_Sommario:_ Prime notizie sulla battaglia di Magenta. — Il
battaglione valtellinese. — Il capitano Francesco Montanari. —
Il parroco di Grosio. — I soldati svizzeri al confine. — Le spie
austriache. — Un progetto di assalto a Bormio. — Parto per Bergamo
per conferire con Garibaldi. — A Bergamo in casa Camozzi. — Il
quartiere generale di Garibaldi. — Il capitano di stato maggiore
Clemente Corte. — Ufficiali austriaci prigionieri. — Il colonnello
Thürr. — Come Garibaldi riceve quei prigionieri. — Disposizioni di
Garibaldi.
Ecco, a un tratto, improvvisamente un succedersi di notizie che mutano
in gioia i dubbi e le ansietà dei giorni antecedenti.
Il giorno 6 mi arrivarono le prime notizie della battaglia di Magenta,
ed ebbi da Emilio una lettera che mi annunziava il passaggio di
Garibaldi in quel giorno da Como a Lecco, e che il generale s’era
finalmente deciso a mandarmi un capitano di Stato Maggiore, tre
o quattro ufficiali e una dozzina di soldati istruttori per il
battaglione valtellinese.
In quella mattina poi m’erano arrivate parecchie guardie nazionali
mobilitate, tra le quali una cinquantina di giovani scelti e vigorosi
che venivano da Chiavenna.
Gli ufficiali e i soldati garibaldini arrivarono la sera del 5 giugno:
la popolazione di Sondrio fece loro una calorosa accoglienza, e tutti
erano in festa come se fosse giunto un esercito. Il capitano, che
chiamavasi Francesco Montanari, mi presentò gli ufficiali, e mi diede
una lettera di mio fratello ed una di Garibaldi. In questa lettera,
che poi dovette riuscirmi preziosa in diverse circostanze, c’erano le
istruzioni che Garibaldi dava al Montanari:
Il capitano «era incaricato di organizzare rapidamente un battaglione
di volontari valtellinesi, e di prenderne il comando; il battaglione
essendo pratico dei luoghi era destinato all’avanguardia, quando
sarebbero venuti i Cacciatori delle Alpi; intanto il comandante nulla
poteva fare _senza mettersi d’accordo col Commissario, dal quale doveva
dipendere fino alla venuta in Valtellina dei Cacciatori delle Alpi_».
Invitai a pranzo, la sera del loro arrivo, il capitano e gli ufficiali,
e mi feci narrare minutamente tutti i fatti dei giorni antecedenti;
dei quali io ero stato fino allora completamente all’oscuro. Il
capitano però parlava poco, ma beveva molto; ogni tanto veniva
fuori con una qualche esclamazione entusiastica in onore del vino di
_Sassella_ e dell’_Inferno_, e dava fondo a una nuova bottiglia. Alla
fine del pranzo cominciai ad essere in apprensione, e proposi una
passeggiata per la città: ma fu inutile. Gli ufficiali a poco a poco si
accomiatarono, e il capitano preferì sdraiarsi su un canapè, dove non
tardò ad addormentarsi profondamente.
Si principiava male.
In quel mentre ecco la banda, suonando la canzone popolare _dagliela
avanti un passo_, alla testa della folla che veniva a fare una
dimostrazione al capitano, e a sentire, naturalmente, uno di quei
discorsi di cui tutti erano ghiotti in quei giorni.
Chiusi a chiave in fretta la sala, dove il capitano russava: andai
al balcone, e dissi, parlando quasi sottovoce, che il capitano,
stanchissimo, riposava e però pregavo di differire la dimostrazione.
Allora tutti, con un silenzio patriottico, se ne andarono piano piano
per non disturbare quel riposo.
Ma il capitano non riposò abbastanza, e bisogna dire che fosse ancora
alticcio nelle prime ore della mattina, perchè trovatosi con B. Caimi,
che era altrettanto gentile quanto valoroso, finì ad avere con lui
un alterco così grave, per affari di servizio, che poco mancò non si
pigliassero a sciabolate.
Ristabilita la pace alla meglio, combinai col capitano Montanari di
recarci a visitare l’avamposto, di riunirvi subito i volontari e le
guardie mobili accorse in quei giorni, e di percorrere diversi paesi
per far nuove reclute, procurando nel tempo stesso che i Municipi ci
aiutassero a far vestire e armare al più presto quella nostra gente.
Prima di lasciare Sondrio, il capitano Montanari volle passare in
rivista le guardie mobili accasermate nel castello, e assegnar loro
qualche ufficiale che le conducesse al punto di riunione del Bolladore,
villaggio presso l’avamposto.
Messe le guardie in fila, il capitano, colla voce grossa e col piglio
minaccioso, disse loro queste parole: «Sotto gli ordini dell’ufficiale
che vi destino partirete questa sera; si intende che voi tutti da
questo momento siete arrolati, come lo sono i Cacciatori delle Alpi;
siete soldati e non guardie nazionali mobili; se qualche _vigliacco_
non accettasse questa condizione, esca dai ranghi e vada a casa».
Nessuno osò muoversi, nè fiatare. Poi parecchi vennero da me a
reclamare, ed io li persuasi a partire, assicurandoli che sarebbero
rimasti, quali erano per diritto, guardie nazionali mobilitate.
Il giorno dopo eccoci in viaggio io e il capitano, come s’era
stabilito. Il capitano, strada facendo, prese a svilupparmi le sue
idee, e i propositi sui quali voleva che ci mettessimo d’accordo.
Egli era un uomo d’aspetto robusto, dimostrava all’incirca trentacinque
anni, aveva la barba folta e nera, e la faccia di solito accigliata. Le
sue idee, il suo modo di parlare, a voce cupa, la guardatura sospettosa
e torva, rispecchiavano in lui il vecchio tipo convenzionale del
cospiratore. E infatti egli mi narrò d’aver passata tutta la vita nelle
cospirazioni, d’aver preso parte a tutti i tentativi d’insurrezioni
mazziniane, e d’essere stato nelle prigioni di parecchi tra gli stati
d’Italia. Era quel Francesco Montanari modenese che fu coinvolto nei
processi di Mantova del 1853, e che il Governo austriaco, non avendo
prove sufficienti per condannarlo, aveva consegnato al Duca di Modena,
il quale lo mise in prigione anche per proprio conto.
Era un uomo audacissimo, e certamente un patriotta a tutta prova; ma
l’abitudine del cospirare, le avventure, e le dure prove attraversate,
gli avevano fatto perdere il sentimento delle realtà della vita, che
tutte subordinava agli assiomi rivoluzionari. Oltre di ciò gli piaceva
parecchio il vino, specialmente, a quanto dava a vedere, quello di
Valtellina. Mi piaceva fargli narrare le sue avventure, e udire i suoi
ragionamenti: lo studiavo; talvolta lo ammiravo nelle sue avversità; ma
capivo che non era un carattere facile, e che m’avrebbe dato da pensare
più che i tirolesi del generale Huyn.
«Caro Commissario» mi aveva detto quella mattina strada facendo,
«il Generale (Garibaldi) non verrà di certo così subito, sicchè la
Valtellina dovrà provvedere da sè. E non c’è che un modo.
«Quale?
«Bisogna _rivoluzionare_ i paesi.
«Ma sono già _rivoluzionati_!
«Eh ci vuol altro!
«Sentiamo.
«Bisogna innanzi tutto proclamare la leva in massa, mettere tutti,
giovani e vecchi, con le buone o con le cattive, sotto le armi,
e _marsch!_ Poi si requisisce tutto ciò che occorre; e alla prima
resistenza si fanno fucilare il parroco e la Giunta Municipale.
«Caro Capitano, lei deve sapere che le Giunte Municipali e i parroci
sono stati i miei aiuti principali.
«Sarà benissimo, ma non si fidi dei preti e dei vecchi municipi.
«Stasera saremo a Grosio, e andremo dal parroco. Quando, prima della
guerra, l’Austria richiamò i contingenti, ottanta soldati di Grosio
stavano per raggiungere i loro reggimenti, ma il parroco disse loro:
questa volta non presentatevi, tenetevi nascosti nella montagna, e
a primavera le cose muteranno. Scoppiata la insurrezione, il parroco
richiamò gli ottanta uomini e me li consegnò. Li vedrà all’avamposto;
saranno i più bei soldati del suo battaglione... granatieri quasi
tutti».
Intanto il capitano continuava a crollare il capo e a dire:
«Sarà, ma non si fidi dei preti!».
La sera il capitano Montanari era ospitato nella casa parrocchiale di
don G. B. Cornelio, parroco di Grosio. Ci si trovò bene, e ci si fermò
ancora parecchie volte nell’andare o nel ritornare dall’avamposto.
Per vendicarsi dei preti beveva le migliori bottiglie che don Cornelio
teneva in serbo, per quando venivano i predicatori quaresimali, e lo
intratteneva sulla necessità di fucilare preti, monache e frati. Un
giorno giunsi appena in tempo a evitare una brutta scena, perchè il
capitano voleva far volare dalla finestra un ritratto di Pio IX, che
aveva trovato in una stanza di don Cornelio, e don Cornelio difendeva
il ritratto e aveva brandita una sedia.
Giunsi a ristabilire la pace, che il capitano volle celebrare con un
paio di bottiglie del migliore che il prete avesse in cantina.
Il Montanari non poteva capacitarsi che ci fossero in Lombardia tanti
preti buoni patriotti e nello stesso tempo devoti al Papa. «Ma che
novità è questa!» esclamava il Montanari.
Il fare risoluto e coraggioso di don Cornelio, peraltro non dispiaceva
al Montanari il quale ogni tanto veniva a fargli visita, e a passar con
lui qualche ora fra le baruffe e le bottiglie.
All’avamposto del ponte del Diavolo c’erano circa quattrocento uomini,
in parte guardie nazionali, e in parte volontari, e finanzieri; ai
quali s’erano aggiunti quei soldati che non si erano presentati alla
chiamata del Governo austriaco. La maggior parte non aveva uniforme,
ed era provveduta solo d’una coperta di lana: di armi ce n’eran poche;
appena la metà degli uomini era provvista di fucili d’ogni genere.
Fattili schierare, presentai loro il nuovo comandante, il quale li
passò in rivista e poi disse loro poche parole brusche, come alle
guardie nazionali mobilitate di Sondrio, dichiarandoli tutti arrolati
senz’altro, come i Cacciatori delle Alpi.
Anche questa volta nessuno osò fiatare; ma anche questa volta parecchi
vennero da me a protestare, minacciando di tornarsene a casa. Li
tranquillai dicendo che il capitano aveva parlato in termini generali,
e non conosceva ancora come stavan le cose, ma che avrei provveduto io
a suo tempo, e che si fidassero di me.
L’effetto però è stato pessimo: il malcontento e l’antipatia verso
il comandante non cessarono più. Alcuni, anche tra i migliori,
profondamente offesi, vollero tornarsene subito alle loro case.
Intanto io cercavo di racimolar gente per completare il battaglione
andando, anche di casa in casa, dai contadini. Tutti si mostravano
abbastanza volonterosi, ma volevano essere assicurati che non sarebbe
successo come nel 48. E ricordavano l’entusiasmo, le promesse d’allora,
e le sventure e i dolori che n’erano seguiti.
Era già avvenuta la battaglia di Magenta, sicchè io li potevo
rassicurare coscienziosamente e allora mi seguivano.
Il Montanari aveva portati con sè alcuni fucili; un po’ se ne erano
trovati nei quartieri austriaci, e il rimanente che occorreva per
armare il battaglione me lo andavo procurando, facendo venire dei
fucili, quasi a uno a uno, dalla Svizzera. Me li procuravano alcuni
negozianti di vino e di granaglie di Poschiavo o dell’Engadina, che
venivano di solito a fare degli acquisti in Tirano, o in casa mia.
Parecchi di questi fucili erano ancora di quelli dei nostri volontari
del ’48, che, sequestrati, abbandonati o venduti allora per poche lire
nei paesi svizzeri di confine, rientravano, ora ricomprati per quaranta
o cinquanta lire l’uno. Ma li mandavano di contrabbando, perchè
i confini erano guardati da soldati della Confederazione, i quali
eseguivano la loro consegna, non solo con rigore, ma con sentimenti
che non c’erano benevoli. Alcuni fucili li fece venire Ulisse Salis, di
quelli che aveva nascosti presso le monache di Poschiavo.
Parecchi di questi soldati svizzeri, ed anche alcuni ufficiali,
venivano passeggiando, quasi giornalmente, fino al piazzale del
Santuario e anche fino al borgo di Tirano. Un giorno anzi il Municipio
di Tirano invitò il loro comandante e gli ufficiali a una festicciuola
patriottica che si faceva in paese: l’invito fu accettato; da una
parte e dall’altra ci furono clamorose dimostrazioni di amicizia, e si
bevette in proporzione della grande fratellanza, che doveva legare in
avvenire le due nazioni. Ma tutta questa allegria si intorbidò presto.
Gli austriaci mandavano spie lungo i nostri confini, cercando di
riconoscere quello che si faceva da noi. Si seppe che parecchi soldati
svizzeri, ritornando sul loro territorio, raccontavano sulle piazze e
nelle osterie tutto ciò che avevano veduto, canzonando per soprappiù
i valtellinesi per le modeste difese militari che opponevano agli
austriaci. Questi discorsi imprudenti, e queste indiscrezioni, si
riseppero a Tirano, e vi suscitarono una certa irritazione: alle
espansioni di giorni prima, succedettero dei propositi meno fraterni; e
quindi dovetti scrivere al comandante del cordone militare svizzero che
si sospendessero, dall’una parte e dall’altra, i permessi ai militari
di varcare il confine.
Vedendo che le notizie e le informazioni, alquanto scettiche,
sull’importanza delle nostre difese e delle nostre forze militari
si andavano ormai diffondendo, pensai di diffondere alla mia volta
dei bollettini stampati che servissero di contrappeso, e ne compilai
parecchi per uso dei nostri vicini, facendoli mettere in giro nei
paesi Grigioni. Questi bollettini davano sempre l’annunzio dell’arrivo
imminente di Garibaldi e di un movimento di truppe piemontesi in
direzione della Valcamonica e dei paesi dell’Aprica e del Mortirolo.
Gli austriaci, intanto, mandavano quasi giornalmente delle forti
pattuglie verso il nostro avamposto, senza attaccarci, ma spiandoci,
e forse per verificare le loro notizie, ben diverse da quelle dei miei
bollettini.
Io passavo intanto le giornate, e parte delle notti, or lavorando
nel mio ufficio a Sondrio, ora recandomi nei paesi per qualche guaio
ch’era capitato, e ora correndo all’avamposto a far sermoni al mio
capitano, che ogni tanto mi metteva in qualche impiccio per la sua
smania di _rivoluzionare_. Egli spiccava ordini ai Municipi, a suo
talento, requisiva di viva forza tutto ciò che gli occorreva, senza
rilasciar ricevute, e faceva arrestare chi gli si opponeva. I Municipi
mi mandavano delle deputazioni a reclamare, e ogni giorno andava
allargandosi un vivo malcontento nell’alta Valtellina.
Col Montanari avevo cominciato anch’io a bisticciarmi. Eravamo due
uomini diversi, e con due programmi più diversi ancora; tuttavia ero
il solo che riuscisse a frenarlo, in virtù di quella tal lettera con
la quale Garibaldi, gli ingiungeva di tenersi sempre in accordo con
me. L’essere da alcun giorni in Valtellina senza aver fatto nulla di
strepitoso, senza aver neanche fucilato un chierico, parevano al mio
capitano cose intollerabili: avrebbe voluto almeno che gli consegnassi
quel tal professore di Sondrio: ma io a buon conto l’avevo già fatto
partire per Alessandria, insieme cogli altri detenuti.
Tre giorni dopo aver preso il comando di quei quattrocento che
erano riuniti all’avamposto, male armati, male vestiti, e non ancora
disciplinati, mi mandò a Sondrio una staffetta con un dispaccio che mi
diceva: _Domani notte sorprenderò gli austriaci e piomberò su Bormio_.
Corsi all’avamposto, che distava circa cinquanta chilometri da Sondrio,
e giunsi in tempo a impedirgli l’impresa. Bormio era fortemente difesa
dagli austriaci, e la sorpresa che voleva fare il Capitano Montanari
mi pareva di più che dubbio successo. Nel posto fortissimo che noi
occupavamo, quei quattrocento potevano fare una seria difesa; gli
austriaci poi sospettavano che dietro l’avamposto ci fossero altri
corpi, o che ne potessero venire rapidamente, e però non avanzavano. Ma
se, con un nostro attacco, mostravamo loro qualche soldato male armato
e dei contadini male in arnese, era evidente che dopo averci respinti,
e forse dispersi, sarebbero discesi un buon tratto giù per la valle,
lasciandoci di quei ricordi che appunto volevamo evitare.
Il capitano era deciso a fare il suo colpo, e io a non lasciarglielo
fare: la discussione non fu breve, nè piacevole: in fine conclusi che
questa mossa non poteva essere fatta senza il consenso del Generale;
ch’io sarei partito immediatamente per conferire con lui; e forte
di quelle tali istruzioni di Garibaldi ingiunsi al capitano di non
muoversi durante la mia assenza. Il capitano, dopo avere protestato e
strepitato, dinnanzi al nome di Garibaldi non osò più fiatare.
Partii subito quel giorno stesso, ch’era il 10 giugno, e andai difilato
a Bergamo nella speranza di trovarci Garibaldi.
A Bergamo arrivai il giorno 11 e scesi alla casa dei Camozzi, miei
ottimi amici; ci trovai Emilio, ed ebbi la fortuna di poter veder
subito Garibaldi che, tornato il giorno innanzi a Milano dove era
andato a conferire col Re, si disponeva a proseguire la sua marcia su
Brescia.
In casa Camozzi c’era il quartier generale garibaldino. Si pensi cosa
poteva essere un quartier generale di volontari vittoriosi, in una
città in rivoluzione e in festa, tra una folla affaccendata di militari
e di borghesi armati, tra un viavai di gente che veniva a chiedere e
a portar notizie, a dar ordini e contrordini, in mezzo alla più lieta
confusione e al più allegro disordine.
Clemente Corte, allora capitano dello Stato Maggiore dei Cacciatori
delle Alpi, si incaricò gentilmente di farmi ricevere subito da
Garibaldi; cosa in quei momenti non troppo facile.
Garibaldi mi accolse con quel piglio franco e cortese, con quel sorriso
che sapeva essere così sereno, e con quella sua voce meravigliosa,
la più bella voce d’uomo ch’io abbia mai udito; doti che spiegavano
il fascino irresistibile ch’egli esercitava su tutti, anche sui più
scontrosi.
Raccontai a Garibaldi ciò ch’era avvenuto in Valtellina in quei
quindici giorni di insurrezione; e Garibaldi sorrideva e se ne
compiaceva: poi gli dissi il motivo che m’aveva condotto da lui, e i
miei dubbi sull’opportunità di un colpo di mano su Bormio. Mi chiese
molte informazioni e spiegazioni, su questo proposito, e mi pareva
bene avviato a darmi ragione, quando a un tratto entrarono il Corte e
il colonnello Thürr, a interrompere il colloquio. Il Thürr, dopo aver
scambiate con Garibaldi alcune parole in disparte, venne a scambiarne
altre con me con quel suo fare franco e bonario che lo rendevano tanto
simpatico. Intanto il Corte informava Garibaldi ch’erano stati condotti
in quel punto alcuni ufficiali austriaci prigionieri, e gli domandava
degli ordini in proposito.
«Conducetemeli qui, disse Garibaldi, e voi Thürr fermatevi che
servirete da interprete».
Mi pare ancora di vederli quei sei ufficiali; quattro erano di
fanteria, e due dei cacciatori. Intorno al nome di Garibaldi correva
nelle file austriache, fin dal 1848, una leggenda che faceva del famoso
condottiere qualcosa di terribile e di diabolico. Gli ufficiali non
avranno di certo creduto alla leggenda, ma parecchi lo consideravano
probabilmente come un feroce capo di filibustieri, capace di qualsiasi
eccesso; e tale doveva essere l’opinione che avevano di lui quei sei.
All’annunzio che Garibaldi li faceva venire a sè, bisogna dire che
avessero in quel momento pensato che li volesse passare a fil di spada
di sua mano: infatti si avanzarono come persone che andassero alla
morte, e due di loro erano stati presi da un tremito nervoso che non
riuscivano a dominare.
Garibaldi mosse loro incontro, e strinse a ciascuno la mano con aspetto
affabile e cortese. Poi volgendosi a Thürr: «Domandate a questi bravi
ufficiali se hanno qualche desiderio da esprimere; li affiderete a
qualche nostro ufficiale perchè li accompagni a Milano, da dove poi
saranno condotti ad Alessandria; viaggeranno in carrozza chiusa per
sottrarli alla curiosità pubblica, e sarà lasciata a ciascuno la spada,
chiedendo loro la parola d’onore che non tenteranno di fuggire».
Mentre il Thürr traduceva in tedesco queste parole, quelle sei
facce avevano l’espressione di chi va trasecolando, e parevano
improvvisamente illuminate da un raggio di sole. Garibaldi strinse
di nuovo la mano a ciascuno, e li congedò dicendo: «Bravi e valorosi
ufficiali, vi saluto».
Quei sei si piantarono prima nella posizione del saluto, poi strinsero
anch’essi con effusione la mano al Generale, e se erano entrati
indecisi parevano più indecisi ancora nell’uscire. Fu una scenetta
breve e caratteristica, che non mi è mai più uscita dalla mente.
Dopo si riprese il nostro colloquio, in piedi e brevemente, perchè i
minuti erano preziosi.
«Capisco, disse Garibaldi, l’impazienza di Montanari; quell’uomo è un
valoroso, è una _perla_. Ma per ora è meglio che aspetti, e gli manderò
i miei ordini scritti su ciò che deve fare».
Meno male, pensai tra me.
«A Bormio ci anderemo insieme, riprese Garibaldi, e lo ricompenserò
destinandolo per l’attacco all’avanguardia col suo battaglione
valtellinese. Col mandarle quel capitano, caro Commissario, le ho
mandato una _vera perla_!».
Io che stavo spiando il momento per dire a Garibaldi che a comandare il
battaglione mi mandasse un maggiore, perchè il Montanari pur essendo un
eroe, mi creava troppi impicci, non trovai lì per lì il modo di metter
d’accordo la _perla_ col discorso che volevo fare e mi accomiatai.
Garibaldi mi salutò molto cordialmente, e mi strinse la mano dicendomi:
_Arrivederci in Valtellina_.