III.

_Sommario:_ Continuazione dei fatti del 1860. — Tentativo di Cavour

per promuovere un pronunziamento militare a Napoli. — Garibaldi

entra in Napoli. — Le truppe regie entrano nell’Umbria e nelle

Marche. — Il conte Pasolini Governatore di Milano. — I ricevimenti

e le feste alla Prefettura. — L’ufficio di _Questura_ affidato

provvisoriamente dal Governo ai principali Municipi. — L’ufficio di

Questura nel Municipio di Milano. — Suo ordinamento provvisorio.

— Un agente della Polizia imperiale francese. — Ordinamento

regolare delle Questure. — Il cav. Setti, primo questore. — Il

Farini nominato luogotenente a Napoli. — Mio fratello Emilio

lo accompagna. — La salute di Farini va declinando. — I grandi

avvenimenti che si succedono sul finire del 1860. — Un detto di

Alessandro Manzoni. — Proclamazione del Regno d’Italia, con Roma

capitale. — Il riconoscimento della Francia, dopo la morte di

Cavour.

Torniamo agli avvenimenti del 1860: ce n’erano dei nuovi ogni giorno,

con nuove trepidazioni, e nuove gioie. Mentre s’era tutti in un

indicibile orgasmo per le notizie di Garibaldi e della Sicilia, i

battaglioni della Guardia Nazionale si scambiavano di città in città

visite, per festeggiare la luna di miele della fraternità. Ne partirono

anche da Milano, tutti s’intende in assetto di guerra, più o meno. Tra

questi ne partì uno anche da Milano per Bologna, per ragioni militari,

e di pubblica sicurezza che in quei giorni vi reclamavano misure

speciali. In tutto questo affratellarsi, quanti ricevimenti, quanti

banchetti, quanti discorsi!

Ma intanto, succedevano altrove rapidamente fatti serî e decisivi. Con

un incarico confidenziale di Cavour, Giuseppe Finzi e mio fratello

Emilio erano partiti per Napoli, ove da alcuni giorni era arrivato

Persano con un legno da guerra. Cavour aveva avuto da prima la

speranza che Napoli, dopo gli avvenimenti di Sicilia, si sollevasse;

poi aveva desiderato che almeno l’esercito napoletano facesse un

_pronunziamento_; con ciò l’effetto in Europa sarebbe stato più

grande, e l’esercito napoletano avrebbe potuto rimanere compatto;

Cavour pensava associarlo alle altre forze italiane, per mandarle

tutte assieme ai confini, dove l’Austria era accampata in attitudine

minacciosa. Così anche l’esercito napoletano sarebbe diventato subito

una forza nazionale.

I tentativi di Cavour, aiutati da illustri napoletani, e da molti suoi

amici od emissarî, andarono falliti. Il regno si sfasciò rapidamente,

e Garibaldi l’11 settembre, pressochè da solo, entrò in Napoli tra un

indicibile entusiasmo popolare che lo acclamava liberatore.

Dopo l’entrata di Garibaldi in Napoli, Cavour, con una coraggiosa

ispirazione politica, ruppe le tergiversazioni diplomatiche, e

deliberò l’entrata delle truppe regie nelle Marche e nell’Umbria,

riprendendo l’iniziativa e la direzione della rivoluzione italiana.

La deliberazione fu presa sulla fine del mese di agosto, e Cavour

considerando le difficoltà che avrebbe potuto incontrare poi nei

Gabinetti d’Europa, pensò di prevenire l’amico segreto, Napoleone.

Approfittandosi d’una visita alla Savoia, che in quei giorni faceva

l’Imperatore, mandò a complimentarlo da Torino il Farini e il generale

Cialdini, coll’incarico di comunicargli la presa risoluzione. Napoleone

mostrò loro tutte le difficoltà, i suoi impegni colla diplomazia, e gli

sdegni che tal fatto avrebbe provocati. Alle dimostrazioni insistenti

degli inviati di Cavour Napoleone rispose alla fine colla celebre

parola: _faites vite_. Le truppe, come è noto, condotte dal Fanti

entrarono a Perugia; il Cialdini batteva Lamoricière a Castelfidardo, e

fu espugnata Ancona.

Nell’ottobre fu mandato a Milano un nuovo Governatore. Per certi screzî

politici con Cavour, il d’Azeglio si dimise, e fu nominato al suo posto

il conte Giuseppe Pasolini di Ravenna, patriotta colto e liberale, uno

dei principali personaggi delle Romagne. Nel 1848 aveva fatto parte

del primo ministero liberale di Pio IX col Minghetti e col Mamiani. A

Milano rimase poco più d’un anno e mezzo, fino all’aprile del 1862.

Il Pasolini e il Beretta ressero Milano, in momenti non facili, con

mano sicura, imprimendo nelle classi dirigenti, che hanno bisogno

talora d’essere dirette anch’esse, energia ed unità di pensiero. Nel

pubblico c’era quella inesperienza di chi è appena uscito da un governo

assoluto e straniero, e si trova lanciato d’improvviso in un governo

nazionale, e nella libertà. I successi meravigliosi di Garibaldi,

dovuti alla natura eccezionale del capitano, e ad eventi affatto

straordinarî, di quelli che non si ripetono una seconda volta, avevano

in moltissimi offuscato il senso della possibilità delle cose, e tolto

ogni freno alla fantasia. Intanto gli austriaci erano ancora padroni

del Veneto, e accampati sul Mincio.

L’azione dei Governatori doveva interpretare il pensiero di Cavour,

l’_audacia_ e la _prudenza_; doveva far apprezzare i nuovi ordinamenti,

e abituare alle cose nuove, che suscitano malcontenti anche quando si

muta il peggio col meglio.

Comandante in Milano del corpo d’armata era il generale Lamarmora

circondato da tutto l’antico prestigio, e da una grande popolarità.

Pasolini soleva dire: «Quella bella faccia di soldato, sulla quale

tutti possono leggere la lealtà, la fermezza, il valore, inspira la

tranquillità come se qui ci fosse un esercito; abbiamo gli austriaci

minacciosi a pochi passi, ma tutti si sentono sicuri, e sono

tranquilli.»

Il Pasolini e il Beretta diedero alle pubbliche amministrazioni una

nuova vita, e vi portarono riforme sollecite e sagge, governando con

larghezza e genialità di pensiero. Nelle loro case ospitali accorreva

quanto c’era di meglio nella cittadinanza milanese; e così Governo e

Municipio, vivevano giornalmente la vita del paese. Il conte Pasolini

era non solo un uomo politico e un amministratore di vaglia, ma

rappresentava il governo signorilmente, e colla cordialità e collo

spirito dava una indimenticabile attrattiva ai suoi ricevimenti e alle

sue feste. Tra le quali devo ricordare, in queste note di cronaca, un

ballo in costume, che rammentò alle nonne il ballo famoso del conte

Batyani, di trent’anni prima.

Ne’ suoi ricevimenti il conte Pasolini aveva pure la fortuna d’essere

coadiuvato da sua moglie, la contessa Antonietta Bassi, milanese, che

per la bontà dell’animo e la squisita gentilezza delle maniere era

amatissima da per tutto e da tutti; talchè, quando Ricasoli nel 1862

mutò i governatori in prefetti, la contessa Pasolini in Milano fu

soprannominata la _Perfetta_.

Quale assessore del Municipio avevo occasioni frequenti di trovarmi col

Pasolini, e potei apprezzarne le belle e non comuni qualità. Durante

alcuni mesi specialmente, nella seconda metà del 1860, un incarico poco

grato, ma che per desiderio del Sindaco mi dovetti assumere, mi misi

col Pasolini in rapporti quasi giornalieri.

Le vecchie _Polizie_ austriache, coll’entrata delle truppe alleate nel

59, erano scomparse; non ci rimanevano che qualche impiegato secondario

e i carabinieri, da poco venuti. Le nuove _Questure_ non erano state

ancora ordinate, e il Governo aveva dato l’incarico ad alcuni tra

i principali Municipi di esercitare provvisoriamente gli uffizî di

Polizia, come nel Belgio.

Cavour, nella sua mente larga, liberale, aveva poca fede nell’efficacia

delle Polizie, e come tutti i liberali del suo tempo ricordandone gli

abusi politici, le aveva in sospetto, e non le vedeva di buon occhio.

In quei giorni, a un Governatore che gli domandava un maggior numero di

funzionarî per la sua questura, rispose: «Ci crede lei nella Polizia?

Quando l’ordine è turbato si ricordi che nelle sue caserme ci sono dei

buoni soldati.»

Il Sindaco di Milano, d’accordo col Governatore, per disimpegnare gli

uffizî della Polizia aveva destinato un capo divisione municipale,

certo Francesco Crippa, che già sovraintendeva alla sorveglianza urbana

dei servizi pubblici. Il Crippa era un antico burocratico, di molto

ingegno e di molta astuzia, sagace conoscitore anche degli infimi ceti

della città. Il Sindaco mise l’uffizio del Crippa alla dipendenza d’un

assessore, delegando a me questo incarico.

L’ufficio era di solito ingrato e disgustoso; ma qualche volta, lo

confesso, riusciva anche divertente. S’erano improvvisati degli agenti,

e richiamati alcuni abili funzionari della vecchia Polizia, tra i

non compromessi. Tutta questa gente mandava ogni giorno un mucchio di

relazioni e di denunzie, su quanto aveva veduto e sentito in città. A

voler essere curiosi c’era da passar bene il tempo.

Ma c’erano anche i fatti misteriosi e raccapriccianti che mi facevan

correre dal Governatore, a confabulare con lui e col colonnello dei

carabinieri. C’eran poi, tra le cose abbiette, le delazioni anonime, le

vendette, le spie. Gli affari di carattere politico venivano mandati

direttamente al Governatore, che talora li trasmetteva al Ministero

dell’interno.

Ciò che disgustava maggiormente era lo spionaggio, e la ressa dei

delatori. Nè ci voleva meno di tutta l’astuzia del segretario Crippa

per distinguere gli spioni veri dagli spioni falsi. In ogni complotto

di molti, o di pochi, la spia vera o falsa c’è sempre, ed è in ciò che

_brillano_ gli studî e i fasti delle Polizie.

I Municipii, dopo pochi mesi, furono sgravati di quel penoso incarico,

ed entrarono in vigore le nuove Questure. Il primo questore mandatoci

a Milano fu il cav. Setti, un antico repubblicano genovese, funzionario

abilissimo. Nel prendere la consegna del suo ufficio mi disse un motto,

che era evidentemente il suo assioma: _Questura vuol dir denari; molti

denari, buona Questura; pochi denari, Questura inutile_.

Prima che arrivasse il cav. Setti mi capitò un triste personaggio,

con una lettera di calda raccomandazione d’una persona stimabilissima,

deputato subalpino, che salì poi ad alti onori.

La lettera mi esortava a fidarmi completamente della persona che

me l’avrebbe presentata, nota a molti patriotti per importanti

servizi resi in passato alla nostra causa. Accolsi meglio che potei,

naturalmente, il mio personaggio, e dopo parecchi giorni, e parecchie

visite, si entrò in una certa confidenza. Mi fece vedere parecchie

lettere di patriotti italiani, ed alcune dell’antico Comitato di

Londra; lettere autentiche, cioè, di Kossuth, di Ledru-Rollin e

di Mazzini. Mi parlò de’ suoi viaggi secreti fatti in Francia, in

Ungheria, in Italia, per portare le istruzioni del Comitato, e per

riordinare le file rivoluzionarie soprattutto in Italia. E concludeva

che da qualche tempo aveva rinunziato alla vita randagia e piena di

pericoli, lieto che l’Italia nuova gli offrisse finalmente un porto

sicuro.

Ma il porto desiderato era un impiego nel Municipio di Milano; e

siccome l’impiego lì per lì non c’era, così io lo esortava ad aspettare

qualche concorso. Il personaggio intanto diventava impaziente; e un

giorno, nel passare in rassegna gli impieghi, dissi quasi sbadatamente,

che il Governo stava in quei giorni ordinando gli uffici delle nuove

Questure. Credetti che la pigliasse male, ma con mia gran sorpresa,

la pigliò abbastanza bene, e dopo una qualche esitazione, mi disse che

aveva della pratica in simili uffici; poi dopo parecchi giorni, a poco

a poco mi confessò ch’era stato allo stipendio per diversi anni della

Prefettura di Polizia di Parigi... e, alle corte, capii ch’era stato

uno degli agenti secreti di Pietri, il capo della Polizia Imperiale...

Povero Comitato di Londra! Le prove datemi erano pur troppo

convincenti, e rimasi esterrefatto e senza parole. A quanti episodî,

a quanti ricordi degli anni passati, non corse il mio pensiero in quel

momento! Gli risposi che il Municipio non si occupava dell’ordinamento

della Questura, e che si rivolgesse al Governatore. Più tardi seppi

ch’era partito per Napoli, e non ne ebbi più notizie.

Quanti non accorrevano in quei giorni a Napoli, a cercarvi fortuna,

e ad accrescere un disordine che consumò Luogotenenti e Governatori!

Tra questi ci fu il Farini. Alla metà di novembre del 1860 era stato

nominato luogotenente delle Provincie, e aveva chiamato con sè mio

fratello Emilio. La Luogotenenza del Farini non fu lunga; nell’eccesso

del lavoro la forte vigoria della mente affievoliva, e cominciò in lui

quella lunga e progressiva paralisi che lo spense.

Gli avvenimenti di Napoli erano, in quello scorcio del 60, l’argomento

di tutti i discorsi, di tutte le preoccupazioni e talora delle ansietà

di tutti. L’entrata dell’esercito regio nelle Provincie meridionali, i

garibaldini e gli attriti che si temevano, la questione dei plebisciti,

la lotta dei partiti, l’urto tra Cavour e Garibaldi, l’assedio di

Gaeta, le complicazioni diplomatiche erano avvenimenti che eccitavano

gli animi, animavano le conversazioni ed esaltavano i partiti politici.

Dietro le questioni grandi veniva poi la miriade delle piccole, che

affannavano anch’esse tutto quel pubblico, che nelle cose grandi

vede appunto di preferenza le piccole, e che si lascia accecare dai

pulviscoli, quando si leva la bufera.

Una sera in casa di Alessandro Manzoni si parlava appunto di cose

piccole, di cui in quei giorni menavano scalpore giornalisti, uomini

politici e politicanti malcontenti. Alla critica, specialmente

nelle cose pubbliche, la materia non manca mai: leggi inopportune,

regolamenti mal fatti, pedanterie burocratiche, e quelle mille

molestie della vita pubblica che rendono noioso, e talora difficile,

anche l’essere un semplice cittadino: guaio che fu subito grande

nell’amministrazione italiana.

Di questi guai, e di queste noie, se ne passavano in rassegna, quella

sera, parecchie. Il Manzoni ascoltava e taceva: poi, a guisa di

conclusione, prese a dire: «Tra qualche anno, e forse tra pochi mesi,

di tutti questi piccoli guai, che ora ci preoccupano tanto, chi si

ricorderà? D’una cosa sola ci ricorderemo tutti, e per sempre: ci

ricorderemo che in questi due anni s’è fatta l’Italia!»

Pochi mesi dopo avvenivano la resa di Gaeta, e la partenza dell’ex re

di Napoli. Il Parlamento faceva la proclamazione del Regno d’Italia con

Roma capitale: sebbene le provincie venete non fossero ancora unite

all’Italia, l’Italia ormai nella coscienza del mondo era fatta; e le

potenze, che per secoli l’avevano reietta, ora stavano per accoglierla

nel loro grembo, e per un Fato arcano ve la conduceva la morte stessa

di chi n’era stato il grande artefice, Cavour.

Primo a riconoscere il nuovo Regno fu il vecchio amico di Magenta,

Napoleone, che con delicato pensiero si ricordò di noi, riconoscendo il

nuovo Regno nel giorno in cui esso piangeva la sua sventura nazionale.

E ora giunti qui, alla proclamazione del Regno d’Italia, alla mèta

faticosa e fortunata della grande idea che fu la fede appassionata

d’una generazione, metterò fine a questi ricordi. Ho voluto riudire

ancora nell’anima l’eco di giorni, di speranze, di entusiasmi febbrili,

che l’età non ha ancora spenti in noi vecchi di quel tempo.

Queste pagine sono per voi, nipoti miei. Nelle carte di vostro padre

troverete un giorno documenti di maggior valore, ma forse non vi

saranno discare anche le pagine modeste dello zio, che vorrebbero

rispecchiarvi alcuni ricordi dei suoi tempi. Questa non è una storia,

ve lo ripeto, è una _Cronaca_ di cose vedute o sapute da me; è una

cronaca, oltre che dei fatti, delle impressioni e delle opinioni

che correvano nei tempi in cui quei fatti si svolgevano. Molte delle

opinioni e dei giudizi d’allora saranno forse corretti dal tempo, ma

riferendoli quali erano nella comune opinione, la quale reggeva alla

sua volta e determinava i fatti, sono anch’essi documenti di cui la

storia un giorno dovrà pure tener conto.

Possano questi sentimenti, e questi fatti, testimoniarvi parimenti

la fede che animava i giovani d’allora; e se i tempi nuovi saranno

fiacchi, o immemori del passato, conservate negli animi vostri tanto

più salda l’antica divisa: _Tutto per la Patria, e la Patria al di

sopra di tutto_.

Ricordi di gioventù · 第 102 / 105 题