VIII.

_Sommario:_ Il Guicciardi chiama Garibaldi a Sondrio. —

L’armistizio. — Il battaglione valtellinese. — Il soldato Antonio

Pievani, e le sue convinzioni religiose. — Diventa uno dei Mille,

poi si fa frate. — La notizia della pace di Villafranca. — Dolore

e turbamento degli animi. — Scioglimento dei corpi volontari. — Mi

ritiro da ogni incarico, e parto per Milano.

In coda ai Cacciatori degli Appennini, capitava in Valtellina, quasi

giornalmente, qualche drappello di volontari mandati da vari punti

delle provincie lombarde per essere aggregati ai corpi garibaldini.

Eran di solito gente d’ogni condizione e d’ogni età, spesso laceri e

con l’aria stanca e patita. C’eran dei vecchi e perfino dei fanciulli

che, spinti dall’entusiasmo, seguivano per qualche tappa qualche corpo

garibaldino, e venivano poi raccolti lungo la strada e spediti ai

depositi principali, i quali ne facevano una scelta e ne rimandavano

buona parte alle loro case. Uno degli spettacoli caratteristici e

commoventi di quei giorni era l’entusiasmo, la foga irresistibile,

con cui la gente accorreva sulle orme garibaldine, o si levava come

mossa da un turbine se compariva Garibaldi. Il fascino che Garibaldi

fin d’allora esercitava sulle moltitudini era meraviglioso, alle volte

pareva quasi inconcepibile, e meritava di essere osservato e studiato.

Garibaldi, quando attraversava un paese, sebbene allora non portasse

la camicia rossa, non si sarebbe detto che fosse un generale, ma il

capo d’una religione nuova, seguito da turbe fanatiche. Nè, meno degli

uomini, erano entusiaste le donne, che portavano perfino i loro bambini

a Garibaldi perchè li benedicesse, o perfino li battezzasse!

A queste turbe che gli si affollavano intorno Garibaldi soleva

rivolgere la parola con quella sua dolcissima voce, ch’aveva pure la

sua parte nel fascino ch’egli esercitava. «Fate arma d’ogni falce, e

d’ogni scure» soleva dire ai suoi ascoltatori sulle piazze e per le

strade. «Venite! Chi rimane a casa è un vile! Io non vi prometto che

fatiche, stenti, e fucilate. Ma vinceremo o moriremo!»

E dopo simili parole, che non erano allegre, l’entusiasmo saliva al

massimo grado: e non mancava mai anche quando le parole di lui erano

insignificanti; ma, tra lui che parlava e la folla che lo ascoltava,

c’era come una corrente magnetica. Detta da lui, ogni cosa, fosse pure

la più semplice, aveva un effetto smisurato. «Grazie, figliuoli» gli

sentii dire una sera da una finestra alla folla che gli faceva una

dimostrazione: «Grazie, sono stanco, piove, andate a letto anche voi,

buona notte a tutti!» Fu un delirio; e la folla si sciolse commossa,

commentando le parole del Generale: molti avevano le lacrime agli

occhi.

Tra quei nuovi volontari che ci arrivavano, insieme con molti inabili,

c’eran, per di più, taluni pessimi soggetti, forniti dalla feccia dei

sobborghi di Milano: approfittando di quei momenti favorevoli in cui

la vecchia polizia era scomparsa e la nuova non era ancor costituita,

avevan pensato che le file dei volontari potevano essere un campo

propizio per le loro imprese.

Di questi bricconi ce ne capitaron parecchi che, creatisi da sè per

strada caporali e sergenti, facevano requisizioni, e commettevano

violenze, furti, ferimenti; procurando al Guicciardi e a qualche

autorità comunale non pochi sopraccapi.

Questa affluenza disordinata di volontari, alla quale si aggiunse la

venuta del nostro battaglione valtellinese, era per la piccola città di

Sondrio un imbarazzo non piccolo, e si rendeva sempre più urgente che

il comando dei volontari prendesse un qualche provvedimento. Fu perciò,

e credo per le sollecitazioni del Guicciardi, che il giorno 8 di luglio

capitò Garibaldi a Sondrio.

Il Guicciardi condusse subito Garibaldi a vedere i volontari arrivati

in quei giorni, ch’erano, non dirò accasermati, ma ricoverati alla

meglio in qualche chiesuccia, in qualche magazzino, in botteghe

sfittate, e nei pochi locali disponibili: parecchi non potevano

uscirne, tanto erano laceri.

Garibaldi impiegò parecchie ore a passarli in rivista: messi in fila

presentavano davvero un curioso spettacolo: ragazzotti sui quindici

anni col berretto da operaio o da scolare; operai in manica di camicia

e con la giacchetta sulle spalle; uomini maturi con la barba lunga e

grigia; zerbinotti coi vestiti strappati, ma che tradivano una certa

eleganza; alcuni portavano ancora la tuba e il soprabito, come se

fossero in quel punto scappati dall’ufficio; chi era magro, chi aveva

la pancia; alti e bassi come le canne d’un organo, tutti insieme

parevan fatti venire per una rivista in caricatura.

Garibaldi li guardava con una certa compiacenza, poichè in fondo al

cuore egli aveva una grande predilezione pei soldati in borghese che

gli rappresentavano la rivoluzione. Prese nota di tutto, volendo

assegnare i più validi ai corpi che ne abbisognavano, e disse al

Guicciardi (forse non senza un po’ di rincrescimento), di chiamar

subito alcuni fornitori per incaricarli di vestire militarmente quelli

che di essere vestiti avevano maggior bisogno.

Il giorno seguente il Guicciardi mi raccontò che i fornitori, dopo aver

ricevuti gli ordini da Garibaldi, eran venuti da lui coi contratti per

aver la firma del Generale, o di chi faceva per lui. Il Guicciardi

si era recato subito da Garibaldi, il quale mostrandosi grandemente

sorpreso aveva esclamato: «Come? quei mascalzoni di fornitori a cui

procuriamo l’onore di vestire quei bravi giovani venuti a dar la

vita per la patria, mentre essi poltriscono a casa, osano domandare

contratti, patti e firme? Non basta l’ordine mio o suo? Li mandi al

diavolo! Se non sono nemici, non sono certo patriotti! Non se ne fidi!»

Più tardi si ebbero i contratti e le firme; ma quel primo scatto di

sorpresa e di sdegno così spontaneo, dipingeva pienamente la natura di

Garibaldi.

La sera del giorno seguente, ossia del 9 luglio, giunse la notizia che

un capitano austriaco si era presentato ai nostri avamposti dinanzi a

_Sponda lunga_ sullo stradale dello Stelvio, annunziando l’armistizio,

e interrogando su gli accordi da prendersi. I nostri non ne sapevano

ancor nulla; infatti la comunicazione ufficiale a noi non giunse dal

quartier generale che il giorno 10.

Si pensi che improvvisata fu quella! Ma nessuno credeva finita la

guerra prima che ne fossero raggiunti gli scopi. Si almanaccavano

le supposizioni più inverosimili, pur di arrivare alla conclusione

preferita che l’armistizio sarebbe stato di breve durata; e così non

scemava in nessuno l’attività fiduciosa di prima.

In quei giorni cominciò l’invio di parecchi corpi nella Valcamonica e

alle loro diverse destinazioni nelle alte valli lombarde, a seconda del

piano di cui abbiamo parlato. Allora anch’io potei finalmente occuparmi

del battaglione valtellinese, che era tornato a Sondrio, e provvedere a

riordinarlo.

Il mio primo pensiero fu quello di mantenere la parola data alle

guardie nazionali mobili; di rimandarle a casa appena cessato l’urgente

pericolo, mentre il Montanari le aveva dichiarate arrolate per tutta

la guerra, senza tanti complimenti; lasciai libero quindi chi voleva di

tornarsene a casa. Se ne andarono quasi tutti, e non fu un gran male.

Il numero dei volontari del nostro battaglione era abbastanza

abbondante da permettere una scelta e di questa mi occupai subito, dopo

aver congedato le guardie mobili. La certezza che si aveva in allora

che la guerra sarebbe continuata, e la speranza che i nostri volontari

sarebbero stati chiamati a oltrepassare i confini e a combattere nelle

valli tirolesi, persuadevano sempre più i comandanti dei corpi ad

approfittar di quei giorni di tregua per togliere dalle file i meno

atti, non mantenendovi che i più vigorosi e i più sicuri: con questo

concetto si incominciò a riordinare anche il battaglione valtellinese.

Non era ancora stato nominato il maggiore, e, dopo la partenza del

Montanari, lo comandava lo Strambio ch’era il capitano anziano.

Anche nel battaglione valtellinese accanto agli ottimi c’erano

i mediocri, gli inetti e i guastamestieri: insieme coi giovani

intelligenti e volonterosi, coi montanari coraggiosi e forti, c’erano

i fianchi inabili alle fatiche, i ciarloni, i politicanti, i paurosi,

i pentiti. Di questi ultimi ce n’erano parecchi: s’erano arrolati nei

primi giorni per millanteria, ma poi le fatiche e i pericoli li avevano

presto disillusi, e avrebbero voluto tornarsene a casa. Spavaldi nei

loro paesi, paurosi nei ranghi, forti soltanto nella maldicenza,

sfogavano il loro malumore col dir male di tutto e di tutti e con

l’essere strumenti di indisciplina. Qualcuno di questi, dopo che il

battaglione fu a Sondrio e fu incominciata l’_epurazione_, mi fece

arrivare sollecitazioni e preghiere dalle famiglie o da amici, per

essere mandato a casa.

Per scartare questa gente fisicamente e moralmente inetta, me la intesi

con Agostino Bertani che, quale medico-capo dei volontari, percorreva

in quei giorni i paesi della vallata per preparare ospedali e ambulanze

in cui ricoverare i molti garibaldini malati.

Il Bertani mi disse che, per sciogliere dal vincolo dell’arrolamento

quelli che avevano fatta cattiva prova, aveva appunto, d’accordo con

qualche comandante di compagnia, ricorso al mezzo di licenziarli come

fisicamente inabili. Fece quindi una visita medica di revisione anche

al battaglione valtellinese, e, insieme con gli inabili davvero, scartò

quei soggettacci di cui gli avevo dato una noticina.

E poichè ho parlato di quelli che non erano eroi, non voglio

dimenticare uno che lo era davvero. Ogni sera, dopo la ritirata,

andavo a visitare col capitano Strambio i posti dov’erano accasermati

i volontari del nostro battaglione. In una chiesetta, dove stava

una compagnia, avevo più d’una volta osservato che, mentre quasi

tutti placidamente dormivano sulla paglia, un soldato vegliava in un

confessionale, con un lumicino, e con un libro in mano.

«Che cosa fa quel soldato?» domandai una sera al sergente.

«È un originale» mi rispose: «mentre gli altri dormono passa tutta la

notte a studiare: è il soldato Antonio Pievani di Tirano.»

Conoscevo la famiglia di lui; egli era studente, e per diverse

combinazioni non l’avevo veduto da parecchi anni, e quasi non lo

riconoscevo più; ma da quella sera incominciò tra noi un’amicizia che

andò sempre più crescendo, e che fu pur troppo breve. La sua vita fu

tutta un esempio di nobiltà di carattere e saldezza di convinzioni.

Dopo la pace di Villafranca lasciò il battaglione, poi fu uno dei

_mille_. In Sicilia si fece tanto onore che fu promosso capitano, ma

rimase sempre come un compagno per i suoi soldati, coi quali divideva

la sua paga. Dopo la campagna del 1860, ritornò agli studi della

matematica, nella quale era fortissimo; il Brioschi lo diceva uno

dei migliori scolari, e fu tra i prescelti del Governo per compire

all’estero un corso di perfezionamento. Aveva profonde convinzioni

religiose, e le proclamava altamente con la parole e con le pratiche.

Durante l’invasione del colera, che si diffuse anche in Valtellina

dopo la guerra del 1866, egli, non contento di far l’infermiere ai

colerosi, andava pei casolari di montagna a ricercare quelli che erano

colpiti dal male, e li portava all’ospedale sulle sue spalle se li

trovava abbandonati. Nell’ardore della sua fede credeva che il governo

temporale dei Papi sviasse la Chiesa dai suoi ideali più alti e più

puri, e per ciò era un avversario risoluto del potere temporale.

Quando Garibaldi nel 1867 al grido di _Roma o morte_ chiamò gl’italiani

a quell’impresa che finì a Mentana, il Pievani, per dare una prova

palese dei suoi sentimenti, partì per raggiungere gli antichi

commilitoni garibaldini; ma a Genova lo fermò il proclama di Vittorio

Emanuele che vietava l’impresa; e per non essere ribelle, come ebbe a

dire, retrocesse. Continuò per qualche anno ne’ suoi studi matematici,

e intraprese i teologici.

Sempre più addolorato pel contrasto tra le sue convinzioni e i voleri

papali nella questione del dominio temporale, decise di andarsene

lontano e di entrare nelle missioni, che gli rappresentavano i tempi

più puri della Chiesa. Per raggiungere più presto il suo scopo si fece

frate, e pochi mesi dopo morì in un convento della Valcamonica.

Nei mesi che passavo a Tirano facevo quasi giornalmente una lunga

passeggiata con lui: i suoi discorsi erano sempre lo specchio della

sua anima, ispirati a una bontà angelica e alle sue forti convinzioni

patriottiche e religiose: c’era in lui qualcosa di primitivo e di puro

che seduceva.

Ma torniamo al battaglione valtellinese. Mentre io e gli ufficiali

c’eravamo messi con grande ardore per farne un bel battaglione, il

Guicciardi mi annunziava d’aver proposto la mia nomina a capitano nello

Stato Maggiore dei volontari. Ma, intanto, alcune lettere da Milano

venivano a gelarmi il cuore con delle dolorose nuove sulla conclusione

della pace; e, pur troppo, poco dopo ce ne arrivava la notizia

ufficiale.

Che mutamento di scena! L’attività affaccendata di tutti, dei giorni

prima, si fermò di colpo. Cittadini e soldati si affollavano per

le strade, interrogandosi come colpiti da un’improvvisa sciagura,

discutendo, imprecando. Nei volontari c’eran molti delle provincie

venete e d’altri paesi, che la pace destinava a rimaner sotto

l’Austria, e questi gettavano le armi, e piangevano.

Quel sentimento di disciplina e quel mirabile accordo che guidava gli

animi da alcuni mesi, erano a un tratto rotti e sconvolti: la luna

di miele della concordia era finita. Ciascuno si sentiva libero di

sragionare a proprio modo, e quell’improvviso avvenimento della pace

di Villafranca, di cui ancora non si poteva comprendere, nè i motivi,

nè le conseguenze, offuscava e turbava le menti anche dei migliori.

Ad accrescere la confusione degli animi, il timore che in quell’urto

improvviso la nave intera sommergesse, si aggiungeva la nuova che anche

il suo gran nocchiero, Cavour, ne aveva abbandonato il timone.

Nelle sventure non c’è tormento maggiore di quei lamenti volgari,

di quei commenti spropositati, che vengono a infastidire l’anima già

inasprita. E siccome di quei lamenti e di quei commenti ce n’era in

quei giorni un subisso, così fui preso da una impazienza irresistibile

d’andarmene, di lasciare ogni mio ufficio in Valtellina, tanto più che

questi uffici ormai non avevano più uno scopo; e di correre a Milano,

ove certamente si sarebbero svolti nuovi avvenimenti.

L’annunzio della conclusione definitiva della pace aveva di subito

scossa così rapidamente la compagine morale dei corpi dei volontari,

ch’era facile prevederne vicino lo sfacelo completo. Da quel momento

anch’io non ebbi più che un pensiero: ultimare le mie faccende, e

liberarmi dei miei incarichi e del grado che aspettavo, pregando il

Guicciardi che ne ritirasse la proposta.

Feci bene, o feci male? È una domanda che poi rivolsi più volte

a me stesso; ma in quel momento non istetti a pensar tanto; prova

che anch’io ero stato trascinato da quella irriflessione, da quel

bisogno di risoluzioni improvvise, che spingeva tutti in quell’ora di

disinganni e di sfiducia.

In pochi giorni fui libero; le dimissioni da ogni mio incarico furono

accettate, e partii per Milano con Romualdo Bonfadini.

Ricordi di gioventù · 第 92 / 105 题