II.

_Sommario:_ Forestieri a Milano. — Faccio la conoscenza di

Alessandro Manzoni. — La sua famiglia e i frequentatori soliti

della sua conversazione serale. — Le sue abitudini, i suoi

discorsi. — L’abate Ceroli e il prof. Luigi Rossari. — Don Pedro

imperatore del Brasile. — Omaggi pubblici a Manzoni.

Dopo la spedizione dei _mille_, ci fu, com’è noto, quel succedersi

d’avvenimenti nelle provincie meridionali, dai quali uscì l’unità

d’Italia. Alle generazioni future la storia parlerà di quei fatti

memorabili, snebbiando leggende già formate, e coi documenti ne

darà una visione più completa di quella che ne ebbero gli stessi

contemporanei.

I prodigiosi avvenimenti che succedevano in Italia, vi facevano

accorrere in quei giorni uomini politici e giornalisti d’ogni paese,

che venivano a vedervi lo spettacolo d’una nazione che risorge.

Parecchi ammiravano, molti rimanevano scettici, e alcuni parevano quasi

seccati di ritrovare dei vivi, dove erano abituati a passeggiare tra le

ruine e tra i sepolcri.

Di questi forestieri ne incontravo sovente in casa della principessa

Belgiojoso, dove però non era ben accolto chi ne’ suoi discorsi

metteva innanzi de’ dubbi sul trionfo finale della nostra causa, o

moveva critiche agli atti o agli uomini nostri. Nella principessa

sopravviveva intero l’antico entusiasmo patriottico; ed ora che le

antiche aspirazioni stavano per diventare realtà, essa si ribellava

contro chi non festeggiasse il loro trionfo. Ammirava i nostri migliori

uomini politici, e soprattutto Cavour; era intollerante d’ogni critica,

che riteneva in quei momenti dannosa, e non permetteva a nessuno di

turbarle il suo ottimismo.

Ottimista anch’io, e di più senza i disinganni dell’età matura,

s’andava molto d’accordo nei nostri discorsi; sicchè in pochissimo

tempo fui tra quelli con cui la principessa amava discorrere di

politica, e che accoglieva nel modo più cortese e cordiale.

Quando riceveva, nel suo salotto le portavano un _narghilé_, e fumava

non so che cosa, che non era tabacco. Si metteva di solito a un

tavolino, e ricamava facendo conversazione. Qualche volta scriveva

tenendo una cartella sulle ginocchia; scriveva, in mezzo alle

chiacchiere e alle discussioni, opuscoli od articoli per giornali e

riviste, specialmente per la _Revue des deux mondes_; il più delle

volte scriveva in francese, dicendo che le riusciva più facile.

Quand’era ammalata raramente si metteva a letto, ma si adagiava

vestita, e tra scialli, su una gran poltrona, curandosi talora da sè,

poichè aveva il ticchio della medicina; il suo medico, però da molti

anni, era il dottor Maspero, il traduttore dell’_Odissea_.

Pochi giorni prima che morisse, la vidi ancora adagiata nella poltrona.

Ero andato una mattina a domandare le sue notizie, ed essa, sentendo

che mi trovavo nel salotto, volle vedermi: mi fece cenno d’accostarmi,

e di volermi parlare; poi con un filo di voce mi chiese se quella

mattina ci fossero dei dispacci su non so quale questione politica

importante. La politica e la patria la interessarono fin nelle ultime

ore della vita. Morì pochi giorni dopo, ossia il 5 luglio del 1875.

Gli ultimi suoi amici videro con malinconia e con dolore scomparire

questa donna, che col carattere e coll’ingegno aveva illustrato il

patriottismo italiano, e coi larghi mezzi lo aveva promosso e sorretto

nelle circostanze più difficili.

Nel 1860 feci un’altra preziosa conoscenza, la più preziosa di tutte:

la contessa Maffei mi condusse da Alessandro Manzoni.

Il Manzoni riceveva la sera pochi amici, ma presto m’invitò ad essere

tra questi. Di giorno stava in uno studio a terreno, che metteva

sul giardinetto della sua casa; la sera riceveva nel salotto al

primo piano, seduto a un tavolino nell’estate, e presso il caminetto

nell’inverno, attizzando colle molle il foco continuamente, mentre

ascoltava o discorreva. Gli amici, e il maggiore de’ suoi figli,

Pietro, facevano circolo intorno a lui, mentre la nuora e le nipoti

leggiucchiavano o lavoravano d’ago o di ricamo, sedute a una tavola

ch’era nel mezzo del salotto. Le nipoti erano tre belle signorine,

di cui la maggiore, Vittoria, sposò il senatore Pietro Brambilla, e

la secondogenita, Giulia, diventò moglie del generale Costantini: la

terza si chiamava Sandra. Gli amici che Manzoni a quel tempo vedeva

più di frequente erano l’abate Natale Ceròli, il professore Luigi

Rossari, il bibliotecario di Brera Rossi, il marchese Lorenzo Litta

Modignani, Giulio Carcano, il senatore Piola, il professor Giovanni

Rizzi, il professor Fabris; G. B. Giorgini suo genero e Ruggero Bonghi,

quand’erano a Milano; il figliastro conte Stefano Stampa, e pochissimi

altri. Di giorno riceveva nello studio, cercando di limitare il numero

delle visite, talora persino con dei sotterfugi, schivo qual’era degli

omaggi, e delle conoscenze superficiali. Manzoni passeggiava ogni

giorno per un paio d’ore, e non poteva andar solo, a cagione d’una

malattia nervosa che soffriva da moltissimi anni, e che, se non era

accompagnato, gli dava la sensazione che gli mancasse il terreno sotto

i piedi, o che gli cadessero addosso le case; sensazione che non si

verificava se gli era accanto qualcuno.

Ci raccontò egli stesso che questa malattia nervosa era stata causata

dalla impressione provata quando, trovandosi a Parigi nella piazza

della Concordia, durante le feste pel matrimonio di Napoleone con

Maria Luigia, sospinto e schiacciato in mezzo alla folla, gli svenne

sua moglie tra le braccia, ed ebbe per alcuni momenti l’angoscia di

vedersela strappata e calpestata tra le terribili ondate del popolo.

Da quel giorno le vie e le piazze cominciarono a dargli le vertigini;

e più tardi una nuova commozione venne a rendergli più grave e

inguaribile quella malattia nervosa di cui aveva avuto i primi

sintomi a Parigi. Era nella bottega d’un libraio a Milano, nella via

di S. Margherita, quando gli giunse improvvisamente la notizia della

battaglia di Waterloo. Nella sua mente chiara egli intuì la perdita

della indipendenza, e l’Italia data all’Austria, forse per sempre.

Quasi svenne; si dovette ricondurlo a casa, e da quel giorno non potè

più uscirne se non accompagnato.

Per lunghi anni i fidi compagni delle sue passeggiate furono l’abate

Natale Ceròli e il professore Luigi Rossari. Il Ceròli era un degno

sacerdote, coltissimo, piacevole, e di sentimenti patriottici; il

Rossari era stato per molti anni un modesto professore di lingua

italiana in una scuola tecnica, e la modestia in lui, che aveva tanti

meriti e tanta coltura, era così grande da essere quasi un difetto,

poichè lo teneva appartato da tutti, e quasi nascosto. Ma col suo

Manzoni era legato da una amicizia ch’era un culto. Letterato di

valore, il Rossari istruì egregiamente un’intera generazione, ma non

pubblicò mai nulla. A qualcuno che gli chiese una volta perchè non

avesse mai pensato a qualche lavoro letterario, rispose: «Ebbi tra i

miei amici più cari Manzoni, Grossi, Porta, Azeglio, Giusti, Giorgini,

e vivendo in mezzo a questi _colossi_ come volete che mi passasse

per la mente di pigliar la penna?» Eppure parecchi di questi non

licenziavano mai nulla per le stampe senza aver avuto prima il parere

di Luigi Rossari.

Appena ebbi la fortuna di conoscerlo personalmente, lo pregai di

entrare nella Commissione degli studi del Municipio di Milano: accettò,

e per parecchi anni ebbe una gran parte nelle riforme e nella direzione

delle scuole municipali milanesi. Morì povero; viveva e manteneva una

sorella, colla modesta pensione di professore di scuole tecniche.

Del Manzoni, ossia di don Alessandro, come lo chiamavano tutti a

Milano, la conversazione era semplice, piacevole, piena di bontà e di

arguzia; a sentirlo parlare pareva di leggere i _Promessi Sposi_. In

famiglia, e cogli amici intimi, parlava quasi sempre milanese, come

pressochè tutti a quel tempo. La sua modestia era sincera e grande;

se discorreva con persone che non gli fossero familiari, alle volte,

leggermente balbettava. Aveva una memoria straordinaria, che conservò

fino agli ultimi anni di sua vita. A 85 anni, discorrendosi una sera

dell’Alfieri, recitò a memoria dugento versi di Virgilio e i versi

corrispondenti d’una traduzione, non molto nota, dell’Alfieri.

I suoi discorsi si aggiravano frequentemente sulla Rivoluzione

francese, di cui ricordava ogni menomo particolare, ogni attore anche

secondario, ogni scritto, con una memoria che stupiva. Più tardi

ripensai a quei discorsi, quando il Taine pubblicò la sua opera,

che tanto mi rammenta nell’erudizione e nei giudizi critici ciò che

avevo udito dal Manzoni. Egli, come si sa, meditava una storia della

Rivoluzione francese; l’aveva già forse tutta in mente, ma l’età

avanzatissima non gli permise di scriverne che il principio.

Era ben difficile che il Manzoni pronunziasse giudizî su autori

viventi, e trovava sempre una qualche scappatoia gentile per

sottrarvisi quando n’era richiesto. Peggio ancora se si trattava di

esaminare dei manoscritti, o di dare dei consigli: per massima vi si

rifiutava sempre e soleva rispondere con una formola generale, che cioè

bisognava essere _indulgenti cogli stampati e feroci coi manoscritti_.

Era molto schivo di far conoscenze nuove, e non gli piaceva ricevere

curiosi o forestieri che venissero per visitarlo, se non in casi

speciali. Un illustre forestiero che veniva a visitarlo quasi sempre

in ogni suo viaggio in Europa, era don Pedro, Imperatore del Brasile,

che una volta gli mandò anche una sua traduzione in lingua spagnola del

_Cinque Maggio_, insieme col gran cordone della Rosa ch’era la massima

onorificenza brasiliana.

Il Manzoni gli scrisse lodando la traduzione, lo ringraziò per

l’onorificenza, ma non l’accettò.

Subito dopo il 1859 don Pedro gli mandò di nuovo l’ordine della _Rosa_,

scrivendogli: «Se ho indovinata la ragione per la quale non avete prima

accettata la mia decorazione, spero che l’accetterete questa volta.»

Il Manzoni infatti accettò, e ringraziò con le espressioni della solita

sua gentilezza.

Egli durante la dominazione austriaca aveva rifiutato, per massima,

tutte le decorazioni che gli erano venute da varî governi, per avere

più facilmente il diritto di rifiutare le decorazioni del Governo

austriaco. E queste infatti le rifiutò sempre.

Pur essendo schivo di nuove conoscenze ne aveva sempre avute molte,

e conosceva quasi tutti gli uomini più illustri del suo tempo,

specialmente d’Italia. Alle moltissime lettere che riceveva, se non

eran lettere di amici, faceva di solito rispondere con qualche parola

gentile da suo figlio Pietro. Nello scrivere, incontentabile sempre,

non era infrequente che rifacesse anche le sue lettere familiari.

Dopo la morte di lui, l’abate Ceròli, incaricato di riordinarne i

manoscritti e i carteggi, mi diceva di aver trovato delle centinaia di

lettere di ignoti, uomini e donne, che ricorrevano al Manzoni, senza

conoscerlo, per domandargli consigli e conforti, come a un santo,

dicendo che i suoi scritti avevano messo nelle anime loro la fede, la

pace, la speranza.

A queste lettere commoventi facevano riscontro altre ben diverse, come

si seppe da suo figlio Pietro, che ricevette ne’ suoi ultimi anni da

parecchi intransigenti arrabbiati, che lo insultavano villanamente,

perchè era andato a Torino a votare in Senato l’ordine del giorno che

proclamava Roma capitale d’Italia.

Quando capitava qualcuna di queste lettere, i suoi intimi, se eran

presenti, se ne accorgevano subito. La scorreva con l’occhio, poi la

pigliava colle molle, e con un’espressione di disgusto la metteva

sul foco. Contrario al potere temporale dei Papi, non solo dal

punto di vista dell’italianità, ma pur da quello della più rigorosa

ortodossia cattolica, e in nome degli interessi religiosi, discorreva

frequentemente di questa grave questione, citando brani di storia

ecclesiastica, in cui pure era dottissimo. Le amarezze che gli

procuravano questi scrittori di lettere villane, o qualche libellista

anonimo, gli erano ben largamente compensate in quell’altissima stima,

ch’era una venerazione, da cui era circondato da tutti.

Nelle sue lunghe passeggiate per la città, e fuori, tutti lo

riconoscevano, o lo additavano, tutti gli facevan largo, e lo

salutavano con rispetto affettuoso.

Ne’ suoi ultimi anni, credo nel 71, una sera, contro le sue abitudini,

andò a teatro a sentire non so quale commedia, che in quei giorni era

in voga. Appena fu veduto tutti si levarono in piedi, sventolando i

fazzoletti e acclamandolo; poi lo aspettarono all’uscita e gli fecero

una calorosa dimostrazione.

Una nuova pubblica dimostrazione l’ebbe nell’estate di quell’anno.

Una sera rincasò, dopo la solita passeggiata, più tardi del solito. Lo

aspettavano nel salotto i soliti amici, ed egli cercò giustificare il

ritardo con qualche scusa trovata lì per lì.

«Non credetegli affatto — saltò su l’abate Ceròli che lo aveva

accompagnato — ve la dirò io la causa del ritardo: Eravamo nel giardino

pubblico, e don Alessandro, stava osservando certe nuove piantagioni.

Intanto alcuni lo avevano riconosciuto, e sussurravano: _Manzoni,

Manzoni_. La gente cominciò a fermarsi, poi da ogni parte fu un

accorrere di quanti erano nei giardini, e in un momento don Alessandro

si trovò in mezzo a una folla di uomini, di donne, di fanciulli. Tutti

gli volevano stringere la mano, o almeno toccargli il vestito. Alcune

donne gli chiedevano una benedizione pei loro bambini. Don Alessandro

non potè scappare; s’era ben fatto tutto rosso in viso, ma colla

solita sua buona grazia restituiva fin che poteva le strette di mano,

e accarezzava i bambini. Dopo una buona mezz’ora gli fecero largo, e

si potè finalmente avviarsi verso casa, tra due file di persone che lo

salutavano calorosamente, e gridavano _viva Manzoni_. Insomma, concluse

don Ceròli, fu un’ovazione, una vera ovazione!»

«No, no» rispose il Manzoni «lei non ha capito. Quella buona gente,

vedendo questo vecchio, che non ha più il diritto d’essere al mondo, lo

vollero festeggiare come un _invitato_.»

Si sarebbe detto che quella buona gente avessero il presentimento che

festeggiavano il loro Manzoni per l’ultima volta. Alcuni mesi dopo, il

6 gennaio 1873, il Manzoni cadde sulla gradinata della Chiesa di S.

Fedele, e battè la fronte sugli scalini: da quel giorno la sua mente

cominciò a intorbidirsi, e dopo continue alternative di lucidità e

delirî, ai quali alcune volte ho malinconicamente assistito, il 22

maggio di quell’anno moriva.

Ricordi di gioventù · 第 100 / 105 题