III.

_Sommario:_ Mio fratello Emilio è nominato Commissario Regio

al campo di Garibaldi. — Le istruzioni dategli da Cavour. — Due

giorni dopo Emilio mi telegrafa di seguirlo. — Parto per Vercelli

e per Arona. — Attraverso di notte il lago Maggiore con Nievo e

Griziotti, scortando quattro obici. — Giungiamo a Varese. — Vedo

Garibaldi che ritorna da Como. — Ordini nei paesi comaschi e nella

Valtellina per insorgere. — Contrordini dal quartier generale.

— Giungono tardi. — Una Commissione di cittadini Sondriesi si

presenta a Garibaldi per chiedere soccorsi. — Sono _incaricato_

del Commissariato Regio per la Valtellina. — Accoglienze festose,

patriottiche. — Condizioni della Valtellina in quei giorni.

La sera del 22 maggio 1859 mi trovavo, con alcuni amici, seduto a

un tavolino del caffè Fiorio, quando a un tratto entrò un usciere

del Ministero e andò al banco a confabulare col padrone. Il padrone,

poco dopo, accostandosi al nostro tavolino e mostrandoci una lettera,

ci domandò se qualcuno di noi conoscesse la persona alla quale era

indirizzata.

La lettera era indirizzata a mio fratello Emilio; e poco mancò che

quell’usciere non mi buttasse le braccia al collo per la consolazione.

Aveva girato inutilmente parecchi alberghi e parecchi caffè, e aveva

l’ordine di girar tutta Torino, con una carrozza finchè avesse trovato

quel signore a cui la lettera era diretta.

Erano le 10, e sapevo che a quell’ora avrei trovato Emilio o in casa

Correnti o in un caffè che frequentava con alcuni suoi amici; e qui

infatti lo trovai. Mezz’ora dopo Emilio, ed io, con l’usciere ch’era

raggiante, salivamo le scale del Ministero degli Esteri. La lettera

non conteneva che poche parole con le quali Luigi Farini, in nome

di Cavour, pregava Emilio di recarsi subito al Ministero. Un invito

simile, in quei momenti, a quell’ora, non era cosa da poco, sicchè non

solo con curiosità, ma con ansietà accompagnai Emilio, fermandomi in

una antisala del Ministero ad aspettarlo. Dopo poco più di mezz’ora, lo

vidi uscire da un salotto, accompagnato e salutato con molta espansione

da Cavour e dal Farini.

«Dunque?» domandai a Emilio appena fummo sulla scala.

«Dunque, si parte,» mi rispose con la solita calma. «Accompagnami

subito all’albergo, perchè ho appena il tempo per fare la valigia.»

«E dove vai?»

«Vado a raggiungere Garibaldi che domattina passerà il Ticino, e io

devo essere con lui per assumere l’uffizio di Commissario Regio nei

paesi ove si entrerà.»

Sul dialogo avuto col Cavour, sulla missione che gli era affidata,

sulle istruzioni ricevute, potè dirmi in quel momento ben poco. Si

andò subito all’albergo, poi alla stazione, ove si stava intanto

apparecchiando una macchina, e una carrozza che dovevano condurre

Emilio a Vercelli, punto estremo occupato dalle nostre truppe. Alla

Stazione trovammo un impiegato del Ministero con varie lettere per

Emilio, una delle quali era diretta al Cialdini che doveva far scortare

Emilio oltre gli avamposti.

La locomotiva fischiò; un po’ commossi ci abbracciammo, e Emilio mi

disse: «Starai a vedere quello che succederà, per un paio di giorni,

poi sarà forse bene che tu mi raggiunga.»

Solo parecchi mesi dopo seppi dal Farini stesso come era avvenuta la

chiamata di Emilio e quale era stato il dialogo di quella sera nel

salotto del conte di Cavour.

Garibaldi in Lombardia doveva assalire ai fianchi l’esercito austriaco

e far sollevare i paesi alle spalle di questo. Cavour voleva, e lo

disse anche ad Emilio quella sera, che i Francesi entrassero in un

paese già tutto insorto, e non apparissero essi i liberatori d’un paese

sottomesso e tranquillo. Ma nel tempo stesso che voleva accendere

la rivoluzione, Cavour voleva all’occorrenza dominarla e dirigerla:

bisognava quindi mettere accanto a Garibaldi un uomo politico per

dirigerne l’azione rivoluzionaria, e tenerla in quei confini politici,

che erano negli intendimenti del ministro; compito certamente non

facile.

Cavour da due giorni andava cercando la persona a cui affidare quella

missione; s’era rivolto a parecchi uomini politici ma a nessuno era

sembrato accettabile un simile incarico, che doveva svolgersi fra tante

difficoltà e tanti pericoli.

Così era venuta la sera del 22; Garibaldi avrebbe tra poche ore

passata la frontiera, e il Commissario Regio ancora non c’era.

Cavour era furioso, e usciva in parole vivacissime contro quanti

aveva interrogati, come soleva quando imbattevasi in gente che gli

sollevassero delle difficoltà.

A un tratto il Farini ebbe un’idea.

«E se si cercasse qualcuno, disse, tra gli emigrati più notevoli...»

«Ben più a ragione mi diranno di no!»

«Eh, chi sa. Per esempio... se chiamaste Emilio Visconti? È un giovane

assai popolare in Lombardia, e per molte ragioni potrebbe essere

adattatissimo.»

«È vero, ma come potrei io fargli una simile offerta? Ma pensate

che, se per disgrazia fosse fatto prigioniero, gli austriaci lo

tratterebbero come un suddito ribelle e me lo fucilerebbero!»

«Il tempo incalza, conchiuse Farini, provate, chiamatelo, e sentite che

cosa vi dirà lui.»

Cavour, quando Emilio entrò nel suo gabinetto, gli espose in poche

parole di che cosa si trattasse, soggiungendo che non avrebbe osato

insistere di fronte a considerazioni, che nel caso di lui avevano una

speciale gravità.

Emilio rispose: «L’incarico è assai delicato e difficile, però se lei

crede che io possa adempierlo, non mi rifiuto. Quanto ai pericoli,

maggiori o minori, sono riflessioni che noi giovani d’oltre Ticino

abbiamo messo da parte da un pezzo: da un pezzo in Lombardia la forca

non è che una malattia di più, soggiunse ridendo: dunque non ci si

pensi. E quando dovrei partire?»

«Subito. Garibaldi a quest’ora è in marcia verso il confine, dove

arriverà all’alba di domattina. Cercherà di penetrare in Lombardia, e

mi premerebbe assai che i primi proclami e i primi atti fossero fatti

dal Commissario in nome del Re.»

«Eh, allora non c’è tempo da perdere; corro all’albergo a pigliarmi una

valigetta.»

«E io intanto manderò alla stazione a farle preparare una vettura

speciale, e scriverò a Cialdini che le procuri di attraversare questa

notte gli avamposti e le indichi il modo per raggiungere Garibaldi al

più presto.»

Poi Cavour gli tracciò rapidamente, a voce, le sue istruzioni. Voleva

che il Commissario procurasse di far insorgere i paesi di Lombardia

ovunque gli fosse possibile; che si intendesse con tutta la parte

più viva e audace del paese, giovandosi degli antichi elementi

rivoluzionari e mazziniani, riordinandoli con la nuova formola _Italia

e Vittorio Emanuele_, e dando loro le più esplicite assicurazioni

sui larghi intenti nazionali del Governo del Re. Gli disse infine di

riordinare i Municipi, chiamando a farne parte dei cittadini autorevoli

per patriottismo e integrità. Parte importante e delicata del suo

compito era poi quella di mantenere la sua azione nel maggior accordo

con Garibaldi.

Più tardi il Farini, narrandomi il dialogo avvenuto, mi disse che

Cavour sin da quel momento aveva avuto grande simpatia per Emilio, che

gli aveva fatta ottima impressione.

Cavour, come tutti gli uomini di azione, prediligeva quelli che lo

sapevano comprendere subito, e che agivano senza mettere difficoltà;

aveva in uggia i dubbiosi, i lunghi ragionatori, la gente dei _se_ e

dei _ma_.

Passai la giornata del 23 in molta ansietà e in molte incertezze.

La sera si sparse la voce che Garibaldi avesse passato il Ticino;

voce che fu ripetuta con maggiore insistenza la mattina seguente, ma

anche accompagnata da qualche notizia allarmante. Gli amici venivano

a cercarmi, poichè si sapeva l’incarico dato a Emilio, incarico che

a tutti pareva pericolosissimo. Ma io mi tenevo in qualche riserbo, e

ne avevo confidati i particolari solo a qualche intimo amico, come il

Giulini e l’Arese, che sapevo nelle confidenze di Cavour, e che vedevo

di solito in casa del marchese Francesco d’Adda Salvaterra.

Questi amici, assecondando la mia impazienza, credevano opportuno che

io seguissi Emilio; e a togliermene poi ogni dubbio mi giunse un suo

dispaccio che mi diceva di recarmi a Vercelli e di seguirlo.

Andai al Ministero a domandare una lettera per l’Intendente (prefetto)

di Vercelli, e un passaporto per l’Interno, indispensabile in quei

giorni per chi voleva attraversare gli ultimi paesi occupati dai

nostri, senza correre il rischio di farsi pigliare per spia: scrissi al

Mezzacapo, per informarlo della mia determinazione e il 24 partii.

L’Intendente di Vercelli, cav. Boschi, mi trattenne a lungo durante la

sera, mi diede molte informazioni interessanti, e mi procurò un legno

per continuare il viaggio.

Partii nella notte, per dar meno nell’occhio, e ebbi per compagnia

due altri che andavano al campo di Garibaldi. Attraversammo una parte

dell’accampamento di Cialdini, e salutammo con una certa emozione le

ultime nostre sentinelle di cavalleria, avviandoci un poco alla ventura

per strade e paesi ch’erano percorsi dagli austriaci.

Si viaggiò quella notte, e buona parte del giorno seguente, per

stradette un po’ fuor di mano, e con molte cautele, fino ad Arona.

Là sentimmo le prime notizie sul passaggio del Ticino, sulle mosse di

Garibaldi, e su uno scontro fortunato sostenuto dal capitano Carlo De

Cristoforis, che proteggeva il fianco della colonna garibaldina.

Garibaldi aveva passato il Ticino con sei battaglioni di cacciatori,

trecento carabinieri genovesi, e cinquanta guide a cavallo: erano 3200

uomini; giovani presso che tutti intelligenti e valorosi.

Nelle giornate del 25 e del 26 ci furono ad Arona alcuni piccoli

avvenimenti, che mi dimostrarono come non fosse una facile impresa

l’attraversare il lago o il Ticino. Allo sbocco del lago, e lungo i

primi tratti del Ticino, il territorio era percorso da drappelli di

cavalleria austriaca; il lago era poi sorvegliato da un battello, il

_Radetzky_, che aveva a bordo una compagnia di soldati e un cannone,

il quale tirava sulle barche che si arrischiassero di staccarsi dalla

riva.

Arona aveva voluto mettersi in stato di difesa, collocando lungo il

porto una gran barricata fatta con sassi e con balle di cotone; e

dietro ad essa c’erano alcune guardie nazionali. Ma a un tratto, ecco

il _Radetzky_, il quale vedendo questi preparativi tirò una cannonata

contro la barricata e poi una seconda contro il paese. La Guardia

Nazionale fece in tempo a ritirarsi, e la barricata non soffrì che

qualche leggera avaria.

La mattina seguente arrivò in Municipio un messo con un dispaccio di

Emilio da mandarsi a Cavour. Il Sindaco, il quale sapeva già che io ero

il fratello del Commissario Regio, mi fece chiamare, e così seppi dal

messo molti particolari sul combattimento avvenuto il giorno prima, a

Varese, e da lui ebbi pure le notizie di Emilio, ch’egli diceva di aver

veduto durante il combattimento. Il messo ci diede anche il proclama

che Emilio aveva pubblicato, entrando in Lombardia, e un suo bollettino

sulla battaglia di Varese. Proclama e bollettino furono subito letti in

pubblico dal Sindaco, in mezzo a grande entusiasmo[35].

In Municipio conobbi due ufficiali garibaldini, i quali stavano

combinando il modo d’attraversare il lago di notte, per portare a

Garibaldi quattro obici di montagna. Erano Griziotti e Ippolito Nievo,

del quale avevo tante volte ammirato gli scritti, e di cui divenni

subito amico. Si combinò che sarei partito con loro.

La traversata del lago non era cosa facile, perchè il _Radetzkj_

continuava a percorrerlo giorno e notte, e non c’era una barca sola

che osasse staccarsi dalla riva. Si dovette dunque combinare tutto un

sistema di segnali con lumi, e trovare dei barcaioli abili e audaci

che ci volessero condurre. Con questi poi facemmo i nostri preparativi,

caricando di notte e fuori di paese, in modo che nessuno ci vedesse, i

nostri obici in una barca.

Finalmente nella notte tra il 28 e il 29 ci arrischiammo a partire;

e silenziosi e accovacciati nella barca toccammo felicemente la

sponda lombarda. Caricati gli obici su un carro, ci avviammo verso

Varese sperando che la notte, ch’era oscurissima, e la buona fortuna

ci salvassero dalle pattuglie austriache che scorrazzavano a poca

distanza. La fortuna, che assecondava tutto in quei giorni, assecondò

anche noi quella notte, e arrivammo felicemente a Varese la mattina del

29.

Lo spettacolo che presentava Varese era indescrivibile. Tutto era in

festa, tutti erano in faccende; le vie eran piene di gente, a ogni

finestra sventolavano bandiere, o cenci dai tre colori.

Sentii raccontare per istrada come due giorni prima fosse avvenuta la

presa di Como; seppi che a Como c’era rimasto Emilio, ma che Garibaldi

ne era ripartito e che si aspettava tra poche ore in Varese con la

maggior parte delle sue truppe.

Perchè mai il Generale ritornava indietro? I motivi li seppi dopo a

Como da Emilio; ma intanto quelli che credevano d’essere bene informati

andavano dicendosi all’orecchio che Garibaldi, prima di procedere

innanzi, voleva dare l’assalto al forte di Laveno, dove c’erano ancora

alcune compagnie di austriaci. Ciò era vero, ma non era tutto.

Mentre andavo raccogliendo notizie e discorrevo con quanti incontravo,

un accorrer di gente, un levarsi di grida e di battimani e una banda

che suonava tra gli applausi il _dagliela avanti un passo_, ch’era

diventato l’inno della rivoluzione, annunziavano che Garibaldi era

arrivato e che entrava in Varese.

Garibaldi, preceduto da una piccola avanguardia e seguito da alcuni

battaglioni, si avanzava lentamente traverso una folla entusiasta:

era vestito da generale piemontese, con l’uniforme sbottonata, con un

fazzoletto di seta intorno al collo, e teneva il suo solito frustino in

mano: salutava e sorrideva.

I volontari che lo seguivano, frammisti alla folla, agitavano i

berretti rispondendo ai mille evviva che rintronavano per l’aria.

In mezzo all’allegria chiassosa dei compagni, facevano un pietoso

contrasto alcuni, tra quei volontari, che avendo perduto a S. Fermo il

fratello o l’amico, avevan le lacrime agli occhi.

N’ebbi anch’io una stretta al cuore, e unitomi a qualcuno di quei

volontari che conoscevo, e camminando tra le loro file, sentii i nomi

di quei morti. C’eran tra essi Pedotti, Cartellieri, Giacomo Battaglia,

uno dei Cairoli, e Carlo De Cristoforis. La gioia di poco prima

scomparve anche in me, e mi sentii io pure gli occhi pieni di lagrime.

Battaglia e De Cristoforis! due tra i miei più cari amici. Erano

caduti l’uno e l’altro a S. Fermo; l’uno e l’altro ne avevano avuto il

presentimento, e me lo avevano detto.

Chiesi ai loro compagni i particolari del triste fatto, e parlai con

qualcuno che li aveva veduti cadere. Il colonnello Medici, dinanzi a

S. Fermo, aveva ordinato alla compagnia comandata da De Cristoforis di

attaccare la posizione, e Carletto s’era slanciato all’assalto, alla

testa della compagnia, precedendola anzi di alcuni passi; e mentre con

la spada alzata, nel mezzo della strada, correva gridando ed eccitando

i soldati a seguirlo, era caduto col petto squarciato da una scarica

di fucilate degli austriaci che occupavano S. Fermo; fu portato morente

nell’ambulanza del fratello, il dottor Malachia. Poco dopo, durante il

combattimento che seguì l’assalto, eran caduti Battaglia e Cartellieri.

Così nell’ora stessa, e in quei primi fatti cadevano tre giovani,

ch’eran tra i migliori che la Lombardia avesse dati ai volontari;

tre giovani ai quali arrideva lieto, promettente l’avvenire. Carlo De

Cristoforis sarebbe diventato uno dei nostri migliori generali; Giacomo

Battaglia avrebbe emerso nelle lettere e nella politica; il Cartellieri

s’era già distinto assai negli studi giuridici.

Tra la folla accorsa attorno a Garibaldi vidi tre cittadini sondriesi,

i quali si affrettarono a darmi, con una certa ansietà, le notizie

della Valtellina. Ecco ciò che vi era accaduto.

Fin dal giorno 24 il capitano garibaldino Montanari si era recato da

Varese a Magadino, per incarico di Garibaldi, a conferire con diversi

emigrati e patriotti lombardi, per eccitarli a insorgere ovunque fosse

possibile. In seguito a ciò, nei giorni 25, 26 e 27, parecchi paeselli

del lago di Como insorsero, facendo prigionieri gendarmi e poliziotti,

aiutati dai capitani dei battelli a vapore (l’_Unione_, la _Forza_, il

_Lario_, l’_Adda_), che ad onta degli ordini severi del generale Urban

percorrevano il lago servendo gli insorti.

Alcuni cittadini sondriesi, cioè Agostino Carbonera, Ercole Quadrio,

Giacomo Orsatti, Pietro Joli e Luigi Dioli, d’accordo anche col

Municipio, si recarono a Como, ed arrivatavi la sera della battaglia di

S. Fermo, si presentarono al Regio Commissario, il quale li consigliò a

ritornar subito in Valtellina e a far insorgere il paese.

Il consiglio fu immediatamente seguito, e due giorni dopo nella maggior

parte dei paesi della Valle s’eran fatti prigionieri i gendarmi,

s’erano abbattuti gli stemmi austriaci, e sventolavano le bandiere

tricolori.

Intanto Garibaldi e il Commissario avevano ricevuto l’avviso dal

Quartiere Generale, che le operazioni della guerra avrebbero avuto

un ritardo di alcuni giorni. L’Urban si preparava a riprendere

l’offensiva, minacciando Garibaldi alle spalle con una mossa su Varese;

e ciò aveva obbligato Garibaldi a ripiegare, e perciò si era diretto

su Laveno, lasciando poche forze a Como. Contemporaneamente si davano

avvisi e contrordini ai paesi ch’erano insorti o che stavano per

insorgere.

In Valtellina il contrordine era arrivato il giorno dopo di quello

in cui era cominciata la rivolta, mentre appunto alla notizia di quei

fatti alcune compagnie di cacciatori tirolesi scendevano dallo Stelvio

e occupavano Bormio. Non è quindi a meravigliarsi se all’entusiasmo

succedesse rapidamente un gran panico in tutta la valle. Ecco allora

una nuova Commissione di tre cittadini sondriesi, scendere in fretta e

correre dietro a Garibaldi. Erano ansiosi di avere delle informazioni

esatte, di chiedere nel tempo stesso soccorsi ed esporre in quali gravi

pericoli si trovava la Valtellina, senza difesa e minacciata da una

vicina invasione di truppe austriache, e da rappresaglie.

La Commissione raggiunse Garibaldi il giorno 25, durante la ritirata su

Varese. Garibaldi le rispose: «È probabile ch’io venga in Valtellina,

ma più tardi. Per ora non fate calcoli su me; io non posso darvi

neppure un soldato. Difendetevi da soli, alla meglio; date un’arma

a quanti la possono portare, e scegliete qualcuno che vi diriga. Se

sarete battuti, disperdetevi, e datevi ritrovo in qualche punto delle

vostre montagne; poi ritornate all’attacco. Tenete viva l’insurrezione

finchè potrò venir io; intanto nominatevi subito un Capo.»

La Commissione, vedendo che non poteva ottenere di più, si rassegnò

al partito d’avere un Commissario con pieni poteri, tanto per

non tornarsene a casa a mani vuote. Fu allora che a quelli della

Commissione venne in mente di proporre me, che avevano incontrato per

strada poco prima, e che avevo il vantaggio d’essere del paese.

Garibaldi approvò la proposta, e congedò la Commissione dicendo:

«Andate a Como, intendetevi col Commissario Emilio Visconti, ditegli

che siete d’accordo con me, e prendete con lui tutti quegli accordi che

crederete necessari.».

Dopo ciò i tre cittadini sondriesi vennero a cercarmi, e mi riferirono

il dialogo avuto con Garibaldi, insistendo vivamente affinchè

accettassi l’incarico e li seguissi in Valtellina.

Sulle prime me ne schermii, sgomentato dalle difficoltà e dalle

responsabilità d’un incarico di tal fatta: alla fine acconsentii di

seguirli a Como, riservandomi di consultarmi con mio fratello.

Non c’era tempo da perdere, si partì subito, e la sera stessa eravamo

a Como. Emilio mi disse che i movimenti dell’esercito francese

avevano avuto un ritardo, e perciò le operazioni offensive per

passare il Ticino non sarebbero avvenute che tra alcuni giorni; che

intanto l’Urban si preparava, con forze superiori, a una rivincita su

Garibaldi; ed, anzi, aveva già dato avviso al comandante delle truppe

svizzere, che difendevano la frontiera, di tenersi pronto a disarmare

i garibaldini, ch’egli avrebbe quanto prima battuti e cacciati oltre il

confine.

Garibaldi non aveva lasciato a Como che due compagnie, comandate dai

capitani Fanti e Ferrari. Como si preparava a difendersi, ma poteva

venir rioccupata senza troppe difficoltà; e perciò Emilio stava

disponendo di mandare i feriti a Menaggio, e di passare a Lecco con

le due compagnie per promuovervi l’insurrezione, caso mai dovesse

abbandonar Como e non potesse riunirsi subito con Garibaldi.

Emilio mi incoraggiò ad accettare la nomina di Commissario per la

Valtellina. Quale Commissario Generale egli era autorizzato a nominare

dei Commissari locali, sicchè sentendo che c’era anche l’approvazione

di Garibaldi, fece subito stendere il decreto della mia nomina.

L’impresa era certamente difficile ed arrischiata ma molte buone

ragioni consigliavano a tentarla.

Passai parte della giornata del 31 maggio a Como, coi miei tre

compagni, per stabilire accordi e mettermi d’intesa con altri; poi si

partì alla volta di Colico, con uno dei battelli che, interrotte le

corse solite del lago, si tenevano a disposizione degli insorti.

Arrivato in Valtellina m’accorsi che i miei compagni di viaggio avevano

già fatto precedere la nostra venuta da chi sa quante e belle notizie.

Venivamo a mani vuote, ed essi in compenso avevano, evidentemente,

esagerate le speranze.

Da per tutto si trovava gente in festa, che ci veniva incontro con

bandiere, musiche, coi municipi e coi curati alla testa, i quali erano

pressochè tutti patriotti: da per tutto strette di mano, abbracci,

discorsi. La venuta d’un Commissario Regio voleva dire, per quella

brava gente, la venuta vicina di Garibaldi o dei soldati del Re; voleva

dire la liberazione assicurata del paese, la cessazione d’ogni dubbio,

d’ogni pericolo.

Sì, ciò sarebbe avvenuto più tardi. Ma intanto il Commissario Reale

veniva solo, senza soccorsi e senza speranza di averne presto. Tutta

quella festa mi dava una stretta al cuore, pensando che potevano

seguire dei giorni ben tristi; pensando al mutamento di scena, se si

fosse conosciuta intera la verità. Ma intanto le speranze bisognava

riporle nel tenere alti gli animi, nel tener viva in tutta la provincia

l’insurrezione, e nell’apparecchiare alla meglio una difesa contro i

primi attacchi che ci potessero venire. Apersi dunque a due battenti

l’arsenale della rettorica, cercando di riscaldare sempre più i miei

uditori.

A Morbegno, dove contavo parecchi amici, mi fermai un paio d’ore per

prendere degli accordi per mantenermi in comunicazione continua con

Como e con Lecco; poi ripartimmo per Sondrio, ove si giunse a sera, e

avemmo un’accoglienza clamorosa e cordiale.

Il bravo e antico patriotta Battista Caimi aveva già principiato a

ordinare la Guardia Nazionale, e la trovammo schierata all’ingresso di

Sondrio. Anche qui infiniti evviva, banda, inni patriottici, e persino

un po’ di illuminazione.

Sebbene stanco e trafelato, dovetti fare il mio bravo discorso in mezzo

alla piazza; e spero che nessuno avrà tenuto nota di ciò che dissi

nell’enfasi sfiatata della mia concione.

Dopo aver ricevuto parecchi amici venuti a salutarmi in una sala

dell’Albergo, ove piantai le prime tende del mio Commissariato, passai

parte della notte insieme con G. B. Caimi e con qualche altro amico,

per esaminare insieme attentamente la situazione. A loro dissi in

segreto come stavano le cose, e da loro seppi quanto era avvenuto in

quei giorni in Valtellina.

A quel tempo in Valtellina non c’erano giornali; e non ho visto che

altri abbiano scritto la cronaca dei fatti grandi o piccoli che allora

vi si svolsero. Il colonnello Francesco Carrano, nel suo libro: _I

cacciatori delle Alpi, e la campagna di Garibaldi in Lombardia nel

1859_, poco o nulla dice degli avvenimenti di Valtellina, e si contenta

di riprodurre la relazione del tenente-colonnello Medici, che vi

giunse il 24 di giugno, comandando una colonna d’avanguardia del corpo

di Garibaldi; relazione certamente importante, ma che riguarda solo

i fatti militari. Io cercherò di riempire la lacuna in questi miei

ricordi, raccogliendo le mie note e i miei documenti di quel tempo, che

vanno dal 1.º giugno 1859 fino alla pace di Villafranca.

Ricordi di gioventù · 第 77 / 105 题