una gocciola di pioggia nel mare. —

Povero Benci!

Difficilmente io per me penso che sia dato all'uomo morire in modo più

tranquillo, ed anche più lieto, di quello col quale moriva il Benci; e

questa sua pacatezza in parte mosse da costanza; ma in parte ancora (e

mi è pur forza dirlo) da una cotale condizione del suo spirito che lo

conduceva, io non saprei ben dire, se a raziocinare con rigore di logica

sopra principii falsi, o a raziocinare stortamente con principii veri; —

non sempre però, nè spesso, ma, per sua disgrazia, nei casi più solenni

della vita.

Pochi giorni (credo due) prima ch'ei ci lasciasse, io andai a visitarlo.

I medici lo avevano fatto spacciato, ed anche a me pareva che per questa

volta avessero dello bene pur troppo, imperciocchè al male consueto di

per se letalissimo, erasi aggiunto non so quale ascesso di umori nel

capo. Tampoco vedeva lume, e l'affanno che lo travagliava grandissimo

alzava con frequenza coperte e lenzuola: nonostante mi riconobbe alla

voce, e subito vispo e lieto mi fece festa, come se non fosse stato mai

infermo; mi stese la mano, e quantunque apparisse giallastra come cera

vieta, serpeggiata da vene sporgenti colore di piombo e violetta verso

la radice delle unghie — io gliela strinsi di cuore.... Però il madore

freddo che n'emanava mi corse su doloroso pei nervi del braccio fino al

gomito; — nelle viscere penetrò con prestezza elettrica: — era sudore di

morte.

«Ti vedo volentieri» — cominciò egli con voce alta dominando l'affanno e

lo spasimo — «prima di andarmene: perchè adesso me ne vado davvero, e tu

non puoi immaginarti con quanto inestimabile gusto.»

Ed io, stringendogli un tal poco la mano, con suono più dolce che poteva

ripresi: — «Ma come, Tonino mio, ci hai gusto lasciando vedova la moglie

e orfano il fanciullo? Tu ora non pensavi a questo, Tonino mio?»

«Anzi io ci pensavo _ahora y siempre_, oh poverini! E appunto perchè ci

pensavo, io mi persuado morire opportunamente. Morire opportunamente!

Francesco dopo la disgrazia che l'uomo ebbe di nascere, questo è il

beneficio più grande che sortisse dai cieli. Mia moglie non ha bisogno

di me, ed io troppo più che non conviene ho bisogno di lei: ella è

capacissima a governare la casa, massaia ottima, adattata ad

amministrare il patrimonio, ed io nulla. La età mia che sopravanza di

molto la sua, e la infermità, e la indole strana sempre, adesso poi

stranissima, mi hanno reso un vero _impedimentum_, come Giulio Cesare

diceva dei carriaggi. La pazienza di questa donna a sopportarmi è stata

angelica, ma alla fine pazienza non è contentezza di spirito. Il bimbo,

o mi perda adesso o mi conosca quando inoltrato negli anni io non potrò

educarlo e soccorrerlo, parmi tornare il medesimo; — al che aggiungi il

guadagno di non affliggersi per difetto di conoscenza. — E poi,»

soggiunse in aria di mistero «io sono innamorato....»

Ed io, piegando verso lui l'orecchio per sospetto di avere frainteso,

interrogava: «Tu sei...?»

«Innamorato — del più veemente amore che io mi provassi nella vita, —

per la mia fossa. Un mese fa io me ne andai al Camposanto di Santo

Iacopo e me la ordinai da me stesso.... — Oh come ella è riuscita

bellina! precisa nei lati e negli angoli, sicchè mi tornerà attillata

alla vita come un vestito da sposo. Per questa volta mi sono mostrato

incontentabile; perchè, capisci bene, Francesco, non si può dire al

becchino come al sarto: — portala via, e fammene un'altra; — questa

veste deve durarti un pezzo, fino a quando? — Fino al giorno del

giudizio. Prima di mettermi a letto, per non levarmi più, Dio mi

concesse di rivederla: la terra scavata a canto a lei formava un

arginello tutto coperto di una erbetta verde ch'era un incanto a

vederla. Oh bellina la mia fossa! Oh come me ne innamorai cento e più

doppii! Come vi riposerò io bene dentro, e come io farò onorevole figura

tutto fasciato di verde! — Una cosa sola m'incresce, e se la morte,

cortese creditrice, mi concedesse un mese di grazia a pagarle la

cambiale che trasse sopra la mia vita, e che io accettai cinquantotto o

sessanta anni sono, mi accomoderebbe assai....»

Commosso profondamente, m'ingegnai insinuare in lui la speranza che mi

mancava, e con un filo di voce che mi usciva a stento dalla gola

stretta, gli dissi: «Ella sarà cortese, e ti prorogherà il pagamento

anche a molti anni.»

«Basta un mese per finire il mio romanzo côrso. Io lo composi con amore,

vi meditai lungamente sopra, fu il consolatore delle mie notti

d'insonnia, il compagno del mio esilio, ma di giorno in giorno io

differiva a scriverlo, ed ora la morte mi sta sopra e il tempo si fa

corto. Adesso io lo dètto notte e giorno, e quella mia povera moglie

scrive a distesa; — mi pare correre un palio con la morte, ma la morte

vincerà.... vincerà di certo. Onde tu, Francesco, amico mio, fa senno, e

giovati delle mie estreme parole: non rimettere mai a domani quello che

tu puoi fare oggi. Il pigro si volta ora da un canto ora dall'altro,

come l'uscio sopra gli arpioni, finchè la morte arriva a dargli la

spinta e a chiuderlo, a cagione della saracinesca che si apre per di

fuori del tempo da chi ha in mano la chiave dell'eternità. Vorrei

stampassero il mio romanzo e le commedie: — il rimanente delle opere mie

non ne vale la pena....»

Qui gli mancarono a un punto la conoscenza e la voce: muoveva le labbra,

ma non articolava le parole. Io svincolai la mia dalla sua mano, nè lo

rividi più. Seppi poi che morì contento come un Santo, non pure per la

persuasione di andarsene nella dimora dei giusti, quanto, e molto più,

per la contentezza di riposare nella sua fossa bellina!...

Di niente altro al termine del suo terreno viaggio egli ebbe cura,

tranne delle sue commedie e del suo romanzo: e questo non fu stampato

mai, e quelle non si rappresentano più. All'opposto si ristampano

meritamente la sua bella traduzione della _Guerra dei Trent'Anni_ di

Schiller, e le sue scritture filologiche, critiche, storiche e morali.

Ebbe natali illustri e larghezza di censo. La Fortuna con lo scemargli

il secondo, offuscava alquanto lo splendore dei primi; ma poichè in lui

furono copiosamente ingegno e virtù da bastargli sole per qualsivoglia

stirpe o retaggio, e', finchè visse, fece onorato tesoro di amore di

patria vero e di affetti pei congiunti e per gli amici. Così come fu

dolce essergli amico in vita, torna cara e gradita la sua memoria, dopo

la sua morte, a noi che lo riverimmo e lo amammo.

Pensieri, Discorsi, Illustrazioni · 第 29 / 48 题