IV.

_Sommario:_ Proclami pubblicati a Sondrio. — Prime mosse degli

austriaci dallo Stelvio verso la Valtellina. — Prime difese dei

Valtellinesi. — Dispareri sulla difesa. — Primi provvedimenti di

difesa. — Ricognizioni fatte da pattuglie austriache. — Notizie

esagerate e panico nella Provincia. — Nomino una Commissione

di pubblica sicurezza. — Costantino Iuvalta di Teglio commette

alcuni atti di reazione in quel Comune. — Un professore di lingua

tedesca sorpreso mentre inviava lettere a un posto nemico. — Viene

arrestato. — Continua l’arrolamento in Provincia. — Comunicazioni

difficili. — Mancanza di notizie.

Subito dopo il mio arrivo, cioè il 5 giugno, il Municipio di Sondrio

proclamava l’insurrezione per la indipendenza, e rinnovava il voto

del 1848 per l’annessione al Piemonte. Il Podestà, nobile Gaudenzio

Guicciardi, ne dava comunicazione alla popolazione con un coraggioso

proclama. Io annunziavo la mia nomina a rappresentante in Valtellina

del R. Commissario generale, istituivo la Guardia Nazionale per la

sicurezza interna e la Guardia Mobile, e pubblicavo alcune disposizioni

d’ordine pubblico.

Le prime notizie di Varese e di Como, i proclami di Garibaldi e di

mio fratello eran noti, ed appunto in seguito a questi, come già

ho accennato, i patriotti valtellinesi avevano principiato il loro

movimento d’insurrezione.

Dagli amici, venuti ad informarmi di quanto era accaduto in quei giorni

in Valtellina, sentii con dispiacere che Romualdo Bonfadini era, nella

sua casa d’Albosaggia, ammalato di tifo: perciò non potei avere la

sua collaborazione in quei primi momenti, quando più mi sarebbe stata

preziosa.

«E gli austriaci?» fu la mia prima domanda.

Ecco le informazioni che ebbi: gli austriaci, subito dopo quei primi

moti della Provincia, avevano mandato dalla valle Venosta, dove c’erano

circa settemila uomini comandati dal generale Huyn, alcune compagnie

di cacciatori tirolesi ad occupare Bormio; poi avevano spinto innanzi

alcune forti pattuglie, che erano scese fino al ponte di Grosio,

e, fiancheggiando la montagna, fino al passo del Mortirolo. Queste

pattuglie, venute ad esplorare e credute avanguardie di forze maggiori,

avevano messa in allarme tutta la provincia.

A Sondrio s’era formato subito un drappello di volontari che, vestiti

alla meglio con uniformi e cappotti abbandonati nel castello dagli

austriaci e accomodati alla meglio per la circostanza, sotto il comando

di un valoroso giovane sondriese, Ercole Quadrio, erano corsi ad

occupare la Tresenda, villaggio ove si riunisce la strada che conduce

al passo di Aprica con quella che scende dall’alta Valtellina e dallo

Stelvio. Questo drappello aveva incontrati e fatti prigionieri, sullo

stradale dell’Aprica, tredici gendarmi, che probabilmente venivano da

Edolo per ricongiungersi a quelli di Valtellina.

Anche nei paesi della parte superiore della valle alcune persone di

buona volontà erano accorse alla difesa, e alla meglio si erano armate.

S’era improvvisata una compagnia di militi, dei quali nessuno aveva

neanche un berretto d’uniforme; ed essa aveva occupato un punto ove

la valle si restringe a mano a mano fino a non esserci più che la

strada provinciale e il fiume Adda. Là c’è un ponte, detto il ponte del

Diavolo; e dietro quel ponte fu costruita in fretta una barricata.

Una grossa pattuglia austriaca, forte d’un centinaio d’uomini circa,

scese ad attaccarla.

La compagnia, che la difendeva, era comandata da un certo Antonio

Lucini di Tirano, il quale era stato ufficiale dei volontari allo

Stelvio nel 48; la maggior parte però di quei difensori si trovava

dinanzi alle fucilate per la prima volta. Eppure seppero tutti starci

con calma e con fermezza: l’attacco fu vigoroso e non breve, ma venne

respinto.

Al bravo Lucini e ai suoi compagni mandai subito un _ordine del

giorno_, con elogi per quel fatto, come era giusto ed opportuno nel

tempo stesso.

Di questo primo combattimento s’era diffusa subito la notizia per tutta

la valle, con quelle esagerazioni che in simili casi non mancano mai.

Tutti ne parlavano con grande compiacimento, ma tutti nel loro animo

erano allarmati più di prima. Quell’attacco poteva essere un indizio

che gli austriaci mirassero a rioccupare la valle; così la vittoria

era accompagnata dalla sfiducia, e sulla faccia di tutti si vedevano,

insieme coi sorrisi, il dubbio e l’apprensione. Seppi parimenti che

anche Edolo era occupata dagli austriaci, i quali mandavano pattuglie

fino all’Aprica. Non era quindi impossibile che si spingessero fino a

Sondrio.

I giovani più animosi della provincia erano già in gran parte partiti,

e s’erano arrolati volontari con Garibaldi o nell’esercito; mancavano

le armi: nelle casse della Tesoreria provinciale c’erano in tutto

ventiquattro mila lire austriache, e bisognava pagare la mesata agli

impiegati. Le comunicazioni col lago di Como e col campo garibaldino

erano difficili e incerte. Eravamo insomma senza forze, ed isolati. Io

poi avevo la certezza di non poter ricevere aiuti da nessuna parte per

parecchi giorni; di più conoscevo le condizioni difficili, mostratemi

da Emilio, nelle quali si trovava Garibaldi nei giorni 30 e 31 di

maggio. Pensai, che se si poteva guadagnare alcuni giorni, forse si

evitava alla provincia una occupazione di truppe austriache.

Sui modi di preparare la difesa erano nati subito dispareri, non

in Sondrio, ma soprattutto nell’alta Valtellina e nei paesi più

esposti; si temeva da alcuni che si volesse concentrare ogni difesa

alla Tresenda e all’Aprica, e veramente tale partito sarebbe stato il

più prudente, poichè, con gli austriaci a Edolo, il nostro avamposto

poteva essere preso alle spalle; ma ciò non garbava a quelli dell’alta

Valtellina.

Intanto si formarono, da sè, alcuni nuclei di volontari che si

diressero verso Grosio, e anche più in su per tener testa agli

austriaci; i quali però se volevano venire innanzi ci sarebbero

riusciti facilmente, qualunque fosse la posizione presa da noi:

intanto ricordavo il suggerimento datomi da Garibaldi: _se non potete

resistere, disperdetevi e datevi ritrovo altrove_.

A Tirano dove mi recai, per intendermi con quel Municipio, potei

finalmente vedere la mia buona mamma, che non avevo più veduta da tre

mesi, dalla sera cioè che aveva preceduta la visita della Polizia in

casa nostra. Essa era rimasta a Milano fino alla dichiarazione della

guerra, poi si era ritirata a Tirano, anche per cercare in un’aria

migliore un po’ di sollievo alla salute che le angustie e i timori

avevano alquanto scossa. Mio fratello Enrico era rimasto a Milano,

trattenuto da varie faccende domestiche, ed anche dal desiderio di

trovarsi presente agli avvenimenti che vi si potevano svolgere da un

momento all’altro.

Quante buone chiacchiere avevo fatte con la mamma in quelle ore in cui

ero rimasto a Tirano! Quante cose non avevamo da dirci dopo quei mesi

pieni di tanti avvenimenti, di tante angoscie e di tante gioie! La

mamma era in continui timori per noi, ma nel tempo stesso era felice,

ci godeva un mondo, perchè aveva l’anima calda di patriottismo e di

entusiasmo.

Tra i miei primi atti a Sondrio c’era stata la pubblicazione di

alcuni decreti per avere delle armi, per aprire un arruolamento di

volontari, per richiamare i soldati che non si erano presentati alla

chiamata ultima del Governo austriaco, per creare in ogni Comune

la Guardia Nazionale e predisporre la mobilitazione d’una parte di

essa. Avevo sospeso i commissari distrettuali, in generale invisi

per le loro attribuzioni di polizia, e riordinato prontamente le

Giunte Municipali, lasciando quasi da per tutto le antiche, che erano

buone, solo aggiungendovi un qualche patriotta del paese che non vi

appartenesse. Lasciai tutti gli altri uffici com’erano, e gli impiegati

provvisoriamente al loro posto. Era in quel momento vacante il posto di

delegato della Provincia, come chiamavano allora il Prefetto, e c’era

un vice delegato, il signor Borroni, che lasciai pure al suo posto;

egli continuò poi la sua carriera nell’amministrazione italiana. Questi

decreti e queste disposizioni amministrative formavan parte delle

istruzioni che Emilio aveva avute, e che mi aveva trasmesse.

Tutti i funzionari governativi che risiedevano in Sondrio, e primi fra

tutti il Presidente e i Consiglieri del Tribunale, erano venuti a farmi

visita. In tutti cercai di trasfondere quella sicurezza, che non c’era

in me, e nessuno mostrò il menomo dubbio o timore; ma poi osservai che,

per parecchi giorni, e cioè fin dopo la battaglia di Magenta, tutti

si tenevano un pochino alla larga, con l’aria di star a vedere come

sarebbe finita l’avventura del Commissario regio.

Mano mano che mi giungeva qualche drappello di volontari li spedivo

a Tirano, poi al ponte di Grosio, dove si fece una forte barricata.

Alcuni giorni dopo, quando il numero dei difensori fu accresciuto,

potemmo avanzarci fino al ponte detto del Diavolo dove la valle si

restringe talmente da non esserci più che la strada provinciale e

l’Adda, chiuse tra le falde delle due montagne che scendono ripide e

scoscese: là si fece un forte terrapieno dietro il ponte, e il ponte fu

minato.

S’era pure fatta una barricata al ponte della Tresenda, e si era messo

un posto d’avviso all’Aprica. Questi provvedimenti servirono in quei

primi giorni a occupare e a tranquillare gli animi; forse a metter

sull’avviso gli austriaci e a renderli circospetti. È però certo che in

quei giorni che precedettero la battaglia di Magenta e l’entrata delle

truppe alleate in Lombardia, se i cacciatori tirolesi avessero voluto

fare una passeggiata da Bormio a Colico, mettendo delle contribuzioni

di guerra in ogni paese, l’avrebbe potuto fare assai facilmente ad

onta del Commissario regio e dei suoi decreti. Coll’audacia e colla

rapidità potevano portarsi forse fin verso Lecco, disturbando assai le

mosse di Garibaldi; ma l’audacia e la rapidità mancarono, per fortuna,

in quei giorni a chi teneva lo Stelvio. E gli austriaci, anche quando

poco dopo vennero ad attaccare le nostre difese al ponte del Diavolo,

si dimostrarono incerti; retrocedettero, rinnovarono l’assalto, ma

non ci persistettero. Facevano ogni tanto qualche ricognizione, ma non

attacchi risoluti e vigorosi.

Quei dubbi che mi impensierivano, ma che avevo tenuti nascosti a

tutti, fuorchè a qualche amico, cominciarono a farsi strada anche nel

pubblico, appena arrivarono le notizie, in ritardo di quattro o cinque

giorni, sulle mosse retrograde di Garibaldi, e sullo sgombero di Como.

Queste notizie, ingrandite per di più, come succede, cominciarono a

risvegliare il panico dei giorni prima, per quanto il Commissario, che

era affatto senza notizie, dicesse dì averne di ottime. Il Commissario,

fino al 3 giugno, non sapeva neppure che fosse avvenuta la battaglia

di Palestro, tanto erano difficili le comunicazioni. In Valtellina non

c’era ancora il telegrafo.

Una delle prime manifestazioni della paura furono le domande di

energici provvedimenti, che parecchi cominciarono a indirizzarmi, e

la smania che si svegliò nel pubblico di scoprire spie e di domandare

l’arresto della gente sospetta.

Fin dal primo giorno ch’ero venuto in Sondrio, avevo saputo ch’era

stato fatto, nei primi momenti, qualche arresto arbitrario, e che se

ne minacciavano altri: perciò avevo subito nominata una Commissione

di pubblica sicurezza, non essendoci un ufficio di Polizia, per

esaminare le denuncie e le persone sospettate, per poi deferirle,

se fosse necessario, al magistrato. Era un modo per evitare qualche

scoppio d’ira, cieca e furiosa, d’una parte del popolo, come avviene

nei momenti di commozioni popolari, mettendo in salvo nel tempo stesso

qualche innocente.

Avevo chiamato a comporre questo _Comitato di salute pubblica!_ alcuni

cittadini serii e temperati, che seppero adempiere il loro incarico

con prudenza e con abilità: erano il consigliere di tribunale Vertua,

il dottor Giacomo Lambertenghi, il signor Giovanni Lambertenghi e don

Pietro Sertoli.

Tra gli arrestati, gente in generale mal veduta, c’era un impiegato di

Polizia, un certo Olivari, ch’era il marito di quella guantaia Olivari,

sgualdrina di ufficiali austriaci, che aveva provocata a Milano nel

1849 la dimostrazione seguita dalla bastonatura di uomini e di donne

in piazza Castello. Il marito era stato rimeritato con un impiego nella

Polizia, e lo trovai a Sondrio.

Di due fatterelli di qualche importanza ebbe subito da occuparsi la mia

Commissione straordinaria di pubblica sicurezza.

Nel paese di Teglio dominava un certo Costantino Iuvalta, di buona

famiglia, uomo d’ingegno, ma di indole prepotente; il quale aveva

passata la sua gioventù a Vienna, e in relazione, a quanto dicevasi,

con pezzi grossi del Governo. I giovani del paese s’erano associati

subito al movimento politico di quei giorni, abbattendo stemmi

austriaci e inalzando bandiere tricolori; ma l’Iuvalta, ch’era anche a

capo del Municipio, aveva subito fatto rimettere gli stemmi al posto

e toglier via le bandiere; poi mi aveva rimandato, respingendoli, i

miei proclami e i miei decreti. Di più, contornandosi di un gruppo di

contadini che gli erano devoti, si atteggiava ad opporsi colla forza

al movimento italiano nel suo paese. Parecchi liberali, gravemente

minacciati, avevan dovuto fuggire da Teglio, ed erano venuti ad

avvisarmi di quanto succedeva. Allora, sentita la Commissione, chiamai

subito il mio amico G. B. Caimi che comandava la Guardia Nazionale

di Sondrio, e lo incaricai di recarsi a Teglio, con una compagnia di

militi per sorprendere durante la notte l’Iuvalta e i suoi partigiani,

procurando di arrestarne quanti poteva, e di disperdere gli altri, se

occorreva, con la forza.

La sera, un cameriere dell’albergo della Posta dove alloggiavo, venne

a chiamarmi nell’ufficio, in una sala della Delegazione, dicendomi che

una signora, la quale non aveva voluto dire il suo nome, mi pregava

di recarmi subito all’albergo occorrendole di parlarmi di affari

urgentissimi. Vado difilato all’albergo, e mi trovo dinanzi, nella mia

camera, una signora velata, proprio come in un romanzo, e chi era? Era

la moglie dell’Iuvalta, la signora Giuseppina Iuvalta Cattaneo, una mia

cugina. Con questa cugina ch’era una bravissima donna, la mia famiglia

era stata sempre in ottimi rapporti, mentre col marito di lei, sia

perchè spesso assente, sia perchè quand’era in Valtellina non usciva

mai dal suo covo, io non ero mai stato in nessuna relazione; non lo

conoscevo neanche di vista.

Mia cugina, con quell’ansia e con quella agitazione che si può

immaginare, mi raccontò i fatti di Teglio, mi disse che i due partiti

stavano di fronte, pronti a venire alle mani in nome dei nuovi e di

vecchi rancori, e che era imminente uno spargimento di sangue. Avendole

detto francamente quali erano le mie intenzioni, essa mi replicò che

le guardie nazionali non sarebbero bastate a salvare la vita di suo

marito; il quale appena arrestato sarebbe stato massacrato dalla folla

trionfante, o da qualcuno che volesse compiere una vendetta.

Fossero o non fossero esagerate le previsioni di mia cugina, mi parve

doveroso l’evitare la possibilità d’un simile caso. Le dissi di correre

subito a Teglio, e persuadere suo marito a pigliare immediatamente su

per la montagna la via del confine per mettersi in salvo, se giungeva

in tempo, prima che succedesse un tafferuglio e prima che arrivassero

le guardie nazionali incaricate di arrestarlo.

Mia cugina partì subito; ed io arrivai in tempo a prevenire il Caimi e

la Commissione di quanto avevo saputo e di quanto avevo detto.

Il Caimi adempì il suo incarico con la fermezza e con la prudenza che

gli erano abituali. Saputasi la partenza dell’Iuvalta, tornò la calma

in Teglio, non ci fu nessun atto di violenza; gli stemmi austriaci

furono tolti e le bandiere italiane furono rizzate di nuovo.

Alcuni giorni dopo ricevetti dalla Svizzera una lunghissima lettera

in francese dall’Iuvalta, il quale mi domandava un salvacondotto,

per potersi recare in quella città che io gli avessi indicata ed ivi

scolparsi dinanzi al giudizio regolare di un tribunale.

Io gli risposi ch’egli per ora stava assai bene dove era; che non

potevo garantirgli di salvargli la vita una seconda volta, e che poi a

guerra finita, e in tempi tranquilli, avrebbe fatto ciò che gli sarebbe

parso meglio.

Più tardi infatti il signor Carlo Iuvalta ritornò; non pensò più a

fare la sua clamorosa difesa; e da austriacante diventò, sotto altri

nomi, speciosi, un accanito avversario del Governo e mio; cose del

resto inconcludenti. Mia cugina, finchè visse, appena mi sapeva giunto

in Valtellina, veniva in casa nostra e sempre ricordando quel fatto, e

deplorando la condotta di suo marito, mi rinnovava le espressioni della

sua riconoscenza.

Subito dopo capitò un secondo fatto pure di una certa gravità. Il

cameriere dell’albergo venne la notte a svegliarmi, dicendomi che un

tale voleva parlarmi subito. Era lo stalliere di un altro albergo di

Sondrio detto la _Maddalena_, il quale tutto ansante mi disse che un

tirolese, professore di tedesco nel ginnasio di Sondrio, era andato

poco prima nella stalla dell’albergo a confabulare in secreto con

un carrettiere che partiva per Edolo. Il professore aveva dato un

pacchetto e una mancia al carrettiere facendogli, con aria misteriosa,

molte raccomandazioni, e parlandogli all’orecchio. Lo stalliere, che

se ne stava in un angolo della stalla, all’oscuro, sdraiato sulla

paglia, era stato testimonio di tutto senza essere veduto; e veniva

patriotticamente ad informarmene, aggiungendo del suo che il professore

e il carrettiere erano certamente due spie austriache.

Mi alzai subito, e mandai alcune guardie nazionali, giovani

intelligenti e risoluti, a raggiungere il carrettiere, ad arrestarlo

e a perquisirlo. Poche ore dopo il carrettiere era nel quartiere delle

guardie nazionali di Sondrio, e il pacchetto era sul mio tavolino.

Nel pacchetto trovai, nascosta tra alcune carte insignificanti, una

lettera scritta in tedesco dal professore a un suo compatriotta che

dimorava in Edolo. In questa lettera il professore narrava i fatti

avvenuti in quei giorni in Valtellina e a Sondrio, dicendogli di farli

conoscere a una certa persona che dimorava al di là del Tonale. Il

professore diceva poi che da alcuni giorni era venuto un Commissario

del Re di Piemonte, il quale parlava alto, annunziava l’arrivo

imminente di garibaldini o di truppe regolari, ma che, a parer suo,

queste notizie erano non vere, o premature. Fin qui il professore aveva

ragione. Poi soggiungeva che «in realtà non compariva nessuno e che,

all’infuori di pochi volontari mandati all’avamposto, gli insorti di

Valtellina non avevan forze da opporre a qualsiasi attacco. Diceva

infine al suo compatriota che avrebbe continuato a informarlo, ma

che, siccome ciò diventava ogni giorno più difficile e pericoloso,

così gli avrebbe scritto con cifre di cui gli univa la _chiave_ per

interpretarle».

Ciò poteva essere abbastanza pericoloso; perciò feci arrestare subito

il professore, e lo affidai alla mia Commissione straordinaria.

Naturalmente il fatto fu subito, in parte almeno, saputo in pubblico,

e non mancaron quelli che vennero a domandarmi quando avrei fatto

fucilare il professore. Ma la Commissione fu del parere di far tradurre

anche il professore insieme a tutti gli altri arrestati e da arrestare,

prigionieri politici o militari, nella fortezza d’Alessandria, appena

fosse possibile, come era detto nelle istruzioni che avevo ricevute.

E anch’io fui di questo parere, dicendo tra me come i monatti di Renzo:

«povero untorello, non sarai tu quello che spianterai l’Italia».

Intanto avevo continuato a scrivere a mio fratello Emilio, quasi

giornalmente, narrandogli quanto avveniva in Valtellina, e mostrandogli

la condizione precaria nella quale eravamo, e la urgenza che Garibaldi

ci mandasse al più presto qualche ufficiale, e anche alcuni buoni

soldati, possibilmente valtellinesi, per farne dei sotto ufficiali.

La chiamata alle armi aveva cominciato a dare dei risultati e ogni

giorno mi arrivava qualche gruppo di volontari e di guardie nazionali,

colle quali volevo formare in fretta, alla meglio, delle compagnie per

mandare all’avamposto e rinforzare i nostri punti di osservazione e di

difesa; ma appunto per ciò urgeva di avere degli ufficiali e dei sotto

ufficiali.

Le comunicazioni erano, come già dissi, difficilissime e interrotte da

per tutto, ed io ero senza risposte e senza notizie. Il telegrafo in

Valtellina non fu messo che alla fine del 1859 dalla Amministrazione

Italiana.

Ricordi di gioventù · 第 83 / 105 题