_Sommario:_ Il Guicciardi chiama Garibaldi a Sondrio. —
L’armistizio. — Il battaglione valtellinese. — Il soldato Antonio
Pievani, e le sue convinzioni religiose. — Diventa uno dei Mille,
poi si fa frate. — La notizia della pace di Villafranca. — Dolore
e turbamento degli animi. — Scioglimento dei corpi volontari. — Mi
ritiro da ogni incarico, e parto per Milano.
In coda ai Cacciatori degli Appennini, capitava in Valtellina, quasi
giornalmente, qualche drappello di volontari mandati da vari punti
delle provincie lombarde per essere aggregati ai corpi garibaldini.
Eran di solito gente d’ogni condizione e d’ogni età, spesso laceri e
con l’aria stanca e patita. C’eran dei vecchi e perfino dei fanciulli
che, spinti dall’entusiasmo, seguivano per qualche tappa qualche corpo
garibaldino, e venivano poi raccolti lungo la strada e spediti ai
depositi principali, i quali ne facevano una scelta e ne rimandavano
buona parte alle loro case. Uno degli spettacoli caratteristici e
commoventi di quei giorni era l’entusiasmo, la foga irresistibile,
con cui la gente accorreva sulle orme garibaldine, o si levava come
mossa da un turbine se compariva Garibaldi. Il fascino che Garibaldi
fin d’allora esercitava sulle moltitudini era meraviglioso, alle volte
pareva quasi inconcepibile, e meritava di essere osservato e studiato.
Garibaldi, quando attraversava un paese, sebbene allora non portasse
la camicia rossa, non si sarebbe detto che fosse un generale, ma il
capo d’una religione nuova, seguito da turbe fanatiche. Nè, meno degli
uomini, erano entusiaste le donne, che portavano perfino i loro bambini
a Garibaldi perchè li benedicesse, o perfino li battezzasse!
A queste turbe che gli si affollavano intorno Garibaldi soleva
rivolgere la parola con quella sua dolcissima voce, ch’aveva pure la
sua parte nel fascino ch’egli esercitava. «Fate arma d’ogni falce, e
d’ogni scure» soleva dire ai suoi ascoltatori sulle piazze e per le
strade. «Venite! Chi rimane a casa è un vile! Io non vi prometto che
fatiche, stenti, e fucilate. Ma vinceremo o moriremo!»
E dopo simili parole, che non erano allegre, l’entusiasmo saliva al
massimo grado: e non mancava mai anche quando le parole di lui erano
insignificanti; ma, tra lui che parlava e la folla che lo ascoltava,
c’era come una corrente magnetica. Detta da lui, ogni cosa, fosse pure
la più semplice, aveva un effetto smisurato. «Grazie, figliuoli» gli
sentii dire una sera da una finestra alla folla che gli faceva una
dimostrazione: «Grazie, sono stanco, piove, andate a letto anche voi,
buona notte a tutti!» Fu un delirio; e la folla si sciolse commossa,
commentando le parole del Generale: molti avevano le lacrime agli
occhi.
Tra quei nuovi volontari che ci arrivavano, insieme con molti inabili,
c’eran, per di più, taluni pessimi soggetti, forniti dalla feccia dei
sobborghi di Milano: approfittando di quei momenti favorevoli in cui
la vecchia polizia era scomparsa e la nuova non era ancor costituita,
avevan pensato che le file dei volontari potevano essere un campo
propizio per le loro imprese.
Di questi bricconi ce ne capitaron parecchi che, creatisi da sè per
strada caporali e sergenti, facevano requisizioni, e commettevano
violenze, furti, ferimenti; procurando al Guicciardi e a qualche
autorità comunale non pochi sopraccapi.
Questa affluenza disordinata di volontari, alla quale si aggiunse la
venuta del nostro battaglione valtellinese, era per la piccola città di
Sondrio un imbarazzo non piccolo, e si rendeva sempre più urgente che
il comando dei volontari prendesse un qualche provvedimento. Fu perciò,
e credo per le sollecitazioni del Guicciardi, che il giorno 8 di luglio
capitò Garibaldi a Sondrio.
Il Guicciardi condusse subito Garibaldi a vedere i volontari arrivati
in quei giorni, ch’erano, non dirò accasermati, ma ricoverati alla
meglio in qualche chiesuccia, in qualche magazzino, in botteghe
sfittate, e nei pochi locali disponibili: parecchi non potevano
uscirne, tanto erano laceri.
Garibaldi impiegò parecchie ore a passarli in rivista: messi in fila
presentavano davvero un curioso spettacolo: ragazzotti sui quindici
anni col berretto da operaio o da scolare; operai in manica di camicia
e con la giacchetta sulle spalle; uomini maturi con la barba lunga e
grigia; zerbinotti coi vestiti strappati, ma che tradivano una certa
eleganza; alcuni portavano ancora la tuba e il soprabito, come se
fossero in quel punto scappati dall’ufficio; chi era magro, chi aveva
la pancia; alti e bassi come le canne d’un organo, tutti insieme
parevan fatti venire per una rivista in caricatura.
Garibaldi li guardava con una certa compiacenza, poichè in fondo al
cuore egli aveva una grande predilezione pei soldati in borghese che
gli rappresentavano la rivoluzione. Prese nota di tutto, volendo
assegnare i più validi ai corpi che ne abbisognavano, e disse al
Guicciardi (forse non senza un po’ di rincrescimento), di chiamar
subito alcuni fornitori per incaricarli di vestire militarmente quelli
che di essere vestiti avevano maggior bisogno.
Il giorno seguente il Guicciardi mi raccontò che i fornitori, dopo aver
ricevuti gli ordini da Garibaldi, eran venuti da lui coi contratti per
aver la firma del Generale, o di chi faceva per lui. Il Guicciardi
si era recato subito da Garibaldi, il quale mostrandosi grandemente
sorpreso aveva esclamato: «Come? quei mascalzoni di fornitori a cui
procuriamo l’onore di vestire quei bravi giovani venuti a dar la
vita per la patria, mentre essi poltriscono a casa, osano domandare
contratti, patti e firme? Non basta l’ordine mio o suo? Li mandi al
diavolo! Se non sono nemici, non sono certo patriotti! Non se ne fidi!»
Più tardi si ebbero i contratti e le firme; ma quel primo scatto di
sorpresa e di sdegno così spontaneo, dipingeva pienamente la natura di
Garibaldi.
La sera del giorno seguente, ossia del 9 luglio, giunse la notizia che
un capitano austriaco si era presentato ai nostri avamposti dinanzi a
_Sponda lunga_ sullo stradale dello Stelvio, annunziando l’armistizio,
e interrogando su gli accordi da prendersi. I nostri non ne sapevano
ancor nulla; infatti la comunicazione ufficiale a noi non giunse dal
quartier generale che il giorno 10.
Si pensi che improvvisata fu quella! Ma nessuno credeva finita la
guerra prima che ne fossero raggiunti gli scopi. Si almanaccavano
le supposizioni più inverosimili, pur di arrivare alla conclusione
preferita che l’armistizio sarebbe stato di breve durata; e così non
scemava in nessuno l’attività fiduciosa di prima.
In quei giorni cominciò l’invio di parecchi corpi nella Valcamonica e
alle loro diverse destinazioni nelle alte valli lombarde, a seconda del
piano di cui abbiamo parlato. Allora anch’io potei finalmente occuparmi
del battaglione valtellinese, che era tornato a Sondrio, e provvedere a
riordinarlo.
Il mio primo pensiero fu quello di mantenere la parola data alle
guardie nazionali mobili; di rimandarle a casa appena cessato l’urgente
pericolo, mentre il Montanari le aveva dichiarate arrolate per tutta
la guerra, senza tanti complimenti; lasciai libero quindi chi voleva di
tornarsene a casa. Se ne andarono quasi tutti, e non fu un gran male.
Il numero dei volontari del nostro battaglione era abbastanza
abbondante da permettere una scelta e di questa mi occupai subito, dopo
aver congedato le guardie mobili. La certezza che si aveva in allora
che la guerra sarebbe continuata, e la speranza che i nostri volontari
sarebbero stati chiamati a oltrepassare i confini e a combattere nelle
valli tirolesi, persuadevano sempre più i comandanti dei corpi ad
approfittar di quei giorni di tregua per togliere dalle file i meno
atti, non mantenendovi che i più vigorosi e i più sicuri: con questo
concetto si incominciò a riordinare anche il battaglione valtellinese.
Non era ancora stato nominato il maggiore, e, dopo la partenza del
Montanari, lo comandava lo Strambio ch’era il capitano anziano.
Anche nel battaglione valtellinese accanto agli ottimi c’erano
i mediocri, gli inetti e i guastamestieri: insieme coi giovani
intelligenti e volonterosi, coi montanari coraggiosi e forti, c’erano
i fianchi inabili alle fatiche, i ciarloni, i politicanti, i paurosi,
i pentiti. Di questi ultimi ce n’erano parecchi: s’erano arrolati nei
primi giorni per millanteria, ma poi le fatiche e i pericoli li avevano
presto disillusi, e avrebbero voluto tornarsene a casa. Spavaldi nei
loro paesi, paurosi nei ranghi, forti soltanto nella maldicenza,
sfogavano il loro malumore col dir male di tutto e di tutti e con
l’essere strumenti di indisciplina. Qualcuno di questi, dopo che il
battaglione fu a Sondrio e fu incominciata l’_epurazione_, mi fece
arrivare sollecitazioni e preghiere dalle famiglie o da amici, per
essere mandato a casa.
Per scartare questa gente fisicamente e moralmente inetta, me la intesi
con Agostino Bertani che, quale medico-capo dei volontari, percorreva
in quei giorni i paesi della vallata per preparare ospedali e ambulanze
in cui ricoverare i molti garibaldini malati.
Il Bertani mi disse che, per sciogliere dal vincolo dell’arrolamento
quelli che avevano fatta cattiva prova, aveva appunto, d’accordo con
qualche comandante di compagnia, ricorso al mezzo di licenziarli come
fisicamente inabili. Fece quindi una visita medica di revisione anche
al battaglione valtellinese, e, insieme con gli inabili davvero, scartò
quei soggettacci di cui gli avevo dato una noticina.
E poichè ho parlato di quelli che non erano eroi, non voglio
dimenticare uno che lo era davvero. Ogni sera, dopo la ritirata,
andavo a visitare col capitano Strambio i posti dov’erano accasermati
i volontari del nostro battaglione. In una chiesetta, dove stava
una compagnia, avevo più d’una volta osservato che, mentre quasi
tutti placidamente dormivano sulla paglia, un soldato vegliava in un
confessionale, con un lumicino, e con un libro in mano.
«Che cosa fa quel soldato?» domandai una sera al sergente.
«È un originale» mi rispose: «mentre gli altri dormono passa tutta la
notte a studiare: è il soldato Antonio Pievani di Tirano.»
Conoscevo la famiglia di lui; egli era studente, e per diverse
combinazioni non l’avevo veduto da parecchi anni, e quasi non lo
riconoscevo più; ma da quella sera incominciò tra noi un’amicizia che
andò sempre più crescendo, e che fu pur troppo breve. La sua vita fu
tutta un esempio di nobiltà di carattere e saldezza di convinzioni.
Dopo la pace di Villafranca lasciò il battaglione, poi fu uno dei
_mille_. In Sicilia si fece tanto onore che fu promosso capitano, ma
rimase sempre come un compagno per i suoi soldati, coi quali divideva
la sua paga. Dopo la campagna del 1860, ritornò agli studi della
matematica, nella quale era fortissimo; il Brioschi lo diceva uno
dei migliori scolari, e fu tra i prescelti del Governo per compire
all’estero un corso di perfezionamento. Aveva profonde convinzioni
religiose, e le proclamava altamente con la parole e con le pratiche.
Durante l’invasione del colera, che si diffuse anche in Valtellina
dopo la guerra del 1866, egli, non contento di far l’infermiere ai
colerosi, andava pei casolari di montagna a ricercare quelli che erano
colpiti dal male, e li portava all’ospedale sulle sue spalle se li
trovava abbandonati. Nell’ardore della sua fede credeva che il governo
temporale dei Papi sviasse la Chiesa dai suoi ideali più alti e più
puri, e per ciò era un avversario risoluto del potere temporale.
Quando Garibaldi nel 1867 al grido di _Roma o morte_ chiamò gl’italiani
a quell’impresa che finì a Mentana, il Pievani, per dare una prova
palese dei suoi sentimenti, partì per raggiungere gli antichi
commilitoni garibaldini; ma a Genova lo fermò il proclama di Vittorio
Emanuele che vietava l’impresa; e per non essere ribelle, come ebbe a
dire, retrocesse. Continuò per qualche anno ne’ suoi studi matematici,
e intraprese i teologici.
Sempre più addolorato pel contrasto tra le sue convinzioni e i voleri
papali nella questione del dominio temporale, decise di andarsene
lontano e di entrare nelle missioni, che gli rappresentavano i tempi
più puri della Chiesa. Per raggiungere più presto il suo scopo si fece
frate, e pochi mesi dopo morì in un convento della Valcamonica.
Nei mesi che passavo a Tirano facevo quasi giornalmente una lunga
passeggiata con lui: i suoi discorsi erano sempre lo specchio della
sua anima, ispirati a una bontà angelica e alle sue forti convinzioni
patriottiche e religiose: c’era in lui qualcosa di primitivo e di puro
che seduceva.
Ma torniamo al battaglione valtellinese. Mentre io e gli ufficiali
c’eravamo messi con grande ardore per farne un bel battaglione, il
Guicciardi mi annunziava d’aver proposto la mia nomina a capitano nello
Stato Maggiore dei volontari. Ma, intanto, alcune lettere da Milano
venivano a gelarmi il cuore con delle dolorose nuove sulla conclusione
della pace; e, pur troppo, poco dopo ce ne arrivava la notizia
ufficiale.
Che mutamento di scena! L’attività affaccendata di tutti, dei giorni
prima, si fermò di colpo. Cittadini e soldati si affollavano per
le strade, interrogandosi come colpiti da un’improvvisa sciagura,
discutendo, imprecando. Nei volontari c’eran molti delle provincie
venete e d’altri paesi, che la pace destinava a rimaner sotto
l’Austria, e questi gettavano le armi, e piangevano.
Quel sentimento di disciplina e quel mirabile accordo che guidava gli
animi da alcuni mesi, erano a un tratto rotti e sconvolti: la luna
di miele della concordia era finita. Ciascuno si sentiva libero di
sragionare a proprio modo, e quell’improvviso avvenimento della pace
di Villafranca, di cui ancora non si poteva comprendere, nè i motivi,
nè le conseguenze, offuscava e turbava le menti anche dei migliori.
Ad accrescere la confusione degli animi, il timore che in quell’urto
improvviso la nave intera sommergesse, si aggiungeva la nuova che anche
il suo gran nocchiero, Cavour, ne aveva abbandonato il timone.
Nelle sventure non c’è tormento maggiore di quei lamenti volgari,
di quei commenti spropositati, che vengono a infastidire l’anima già
inasprita. E siccome di quei lamenti e di quei commenti ce n’era in
quei giorni un subisso, così fui preso da una impazienza irresistibile
d’andarmene, di lasciare ogni mio ufficio in Valtellina, tanto più che
questi uffici ormai non avevano più uno scopo; e di correre a Milano,
ove certamente si sarebbero svolti nuovi avvenimenti.
L’annunzio della conclusione definitiva della pace aveva di subito
scossa così rapidamente la compagine morale dei corpi dei volontari,
ch’era facile prevederne vicino lo sfacelo completo. Da quel momento
anch’io non ebbi più che un pensiero: ultimare le mie faccende, e
liberarmi dei miei incarichi e del grado che aspettavo, pregando il
Guicciardi che ne ritirasse la proposta.
Feci bene, o feci male? È una domanda che poi rivolsi più volte
a me stesso; ma in quel momento non istetti a pensar tanto; prova
che anch’io ero stato trascinato da quella irriflessione, da quel
bisogno di risoluzioni improvvise, che spingeva tutti in quell’ora di
disinganni e di sfiducia.
In pochi giorni fui libero; le dimissioni da ogni mio incarico furono
accettate, e partii per Milano con Romualdo Bonfadini.