_Sommario:_ Proclami pubblicati a Sondrio. — Prime mosse degli
austriaci dallo Stelvio verso la Valtellina. — Prime difese dei
Valtellinesi. — Dispareri sulla difesa. — Primi provvedimenti di
difesa. — Ricognizioni fatte da pattuglie austriache. — Notizie
esagerate e panico nella Provincia. — Nomino una Commissione
di pubblica sicurezza. — Costantino Iuvalta di Teglio commette
alcuni atti di reazione in quel Comune. — Un professore di lingua
tedesca sorpreso mentre inviava lettere a un posto nemico. — Viene
arrestato. — Continua l’arrolamento in Provincia. — Comunicazioni
difficili. — Mancanza di notizie.
Subito dopo il mio arrivo, cioè il 5 giugno, il Municipio di Sondrio
proclamava l’insurrezione per la indipendenza, e rinnovava il voto
del 1848 per l’annessione al Piemonte. Il Podestà, nobile Gaudenzio
Guicciardi, ne dava comunicazione alla popolazione con un coraggioso
proclama. Io annunziavo la mia nomina a rappresentante in Valtellina
del R. Commissario generale, istituivo la Guardia Nazionale per la
sicurezza interna e la Guardia Mobile, e pubblicavo alcune disposizioni
d’ordine pubblico.
Le prime notizie di Varese e di Como, i proclami di Garibaldi e di
mio fratello eran noti, ed appunto in seguito a questi, come già
ho accennato, i patriotti valtellinesi avevano principiato il loro
movimento d’insurrezione.
Dagli amici, venuti ad informarmi di quanto era accaduto in quei giorni
in Valtellina, sentii con dispiacere che Romualdo Bonfadini era, nella
sua casa d’Albosaggia, ammalato di tifo: perciò non potei avere la
sua collaborazione in quei primi momenti, quando più mi sarebbe stata
preziosa.
«E gli austriaci?» fu la mia prima domanda.
Ecco le informazioni che ebbi: gli austriaci, subito dopo quei primi
moti della Provincia, avevano mandato dalla valle Venosta, dove c’erano
circa settemila uomini comandati dal generale Huyn, alcune compagnie
di cacciatori tirolesi ad occupare Bormio; poi avevano spinto innanzi
alcune forti pattuglie, che erano scese fino al ponte di Grosio,
e, fiancheggiando la montagna, fino al passo del Mortirolo. Queste
pattuglie, venute ad esplorare e credute avanguardie di forze maggiori,
avevano messa in allarme tutta la provincia.
A Sondrio s’era formato subito un drappello di volontari che, vestiti
alla meglio con uniformi e cappotti abbandonati nel castello dagli
austriaci e accomodati alla meglio per la circostanza, sotto il comando
di un valoroso giovane sondriese, Ercole Quadrio, erano corsi ad
occupare la Tresenda, villaggio ove si riunisce la strada che conduce
al passo di Aprica con quella che scende dall’alta Valtellina e dallo
Stelvio. Questo drappello aveva incontrati e fatti prigionieri, sullo
stradale dell’Aprica, tredici gendarmi, che probabilmente venivano da
Edolo per ricongiungersi a quelli di Valtellina.
Anche nei paesi della parte superiore della valle alcune persone di
buona volontà erano accorse alla difesa, e alla meglio si erano armate.
S’era improvvisata una compagnia di militi, dei quali nessuno aveva
neanche un berretto d’uniforme; ed essa aveva occupato un punto ove
la valle si restringe a mano a mano fino a non esserci più che la
strada provinciale e il fiume Adda. Là c’è un ponte, detto il ponte del
Diavolo; e dietro quel ponte fu costruita in fretta una barricata.
Una grossa pattuglia austriaca, forte d’un centinaio d’uomini circa,
scese ad attaccarla.
La compagnia, che la difendeva, era comandata da un certo Antonio
Lucini di Tirano, il quale era stato ufficiale dei volontari allo
Stelvio nel 48; la maggior parte però di quei difensori si trovava
dinanzi alle fucilate per la prima volta. Eppure seppero tutti starci
con calma e con fermezza: l’attacco fu vigoroso e non breve, ma venne
respinto.
Al bravo Lucini e ai suoi compagni mandai subito un _ordine del
giorno_, con elogi per quel fatto, come era giusto ed opportuno nel
tempo stesso.
Di questo primo combattimento s’era diffusa subito la notizia per tutta
la valle, con quelle esagerazioni che in simili casi non mancano mai.
Tutti ne parlavano con grande compiacimento, ma tutti nel loro animo
erano allarmati più di prima. Quell’attacco poteva essere un indizio
che gli austriaci mirassero a rioccupare la valle; così la vittoria
era accompagnata dalla sfiducia, e sulla faccia di tutti si vedevano,
insieme coi sorrisi, il dubbio e l’apprensione. Seppi parimenti che
anche Edolo era occupata dagli austriaci, i quali mandavano pattuglie
fino all’Aprica. Non era quindi impossibile che si spingessero fino a
Sondrio.
I giovani più animosi della provincia erano già in gran parte partiti,
e s’erano arrolati volontari con Garibaldi o nell’esercito; mancavano
le armi: nelle casse della Tesoreria provinciale c’erano in tutto
ventiquattro mila lire austriache, e bisognava pagare la mesata agli
impiegati. Le comunicazioni col lago di Como e col campo garibaldino
erano difficili e incerte. Eravamo insomma senza forze, ed isolati. Io
poi avevo la certezza di non poter ricevere aiuti da nessuna parte per
parecchi giorni; di più conoscevo le condizioni difficili, mostratemi
da Emilio, nelle quali si trovava Garibaldi nei giorni 30 e 31 di
maggio. Pensai, che se si poteva guadagnare alcuni giorni, forse si
evitava alla provincia una occupazione di truppe austriache.
Sui modi di preparare la difesa erano nati subito dispareri, non
in Sondrio, ma soprattutto nell’alta Valtellina e nei paesi più
esposti; si temeva da alcuni che si volesse concentrare ogni difesa
alla Tresenda e all’Aprica, e veramente tale partito sarebbe stato il
più prudente, poichè, con gli austriaci a Edolo, il nostro avamposto
poteva essere preso alle spalle; ma ciò non garbava a quelli dell’alta
Valtellina.
Intanto si formarono, da sè, alcuni nuclei di volontari che si
diressero verso Grosio, e anche più in su per tener testa agli
austriaci; i quali però se volevano venire innanzi ci sarebbero
riusciti facilmente, qualunque fosse la posizione presa da noi:
intanto ricordavo il suggerimento datomi da Garibaldi: _se non potete
resistere, disperdetevi e datevi ritrovo altrove_.
A Tirano dove mi recai, per intendermi con quel Municipio, potei
finalmente vedere la mia buona mamma, che non avevo più veduta da tre
mesi, dalla sera cioè che aveva preceduta la visita della Polizia in
casa nostra. Essa era rimasta a Milano fino alla dichiarazione della
guerra, poi si era ritirata a Tirano, anche per cercare in un’aria
migliore un po’ di sollievo alla salute che le angustie e i timori
avevano alquanto scossa. Mio fratello Enrico era rimasto a Milano,
trattenuto da varie faccende domestiche, ed anche dal desiderio di
trovarsi presente agli avvenimenti che vi si potevano svolgere da un
momento all’altro.
Quante buone chiacchiere avevo fatte con la mamma in quelle ore in cui
ero rimasto a Tirano! Quante cose non avevamo da dirci dopo quei mesi
pieni di tanti avvenimenti, di tante angoscie e di tante gioie! La
mamma era in continui timori per noi, ma nel tempo stesso era felice,
ci godeva un mondo, perchè aveva l’anima calda di patriottismo e di
entusiasmo.
Tra i miei primi atti a Sondrio c’era stata la pubblicazione di
alcuni decreti per avere delle armi, per aprire un arruolamento di
volontari, per richiamare i soldati che non si erano presentati alla
chiamata ultima del Governo austriaco, per creare in ogni Comune
la Guardia Nazionale e predisporre la mobilitazione d’una parte di
essa. Avevo sospeso i commissari distrettuali, in generale invisi
per le loro attribuzioni di polizia, e riordinato prontamente le
Giunte Municipali, lasciando quasi da per tutto le antiche, che erano
buone, solo aggiungendovi un qualche patriotta del paese che non vi
appartenesse. Lasciai tutti gli altri uffici com’erano, e gli impiegati
provvisoriamente al loro posto. Era in quel momento vacante il posto di
delegato della Provincia, come chiamavano allora il Prefetto, e c’era
un vice delegato, il signor Borroni, che lasciai pure al suo posto;
egli continuò poi la sua carriera nell’amministrazione italiana. Questi
decreti e queste disposizioni amministrative formavan parte delle
istruzioni che Emilio aveva avute, e che mi aveva trasmesse.
Tutti i funzionari governativi che risiedevano in Sondrio, e primi fra
tutti il Presidente e i Consiglieri del Tribunale, erano venuti a farmi
visita. In tutti cercai di trasfondere quella sicurezza, che non c’era
in me, e nessuno mostrò il menomo dubbio o timore; ma poi osservai che,
per parecchi giorni, e cioè fin dopo la battaglia di Magenta, tutti
si tenevano un pochino alla larga, con l’aria di star a vedere come
sarebbe finita l’avventura del Commissario regio.
Mano mano che mi giungeva qualche drappello di volontari li spedivo
a Tirano, poi al ponte di Grosio, dove si fece una forte barricata.
Alcuni giorni dopo, quando il numero dei difensori fu accresciuto,
potemmo avanzarci fino al ponte detto del Diavolo dove la valle si
restringe talmente da non esserci più che la strada provinciale e
l’Adda, chiuse tra le falde delle due montagne che scendono ripide e
scoscese: là si fece un forte terrapieno dietro il ponte, e il ponte fu
minato.
S’era pure fatta una barricata al ponte della Tresenda, e si era messo
un posto d’avviso all’Aprica. Questi provvedimenti servirono in quei
primi giorni a occupare e a tranquillare gli animi; forse a metter
sull’avviso gli austriaci e a renderli circospetti. È però certo che in
quei giorni che precedettero la battaglia di Magenta e l’entrata delle
truppe alleate in Lombardia, se i cacciatori tirolesi avessero voluto
fare una passeggiata da Bormio a Colico, mettendo delle contribuzioni
di guerra in ogni paese, l’avrebbe potuto fare assai facilmente ad
onta del Commissario regio e dei suoi decreti. Coll’audacia e colla
rapidità potevano portarsi forse fin verso Lecco, disturbando assai le
mosse di Garibaldi; ma l’audacia e la rapidità mancarono, per fortuna,
in quei giorni a chi teneva lo Stelvio. E gli austriaci, anche quando
poco dopo vennero ad attaccare le nostre difese al ponte del Diavolo,
si dimostrarono incerti; retrocedettero, rinnovarono l’assalto, ma
non ci persistettero. Facevano ogni tanto qualche ricognizione, ma non
attacchi risoluti e vigorosi.
Quei dubbi che mi impensierivano, ma che avevo tenuti nascosti a
tutti, fuorchè a qualche amico, cominciarono a farsi strada anche nel
pubblico, appena arrivarono le notizie, in ritardo di quattro o cinque
giorni, sulle mosse retrograde di Garibaldi, e sullo sgombero di Como.
Queste notizie, ingrandite per di più, come succede, cominciarono a
risvegliare il panico dei giorni prima, per quanto il Commissario, che
era affatto senza notizie, dicesse dì averne di ottime. Il Commissario,
fino al 3 giugno, non sapeva neppure che fosse avvenuta la battaglia
di Palestro, tanto erano difficili le comunicazioni. In Valtellina non
c’era ancora il telegrafo.
Una delle prime manifestazioni della paura furono le domande di
energici provvedimenti, che parecchi cominciarono a indirizzarmi, e
la smania che si svegliò nel pubblico di scoprire spie e di domandare
l’arresto della gente sospetta.
Fin dal primo giorno ch’ero venuto in Sondrio, avevo saputo ch’era
stato fatto, nei primi momenti, qualche arresto arbitrario, e che se
ne minacciavano altri: perciò avevo subito nominata una Commissione
di pubblica sicurezza, non essendoci un ufficio di Polizia, per
esaminare le denuncie e le persone sospettate, per poi deferirle,
se fosse necessario, al magistrato. Era un modo per evitare qualche
scoppio d’ira, cieca e furiosa, d’una parte del popolo, come avviene
nei momenti di commozioni popolari, mettendo in salvo nel tempo stesso
qualche innocente.
Avevo chiamato a comporre questo _Comitato di salute pubblica!_ alcuni
cittadini serii e temperati, che seppero adempiere il loro incarico
con prudenza e con abilità: erano il consigliere di tribunale Vertua,
il dottor Giacomo Lambertenghi, il signor Giovanni Lambertenghi e don
Pietro Sertoli.
Tra gli arrestati, gente in generale mal veduta, c’era un impiegato di
Polizia, un certo Olivari, ch’era il marito di quella guantaia Olivari,
sgualdrina di ufficiali austriaci, che aveva provocata a Milano nel
1849 la dimostrazione seguita dalla bastonatura di uomini e di donne
in piazza Castello. Il marito era stato rimeritato con un impiego nella
Polizia, e lo trovai a Sondrio.
Di due fatterelli di qualche importanza ebbe subito da occuparsi la mia
Commissione straordinaria di pubblica sicurezza.
Nel paese di Teglio dominava un certo Costantino Iuvalta, di buona
famiglia, uomo d’ingegno, ma di indole prepotente; il quale aveva
passata la sua gioventù a Vienna, e in relazione, a quanto dicevasi,
con pezzi grossi del Governo. I giovani del paese s’erano associati
subito al movimento politico di quei giorni, abbattendo stemmi
austriaci e inalzando bandiere tricolori; ma l’Iuvalta, ch’era anche a
capo del Municipio, aveva subito fatto rimettere gli stemmi al posto
e toglier via le bandiere; poi mi aveva rimandato, respingendoli, i
miei proclami e i miei decreti. Di più, contornandosi di un gruppo di
contadini che gli erano devoti, si atteggiava ad opporsi colla forza
al movimento italiano nel suo paese. Parecchi liberali, gravemente
minacciati, avevan dovuto fuggire da Teglio, ed erano venuti ad
avvisarmi di quanto succedeva. Allora, sentita la Commissione, chiamai
subito il mio amico G. B. Caimi che comandava la Guardia Nazionale
di Sondrio, e lo incaricai di recarsi a Teglio, con una compagnia di
militi per sorprendere durante la notte l’Iuvalta e i suoi partigiani,
procurando di arrestarne quanti poteva, e di disperdere gli altri, se
occorreva, con la forza.
La sera, un cameriere dell’albergo della Posta dove alloggiavo, venne
a chiamarmi nell’ufficio, in una sala della Delegazione, dicendomi che
una signora, la quale non aveva voluto dire il suo nome, mi pregava
di recarmi subito all’albergo occorrendole di parlarmi di affari
urgentissimi. Vado difilato all’albergo, e mi trovo dinanzi, nella mia
camera, una signora velata, proprio come in un romanzo, e chi era? Era
la moglie dell’Iuvalta, la signora Giuseppina Iuvalta Cattaneo, una mia
cugina. Con questa cugina ch’era una bravissima donna, la mia famiglia
era stata sempre in ottimi rapporti, mentre col marito di lei, sia
perchè spesso assente, sia perchè quand’era in Valtellina non usciva
mai dal suo covo, io non ero mai stato in nessuna relazione; non lo
conoscevo neanche di vista.
Mia cugina, con quell’ansia e con quella agitazione che si può
immaginare, mi raccontò i fatti di Teglio, mi disse che i due partiti
stavano di fronte, pronti a venire alle mani in nome dei nuovi e di
vecchi rancori, e che era imminente uno spargimento di sangue. Avendole
detto francamente quali erano le mie intenzioni, essa mi replicò che
le guardie nazionali non sarebbero bastate a salvare la vita di suo
marito; il quale appena arrestato sarebbe stato massacrato dalla folla
trionfante, o da qualcuno che volesse compiere una vendetta.
Fossero o non fossero esagerate le previsioni di mia cugina, mi parve
doveroso l’evitare la possibilità d’un simile caso. Le dissi di correre
subito a Teglio, e persuadere suo marito a pigliare immediatamente su
per la montagna la via del confine per mettersi in salvo, se giungeva
in tempo, prima che succedesse un tafferuglio e prima che arrivassero
le guardie nazionali incaricate di arrestarlo.
Mia cugina partì subito; ed io arrivai in tempo a prevenire il Caimi e
la Commissione di quanto avevo saputo e di quanto avevo detto.
Il Caimi adempì il suo incarico con la fermezza e con la prudenza che
gli erano abituali. Saputasi la partenza dell’Iuvalta, tornò la calma
in Teglio, non ci fu nessun atto di violenza; gli stemmi austriaci
furono tolti e le bandiere italiane furono rizzate di nuovo.
Alcuni giorni dopo ricevetti dalla Svizzera una lunghissima lettera
in francese dall’Iuvalta, il quale mi domandava un salvacondotto,
per potersi recare in quella città che io gli avessi indicata ed ivi
scolparsi dinanzi al giudizio regolare di un tribunale.
Io gli risposi ch’egli per ora stava assai bene dove era; che non
potevo garantirgli di salvargli la vita una seconda volta, e che poi a
guerra finita, e in tempi tranquilli, avrebbe fatto ciò che gli sarebbe
parso meglio.
Più tardi infatti il signor Carlo Iuvalta ritornò; non pensò più a
fare la sua clamorosa difesa; e da austriacante diventò, sotto altri
nomi, speciosi, un accanito avversario del Governo e mio; cose del
resto inconcludenti. Mia cugina, finchè visse, appena mi sapeva giunto
in Valtellina, veniva in casa nostra e sempre ricordando quel fatto, e
deplorando la condotta di suo marito, mi rinnovava le espressioni della
sua riconoscenza.
Subito dopo capitò un secondo fatto pure di una certa gravità. Il
cameriere dell’albergo venne la notte a svegliarmi, dicendomi che un
tale voleva parlarmi subito. Era lo stalliere di un altro albergo di
Sondrio detto la _Maddalena_, il quale tutto ansante mi disse che un
tirolese, professore di tedesco nel ginnasio di Sondrio, era andato
poco prima nella stalla dell’albergo a confabulare in secreto con
un carrettiere che partiva per Edolo. Il professore aveva dato un
pacchetto e una mancia al carrettiere facendogli, con aria misteriosa,
molte raccomandazioni, e parlandogli all’orecchio. Lo stalliere, che
se ne stava in un angolo della stalla, all’oscuro, sdraiato sulla
paglia, era stato testimonio di tutto senza essere veduto; e veniva
patriotticamente ad informarmene, aggiungendo del suo che il professore
e il carrettiere erano certamente due spie austriache.
Mi alzai subito, e mandai alcune guardie nazionali, giovani
intelligenti e risoluti, a raggiungere il carrettiere, ad arrestarlo
e a perquisirlo. Poche ore dopo il carrettiere era nel quartiere delle
guardie nazionali di Sondrio, e il pacchetto era sul mio tavolino.
Nel pacchetto trovai, nascosta tra alcune carte insignificanti, una
lettera scritta in tedesco dal professore a un suo compatriotta che
dimorava in Edolo. In questa lettera il professore narrava i fatti
avvenuti in quei giorni in Valtellina e a Sondrio, dicendogli di farli
conoscere a una certa persona che dimorava al di là del Tonale. Il
professore diceva poi che da alcuni giorni era venuto un Commissario
del Re di Piemonte, il quale parlava alto, annunziava l’arrivo
imminente di garibaldini o di truppe regolari, ma che, a parer suo,
queste notizie erano non vere, o premature. Fin qui il professore aveva
ragione. Poi soggiungeva che «in realtà non compariva nessuno e che,
all’infuori di pochi volontari mandati all’avamposto, gli insorti di
Valtellina non avevan forze da opporre a qualsiasi attacco. Diceva
infine al suo compatriota che avrebbe continuato a informarlo, ma
che, siccome ciò diventava ogni giorno più difficile e pericoloso,
così gli avrebbe scritto con cifre di cui gli univa la _chiave_ per
interpretarle».
Ciò poteva essere abbastanza pericoloso; perciò feci arrestare subito
il professore, e lo affidai alla mia Commissione straordinaria.
Naturalmente il fatto fu subito, in parte almeno, saputo in pubblico,
e non mancaron quelli che vennero a domandarmi quando avrei fatto
fucilare il professore. Ma la Commissione fu del parere di far tradurre
anche il professore insieme a tutti gli altri arrestati e da arrestare,
prigionieri politici o militari, nella fortezza d’Alessandria, appena
fosse possibile, come era detto nelle istruzioni che avevo ricevute.
E anch’io fui di questo parere, dicendo tra me come i monatti di Renzo:
«povero untorello, non sarai tu quello che spianterai l’Italia».
Intanto avevo continuato a scrivere a mio fratello Emilio, quasi
giornalmente, narrandogli quanto avveniva in Valtellina, e mostrandogli
la condizione precaria nella quale eravamo, e la urgenza che Garibaldi
ci mandasse al più presto qualche ufficiale, e anche alcuni buoni
soldati, possibilmente valtellinesi, per farne dei sotto ufficiali.
La chiamata alle armi aveva cominciato a dare dei risultati e ogni
giorno mi arrivava qualche gruppo di volontari e di guardie nazionali,
colle quali volevo formare in fretta, alla meglio, delle compagnie per
mandare all’avamposto e rinforzare i nostri punti di osservazione e di
difesa; ma appunto per ciò urgeva di avere degli ufficiali e dei sotto
ufficiali.
Le comunicazioni erano, come già dissi, difficilissime e interrotte da
per tutto, ed io ero senza risposte e senza notizie. Il telegrafo in
Valtellina non fu messo che alla fine del 1859 dalla Amministrazione
Italiana.