_Sommario:_ D’accordo con Guicciardi parto per Torino per affari
amministrativi. — Un’udienza da Cavour, a Torino. — Emilio a
Modena. — Io ritorno a Sondrio. — Marcia del Medici su Bormio. —
Presa di Bormio. — Attacco dei Bagni di Bormio. — Ritirata degli
austriaci ed occupazione da parte loro di _Sponda lunga_. — Rimango
alcuni giorni a Bormio. — Stanchezza dei volontari. — Ritorno
del battaglione valtellinese a Sondrio. — Mio ritorno a Sondrio,
con Guicciardi. — Richiamo del capitano Montanari. — Arrivo dei
Cacciatori degli Appennini.
Di concerto col Guicciardi avevo fissato di fare una corsa a Torino
per definire parecchie questioni amministrative e militari, che si
trascinavano da alcune settimane. Ora poi che venivano tutti i corpi
garibaldini, i vecchi e quelli di nuova formazione, ci occorreva di
avere dal Governo nuove istruzioni.
Io poi, personalmente, avevo bisogno di regolare diversi affari. Per
tre settimane avevo governato colle casse vuote, avevo fatto venir armi
e munizioni, materiali e provviste da guerra, procurando di evitare le
requisizioni e di disturbare il meno possibile i comuni e i cittadini.
La maggior parte delle spese le avevo dovute fare rilasciando cambiali
alle volte anche solo in mio nome, nella speranza di un esito finale
felice. Le cambiali oramai erano prossime a scadere e parevami giunto
il momento di pensare a pagarle.
L’avere un’udienza da Cavour, in quei giorni, non era facile, nondimeno
ci riuscii. Non aspettai che due giorni, intanto preparai mentalmente
il discorsetto che avrei fatto. Quando si parla coi ministri, bisogna
non divagare e non perdere di vista lo scopo che si vuol raggiungere.
Il barone Ricasoli, quand’era ministro, nel dare le udienze prendeva
la parola pel primo, con una formula che gli era abituale: «Signore,
s’accomodi», diceva tutto serio, «parli e procuri di esser breve e
chiaro». L’altro, allora, se non aveva pronto il suo bravo discorsetto
breve e chiaro, dinanzi a quell’uomo severo e stecchito perdeva il filo
delle idee, e l’udienza andava a rotoli.
Cavour mi lasciò dire, solo interrompendomi di tanto in tanto con
qualche interrogazione, e prendendo degli appunti circa gli ordini che
doveva dare per provvedere agli affari della Provincia di Sondrio.
Non mancai di dirgli che anche l’Intendente Guicciardi era molto
impensierito per l’affluire di tanti corpi di volontari tutti insieme,
in un paese piccolo e di poche risorse, mentre, per tener fronte
agli austriaci, od anche per prendere l’offensiva, potevano bastare
forze minori, purchè scelte e adatte. Avendomi Cavour incoraggiato a
precisare meglio il mio pensiero, gli dissi che per lo Stelvio potevano
bastare pochi battaglioni, formati in maggioranza da montanari e da
gente pratica dei luoghi, dei quali avrebbe potuto prendere il comando
molto utilmente lo stesso Intendente Guicciardi; mentre a Garibaldi
sarebbe rimasto un altro campo più vasto e importante d’azione, la
difesa cioè e l’attacco di tutti gli altri sbocchi alpini. Pensiero
questo che era comune a quanti conoscevano il Guicciardi e le cose di
Valtellina.
Cavour mi rispose che altri gli avevano comunicata questa idea; ch’egli
l’aveva avuta presente nel nominare Guicciardi Intendente di Sondrio,
e che l’avrebbe forse effettuata a seconda dello svolgersi degli
avvenimenti. L’idea allora non si effettuò, ma la vedemmo in pratica
nel 1866, e il risultato dimostrò ch’era buona.
L’udienza fu breve. Delle cose pensate il giorno prima ne avevo detto
solo una parte; il rimanente lo avevo soppresso un po’ per discrezione,
e un po’ vedendo che molte cose le sapeva già.
Sbrigate poi le mie varie faccende, che dipendevano dai ministeri, me
ne andai a Milano, ove rimasi due giorni, prima di ritornare al mio
posto; lieto che certe forniture militari, di cui mi aveva incaricato
il Guicciardi, mi permettessero, senza mancare al mio dovere, di
passare un paio di giornate in famiglia con mia madre ch’era tornata
dalla Valtellina, coi miei fratelli e coi miei più intimi amici.
A Milano trovai Emilio, che, finita la sua missione, era stato
improvvisamente chiamato da Farini in quei giorni a Modena.
Emilio non sapeva capacitarsi di quella chiamata; si trattava di
assumere delle funzioni presso il Governatore, mentre egli aveva già
presa una risoluzione diversa; era quindi oscillante tra l’andare o il
rifiutare. La risoluzione diversa era quella di arrolarsi nelle guide
di Garibaldi, appena finito il suo commissariato regio.
— «E come mai, domandava Emilio, poteva essergli venuta quella
improvvisa chiamata da Farini?» Egli non lo sapeva, e non lo seppe che
un pezzo dopo. Ma a me lo confidò subito in secreto mia madre appunto
in quei giorni in cui ero a Milano.
Mia madre, appena saputa l’intenzione di Emilio di arrolarsi nelle
guide di Garibaldi, aveva chiamato il Correnti, e gliela aveva
comunicata, dicendogli: «Non le pare che in questi momenti Emilio possa
fare qualche cosa di meglio che la guida a cavallo?»
Il Correnti ringraziò mia madre d’averlo avvisato, prese la cosa a
cuore, e pensò di scrivere al Farini, ricordando che questi aveva molta
simpatia per Emilio e lo aveva grandemente lodato con tutti per la
prontezza con cui aveva accettato il non facile incarico di Commissario
del Re al campo di Garibaldi.
Emilio, spinto da tutti, finì con l’accettare la chiamata di Farini; e
questo fu il primo passo della sua carriera politica. Il Farini aveva
chiamati intorno a sè alcuni valenti giovani, e aveva formata con essi
la propria segreteria. Poi, quando dopo la pace di Villafranca, assunse
la dittatura nei Ducati, assegnò ad alcuni di questi giovani degli
uffici di maggiore importanza, e ad Emilio affidò le trattative delle
annessioni e delle questioni di politica estera.
La mattina del 2 luglio ripartii per Sondrio, e trovai per strada
Lodovico Trotti, il quale era stato di nuovo mandato in Valtellina
dal quartier generale del Re, dove era giunta la notizia di forti
concentramenti di truppe nel Tirolo verso i confini italiani: si
desideravano delle informazioni da noi. Il Guicciardi potè presto
rispondere che quelle truppe erano corpi reduci da Solferino, riuniti
in quei posti per esservi riordinati.
La sera stessa in cui giunsi a Sondrio, il Guicciardi mi annunziò che
il Medici marciava su Bormio, e che dovevamo quindi indirizzarci a
quella volta subito anche noi. E così si fece, e così aggiunsi alla mia
giornata di viaggio altri sessanta chilometri, nella notte in carrozza,
senza prender fiato.
Arrivammo a Bormio, che era già caduta in potere dei nostri la mattina
del 3. Garibaldi ci arrivò poco dopo noi. Il giorno prima il Medici,
mandando innanzi il battaglione valtellinese, sostenuto dal proprio
reggimento, aveva occupato Ceppina, e poi aveva marciato rapidamente
su Bormio, impadronendosene quasi di sorpresa, dopo brevi scaramucce.
Gli austriaci si erano prontamente ritirati ai Bagni nuovi e ai Bagni
vecchi, due forti posizioni, e vi si erano concentrati, tagliando le
strade e facendo saltare il ponte della prima galleria della strada
dello Stelvio.
Nella giornata i garibaldini erano andati ad occupare diverse posizioni
di fianco a quelle austriache, e Garibaldi aveva visitati e studiati i
punti di attacco, insieme anche con diverse persone del paese pratiche
delle località. Dopo di ciò Garibaldi ordinò che nelle ore pomeridiane
si desse l’assalto alle posizioni dei Bagni nuovi.
Pranzammo io e Guicciardi, poco dopo mezzogiorno, in compagnia di
alcuni ufficiali dello Stato Maggiore garibaldino e di Agostino
Bertani, Capo delle ambulanze: eravamo tutti alloggiati, anche
Garibaldi, nell’albergo Clementi. Poi, tutti assieme, ci spingemmo
avanti sulla strada postale che da Bormio conduce ai Bagni per vedere
l’attacco alle posizioni austriache incominciato da poco.
Da quella strada, lunga circa quattro chilometri in salita, ne
percorremmo più della metà. Mano mano che si procedeva si vedevano più
distintamente le mosse dei nostri e i fuochi degli austriaci: i soldati
di Bixio eran quelli che vedevamo più da vicino, a ducento metri
all’incirca, mentre si arrampicavano e si distendevano sulla falda
scoscesa della Reit, che appunto noi costeggiavamo. Essi tentavano
la difficile impresa di portarsi più in su, per dominare i posti da
dove facevan fuoco gli austriaci; ma la falda era tutta franosa, e
procedevano a stento, mentre gli austriaci dall’alto e in posti difesi
facevan fuoco continuamente su loro. Più lontano si sentivano le
fucilate che gli austriaci scambiavano furiosamente dai Bagni nuovi
coi garibaldini, i quali ne tentavano l’assalto, salendo dal piano
sottoposto verso il poggio dei Bagni.
Su quel punto il combattimento fu deciso dal comparire dei tiratori
garibaldini sulla falda del monte che sta a occidente dei Bagni: allora
gli austriaci si ritirarono più in su, verso i Bagni vecchi, e in
posizioni naturalmente più riparate.
Nella svolta d’una delle molte insenature della strada postale ci
trovammo a un tratto in un punto da dove vedevamo a circa trecento
metri i cacciatori tirolesi, che distesi in catena, e dietro i naturali
ripari del terreno, tiravano sui cacciatori di Bixio. Ma anche loro
videro noi: videro questo gruppo d’ufficiali, che salivano piano
piano lungo lo stradale, osservandoli coi canocchiali puntati, e ci
presero subito di mira: per fortuna tenevano la mira un po’ alta,
e le palle fischiavano a un metro circa sopra le nostre teste. Ma
venivano diritte, e distintamente in direzione di ciascuno di noi.
Queste fucilate durarono qualche tempo, che a me, non abituato a far
da bersaglio, non mi parve breve. I miei compagni ufficiali dovevano
naturalmente, per l’onore della professione, mostrare la più completa
indifferenza: perciò senza allontanare i canocchiali dagli occhi, e
rimanendo fermi in mezzo alla strada, continuavano la conversazione
come se fossero al caffè, facendo anche della maldicenza, e cioè
criticando il tiro di quei tirolesi. Io invece, in cuor mio, mi sentivo
più indulgente.
Era la prima volta che mi sentivo fischiar le palle sulla testa per
parecchi minuti di seguito, in attesa di quella rettifica del tiro di
cui si intrattenevano i miei compagni della passeggiata.
Se qualcuno mi domandasse quale fosse la mia impressione in quel
momento, direi sinceramente che, secondando il primo movimento
dell’animo, mi sarei volentieri tirato dietro un muro che pareva messo
lì apposta; ma poi altri sentimenti presero ben presto il sopravvento,
e rimasi anch’io piantato in mezzo alla strada, disinvolto come gli
altri, anzi, per non parere da meno, non mi mossi che quando loro si
decisero a continuare la passeggiata, entrando in una insenatura dove
si sentiva meno frequente il fischiar delle palle.
Calata la notte i cacciatori di Bixio ripiegarono su Bormio: il nostro
attacco di fianco non era riuscito, e durante la notte gli austriaci si
ritirarono alla posizione detta la _Sponda lunga_, dopo aver incendiata
la prima cantoniera sullo stradale dello Stelvio.
La presa di Bormio era stata fatta con impeto, con rapidità, ma non
bene. Se si fossero meglio studiate le posizioni, si sarebbero potuti
ottenere dei vantaggi ben maggiori: invece, contentandosi di respingere
senz’altro quelle prime compagnie che si trovarono di fronte, si
lasciò che il rimanente delle truppe si concentrasse facilmente nella
forte posizione di _Sponda lunga_, dalla quale, se fosse continuata la
guerra, sarebbe stato difficile scacciarle. Il Guicciardi nel 1866, in
quelle medesime posizioni, con forze assai minori, ma con mosse abili e
ben combinate, seppe ottenere risultati ben più importanti.
Il giorno seguente ci fu tregua. Gli austriaci si trincerarono a
_Sponda lunga_ posizione che domina gran parte dello stradale dello
Stelvio, e che non può esser presa se non girandola traverso ghiacciai
e vie quasi inaccessibili; operazione che, come ho detto, doveva in
parte riuscire sette anni dopo al Guicciardi.
Ci fermammo noi pure, il Guicciardi ed io, a Bormio una giornata, che
il Guicciardi impiegò nel dare informazioni, sui luoghi e sul da farsi,
allo Stato Maggiore, al Medici, al Cosenz e a Bixio: io rividi con gran
festa molti amici, che mi narrarono le vicende toccate a ciascuno in
quella campagna rapida e avventurosa; ma di tutti mi colpì la grande
stanchezza non dell’animo, ch’era sempre in tutti alto e lieto, ma del
corpo.
Avevano percorso, in quei due mesi, più di seicento chilometri,
a piedi, non riposando quasi mai che nell’aperta campagna, senza
tende, senza zaino, senza preparazione di sorta alla vita militare; e
moltissimi cominciavano ad essere sfiniti e malaticci. Un ufficiale mio
amico, il valoroso Migliavacca, che morì poi a Milazzo, mi disse queste
precise parole: «Fin qui ci ha condotti l’orgasmo; ma, se si dovesse
marciare innanzi subito, non troveremmo venti uomini per compagnia
capaci di seguirci.»
Ed era proprio così. Pochi giorni dopo, gli ospedali, le caserme, le
case, nell’alta Valtellina, rigurgitavano di garibaldini malati per
spossatezza, per febbri, per tifo.
Prima di lasciar Bormio, Guicciardi ebbe un colloquio anche con
Garibaldi, ed ottenne che gli mandasse a Sondrio il battaglione
valtellinese; il quale aveva bisogno d’esser equipaggiato e rifatto di
pianta, sebbene il Montanari non la pensasse così; per la qual cosa,
forse, il battaglione non ci fu mandato che dopo nuove insistenze, e
dopo parecchi giorni.
Ritornati a Sondrio trovammo l’annunzio che il giorno 7 sarebbero
arrivati in Valtellina i Cacciatori degli Appennini, reggimento di
volontari ch’era stato formato pel primo dopo i Cacciatori delle Alpi.
Ci era annunziata anche la venuta di drappelli e di altre compagnie
in formazione. I volontari, tutti insieme, avrebbero formato cinque
reggimenti di quattro battaglioni ciascuno, che dalla Valtellina
sarebbero poi in parte passati ad occupare le alte valli lombarde, col
comando generale in Lovere di Valcamonica, con Medici in Valtellina e
Cosenz in Val Sabbia.
Quest’annunzio veniva ad accrescere di molto il lavoro dell’Intendenza
di Sondrio, la quale doveva provvedere rapidamente alle sussistenze,
ai quartieri, alle ambulanze per tutte queste nuove truppe, che, come
sapevamo già per esperienza, sarebbero giunte con esigenze e bisogni.
Il Guicciardi pregò me e il Bonfadini, che in quei giorni era venuto
a Sondrio guarito, di aiutarlo nel prendere tutti i provvedimenti
necessari. Mi ricordo che lavoravamo tutti e tre insieme nella medesima
stanza per scambiarci i nostri pensieri, e consigliarci a vicenda
quando occorreva. Con ciò avevamo anche l’occasione più facile di
alleggerire i sopraccapi con qualche risata; e le occasioni c’eran
date di solito dai carteggi di gente spaventata, di rivoluzionari
progettisti, di fabbricatori di piani di guerra, e di cercatori
di impieghi. E siccome in questi carteggi eravamo chiamati spesso
con dei titoli altisonanti, così, anche noi, imitandone lo stile,
se erano affari di mia spettanza, il Bonfadini mi passava le carte
scrivendoci in fronte al _R. Intendente Generale delle armate di S. M.
in Valtellina_, e quando io le passavo a lui, ci mettevo a _S. E. il
Ministro dell’Interno di tutte le Valtelline_.
Si rideva, ma alle volte si tiravano anche _dei moccoli_, come si
diceva in gergo militare; ed era quando fioccavano dispacci dai
ministeri, dal governatore generale della Lombardia, dal quartier
generale di Garibaldi, da colonnelli, da capitani, e se occorreva
da caporali, che volevan cose impossibili, o davan ordini che erano
in contraddizione l’un con l’altro. Le competenze, le gerarchie,
le legalità, era tutta roba in istato di caos, e alle volte c’era
una confusione da perderci la testa. Mi pare ancora di vederlo
quell’impiegato del Municipio di Sondrio, ch’era stato incaricato di
farmi da segretario, tutto il giorno colle mani nei capelli!
In quel tempo ebbi occasione di ammirare sempre più la testa ordinata e
calma di Enrico Guicciardi.
Qualche giorno prima che arrivasse a Sondrio il battaglione
valtellinese, mi vidi capitare il capitano Montanari che, di mal umore
e accigliato più del solito, m’annunziò d’essere stato richiamato
e destinato, non rammento se a Lecco o a Bergamo, dove c’erano dei
depositi di volontari: e ciò mentre appunto sperava d’esser nominato
maggiore del battaglione valtellinese.
Il mio pensiero corse in quel momento al colonnello Sanfront, e ai miei
rapporti dei primi giorni.
«Questo è un tiro dei preti!» esclamò il Montanari. «Se ne facevo
fucilare un paio quando venni in Valtellina, a quest’ora ero maggiore
del battaglione! Caro Commissario, non glielo dicevo io?»
Non lo rividi più. Molti mesi dopo seppi che, partito coi _Mille_ e
gravemente ferito a Calatafimi, era morto pochi giorni dopo: era morto
da prode, quale era sempre stato.
Il giorno 7 luglio incominciarono ad arrivare a Sondrio i _Cacciatori
degli Appennini_, distribuiti in vari luoghi della provincia, ma non
più in su di Tirano. Questo reggimento era stato formato in Piemonte,
dopo la partenza dei Cacciatori delle Alpi, coi nuovi volontari che
accorrevano da ogni parte d’Italia, e di cui n’era stato dato il
comando da principio al generale Ulloa. Arrivavano freschi, bene in
assetto, come soldati che mutassero di guarnigione; e infatti non
avevano sostenute marce faticose, e non erano ancora stati condotti
al fuoco. Eran meglio in assetto dei Cacciatori delle Alpi, ma non
ne avevano del pari l’entusiasmo, il piglio militare, e lo spirito
garibaldino. Nei Cacciatori delle Alpi, in cui predominavano i
lombardi e i volontari dell’alta Italia, c’era anche una maggior
fusione di amicizie, di caratteri, di sentimenti; nei Cacciatori degli
Appennini c’era una maggior varietà e diversità: erano d’ogni parte
d’Italia, giovanissimi e maturi, studenti e professori, artigiani e
uomini politici. Nei Cacciatori delle Alpi c’erano i primi accorsi,
quelli che, traverso gravi pericoli, avevano lasciato le loro cose,
quando tutto era ancora incerto, forse per non rivederle mai più: nei
Cacciatori degli Appennini c’erano in maggior numero quelli venuti più
tardi, per adempiere a un dovere, e quelli venuti dopo la dichiarazione
della guerra. Anche nei Cacciatori degli Appennini trovai parecchi
amici d’ogni parte d’Italia, e rammento tra questi il Montanelli,
che col modesto cappotto del soldato seguiva umilmente il duca di S.
Donato, il quale pomposamente precedeva a cavallo un battaglione di cui
era maggiore.
Subito dopo l’armistizio i Cacciatori degli Appennini furono mandati
nella Valcamonica, raggiunti poi dai Cacciatori delle Alpi, di cui non
rimase in Valtellina che il reggimento del Medici.