_Sommario:_ Milano dopo la pace di Villafranca. — Gli emigrati
veneti. — Il Comitato di soccorso per l’emigrazione veneta.
— Ricevimenti e feste a Milano. — Il conte Francesco Annoni
comandante della Guardia Nazionale. — Viene fondato il giornale _La
Perseveranza_. — Mio fratello Emilio a Modena presso il Dittatore
Farini. — Emilio mandato da Cavour a Parigi e a Londra. — Nuove
presentazioni nel salone della contessa Maffei. — Ufficiali e
soldati francesi. — Ospitali e alloggi privati pei feriti. — Il
Ministero Rattazzi e le sue leggi amministrative.
In quali condizioni differenti rivedevo Milano, dopo quattro mesi
da quando ero andato in Piemonte! Allora in Milano si sarebbe detto
che non ci fosse che un’anima sola, un pensiero solo. La concordia,
ispirata a una grande speranza, teneva tutti in una severa disciplina,
e quel ch’è più, faceva che tutti ragionassero bene: pareva proprio che
il buon senso fosse diventato il senso comune.
E ora i pochi giorni ch’eran seguiti all’annunzio della pace di
Villafranca eran bastati per scombussolar tutto; e quelli, che
cercavano di spiegare gli avvenimenti e di ragionare, quasi si
vergognavano di farsi sentire.
La gente faceva capannelli per le strade, e ogni buon bottegaio
spiegava ai vicini, sulla porta della sua bottega, la politica
delle Potenze e quella di Napoleone III: in ogni discorso faceva
capolino, s’intende, qualche trama tenebrosa, e all’occorrenza qualche
_tradimento_; i cittadini più pacifici e innocui non mancavano di
pronunziare fiere parole, e di fare propositi audaci.
Il rapido passaggio da tante illusioni a una dura realtà, inattesa e
piena di pericoli, giustificava questa volta lo sconforto e i sospetti:
ma a quel tempo la fortuna era ancora con noi, e nuovi avvenimenti
vennero presto a rialzare gli animi, e a riaprirli a più alte speranze.
Si formavano per le strade crocchi e capannelli che andavano di giorno
in giorno ingrossando, aumentati anche dagli emigrati che dalle
provincie venete riparavano in Lombardia, e soprattutto a Milano.
Questa emigrazione, che si fece presto numerosissima, si componeva
sulle prime di veri emigrati politici e di patriotti distinti; ma poi
ci si mescolò una folla di oziosi, e di gente che veniva a chieder
sussidi in Milano, vivendo poi a carico del Governo italiano e della
generosità patriottica dei cittadini.
Quei primi emigrati che giravano per le strade di Milano, fuggiti dai
loro paesi rimasti nelle mani dell’Austria, destavano in tutti una
vera commozione e così sorse il pensiero, lì per lì, di istituire un
Comitato di soccorso per l’emigrazione veneta[37].
Il Comitato mandò subito una parte degli emigrati ad arrolarsi
nell’Emilia, e un po’ pei sussidi e un po’ per gli arrolamenti, in quel
primo anno, spese oltre ducento mila lire, raccolte in Milano dalla
pubblica beneficenza patriottica. Più tardi il Comitato, per una legge
votata dal Parlamento, ebbe dal Governo un assegno annuo, oltre quanto
gli veniva continuamente dalla beneficenza privata. Dal 1859 al 1866
il Comitato erogò complessivamente per la emigrazione politica oltre un
milione.
La simpatia pei veneti, questi nostri antichi fratelli di sventura,
toccava la fibra patriottica di tutti: e non solo in Milano, ma anche
nelle città minori di Lombardia, la beneficenza, in quei giorni, si
esplicava in mille modi a favore dell’emigrazione.
In quell’autunno le mie corse a Milano furono frequentissime:
ero attirato, innanzi tutto, dalle feste e dai ricevimenti per le
Deputazioni dell’Italia centrale, che passavano per portare a Torino a
Vittorio Emanuele i voti per le annessioni. Venne prima la Deputazione
Toscana, poi quelle di Modena, di Parma e della Romagna.
Le feste furono veramente pari all’entusiasmo ch’era nel cuore di
tutti: quelle Deputazioni venivano a dirci che l’unità d’Italia, la
grande aspirazione del patriottismo nazionale, era ormai moralmente
compiuta. Il gran sogno era vicino a diventare una realtà, la meta era
in vista, e se i cuori deliravano di gioia avevano ben ragione.
Con minore entusiasmo, io e mio fratello Enrico, dovevamo fare delle
corse frequenti a Milano anche per la Guardia Nazionale, di cui eravamo
militi rassegnati. La Guardia Nazionale, allora in formazione, non
lasciava in pace nessuno. S’eran fatte delle rivoluzioni in Europa
per avere la Guardia Nazionale, poi quando si ebbe, non si sarebbe
certamente versato del sangue per conservarla. Ma intanto l’avevamo, e
pareva una gran conquista, perchè era uno dei dogmi liberali del tempo.
A Milano, veramente, l’entusiasmo per la Guardia Nazionale non durò
molto; ci furono presto i malcontenti, ai quali pareva di perder
troppo tempo nel non far nulla. Questi, s’intende, non erano i
militi graduati, che avevano le spalline da sfoggiare; e neppure gli
zappatori, che vedevano finalmente apprezzate dalle libere istituzioni
le loro belle barbe.
Era generale della Guardia Nazionale di Milano il conte Francesco
Annoni, nominato dal Governo il 16 dicembre 1859.
Il conte Annoni, d’antica famiglia patrizia milanese, era uomo
ricchissimo, benefico, di molto cuore, se non di molta testa. Da
giovane, tra le molte sue leggerezze, ci fu anche quella di entrare
volontario come ufficiale in un reggimento d’Ussari austriaci, per
amore, pare, della bella uniforme; ma quando venne il quarantotto,
piantò il servizio, e l’Austria gli mise sotto sequestro il ricco
patrimonio. Riparò a Torino, ove rimase esule fino al 1859: gli
rimanevano ancora altre ricchezze in Piemonte, delle quali fu
larghissimo verso tutta l’emigrazione, e per opere patriottiche e di
beneficenza. Diventò deputato, senatore, e in fine comandante della
Guardia Nazionale di Milano, ma per breve tempo, in causa, credo, di
dissensi col Ministero.
A Milano nell’autunno ero pure stato chiamato a diversi ritrovi, tra un
gruppo di amici che, per iniziativa di Cesare Giulini e del Correnti,
si proponevano di pubblicare un grande giornale politico, il primo che
doveva sorgere in Milano. Questi ritrovi erano tenuti di solito in casa
di Carlo d’Adda, e ci venivano Alessandro Porro, Luigi Sala, Antonio
Allievi, Giulio Carcano, l’ingegnere Guido Susani, Pacifico Valussi, il
Bonfadini ed altri che ora non rammento.
Il giornale doveva essere monarchico liberale, unitario; doveva
disporre di larghi mezzi, assicurandosi scrittori e corrispondenti
conosciuti per l’ingegno e per la rispettabilità; doveva chiamarsi la
_Perseveranza_, ch’era l’antico motto del patriottismo nazionale. Il
giornale fu fondato e uscì il 20 novembre del 1859.
Gli amici, e specialmente il Correnti, insistettero perchè anch’io
mi assumessi una parte fissa e costante nella redazione; ma per
diverse ragioni, e specialmente per una, non acconsentii: questa era
il riguardo che volevo usare personalmente a Carlo Tenca. Al Tenca
naturalmente era spiaciuto che una parte de’ suoi amici si raggruppasse
intorno a un nuovo giornale il quale avrebbe ucciso il _Crepuscolo_,
ch’egli continuava a pubblicare. Ma la cessazione del _Crepuscolo_ era
inevitabile all’affacciarsi dei tempi nuovi, e di fronte alle nuove
esigenze d’un giornale.
Il _Crepuscolo_, di piccolo formato, fatto per lettori colti, eletti,
aveva ormai compiuta la sua missione; missione di combattimento durante
i silenzi dello stato d’assedio, e nella resistenza tenace dei dieci
anni. Aveva resi grandi servigi patriottici, ma era fatale che nel
giorno del trionfo dovesse cadere, come altri eroi vittoriosi. Gli
intimi amici del Tenca, però, non potevano subito schierarsi nelle
nuove file di chi veniva a far le parti dell’erede fortunato: per ciò,
durante il breve tempo in cui il _Crepuscolo_ sopravvisse, mi tenni con
quelli che non vollero prender parte ad affrettarne la morte.
Non fu che più tardi, quando il _Crepuscolo_ cessò le sue
pubblicazioni, che acconsentii a scrivere per la _Perseveranza_ un
_Corriere_ settimanale letterario e di cronaca cittadina; _Corriere_
che durò appena un anno, poichè mi capitò presto sulle spalle un
assessorato municipale a Milano a darmi ben altre occupazioni.
In quell’autunno ricevevo di tanto in tanto delle lettere interessanti
da mio fratello Emilio, ch’era a Modena; mi scriveva dal palazzo
ducale ove risiedeva il Governo, cioè Farini col suo gabinetto, a cui
appunto apparteneva Emilio, facendovi le sue prime armi nel trattare
gli _affari esteri_. Le sue lettere eran piene di osservazioni acute
e piacevoli su quel Governo dittatoriale improvvisato, sostenuto
da un’opinione pubblica ammiratrice, ma diffidente, circondato da
entusiasmi, ma anche da timori; intanto gli sguardi erano fissi al
confine, al di là del quale stava accampato il piccolo esercito del
duca, pronto a marciare su Modena, per far valere i diritti riservati
dal trattato di Zurigo.
Quando, dopo la pace di Villafranca, furono richiamati dalle provincie
insorte i Commissari regi piemontesi, a Modena una grande dimostrazione
di popolo, un popolo di _prima categoria_, aveva acclamato dittatore
il Farini, già Commissario Regio, improvvisandolo anche cittadino
modenese. Il Farini rimase e accettò la dittatura per opporsi alla
restaurazione: Cavour allora dimissionario, a cui aveva chiesto
consiglio, gli aveva telegrafato: _il ministro è morto, l’amico vi
applaude_.
Quello stesso popolo poi, se veniva improvvisamente qualche cattiva
notizia, si affollava sotto i balconi del dittatore per rafforzare
colla volontà pubblica il Governo: e il Governo, che non cercava
di meglio, si piegava al voler del paese. Uno dei capi di queste
dimostrazioni buon patriotta e amico del Farini, era Paolo Ferrari, a
cui i suoi primi successi letterari e teatrali avevano già procurato
fama e popolarità.
Le condizioni politiche tra le quali si trovava il Farini erano
oltremodo difficili: le sole forze militari che aveva consistevano in
un battaglione di volontari in formazione, non tutto armato, chiamato
i _Cacciatori della Magra_, poi le squadre degli emigrati. Il duca
di Modena avrebbe potuto cogliere l’occasione favorevole, e col suo
esercito piccolo, ma bene ordinato, che aveva condotto seco nel campo
austriaco, passare il confine e piombare su Modena. Ma probabilmente
l’attitudine risoluta di Farini lo trattenne. Solo qualche tempo dopo,
quando le truppe toscane lasciarono i loro accampamenti sotto Mantova
per rientrare in Toscana, il Ricasoli le fece rimanere a Modena,
ch’era il punto più minacciato. Ma intanto l’occasione pel duca era
passata. Il Farini con l’abilità del suo Governo, con la forza del
carattere, superò ostacoli, pericoli, e trionfò: egli teneva in freno
gli esaltati, i paurosi e i malfidi; rincorava i patriotti, e spingeva
tutti sulla via d’una audacia saggia e disciplinata. Si può ben dire
che il Ricasoli e il Farini allora decisero, nell’Italia centrale, le
sorti dell’unità d’Italia.
Emilio nel settembre fece una scappata a Tirano, e così ci trovammo
riuniti, per qualche giorno almeno, intorno alla nostra buona
mamma, ch’era sempre agitata e perplessa tra l’entusiasmo pei grandi
avvenimenti che si succedevano, e le ansie per la vita randagia de’
suoi figli. Emilio approfittava intanto del suo breve riposo anche per
andare a caccia sui nostri alti monti, poichè fu sempre un cacciatore
appassionato. Io non lo seguivo, perchè con Nembrod ebbi sempre dei
rapporti freddi.
Contro i nostri calcoli e le nostre speranze, la dimora di quei giorni
a Tirano fu breve: Emilio dovette ritornare presto a Modena, e poco
dopo ritornammo noi pure a Milano.
Sul finire di quell’autunno la società milanese si affrettava a
ritornare in città, e a riaprire i propri salotti. C’era in tutti il
desiderio d’avviare un’invernata lieta, festosa, che rispondesse al
giubilo patriottico, e al bisogno di sollevare gli animi depressi per
tanti anni; tanto più che la brusca fermata della pace di Villafranca
principiava a lasciar adito a nuove speranze e a una nuova fiducia. Un
pessimista forse avrebbe potuto fare delle considerazioni meno liete.
E infatti al Mincio stava accampato l’esercito austriaco, mentre gli
italiani si preparavano a rompere il trattato di Zurigo; i principi
spodestati tramavano il ritorno nei loro Stati; Garibaldi aveva
lasciato il comando delle truppe dell’Italia centrale, additando nuove
imprese; tutta l’Europa seccata di noi ci dava sulla voce, e Napoleone
taceva.
Eppure, chi dubitava? Chi non teneva già in mano la vittoria
definitiva? C’era bisogno di credere, si voleva vivere nella certezza,
si voleva il giubilo sereno della vittoria.
Si pensi quale nuova onda di entusiasmi fosse entrata nel salotto
della contessa Maffei: ogni giorno vi comparivano nuovi presentati, e
le conversazioni vi si facevano sempre più animate, e quasi affolate.
Vi si vedevano molti vecchi emigrati allora rientrati in Italia, e
molti emigrati nuovi che venivano dalle provincie venete; parecchi
forestieri, molti ufficiali francesi; e i soliti adoratori del sole
nascente.
Fu sullo scorcio di quell’anno che vi conobbi la principessa Cristina
Belgiojoso Trivulzio, di cui avevo tanto sentito parlare in passato,
in casa mia, e tra gli amici. Essa ci venne qualche sera; le fui
presentato, fu con me gentilissima, e mi invitò a casa sua, di cui
divenni presto un frequentatore assiduo.
Quando la principessa Belgiojoso entrava in un salotto tutti gli occhi
si rivolgevano su lei. Era alta della persona, ma portava il capo un
po’ inclinato sul petto a cagione di una ferita che aveva ricevuta alla
nuca, mentre era in Oriente, da un assassino il quale aveva tentato
di ucciderla con un colpo di coltello. Aveva allora cinquant’anni; i
tratti dell’antica bellezza erano scomparsi dinanzi a una vecchiaia
precoce; ma gli occhi, grandissimi, conservavano tutta la loro antica
espressione.
A rendere più numerose e più gaie le feste, le festicciole e le
conversazioni nelle famiglie, contribuivano non poco i nostri nuovi
ospiti, gli ufficiali piemontesi e francesi. Questi ultimi erano in
maggior numero, anche perchè le nostre truppe erano scaglionate verso
il Mincio, e nell’Italia centrale; mentre a Milano c’era ancora una
forte guarnigione francese, col maresciallo Vaillant, che ne aveva il
comando in capo.
I francesi avevano avuto a Milano e in tutta la Lombardia, quella
calorosa accoglienza ch’era loro ben dovuta. Nelle fantasie popolari
era rimasta, fin dai tempi napoleonici, l’idea fatidica che i francesi
erano i predestinati a scacciare gli austriaci: si aveva quindi
una gran fede in essi e in Napoleone III. In ogni famiglia, d’ogni
classe sociale, era ancor viva la memoria del padre o del nonno che
aveva fatte le ultime campagne napoleoniche, nella _grande armata_,
o nell’esercito italico di Beauharnais. Erano stati sessantamila gli
italiani che Napoleone aveva condotti in Russia, e n’erano ritornati
ventimila, ma per questi Napoleone non aveva cessato d’essere un Dio,
adorato e invocato ancora dopo oltre quarant’anni.
I fantaccini francesi, e soprattutto gli zuavi, avevano presto fatta
amicizia con i popolani milanesi, anch’essi allegri, millantatori, e
poco amanti della disciplina. I soldati del mezzogiorno della Francia
avevano nei loro dialetti molti vocaboli, che somigliavano ai vocaboli
dei dialetti piemontesi e lombardi, sicchè l’intendersi non era
difficile e l’amicizia era più presto fatta.
Le autorità militari e le comunali avevano provveduto, subito dopo la
battaglia di Magenta, a impiantar ospedali pei numerosi feriti che le
ambulanze trasportavano a Milano. C’erano ospedali, antichi o nuovi,
pei feriti italiani, pei francesi, per gli austriaci, tutti diretti e
amministrati con larghezza e con amore. Moltissimi feriti erano stati
nei primi giorni raccolti nelle case private, presso le famiglie dei
cittadini; anzi ve ne furono raccolti troppi, sicchè le direzioni
mediche militari provvidero poi a far trasportare negli ospedali quei
feriti, pei quali erano meno opportuni gli alloggi privati.
Nelle famiglie signorili i feriti francesi ci rimasero più a lungo,
circondati da cure premurose, e talora da simpatie più che ospitali.
Da principio per un sentimento pietoso e generoso, poi anche per
una specie di _moda_, tutti avevano la smania di ospitare un ferito
francese. Non mancavano quindi gli episodi ameni, le storielle
piccanti.
A rannuvolare la luna di miele della libertà erano venute le nuove
leggi amministrative del ministro Rattazzi. Cavour, com’è noto, s’era
dimesso dopo la pace di Villafranca, il 19 luglio 1859, e gli era
successo il Ministero Lamarmora, nel quale era ministro dell’interno il
Rattazzi. Prevalendosi dei _pieni poteri_, votati dal Parlamento alla
vigilia della guerra, il Rattazzi pensò di dare una nuova legislazione
amministrativa alle provincie sardo-lombarde da poco riunite; la
quale sarebbe poi stata applicata a mano a mano alle nuove regioni che
andavano annettendosi. La legislazione del Rattazzi, mirava soprattutto
all’uniformità; al Rattazzi pareva con ciò di riuscire più rapidamente
nel concetto _unitario_, dimenticando che non si trattava di fondere
dei metalli, ma di tener d’accordo degli uomini; degli uomini che
avevano tradizioni secolari diverse nei bisogni, negli usi, e nelle
forme della vita civile e dell’amministrazione pubblica. Il principio
unificatore di Rattazzi divenne poi un dogma, un metodo, che mano mano
fu applicato a tutte le provincie d’Italia, procurando guai e malumori
che si trascinano da tanti anni, e che non cesseranno così presto. Il
Minghetti, spirito alto e coltissimo, propose poco dopo un sistema di
amministrazione regionale destinato a preparare il paese gradatamente
all’amministrazione unitaria; ma il _dottrinarismo livellatore_ ebbe il
disopra, e il Minghetti ebbe scarso seguito.
Nelle sue leggi affrettate il Rattazzi, impressionato forse
dall’amministrazione degli ultimi tempi del Governo austriaco, non
aveva pensato che le provincie lombarde avevano pur avuto, nella
seconda metà del secolo antecedente, delle amministrazioni saggie e
illuminate, quella austriaca di Maria Teresa e la napoleonica, che vi
avevano lasciato gli ordinamenti e le tradizioni amministrative di due
grandi Stati.
Queste provincie, rapidamente assimilate, si trovarono a disagio; e
ciò fu causa d’una grande impopolarità che in quei giorni piombò sul
capo del Rattazzi in Lombardia, suscitando discussioni e opposizioni,
ch’ebbero pure cattiva influenza politica.
In mezzo a questi malumori, imprudentemente suscitati, l’anno volgeva
alla fine: l’anno dei grandi avvenimenti, che mettevano la pietra
fondamentale dell’indipendenza e della libertà d’Italia. E ora spuntava
il 1860, che doveva, con altri mirabili fatti, darci l’unità della
Patria.
La storia d’Italia cercherà lungamente notizie, episodi, carteggi,
che possano illustrare le fortunose vicende di quei anni memorabili.
Questo pensiero mi spinge a scrivere ancora alcune pagine, per giungere
all’ultima meta, la proclamazione del Regno d’Italia, il faro di così
lunghe aspirazioni.