VII.

_Sommario:_ D’accordo con Guicciardi parto per Torino per affari

amministrativi. — Un’udienza da Cavour, a Torino. — Emilio a

Modena. — Io ritorno a Sondrio. — Marcia del Medici su Bormio. —

Presa di Bormio. — Attacco dei Bagni di Bormio. — Ritirata degli

austriaci ed occupazione da parte loro di _Sponda lunga_. — Rimango

alcuni giorni a Bormio. — Stanchezza dei volontari. — Ritorno

del battaglione valtellinese a Sondrio. — Mio ritorno a Sondrio,

con Guicciardi. — Richiamo del capitano Montanari. — Arrivo dei

Cacciatori degli Appennini.

Di concerto col Guicciardi avevo fissato di fare una corsa a Torino

per definire parecchie questioni amministrative e militari, che si

trascinavano da alcune settimane. Ora poi che venivano tutti i corpi

garibaldini, i vecchi e quelli di nuova formazione, ci occorreva di

avere dal Governo nuove istruzioni.

Io poi, personalmente, avevo bisogno di regolare diversi affari. Per

tre settimane avevo governato colle casse vuote, avevo fatto venir armi

e munizioni, materiali e provviste da guerra, procurando di evitare le

requisizioni e di disturbare il meno possibile i comuni e i cittadini.

La maggior parte delle spese le avevo dovute fare rilasciando cambiali

alle volte anche solo in mio nome, nella speranza di un esito finale

felice. Le cambiali oramai erano prossime a scadere e parevami giunto

il momento di pensare a pagarle.

L’avere un’udienza da Cavour, in quei giorni, non era facile, nondimeno

ci riuscii. Non aspettai che due giorni, intanto preparai mentalmente

il discorsetto che avrei fatto. Quando si parla coi ministri, bisogna

non divagare e non perdere di vista lo scopo che si vuol raggiungere.

Il barone Ricasoli, quand’era ministro, nel dare le udienze prendeva

la parola pel primo, con una formula che gli era abituale: «Signore,

s’accomodi», diceva tutto serio, «parli e procuri di esser breve e

chiaro». L’altro, allora, se non aveva pronto il suo bravo discorsetto

breve e chiaro, dinanzi a quell’uomo severo e stecchito perdeva il filo

delle idee, e l’udienza andava a rotoli.

Cavour mi lasciò dire, solo interrompendomi di tanto in tanto con

qualche interrogazione, e prendendo degli appunti circa gli ordini che

doveva dare per provvedere agli affari della Provincia di Sondrio.

Non mancai di dirgli che anche l’Intendente Guicciardi era molto

impensierito per l’affluire di tanti corpi di volontari tutti insieme,

in un paese piccolo e di poche risorse, mentre, per tener fronte

agli austriaci, od anche per prendere l’offensiva, potevano bastare

forze minori, purchè scelte e adatte. Avendomi Cavour incoraggiato a

precisare meglio il mio pensiero, gli dissi che per lo Stelvio potevano

bastare pochi battaglioni, formati in maggioranza da montanari e da

gente pratica dei luoghi, dei quali avrebbe potuto prendere il comando

molto utilmente lo stesso Intendente Guicciardi; mentre a Garibaldi

sarebbe rimasto un altro campo più vasto e importante d’azione, la

difesa cioè e l’attacco di tutti gli altri sbocchi alpini. Pensiero

questo che era comune a quanti conoscevano il Guicciardi e le cose di

Valtellina.

Cavour mi rispose che altri gli avevano comunicata questa idea; ch’egli

l’aveva avuta presente nel nominare Guicciardi Intendente di Sondrio,

e che l’avrebbe forse effettuata a seconda dello svolgersi degli

avvenimenti. L’idea allora non si effettuò, ma la vedemmo in pratica

nel 1866, e il risultato dimostrò ch’era buona.

L’udienza fu breve. Delle cose pensate il giorno prima ne avevo detto

solo una parte; il rimanente lo avevo soppresso un po’ per discrezione,

e un po’ vedendo che molte cose le sapeva già.

Sbrigate poi le mie varie faccende, che dipendevano dai ministeri, me

ne andai a Milano, ove rimasi due giorni, prima di ritornare al mio

posto; lieto che certe forniture militari, di cui mi aveva incaricato

il Guicciardi, mi permettessero, senza mancare al mio dovere, di

passare un paio di giornate in famiglia con mia madre ch’era tornata

dalla Valtellina, coi miei fratelli e coi miei più intimi amici.

A Milano trovai Emilio, che, finita la sua missione, era stato

improvvisamente chiamato da Farini in quei giorni a Modena.

Emilio non sapeva capacitarsi di quella chiamata; si trattava di

assumere delle funzioni presso il Governatore, mentre egli aveva già

presa una risoluzione diversa; era quindi oscillante tra l’andare o il

rifiutare. La risoluzione diversa era quella di arrolarsi nelle guide

di Garibaldi, appena finito il suo commissariato regio.

— «E come mai, domandava Emilio, poteva essergli venuta quella

improvvisa chiamata da Farini?» Egli non lo sapeva, e non lo seppe che

un pezzo dopo. Ma a me lo confidò subito in secreto mia madre appunto

in quei giorni in cui ero a Milano.

Mia madre, appena saputa l’intenzione di Emilio di arrolarsi nelle

guide di Garibaldi, aveva chiamato il Correnti, e gliela aveva

comunicata, dicendogli: «Non le pare che in questi momenti Emilio possa

fare qualche cosa di meglio che la guida a cavallo?»

Il Correnti ringraziò mia madre d’averlo avvisato, prese la cosa a

cuore, e pensò di scrivere al Farini, ricordando che questi aveva molta

simpatia per Emilio e lo aveva grandemente lodato con tutti per la

prontezza con cui aveva accettato il non facile incarico di Commissario

del Re al campo di Garibaldi.

Emilio, spinto da tutti, finì con l’accettare la chiamata di Farini; e

questo fu il primo passo della sua carriera politica. Il Farini aveva

chiamati intorno a sè alcuni valenti giovani, e aveva formata con essi

la propria segreteria. Poi, quando dopo la pace di Villafranca, assunse

la dittatura nei Ducati, assegnò ad alcuni di questi giovani degli

uffici di maggiore importanza, e ad Emilio affidò le trattative delle

annessioni e delle questioni di politica estera.

La mattina del 2 luglio ripartii per Sondrio, e trovai per strada

Lodovico Trotti, il quale era stato di nuovo mandato in Valtellina

dal quartier generale del Re, dove era giunta la notizia di forti

concentramenti di truppe nel Tirolo verso i confini italiani: si

desideravano delle informazioni da noi. Il Guicciardi potè presto

rispondere che quelle truppe erano corpi reduci da Solferino, riuniti

in quei posti per esservi riordinati.

La sera stessa in cui giunsi a Sondrio, il Guicciardi mi annunziò che

il Medici marciava su Bormio, e che dovevamo quindi indirizzarci a

quella volta subito anche noi. E così si fece, e così aggiunsi alla mia

giornata di viaggio altri sessanta chilometri, nella notte in carrozza,

senza prender fiato.

Arrivammo a Bormio, che era già caduta in potere dei nostri la mattina

del 3. Garibaldi ci arrivò poco dopo noi. Il giorno prima il Medici,

mandando innanzi il battaglione valtellinese, sostenuto dal proprio

reggimento, aveva occupato Ceppina, e poi aveva marciato rapidamente

su Bormio, impadronendosene quasi di sorpresa, dopo brevi scaramucce.

Gli austriaci si erano prontamente ritirati ai Bagni nuovi e ai Bagni

vecchi, due forti posizioni, e vi si erano concentrati, tagliando le

strade e facendo saltare il ponte della prima galleria della strada

dello Stelvio.

Nella giornata i garibaldini erano andati ad occupare diverse posizioni

di fianco a quelle austriache, e Garibaldi aveva visitati e studiati i

punti di attacco, insieme anche con diverse persone del paese pratiche

delle località. Dopo di ciò Garibaldi ordinò che nelle ore pomeridiane

si desse l’assalto alle posizioni dei Bagni nuovi.

Pranzammo io e Guicciardi, poco dopo mezzogiorno, in compagnia di

alcuni ufficiali dello Stato Maggiore garibaldino e di Agostino

Bertani, Capo delle ambulanze: eravamo tutti alloggiati, anche

Garibaldi, nell’albergo Clementi. Poi, tutti assieme, ci spingemmo

avanti sulla strada postale che da Bormio conduce ai Bagni per vedere

l’attacco alle posizioni austriache incominciato da poco.

Da quella strada, lunga circa quattro chilometri in salita, ne

percorremmo più della metà. Mano mano che si procedeva si vedevano più

distintamente le mosse dei nostri e i fuochi degli austriaci: i soldati

di Bixio eran quelli che vedevamo più da vicino, a ducento metri

all’incirca, mentre si arrampicavano e si distendevano sulla falda

scoscesa della Reit, che appunto noi costeggiavamo. Essi tentavano

la difficile impresa di portarsi più in su, per dominare i posti da

dove facevan fuoco gli austriaci; ma la falda era tutta franosa, e

procedevano a stento, mentre gli austriaci dall’alto e in posti difesi

facevan fuoco continuamente su loro. Più lontano si sentivano le

fucilate che gli austriaci scambiavano furiosamente dai Bagni nuovi

coi garibaldini, i quali ne tentavano l’assalto, salendo dal piano

sottoposto verso il poggio dei Bagni.

Su quel punto il combattimento fu deciso dal comparire dei tiratori

garibaldini sulla falda del monte che sta a occidente dei Bagni: allora

gli austriaci si ritirarono più in su, verso i Bagni vecchi, e in

posizioni naturalmente più riparate.

Nella svolta d’una delle molte insenature della strada postale ci

trovammo a un tratto in un punto da dove vedevamo a circa trecento

metri i cacciatori tirolesi, che distesi in catena, e dietro i naturali

ripari del terreno, tiravano sui cacciatori di Bixio. Ma anche loro

videro noi: videro questo gruppo d’ufficiali, che salivano piano

piano lungo lo stradale, osservandoli coi canocchiali puntati, e ci

presero subito di mira: per fortuna tenevano la mira un po’ alta,

e le palle fischiavano a un metro circa sopra le nostre teste. Ma

venivano diritte, e distintamente in direzione di ciascuno di noi.

Queste fucilate durarono qualche tempo, che a me, non abituato a far

da bersaglio, non mi parve breve. I miei compagni ufficiali dovevano

naturalmente, per l’onore della professione, mostrare la più completa

indifferenza: perciò senza allontanare i canocchiali dagli occhi, e

rimanendo fermi in mezzo alla strada, continuavano la conversazione

come se fossero al caffè, facendo anche della maldicenza, e cioè

criticando il tiro di quei tirolesi. Io invece, in cuor mio, mi sentivo

più indulgente.

Era la prima volta che mi sentivo fischiar le palle sulla testa per

parecchi minuti di seguito, in attesa di quella rettifica del tiro di

cui si intrattenevano i miei compagni della passeggiata.

Se qualcuno mi domandasse quale fosse la mia impressione in quel

momento, direi sinceramente che, secondando il primo movimento

dell’animo, mi sarei volentieri tirato dietro un muro che pareva messo

lì apposta; ma poi altri sentimenti presero ben presto il sopravvento,

e rimasi anch’io piantato in mezzo alla strada, disinvolto come gli

altri, anzi, per non parere da meno, non mi mossi che quando loro si

decisero a continuare la passeggiata, entrando in una insenatura dove

si sentiva meno frequente il fischiar delle palle.

Calata la notte i cacciatori di Bixio ripiegarono su Bormio: il nostro

attacco di fianco non era riuscito, e durante la notte gli austriaci si

ritirarono alla posizione detta la _Sponda lunga_, dopo aver incendiata

la prima cantoniera sullo stradale dello Stelvio.

La presa di Bormio era stata fatta con impeto, con rapidità, ma non

bene. Se si fossero meglio studiate le posizioni, si sarebbero potuti

ottenere dei vantaggi ben maggiori: invece, contentandosi di respingere

senz’altro quelle prime compagnie che si trovarono di fronte, si

lasciò che il rimanente delle truppe si concentrasse facilmente nella

forte posizione di _Sponda lunga_, dalla quale, se fosse continuata la

guerra, sarebbe stato difficile scacciarle. Il Guicciardi nel 1866, in

quelle medesime posizioni, con forze assai minori, ma con mosse abili e

ben combinate, seppe ottenere risultati ben più importanti.

Il giorno seguente ci fu tregua. Gli austriaci si trincerarono a

_Sponda lunga_ posizione che domina gran parte dello stradale dello

Stelvio, e che non può esser presa se non girandola traverso ghiacciai

e vie quasi inaccessibili; operazione che, come ho detto, doveva in

parte riuscire sette anni dopo al Guicciardi.

Ci fermammo noi pure, il Guicciardi ed io, a Bormio una giornata, che

il Guicciardi impiegò nel dare informazioni, sui luoghi e sul da farsi,

allo Stato Maggiore, al Medici, al Cosenz e a Bixio: io rividi con gran

festa molti amici, che mi narrarono le vicende toccate a ciascuno in

quella campagna rapida e avventurosa; ma di tutti mi colpì la grande

stanchezza non dell’animo, ch’era sempre in tutti alto e lieto, ma del

corpo.

Avevano percorso, in quei due mesi, più di seicento chilometri,

a piedi, non riposando quasi mai che nell’aperta campagna, senza

tende, senza zaino, senza preparazione di sorta alla vita militare; e

moltissimi cominciavano ad essere sfiniti e malaticci. Un ufficiale mio

amico, il valoroso Migliavacca, che morì poi a Milazzo, mi disse queste

precise parole: «Fin qui ci ha condotti l’orgasmo; ma, se si dovesse

marciare innanzi subito, non troveremmo venti uomini per compagnia

capaci di seguirci.»

Ed era proprio così. Pochi giorni dopo, gli ospedali, le caserme, le

case, nell’alta Valtellina, rigurgitavano di garibaldini malati per

spossatezza, per febbri, per tifo.

Prima di lasciar Bormio, Guicciardi ebbe un colloquio anche con

Garibaldi, ed ottenne che gli mandasse a Sondrio il battaglione

valtellinese; il quale aveva bisogno d’esser equipaggiato e rifatto di

pianta, sebbene il Montanari non la pensasse così; per la qual cosa,

forse, il battaglione non ci fu mandato che dopo nuove insistenze, e

dopo parecchi giorni.

Ritornati a Sondrio trovammo l’annunzio che il giorno 7 sarebbero

arrivati in Valtellina i Cacciatori degli Appennini, reggimento di

volontari ch’era stato formato pel primo dopo i Cacciatori delle Alpi.

Ci era annunziata anche la venuta di drappelli e di altre compagnie

in formazione. I volontari, tutti insieme, avrebbero formato cinque

reggimenti di quattro battaglioni ciascuno, che dalla Valtellina

sarebbero poi in parte passati ad occupare le alte valli lombarde, col

comando generale in Lovere di Valcamonica, con Medici in Valtellina e

Cosenz in Val Sabbia.

Quest’annunzio veniva ad accrescere di molto il lavoro dell’Intendenza

di Sondrio, la quale doveva provvedere rapidamente alle sussistenze,

ai quartieri, alle ambulanze per tutte queste nuove truppe, che, come

sapevamo già per esperienza, sarebbero giunte con esigenze e bisogni.

Il Guicciardi pregò me e il Bonfadini, che in quei giorni era venuto

a Sondrio guarito, di aiutarlo nel prendere tutti i provvedimenti

necessari. Mi ricordo che lavoravamo tutti e tre insieme nella medesima

stanza per scambiarci i nostri pensieri, e consigliarci a vicenda

quando occorreva. Con ciò avevamo anche l’occasione più facile di

alleggerire i sopraccapi con qualche risata; e le occasioni c’eran

date di solito dai carteggi di gente spaventata, di rivoluzionari

progettisti, di fabbricatori di piani di guerra, e di cercatori

di impieghi. E siccome in questi carteggi eravamo chiamati spesso

con dei titoli altisonanti, così, anche noi, imitandone lo stile,

se erano affari di mia spettanza, il Bonfadini mi passava le carte

scrivendoci in fronte al _R. Intendente Generale delle armate di S. M.

in Valtellina_, e quando io le passavo a lui, ci mettevo a _S. E. il

Ministro dell’Interno di tutte le Valtelline_.

Si rideva, ma alle volte si tiravano anche _dei moccoli_, come si

diceva in gergo militare; ed era quando fioccavano dispacci dai

ministeri, dal governatore generale della Lombardia, dal quartier

generale di Garibaldi, da colonnelli, da capitani, e se occorreva

da caporali, che volevan cose impossibili, o davan ordini che erano

in contraddizione l’un con l’altro. Le competenze, le gerarchie,

le legalità, era tutta roba in istato di caos, e alle volte c’era

una confusione da perderci la testa. Mi pare ancora di vederlo

quell’impiegato del Municipio di Sondrio, ch’era stato incaricato di

farmi da segretario, tutto il giorno colle mani nei capelli!

In quel tempo ebbi occasione di ammirare sempre più la testa ordinata e

calma di Enrico Guicciardi.

Qualche giorno prima che arrivasse a Sondrio il battaglione

valtellinese, mi vidi capitare il capitano Montanari che, di mal umore

e accigliato più del solito, m’annunziò d’essere stato richiamato

e destinato, non rammento se a Lecco o a Bergamo, dove c’erano dei

depositi di volontari: e ciò mentre appunto sperava d’esser nominato

maggiore del battaglione valtellinese.

Il mio pensiero corse in quel momento al colonnello Sanfront, e ai miei

rapporti dei primi giorni.

«Questo è un tiro dei preti!» esclamò il Montanari. «Se ne facevo

fucilare un paio quando venni in Valtellina, a quest’ora ero maggiore

del battaglione! Caro Commissario, non glielo dicevo io?»

Non lo rividi più. Molti mesi dopo seppi che, partito coi _Mille_ e

gravemente ferito a Calatafimi, era morto pochi giorni dopo: era morto

da prode, quale era sempre stato.

Il giorno 7 luglio incominciarono ad arrivare a Sondrio i _Cacciatori

degli Appennini_, distribuiti in vari luoghi della provincia, ma non

più in su di Tirano. Questo reggimento era stato formato in Piemonte,

dopo la partenza dei Cacciatori delle Alpi, coi nuovi volontari che

accorrevano da ogni parte d’Italia, e di cui n’era stato dato il

comando da principio al generale Ulloa. Arrivavano freschi, bene in

assetto, come soldati che mutassero di guarnigione; e infatti non

avevano sostenute marce faticose, e non erano ancora stati condotti

al fuoco. Eran meglio in assetto dei Cacciatori delle Alpi, ma non

ne avevano del pari l’entusiasmo, il piglio militare, e lo spirito

garibaldino. Nei Cacciatori delle Alpi, in cui predominavano i

lombardi e i volontari dell’alta Italia, c’era anche una maggior

fusione di amicizie, di caratteri, di sentimenti; nei Cacciatori degli

Appennini c’era una maggior varietà e diversità: erano d’ogni parte

d’Italia, giovanissimi e maturi, studenti e professori, artigiani e

uomini politici. Nei Cacciatori delle Alpi c’erano i primi accorsi,

quelli che, traverso gravi pericoli, avevano lasciato le loro cose,

quando tutto era ancora incerto, forse per non rivederle mai più: nei

Cacciatori degli Appennini c’erano in maggior numero quelli venuti più

tardi, per adempiere a un dovere, e quelli venuti dopo la dichiarazione

della guerra. Anche nei Cacciatori degli Appennini trovai parecchi

amici d’ogni parte d’Italia, e rammento tra questi il Montanelli,

che col modesto cappotto del soldato seguiva umilmente il duca di S.

Donato, il quale pomposamente precedeva a cavallo un battaglione di cui

era maggiore.

Subito dopo l’armistizio i Cacciatori degli Appennini furono mandati

nella Valcamonica, raggiunti poi dai Cacciatori delle Alpi, di cui non

rimase in Valtellina che il reggimento del Medici.

Ricordi di gioventù · 第 90 / 105 题