VI.

_Sommario:_ Vado a Milano con mio fratello Emilio a conferire col

Vigliani Governatore generale della Lombardia. — Mio fratello

mi racconta le varie e gravi difficoltà della sua missione. —

Conferisco col Correnti e col Vigliani. — Riconferma della mia

nomina a R. Commissario per la Provincia di Sondrio. — Ritorno a

Sondrio. — Arrivo del colonnello Sanfront e del capitano Lodovico

Trotti. — Il servizio d’informazioni militari nel Tirolo. — Due

comunicazioni secrete. — Emilio m’annunzia la prossima venuta di

Garibaldi. — Enrico Guicciardi Intendente di Sondrio. — Fine del

mio Commissariato. — Occupazione del Mortirolo da parte delle

truppe piemontesi. — Preparativi per minare le strade tra Lecco

e Colico. — Movimento delle truppe austriache in Tirolo prima

della battaglia di Solferino. — Si teme una invasione dal Tonale.

— Il maggiore Manassero. — Manassero. — Arrivo dell’avanguardia

di Medici. — La battaglia di Solferino. — Manassero si ripiega su

Edolo. — Il battaglione valtellinese all’avamposto. — Attacco degli

austriaci respinto. — Garibaldi entra in Valtellina.

Il mio intento era riuscito in parte, e avevo impedito il _colpo di

mano_, o, dirò meglio, di testa, del Montanari. Ma il mio capitano

rimaneva più che mai al suo posto, e al mio fianco.

Nello scendere le scale mi lamentavo con me stesso d’essermi fermato

a metà; ma il fascino del Generale, la scenetta degli ufficiali, e lo

stesso disordine caratteristico della stanza in cui eravamo, avevano

tanto distratta la mia mente, che non raccapezzavo più nulla di quanto

avevo pensato prima.

_Arrivederci in Valtellina_, mi aveva detto Garibaldi. Ma quando?

Pensai di recarmi dal colonnello Carrano, ch’era il capo dello Stato

Maggiore, per esporre anche a lui le condizioni della difesa in

Valtellina, e per sapere se l’aiuto delle forze garibaldine fosse

da aspettarsi in un tempo vicino o lontano. Il Carrano mi rispose

francamente che non ne sapeva nulla, e non poteva neanche presumere

nulla. Gli pareva che la missione di Garibaldi, di fiancheggiare a

sinistra le due armate alleate, non sarebbe così presto finita. «Ma

poi, mi soggiunse infine, sulle intenzioni e sulle mosse di Garibaldi

nessuno ne sa mai nulla. Come capo di Stato Maggiore io dovrei pure

saperne qualche cosa, nevvero? Ma anch’io non ne so mai niente. Ciò non

sarebbe regolare, ma siccome a _lui_ tutto va bene, dunque sta bene che

si faccia così».

Dopo tutto ciò, dopo quanto avevo veduto e sentito, rimasi con

l’impressione che Garibaldi non sarebbe venuto in Valtellina così

presto, e ch’io dovevo pensare quindi da me ai fatti miei.

Garibaldi si disponeva a dirigersi su Brescia, dove contava entrare il

giorno 13. Emilio voleva approfittare di quelle ventiquattr’ore che

aveva dinanzi a sè per andane a Milano a conferire col Vigliani, che

era stato nominato in quei giorni Governatore generale della Lombardia.

Mi parve opportuno di fare anch’io, altrettanto per conto mio, dovendo

regolare molti affari, e accompagnai Emilio a Milano.

La ferrovia era occupata quasi continuamente pei trasporti militari,

sicchè si dovette viaggiare alla meglio, assai lentamente, e per lunghi

tratti in vettura. Eppure quel viaggio non mi parve lungo, tante furono

le chiacchiere che si fecero e tante erano le cose che avevamo a dirci.

Quante pagine di storia non si erano svolte in quei pochi giorni!

Emilio era affaticato e stanco; mi diceva di non aver avuto che ben

poche ore di riposo in quei quindici giorni in cui aveva seguito

Garibaldi. La sua missione poi era stata piena di difficoltà, e alle

volte dura e spiacevole, poichè «il mio incarico, diceva, è quello di

servire _da guanciale_ tra l’ordine e la rivoluzione, tra il Governo

regio e Garibaldi, tra i volontari e i paesi da cui passiamo».

Cavour, come è noto, voleva che i francesi, entrando in Lombardia,

vedessero un paese che al primo annunzio di guerra era insorto.

Voleva mostrare coi fatti ai francesi che trattavasi d’una grande idea

nazionale, e non d’una semplice annessione o d’una ambizione dinastica

di Casa Savoia. La missione di Garibaldi, e le istruzioni ai commissari

erano tutte informate a questo pensiero. Ma la rivoluzione poi doveva

avere carattere nazionale e non partigiano: qui stava la difficoltà.

Per fare insorgere i paesi non si poteva ricorrere solo alle persone

più intelligenti e misurate, bisognava muovere molta gente; ed ecco

venir a galla tutti i vecchi e i nuovi elementi rivoluzionari rimasti

fuori fino ad allora da quel movimento. Questi si presentavano con

tutte le loro vecchie idee, con le vecchie ubbie, colle vecchie formule

e con nuove pretese. Anch’essi, come, fu detto dei vecchi governi, non

avevano dimenticato nulla, non avevano imparato nulla; e abbastanza

ingenuamente avrebbero voluto non curarsi, nè di Vittorio Emanuele, nè

di Napoleone.

Emilio si trovava ogni tanto alle prese con parecchi di costoro,

insistenti e pretensiosi, che nulla comprendevano, buoni solo a creare

impicci e a seminare zizzania.

Garibaldi allora li ascoltava poco; tra lui e la formula _Italia e

Vittorio Emanuele_ s’era ancora in piena _luna di miele_, e non voleva

staccarsene. Le necessità politiche dei governi, certi usi e certi

temperamenti, erano cose ch’egli sdegnava e che non sempre capiva.

_Un popolo libero, tutto armato e con un dittatore_; tale era allora

l’ideale di Garibaldi. Emilio ci metteva tutta la sua buona volontà per

navigare in mezzo a quegli scogli, ma la cosa non era punto facile.

Garibaldi passando il Ticino aveva compreso che egli si sarebbe

trovato dinanzi a forze di gran lunga superiori alle sue, e che avrebbe

dovuto quindi cercare la vittoria nell’agilità e nella rapidità de’

suoi movimenti: non aveva quindi voluto con sè nè impedimenti nè

provviggioni; ai soldati aveva fatto lasciare gli zaini sulla sponda

piemontese.

I suoi soldati non potevano infatti riuscire più agili e più veloci,

ma nelle loro mosse avevano naturalmente bisogni maggiori di qualsiasi

truppa regolare: le richieste e le requisizioni, si andavano quindi

facendo sempre maggiori, sempre più disordinate. Il Ministero della

guerra aveva assegnato al corpo dei volontari un intendente; il quale

seguì il corpo fin che potè, poi un bel giorno se ne ritornò a Torino,

e rassegnò le dimissioni al Ministero.

Il corpo dei volontari ingrossava rapidamente mano mano che

attraversava i paesi di Lombardia, e con l’ingrossare crescevano i

bisogni e i disordini dell’amministrazione. Chiunque, anche un semplice

caporale, si credeva in diritto di requisire viveri, vestiti, cavalli,

senza rilasciare ricevute, o rilasciandone di non valide. I Municipi

allora si rivolgevano, gridando e strepitando, al Commissario generale,

o ai Commissari locali, e questi spesso non riuscivano a metter ordine

e a render giustizia.

Anche qui per attutire e per placare era sempre tirato in ballo chi

doveva far da _guanciale_.

Emilio prevedeva che le difficoltà sarebbero andate sempre più

crescendo, e desiderava prendere accordi col nuovo Governatore generale

di Lombardia. Gli premeva, nel tempo stesso, di entrar in Brescia

insieme con Garibaldi, per ciò non si trattenne a Milano che poche ore,

e ritornò difilato a raggiungere i garibaldini in marcia.

A Milano, nelle sale del Governatore generale, trovai Cesare Correnti,

che mi parve avesse l’incarico ufficioso di consulente in ciò che il

Governo di Lombardia era chiamato a fare in quei giorni. Il Correnti

mi condusse subito nel gabinetto del Governatore Vigliani, e così ebbi

la fortuna di sbrigarmi in breve senza fare anticamera per qualche ora,

come succedeva pressochè a tutti.

Al Vigliani, dopo avergli reso conto di quanto avevo fatto, dissi che

appena paresse finita la mia missione momentanea e rivoluzionaria,

si pensasse a sostituirmi, poichè non era mia intenzione di mettermi

in una regolare carriera amministrativa. Il Vigliani fu con me

gentilissimo, approvò quanto avevo fatto, e mi incoraggiò a continuare.

Sull’invio di Garibaldi, o d’altre forze in soccorso della Valtellina,

non mi seppe dir nulla; ma in compenso volle rinnovarmi i miei

poteri, dandomene anzi di più ampî. Così venni nominato R. Commissario

effettivo. Mi disse poi che si stava provvedendo all’amministrazione

regolare delle provincie liberate, e che tra otto o dieci giorni

sarebbero stati nominati gli Intendenti (prefetti).

Allora io gli esposi quanto sarebbe stato opportuno per la Provincia

di Sondrio la nomina di Enrico Guicciardi. Il Guicciardi, valtellinese,

uomo politico, amministratore, militare, era proprio fatto apposta per

amministrare una provincia di cui conosceva a fondo i bisogni, e dove

c’erano dei punti militarmente importanti nella guerra che in quei

giorni si guerreggiava.

Il Correnti caldeggiò vivamente tale proposta, e aggiunse che del

Guicciardi s’era già parlato al Ministero per affidargli questa o

qualche altra importante missione. Ma la conversazione fu breve:

l’usciere, che l’aveva interrotta più d’una volta, venne con una nuova

ambasciata più importante delle altre, e ci alzammo in piedi tutti e

tre.

Il Vigliani incaricò il Correnti di stendere il decreto della mia

nomina con le istruzioni e coi poteri pel commissario della Valtellina:

il Correnti s’intese subito con me, e poco dopo mi consegnò il mio

decreto di nomina firmato. La mattina seguente, cioè il 14, ripartii

per Sondrio.

Anche questa volta io tornavo a mani vuote. La mia andata a Milano

aveva fatto nascere molte speranze, sicchè tornando dovetti chiudermi

in un dignitoso silenzio, non osando dire che il solo rinforzo che

portavo con me era un rinforzo, sulla carta, dei miei poteri. Nullameno

avevo ottenuto di frenare il Montanari, ossia di incastonare la mia

_perla_.

Il giorno dopo il mio ritorno a Sondrio m’ebbi una grata sorpresa.

Mentre ero sulle mosse per recarmi all’avamposto, arrivarono il

colonnello Sanfront e il mio amico marchese Lodovico Trotti, capitano

di cavalleria, ambedue addetti alla casa militare di Vittorio Emanuele,

che venivano dal quartier generale mandati a visitare le posizioni

della Valtellina. Quella visita era stata, forse, in parte promossa

anche dai rapporti che mandavo ora a Emilio, ora al quartier generale:

e non è a dire quanto ne fossi lieto: mi pareva d’aver trovato

finalmente un valido appoggio, mi pareva d’aver messa al sicuro la mia

responsabilità.

Il colonnello Sanfront voleva ispezionare minutamente e militarmente

il nostro punto di difesa e le nostre piccole forze; io quindi, per

lasciargli la maggior libertà, dopo averlo informato di tutto non

lo accompagnai che fino al Bolladore, villaggio che distava alcuni

chilometri dall’avamposto. Sanfront e Trotti vennero a prendermi verso

sera per ritornare a Sondrio.

Il colonnello aveva fatto molte osservazioni, e il capitano Montanari

le aveva pigliate maluccio. C’era stato, a quanto mi disse il

Trotti, un battibecco al quale il colonnello aveva presto messo fine

bruscamente con la sua autorità militare. Il Montanari aveva già avuto

l’ordine di Garibaldi di sospendere qualsiasi mossa offensiva, ma

egli voleva reclamare ed insistere; ora il Sanfront gli aveva ripetuto

l’ordine di Garibaldi col piglio più severo.

Capii che il mio Montanari era piaciuto poco al Sanfront, ch’era un

vecchio e rigido militare; e infatti prima di partire egli mi disse

ch’era urgente l’invio di forze regolari, o meglio disciplinate, per

difendere le posizioni importanti della Valtellina, e che soprattutto

poi era urgentissimo il mandare qualche altro a prendere il comando del

nostro battaglione in formazione.

Il Sanfront mi diede altresì l’incarico secreto di procurarmi

regolarmente, e di mandare al comando dell’esercito, delle informazioni

sui movimenti delle truppe austriache nei paesi al di là dello Stelvio,

e nella valle dell’Adige; servizio difficile e pericoloso. Ne incaricai

il mio amico Giovanni Salis, fratello del conte Ulisse del quale ho già

parlato: il Salis seppe disporlo benissimo per mezzo di vecchi militari

che avevano servito nei reggimenti austriaci, che conoscevano la lingua

tedesca e i paesi del Tirolo, ed erano in grado di dare informazioni

sicure e precise. Di tali informazioni potei mandarne al campo

parecchie, prima della battaglia di Solferino.

Ricordo, come curiosità anedottica, che quello spionaggio costò al

mio amico Salis tremila lire, e che non so quale autorità competente

burocratica, voleva poi addossarle a lui o al Commissario Regio, ossia

a me; ma per fortuna un ministro, non della guerra ma dell’interno,

credette alla mia parola, e il Salis fu rimborsato.

Tra le carte e le lettere che si erano accumulate sulla mia scrivania,

durante quei quattro giorni in cui ero andato a Bergamo e a Milano,

rammento ancora, due dispacci _personali e confidenziali_, uno dei

quali veniva dal quartier generale francese, e l’altro dal gabinetto

particolare del Ministro degli affari esteri.

Il dispaccio francese era scritto dal capo della Polizia addetta al

comando dell’esercito. Questo Commissario-capo, di cui non rammento

il nome, mi scriveva d’essere stato avvisato dalla Polizia centrale di

Parigi che due francesi, dei quali mi si davano i nomi e i connotati,

erano partiti per l’alta Italia col mandato di attentare durante la

campagna alla vita dell’Imperatore, e che per meglio riuscire nel loro

intento si sarebbero eventualmente arruolati in qualche corpo italiano

di regolari o di volontari si pregava quindi me pure di far esercitare

molta sorveglianza, specialmente ai confini svizzeri, dai quali quei

due sarebbero penetrati in Lombardia.

Il Vigliani mi aveva appunto mandato in quei giorni alcuni carabinieri.

Diedi il dispaccio al maresciallo, il quale poi di tanto in tanto

veniva a dirmi che nessuno individuo _qualificato francese_ erasi

_infiltrato_ nella valle.

Il dispaccio del Ministero degli esteri, con la firma di Cavour, mi

comunicava che informazioni provenienti dalla Svizzera avvisavano il

Governo piemontese esserci in qualche località della Confederazione,

e specialmente nel Canton Grigione, dei complotti e delle mene per

promuovere in Valtellina un movimento nella pubblica opinione, e

occorrendo dell’agitazione, nel senso di una aggregazione della valle

ai Grigioni, o almeno alla Svizzera. Il dispaccio riteneva queste

voci esagerate e prive d’importanza; nonostante me le comunicava per

mia norma, e mi chiedeva quale poteva essere, a parer mio, l’opinione

pubblica in Valtellina su tale argomento.

La mia risposta fu pronta e precisa. Allora viveva ancora tutta quella

generazione, che aveva udito dai propri padri narrare con quanti sforzi

la Valtellina era riuscita a staccarsi dai Grigioni; da quei padri,

ai quali era giunta l’eco ancor viva e forte dei dolori patiti sotto

il Governo delle Leghe Grigie, e dell’odio che si era accumulato da

tre secoli verso gli antichi dominatori. Nei contadini, e nel popolo

minuto, era rimasta un’avversione mista di antipatie personali e di

odii religiosi, che si manifestavano in mille modi, fin in pratiche

religiose che ricordavano le antiche lotte. Di più le relazioni

maggiori per interessi, per studî, per conoscenze, per affinità di

stirpe avevano sempre attirati i valtellinesi verso la Lombardia;

con la quale avevano mantenuta, anche dopo esserne stati divisi, una

solidarietà che fu indistruttibile. I valtellinesi poi, come erano

stati ad essa ricongiunti dopo il 1797, avevano partecipato alle stesse

aspirazioni nazionali, e in ogni occasione avevano dato prove dei

sentimenti del loro patriottismo e della loro italianità.

I miei poteri _dittatoriali_ si avvicinavano alla loro fine. Il

Governo del Re cominciava a costituirsi regolarmente in tutti i paesi

ch’erano dietro le linee occupate dagli eserciti francese e piemontese.

Emilio mi aveva scritto che presto sarebbe cessata la sua missione,

e che Garibaldi avrebbe ripiegato verso la Valtellina. Alcuni giorni

dopo questa comunicazione ne ebbi un’altra dal Vigliani, il quale mi

annunziava la nomina di Enrico Guicciardi a Intendente della Provincia

di Sondrio. L’avevo vivamente desiderata, e ne fui lietissimo.

Il Guicciardi arrivò a Sondrio il giorno 20 di giugno, e il giorno

seguente gli feci la consegna dell’ufficio.

I miei poteri erano durati appunto tre settimane, e li deponevo con un

grande sollievo, e non senza una certa intima soddisfazione. Li avevo

assunti con quella pronta riflessione del dovere, con cui allora tutti

assumevano tutto: mi poteva succedere di dare il mio nome a un disastro

per la mia provincia nativa, e invece la sorte mi era stata favorevole.

Non ci avevo compiuto certamente nulla di eroico, ma forse avevo

contribuito ad evitare qualche danno, e così finivo contento.

Il Guicciardi mi fece subito, anche in nome del Governo e con molta

insistenza, parecchie offerte cortesi ed onorifiche; ma, avendo

io detto esplicitamente che desideravo soltanto di rimanere col

battaglione valtellinese, egli propose ch’io avessi intanto l’ufficio

di ispettore per tutto ciò che riguardava questo battaglione, col grado

di capitano di Stato Maggiore nei volontari e che risiedessi in Bormio

fino a che il battaglione fosse chiamato a un azione offensiva oltre il

confine; nel qual caso avrei potuto riprendere eventualmente l’ufficio

di R. Commissario in qualche paese occupato. Accettai queste proposte,

e il Guicciardi qualche giorno dopo mi comunicò che anche il Governo le

aveva approvate.

Alcuni giorni prima, una Commissione della Valcamonica era venuta da

me, per la seconda, volta, con la proposta di riunire al Commissariato

di Valtellina anche la zona di Edolo, allo scopo di avere una difesa

meglio concentrata e più pronta dinanzi agli austriaci dello Stelvio

e del Tonale. Questa Commissione fin dal giorno 10 si era recata a

Bergamo e aveva persuaso mio fratello a fare un decreto col quale io

ero nominato Commissario anche per la zona di Edolo. Ma io che avevo

già sulle spalle un peso non lieve, avevo pregato mio fratello e la

Commissione a metter da parte pel momento quel decreto, ed a prendere

intanto qualche altro provvedimento. Ora la Commissione era tornata

con quel tal decreto in mano, e gentilmente insisteva per avere la mia

accettazione. Ma ormai i commissariati volgevano al loro tramonto,

e io diressi la Commissione al Governatore Vigliani, pregandolo di

sollecitare per la Valcamonica quei provvedimenti che si andavano

applicando agli altri paesi dal Governo di Lombardia.

La Valcamonica non tardò a vedersi fortemente difesa: vi fu mandato

un reggimento della brigata Regina, la quale, sotto gli ordini di

Cialdini, era stata distesa lungo gli sbocchi alpini fronteggianti il

Tirolo. Il colonnello Brignone, che comandava il reggimento, ne staccò

poi tre compagnie, e le diresse in Valtellina col maggiore Manassero e

col colonnello di Stato Maggiore Ricci.

Le tre compagnie arrivarono il 22 giugno. Avvisatone, andai loro

incontro, e col maggiore e col colonnello si fece una rapida corsa in

carrozza tra la Tresenda e Grosio. Data un’occhiata ai vari punti, il

colonnello e il maggiore fecero occupare con le loro compagnie Mazzo

e il passo del Mortirolo, che sta a cavaliere tra la Valtellina e la

Valcamonica. Non credettero prudente di occupare un posto più avanzato,

lasciando che all’avamposto del ponte del Diavolo, che poteva essere

preso alle spalle appunto da Mazzo, rimanessero delle forze irregolari.

Il colonnello Ricci mi disse che l’invio delle tre compagnie in

Valtellina era un primo risultato del rapporto fatto dal colonnello

Sanfront al quartiere generale.

Ritornando a Sondrio seppi dal Guicciardi che Garibaldi aveva lasciato

Salò, e si dirigeva verso la Valtellina, ove sarebbe arrivato alla fine

del mese, e cioè dopo otto giorni circa di marcia, preceduto dal Medici

che veniva innanzi con una avanguardia. Mi disse anche che il comando

francese aveva mandato una compagnia del genio a preparare mine lungo

la strada tra Lecco e Colico, caso mai gli austriaci pigliassero quella

direzione, dopo aver spazzato le poche forze che c’erano in Valtellina.

Così, dopo averci dimenticati per un pezzo, s’eran tutti svegliati,

e cominciavano a venire i provvedimenti in abbondanza. Venivano in un

buon punto, poichè a un tratto s’era levato un nuovo allarme.

Qualche giorno prima della battaglia di Solferino erano stati osservati

dei movimenti e dei concentramenti di truppe austriache al di là del

Tonale, che avevano lasciato credere a un’invasione in Valcamonica.

Varie circostanze avevano talmente avvalorata questa voce, e il fatto

parve tanto imminente, che il maggiore Manassero si ripiegò rapidamente

da Mazzo a Tresenda per sorvegliare l’Aprica, mentre il Medici,

accelerando la sua marcia, arrivava il giorno 24 a Tresenda unendosi

col Manassero. Parte del battaglione valtellinese fu richiamato a

Mazzo, e all’avamposto non rimase che una compagnia e mezza sotto

il comando del tenente Zambelli, giovane bresciano intelligente e

risoluto.

Questo movimento veniva compiuto in poche ore. Il giorno dopo ci arrivò

la notizia della battaglia di Solferino, e si seppe che gli austriaci,

dopo essere scesi dal Tonale a fare una ricognizione verso Edolo, si

erano allontanati. Allora il maggior Manassero si portò all’Aprica

e ad Edolo, e le compagnie del battaglione valtellinese ritornarono

all’avamposto, ove s’era pure recato il Medici per visitare le

posizioni.

Insieme con le compagnie valtellinesi si era recata all’avamposto

un’avanguardia di circa mezza compagnia dei garibaldini del Medici

accampati a Tresenda. Questa mezza compagnia era comandata dal capitano

Strambio pavese; soldato non bello, ma ottimo. Era alto e magro; nel

suo portamento non c’era nulla di militare; pareva un archivista o un

_protocollista_ a cui avessero in quel momento buttato sulle spalle il

cappotto d’un soldato; ma i soldati lo amavano e lo ammiravano; viveva

sempre con loro, occupandosi di tutto e di tutti con premura e con

tatto; al fuoco lo dicevano valoroso e calmo, come se quella fosse la

sua occupazione ordinaria.

Il nostro avamposto, al ponte del Diavolo, era appena rioccupato, e

Medici se ne era appena allontanato per poco, quando di improvviso

scesero ad attaccarlo vigorosamente alcune compagnie di austriaci,

credendo forse di sorprendere i pochi che c’erano il giorno prima.

Si impegnò un vivo combattimento, che durò un paio d’ore, e che fu il

fatto d’arme principale ch’ebbe a sostenere il battaglione valtellinese

in quella breve campagna.

Gli austriaci rinnovarono più volte l’attacco, portandosi fin sotto al

terrapieno che chiudeva la valle, e dietro al quale stavano i nostri.

Questi, meno gli ufficiali, si trovavano al fuoco per la prima volta,

e ci stettero con quella calma che distingue i montanari, abituati ai

pericoli. Parte di essi, circa un centinaio, non erano ancora armati;

ma accorsero essi pure, e arrampicatisi sulle falde scoscese del monte

che sta di fianco alla strada postale, presero a far rotolar sassi e

a staccar pezzi di macigni mandandoli giù per la china, obbligando gli

austriaci ora a ritirarsi, ora a cercar riparo contro quella valanga di

pietre. Questi montanari senza armi decisero forse il buon risultato

del combattimento. Il sole tramontava, l’attacco non era riuscito e

gli austriaci ritornarono a Bormio: noi non avevamo avuto morti, ma

parecchi feriti[36].

Il giorno seguente, ossia il 27 giugno, il Medici faceva marciare in

avanti i suoi ottocento soldati che accampavano a Tresenda, e portava

l’avamposto dal ponte del Diavolo qualche chilometro più in su, a S.

Antonio di Morignone, da ove scendevano ancora tratto, tratto, delle

grosse pattuglie austriache ad attaccare, intimando al Municipio di

Bormio delle forti requisizioni.

Il giorno stesso entrava in Valtellina, coll’intera sua brigata,

Garibaldi, al quale era stata affidata la difesa di tutti gli sbocchi

alpini, lo Stelvio, il Tonale, il Caffaro e la Rocca d’Anfo, mentre

Cialdini che vi aveva prima il comando ripiegava su Brescia.

Ricordi di gioventù · 第 87 / 105 题