II.

_Sommario:_ Arrivato a Torino vi trovo mio fratello Emilio giunto

quel giorno stesso. — Le circostanze che accompagnarono la sua

fuga da Milano. — Una lettera di G. B. Guy. — I volontari. — La

Commissione d’arrolamento e le scuole militari preparatorie. —

Giuseppe Massari. — Casa Arese e casa Correnti. — Sirtori. — Il

processo, a Milano, per la dimostrazione del funerale Dandolo. —

L’interrogatorio della contessa Ermellina Dandolo. — Un’udienza

del Conte di Cavour. — Formazione dei Cacciatori delle Alpi. — Le

vie di Torino affollate da cittadini che venivano da ogni parte

d’Italia. — Voci dubbiose o sconfortanti che vengono tratto tratto

da Parigi. — Ansietà pubblica, e fede in Cavour. — L’arrivo dei

plenipotenziari austriaci che intimano il disarmo: rifiuto del

Governo Piemontese. — La seduta della Camera dei deputati in cui

Cavour chiede i pieni poteri. — La dichiarazione di guerra, il

proclama del Re all’esercito. — Napoleone interrompe le relazioni

coll’Austria. — Il Mezzacapo destinato a prendere il comando delle

forze insurrezionali in Romagna arruola alcuni giovani da condur

seco, nel cui novero sono accolto io pure. — Cavour nomina una

Commissione consultiva di lombardi per predisporre i primi decreti

amministrativi con cui iniziare il nuovo Governo in Lombardia,

e sono chiamato anch’io a prendervi parte. — L’arrivo dei primi

soldati francesi e il duca di Chartres. — Accoglienza entusiastica

alle truppe francesi nelle vie di Torino. — L’addio di Carlo De

Cristoforis.

Da Novara a Torino mi trovai in vagone con parecchi giovani, che

avevano da poco passata la frontiera, e che tutti narravano le loro

peripezie di quella mattina, o del giorno innanzi. Cantavano come

coscritti, e il _dagliela avanti un passo_ era il ritornello comune.

Tra quei giovani c’era un bergamasco, il Caroli, allegro e chiassoso

più di tutti. Povero giovane! chi gli avrebbe allora predette le

terribili vicende a cui era destinato! Dopo la campagna, implicato

in una questione delicata con Garibaldi e perciò mal veduto dai

garibaldini, andò in Polonia col Nullo; prese parte all’insurrezione,

fu fatto prigioniero, e condannato alla fucilazione. Il nostro

ambasciatore, Pepoli, gli salvò la vita; ma il Caroli fu deportato in

Siberia, ove poco dopo morì.

Tra i canti e l’allegria si giunse sul far della sera a Torino. Scesi

all’albergo _Europa_, ove la fortuna volle che trovassi anche mio

fratello Emilio, arrivatoci quella stessa mattina. Ci raccontammo le

nostre avventure, lieti d’essere giunti felicemente alla _Mecca_, come

si diceva allora, e senza il menomo timore che quello potesse essere il

primo giorno d’un esilio; tanta era in noi, come in tutti, la fede che

presto casa nostra sarebbe stata libera per sempre.

Quali erano state le peripezie di mio fratello Emilio, dopo che ci

eravamo salutati al caffè Cova? Come mai era riuscito a lasciar Milano

e a giungere a Torino? Emilio era stato aiutato da un amico, G. B. Guy,

al quale, mentre scrivevo questi ricordi, mi rivolsi per farmi ripetere

i particolari della fuga di Emilio, temendo dopo tanti anni di averne

scordati parecchi. Ecco ciò che l’amico Guy mi rispose:

«_Mio buon amico_,

«Poichè me ne mostri il desiderio, eccoti quanto raccolgo da alcune

note, e da quanto ritrovo nella mia memoria.

«Nel 1859 io abitavo nella via Rovello, in casa Cagnola. Il 26

febbraio, fui interpellato dal mio padrone di casa, Battista

Cagnola, il quale sapeva ch’io avevo una villa e un podere presso

Belgiojoso, se mi sentivo in grado di condurre in salvo un _pesce

grosso_.

«Presi consiglio da mio padre e da mio zio, vecchi ed esperti

cacciatori delle boscaglie del Po; risposi che me ne assumevo

l’incarico, e diedi parola di far tutto il possibile di riuscire.

«Allora mi si disse il nome del _pesce grosso_, ed ebbi la

compiacenza di udire il nome di Emilio, mio amico, come sai, e già

mio compagno di scuola, quando si andava allo stabilimento Boselli.

Misi per condizione che mi si fornissero i cavalli e la carrozza,

per non dare nell’occhio coll’usato _equipaggio_ del mio fittabile

noto _urbi et pago_.

«Il 27 si partì alle 4 pom. Si giunse a notte, dopo trenta

chilometri di strada, a Filighera, a casa mia, chiamata, in luogo,

il _Palazzo_, con sorpresa, e bocche aperte, della famiglia del

custode.

«Condussi Emilio nella camera terrena, la più lontana dall’entrata;

e, snocciolata al custode la frottola predisposta per uso del

paese, feci preparare quel po’ di _pappatoria_ che a quell’ora

si poteva racimolare in un povero paesello. Per conto mio posso

dire che più che il timore patii il digiuno. Poi andai subito

a Belgiojoso, che dista un chilometro. Mi recai dai fratelli

Strambio, già capitani garibaldini, e miei commilitoni a Roma

nel 1849 al _Vascello_, e chiesi loro il modo più sicuro per

contrabbandare l’amico. Essi mi dissero che la faccenda era seria

assai, perchè i Croati del così detto _Cordone militare_ avevano la

consegna di tirar fucilate su tutti i battelli che tentassero la

traversata del Po. Il solo ripiego che poteva offrirsi era quello

di tentare il tragitto, nascosto sotto un carico di fascine che dai

boschi del Po venivano giornalmente recate alla sponda piemontese.

«La proposta non m’andava. Emilio non era gran che robusto, ed era

miope per giunta.

«Dopo altre proposte, le più disparate, si concluse che era meglio

tentare la via diretta.

«In onta ai rigori austriaci, gli scambi di vino, di legna, e del

così detto _parmigiano_, erano continui tra le due sponde.

«La mattina del 28 febbraio, saliti io ed Emilio su una vecchia

carrettella da caccia, ci avviammo, per Belgiojoso e Sostegno verso

il Po. Giunti alla piarda, ch’è la discesa dall’argine al fiume, un

caporale croato ci si fece vicino e ci domandò dove andavamo.

«— _Noi star mercanti, risposi, vendere formaggio mercato Stradella,

tornare stassera._ —

«Il caporale ci volse le spalle. Fu un terno al lotto! L’ufficiale

di picchetto non si volle scomodare. Le chiatte per tragittare

erano alla sponda opposta; lasciato il legnetto stemmo ad

aspettare. A un tratto si sente da lontano un rombo del cannone.

Che cos’è? Che mai sarà?... Emilio salta in piedi, ed esclama:

«Tuona il cannone a Milano, e io devo fuggire? Ah, io ritorno!

«Non è possibile che qui s’oda il cannone di Milano» rispondo io.

Ma lui insisteva; alla fine dissi risolutamente. «Ho data la mia

parola, io devo condurti, ad ogni costo a Stradella. Di là potrai

ritornare se ti garberà.»

«Ma Emilio fremeva. Per buona sorte capitò un boscaiolo che,

interrogato, ci disse ch’era il cannone di Piacenza ove ogni giorno

c’eran degli esercizi di tiro.

«Giunta la chiatta, vi salimmo, e toccata la sponda opposta,

mezz’ora dopo eravamo a Stradella.

«Giubilante per la buona riuscita, baciai l’amico. Non dovevo

rivederlo che alla fine di maggio, a Como, dopo la giornata di San

Fermo, quand’ero nei Cacciatori delle Alpi.

«Rifeci la strada senza fastidii; rividi lo stesso caporale, che

forse pensava alla sua Croazia, e intanto non mi chiese conto

dell’altro mercante.

«A sera tarda, appena giunto a Milano, mi presentai a tua madre,

quell’ottima Signora che io avevo conosciuto da giovanetto, e le

dissi soltanto: «Emilio alle tre partiva per Torino!»

«Essa, poveretta, mi strinse tra le braccia, e mi baciò!

«Amichevolmente ti saluta il tuo

«B. GUY.»

Torino in quei giorni presentava un’insolita animazione. Sotto i

portici si udivano già tutti i dialetti d’Italia. I dialetti lombardi

spiccavano chiassosamente, ed era un continuo rallegrarsi tra comitive

di giovani, che incontrandosi si raccontavano le vicende delle loro

fughe e del loro arrivo in Piemonte. Già si vedevano molti di questi

giovani girare impettiti e gloriosi nella loro uniforme di soldato

semplice. In poco più d’una decina di giorni rividi quasi tutti i miei

amici di Milano, e le persone più note della società milanese.

Nelle vie di Torino si incontravano in quei giorni i rappresentanti

delle più illustri famiglie di Lombardia e del Veneto, venuti a

chiedere il loro posto d’onore nelle file dell’esercito piemontese.

Quelli che vi avevano servito nel 1848 e nel 1849 riebbero facilmente

i loro gradi; i nuovi entravano come semplici soldati nella cavalleria

o nei corpi da essi indicati; altri, erano arrolati nelle compagnie di

volontarii che venivano a mano a mano formate; le prime furono quelle

chiamate i _Cacciatori delle Alpi_, di cui ebbe il comando Garibaldi.

Della loro prima formazione fu incaricato il generale Cialdini, e

Cosenz ebbe il comando, quale colonnello, del primo deposito che se ne

fece a Cuneo.

L’affluenza dei volontari aumentava ogni giorno: era un torrente;

e nello spazio di poco più d’un mese ne accorsero in Piemonte come

dicemmo, circa dieci mila.

Il Governo aveva istituita una Commissione di arrolamento, incaricata

d’accogliere tutti questi giovani, vagliandoli e mandandoli,

a seconda dei casi, nei corpi dell’esercito regolare, o nelle

compagnie dei volontari. La Commissione era composta di militari, di

qualche cittadino torinese e di qualche lombardo. Tra questi ci fui

anch’io[34].

Pei giovani laureati, o che avevano diplomi e titoli equivalenti, fu

istituita a Ivrea una scuola preparatoria per farne in breve degli

ufficiali. Feci anch’io subito la mia domanda per esservi ammesso; fui

dichiarato abile, e in attesa d’esser chiamato, mi misi a studiare i

regolamenti militari. Rammento che quando, tutto giulivo, informai mio

fratello Emilio della mia determinazione, egli se ne congratulò con me,

e mi abbracciò cogli occhi pieni di lacrime.

Ma, presto, altri fatti dovevano decidere diversamente di me.

In quei giorni conobbi presto un nugolo di gente, d’ogni parte della

Penisola, che affluivano a Torino, ove si può dire che battesse il

cuore d’Italia. Emilio mi presentò a Giuseppe Massari, che alla sua

volta conosceva tutti, ed era una fonte copiosa e sicura di notizie, di

cui saziava in confidenza gli amici.

Il Massari vedeva di frequente Cavour, il quale in alcune occasioni

si serviva di lui; era pure amico di alcuni ministri, e di parecchi

ch’erano nella loro intimità: dunque, per le notizie, era un

uomo prezioso, e nei momenti di ansietà, di dubbî e di notizie

contradditorie, si correva da lui.

Passavo le sere di solito nei caffè, ove mi trovavo con gli amici

emigrati, e passavo anche frequentemente qualche ora in casa Arese, o

in casa del Correnti. Avevo conosciuto allora il conte Francesco Arese,

emigrato del 1848, e diventammo amici. Presso di lui si radunava lo

Stato Maggiore, direi, dell’emigrazione e i principali uomini politici,

senatori e deputati, del Piemonte: la conversazione in casa Arese aveva

un tono altamente patriottico sempre, ma circospetta nell’accogliere

le notizie, e nel fare troppo a fidanza colle nostre fantasie. L’Arese

a cui tanto deve la causa d’Italia, conosceva meglio di noi tutti le

difficoltà in mezzo alle quali doveva procedere Napoleone, che nella

questione italiana era sospettato in Europa e isolato in Francia.

Più in accordo coll’intonazione entusiastica e speranzosa di noi

emigrati, era la conversazione in casa Correnti. Là si riunivano dei

giovani, e dei vecchi _quarantottisti_, emigrati nuovi ed emigrati d’un

tempo, _albertisti_ del quarantotto, e mazziniani convertiti. A mano a

mano vi capitavano parecchi dell’emigrazione di Parigi, che venivano

essi pure a Torino, convinti ch’era il Cavour ormai che conduceva

la politica europea. In quei giorni conobbi molti tra i più valorosi

nelle campagne del 1848 e 49, che venivano dall’estero e da ogni parte

d’Italia a riprendere i loro posti militari nei corpi dei volontari.

Conobbi il Sirtori. Le speranze d’Italia, che ogni giorno si facevano

più incalzanti, più sicure, avevano ridata alla mente di lui la calma,

l’equilibrio, la lucidità. Il patriottismo e l’onestà della coscienza

avevano mutata in lui l’antica fede politica; l’ardente repubblicano

altamente proclamava che l’Italia doveva ormai riporre la sua fede

nella monarchia, in Vittorio Emanuele e Napoleone. A differenza d’altri

capi militari del _quarantotto_, egli non volle subito entrare nei

corpi volontari; poichè a quel tempo, non so per quali motivi, egli non

era in buon accordo con Garibaldi, e lo diceva apertamente: più tardi

si rappattumò con lui, e partì coi _Mille_.

Il suo aspetto, i suoi modi, la sua voce, mi colpirono subito

grandemente: alto, magro, coi capelli lunghi alla nazzarena, modesto,

gentile, con l’aria inspirata, quando parlava pareva un missionario.

Di lui si narravano con ammirazione le prove di valore date durante

l’assedio di Venezia; si parlava dell’altezza del suo carattere e della

purità de’ suoi costumi. Sebbene avesse abbandonato il sacerdozio,

conservava illibati i suoi voti sacerdotali; e tale fu, anche in

seguito, la regola della sua vita.

In quell’atmosfera d’entusiasmo, di tanto in tanto soffiava qualche

brezza fredda di dubbî o di scoraggiamenti, che diffondevano ad

intervalli il malumore e l’ansietà: erano note di governi, articoli di

giornali forestieri, o notizie private che circolavano, e ch’eran l’eco

dell’ostilità delle Potenze, o dell’avversione della Francia stessa per

una guerra in favore dell’Italia.

Cavour conosceva meglio di tutti in quali acque perigliose navigasse,

ma procedeva impavido nel suo lavoro di preparazione, come se già

tenesse in mano la vittoria. Si andava a vederlo quando usciva dal

Parlamento; la folla si apriva dinanzi a lui, e tutti lo salutavano.

Egli rispondeva ilare, e con una fregatina di mano. La gente cercava di

scrutare le notizie su quel suo faccione sereno e fine, e negli occhi

che scintillavano e scrutavano alla loro volta traverso gli occhiali.

Eppure in quei giorni quanta ansietà angosciosa, quanti dubbi, erano in

tempesta dietro quella fronte serena!

Che cosa era accaduto intanto degli amici, che erano stati arrestati

quella notte in cui ero riuscito a sgattaiolare di casa?

Ne erano stati arrestati quattro: Costantino Garavaglia, Costanza

Carcano, il dott. Scipione Signoroni, e il moro Latif.

Rimasero in prigione tre mesi, accusati di _complotto_ per la

dimostrazione avvenuta in occasione del funerale del Dandolo. Il

giudice istruttore del processo fu un tedesco, che chiamavasi Flük. Gli

arrestati corsero per un momento un grave pericolo, poichè il Comando

militare voleva che fossero condotti in Castello per essere sottoposti

a un Consiglio di guerra; ma il Presidente del tribunale Lanfranchi si

oppose energicamente, e ricorse a Vienna al Ministero, che gli diede

ragione. Il processo fu chiuso in fretta, pochi giorni prima della

battaglia di Magenta, e gli accusati vennero prosciolti per mancanza di

prove.

Tra i molti che furono chiamati e interrogati, durante il processo, dal

giudice istruttore, ci fu pure la contessa Ermellina Dandolo. Avendole

chiesto i particolari che la riguardarono nel processo, essa mi diede i

seguenti appunti:

«Dopo la mezzanotte del 24 febbraio venne in casa mia un tale,

che non conoscevo, che poi seppi chiamarsi Meyer, e che mi disse:

Avvisi il conte Ignazio Lana, i Visconti, i Carcano, i Caccianino,

Garavaglia, Ulrich, Signoroni, la marchesa Carolina Crivelli, i

suoi amici insomma; dica loro che questa notte saranno arrestati.

Cercai alla meglio, a quell’ora tarda, di farli avvisare, ma non

ci riuscii con tutti. Poi, verso l’alba, capitò il Commissario di

Polizia Galimberti, a quei tempi famoso, con alcuni poliziotti;

chiese di mio marito, che per fortuna era a Torino, frugò per tutta

la casa, e arrestò il moretto Latiff.

«Durante la perquisizione potei distruggere un plico di carte,

affidatemi dal povero Emilio, e che tenevo nascoste. Quella mattina

stessa mi recai al Tribunale criminale, accompagnatavi da Carlo

d’Adda, per chieder conto del mio buon moretto Latif. Fui ricevuta

da un consigliere, che chiamavasi Flük, e che mi condusse a vedere

il Latif traverso una grossa inferiata d’una gran prigione. Gli

feci coraggio, e lo raccomandai caldamente al consigliere perchè,

almeno, non lo lasciassero mancar di nulla.

«Il giorno dopo fui chiamata al Criminale, e sottoposta dal Flük a

un lungo interrogatorio, sul funerale, e sulla corona. Negai tutto

ciò che potevo negare. — E ora dove è questa corona — mi chiese

il consigliere. — La raccolsi io nella fossa, la nascosi sotto il

mantello, e la tengo in casa come una sacra memoria.

«— Signora, lei mi consegnerà quella corona.

«— E io non ve la voglio dare! —

«— Ebbene, gliela renderemo dopo il processo. Ma siccome lei

intanto deve rimaner qui, scriva un biglietto a casa, e mando a

prenderla. —

«Poco dopo la corona era sulla scrivania del consigliere. Allora

cominciò una discussione comica sul colore delle camelie.

«— _Bianche, rosse e verdi_, diceva il consigliere.

«— Scusi son gialle! — Infatti le bianche erano ingiallite, essendo

state sottoterra.

«— Delle camelie gialle non ne conosco, insisteva il consigliere.

«— Ci son queste — replicavo io.

«— Ebbene, scriva _camelie gialle_! — disse alla fine il

consigliere, rivolgendosi allo scrivano, impazientito.

«Il giorno dopo ci fu una nuova chiamata per me e per mio marito.

«— E suo marito? —

«Mio marito è a Torino, andatoci per assistere a un funerale pel

mio povero Emilio, promosso da Cavour.

«— Lo sappiamo... Ma non sa lei, signora contessa, ch’io potrei

farla mettere in prigione! —

«— So che loro possono fare quello che vogliono, ma non temo i

fuochi di paglia! —

«— Basta così. Sia prudente, signora — conchiuse sorridendo il

consigliere, il quale doveva essere un buon uomo. Poi mi ingiunse

di non lasciar Milano; pochi giorni dopo mi permise di andare

in Svizzera a vedere mia madre ch’era ammalata, e mi rimandò a

casa il moretto. Il quale era stato lui pure sottoposto parecchi

interrogatori, ma non gliene avevano cavato nulla. O non apriva

bocca, o tutt’al più rispondeva al giudice tedesco: _Mi so

nient_. Molte altre persone, amici nostri, erano state chiamate

e interrogate, inutilmente. La corona era rimasta appesa in un

armadio del consigliere, il quale presto lasciava Milano. Dopo la

battaglia di Magenta ricevetti a casa la corona con un biglietto,

senza firma, che diceva: _Mi son permesso di levarne due foglie

che conserverò per memoria di quell’avvenimento_. Ora la corona si

trova al Museo del Risorgimento, insieme ai ritratti e alle uniformi

dei miei cari, Emilio ed Enrico.

«ERMELLINA DANDOLO.»

Ora riprendo il filo della mia narrazione, e ritorno a Torino.

Un giorno, nella seconda metà di marzo, chiesi un’udienza al conte di

Cavour per non so quale incarico della Commissione d’arrolamento. In

quei momenti, di tutto ciò che riguardava i volontari egli si occupava

direttamente. L’udienza mi fu fissata pel giorno seguente alle cinque

del mattino. Cavour, vegliando, o riposando, passava allora tutte le

notti al Ministero. Un usciere mi condusse in una sala d’aspetto,

semibuia, e osservai che in un angolo se ne stava uno con un gran

cappellaccio tirato sugli occhi, e ravvolto in un mantello. Poco dopo

venne un cameriere, e direttosi subito all’uomo del cappellaccio, lo

condusse nel gabinetto del ministro. Ci stette quasi una mezz’ora, e

quando ne uscì il cameriere mi disse piano e in tono misterioso: «È

Garibaldi!» Di solito Cavour riceveva Garibaldi in casa sua.

Alcuni giorni dopo, cioè il 17 marzo, un decreto istituiva il corpo

dei volontari, chiamato i _Cacciatori delle Alpi_. Dieci giorni dopo

veniva formato a Savigliano un secondo _deposito_ di volontari sotto

il comando di Giacomo Medici col grado di tenente colonnello; e il

7 aprile se ne formava un terzo comandato dal tenente colonnello N.

Arduino.

Il 27 aprile, Garibaldi fu nominato maggior generale, e prese il

comando dei Cacciatori delle Alpi.

Il movimento, la vita di Torino, andavano crescendo sempre più; ed era

veramente uno spettacolo che sorprendeva ed entusiasmava vedere quella

folla mossa da un medesimo pensiero, animata da una medesima speranza.

I discorsi di tutti erano su per giù eguali: nessuno dubitava; tutti

erano animati da un sentimento di serietà, di concordia e di disciplina

che meravigliava, tanto più quelli che ricordavano il _quarantotto_. I

piemontesi accoglievano con fraterna ospitalità quanti venivano dalle

altre provincie italiane, ed attendevano calmi, e con l’animo saldo,

gli avvenimenti che si preparavano, e di cui essi avrebbero dovuto

sostenere il primo urto e il peso più forte. Nelle vie di Torino si

faceva in quei giorni l’unità morale d’Italia, e gli italiani parevano

fatti maturi dalle passate sventure.

I pochi ch’erano addentro alle cose secrete, e qualche volta lo fui

di riverbero un pochino anch’io, si trovavano in certi momenti un po’

turbati nella loro sicurezza, e nella loro felicità.

A momenti, mentre il Cavour spingeva, Napoleone rallentava. In cuor

suo Napoleone voleva risolutamente la guerra, ma da ogni parte era

sconsigliato e trattenuto. Le pubblicazioni diplomatiche avvenute più

tardi hanno dimostrato quali ostacoli e quante opposizioni gli venivano

dai Ministri, dai Corpi ufficiali, dalla pubblica opinione di quasi

tutta la Francia, e come l’isolamento ostile in cui era lasciato da

tutta l’Europa lo trattenesse in quei giorni.

Il Massari mi disse un giorno: «Napoleone ha voluto col mezzo della

Gendarmeria conoscere quale sia in tutta la Francia l’opinione del

pubblico, sulla eventualità d’una guerra contro l’Austria: ebbene...

non ci fu neppure un solo rapporto favorevole; si accennava a simpatie

per l’Italia, ma tutti erano contrari alla guerra.»

Il Massari aveva saputo ciò da Cavour, il quale passava intanto

dei giorni di febbre e di angoscia; ma nulla mai traspariva dal suo

linguaggio e dal suo volto, fuorchè nell’intimità di pochissimi. Con

questi alle volte manifestava i suoi timori, e aveva degli sfoghi

impetuosi: «Camminerò colla Francia e colla diplomazia fin che potrò! —

esclamava un giorno — ma poi metterò il fuoco in ogni angolo d’Italia,

in Ungheria, dappertutto! e allora la guerra ci sarà!

Intanto, anche nei momenti più dubbiosi e sconfortati, Cavour non

si arrestava nel suo lavoro palese e secreto, e infondeva in tutti

quell’attività, quell’audacia, quella fiducia ch’erano in lui. Talchè,

quando correva qualche voce, che non tutto fosse color di rosa dietro

le scene, o quando dall’estero, e sopratutto da Parigi, arrivavano

informazioni autorevoli poco buone, nessuno si scoraggiava, tanta era

la fiducia in colui che allora capitanava ogni cosa.

Rammento che in quel giorni il Massari mi condusse al Ministero

degli Esteri, dovendo dare non so quale risposta a Cavour. Trovammo

in un’antisala l’Artom, ch’era il segretario particolare di Cavour,

con lui si diede una capatina nel gabinetto del ministro. Si entrò

un momento, perchè erano attese altre persone, e si fece qualche

osservazione sulla piccolezza del gabinetto. «Eppure è di qui,» saltò

su Cavour, ch’era nel gabinetto, sorridendo e fregandosi le mani, «è di

qui che si fa muovere l’Europa!»

Ed era vero.

Non è mio compito ricordare in questi cenni ciò che intanto si andava

svolgendo nei gabinetti dei Governi europei, e ciò che avveniva dietro

le scene. Lo saprete, nipoti miei, dalla storia e dai copiosi documenti

che vengono via via già in luce, e che narrano ampiamente i fatti di

allora. Io non ero, e non sono, che un modesto cittadino, che ho vedute

alcune cose dalla platea, e le racconto.

La notizia del Congresso proposto dall’Inghilterra era vera, ed era

vero che Napoleone l’aveva accettato e che un suo telegramma a Cavour

aveva detto: _accettate_. Più tardi fu noto che Napoleone aveva saputo,

che nei Consigli dell’Impero d’Austria, all’ultima ora, era stata

decisa la guerra.

Era stato in quel punto che Napoleone aveva risoluto d’accettare

la proposta dell’Inghilterra e aveva telegrafato a Cavour di fare

altrettanto perchè sull’Austria pesasse in faccia all’Europa la

responsabilità della guerra; era nei calcoli, e nelle necessità, di

Napoleone, che l’iniziativa della guerra venisse dall’Austria.

Ricordo che una mattina si parlò con grande sgomento di Congresso e di

disarmo; ma nessuno ci credeva.

Finalmente a rompere gli indugi ci pensò l’Austria. Quanto non ha

contribuito l’Austria a ridarci l’indipendenza dopo avercela tolta! A

un tratto corse la voce che il Ministero imperiale mandava al Governo

del Re un _ultimatum_ chiedente il disarmo.

A conferma di quella voce, Cavour il giorno 23 aprile convocava il

Parlamento per esporre gli avvenimenti e per chiedere i _pieni poteri_,

prima che arrivassero i due inviati austriaci; i quali erano il barone

Kellesperg, vice presidente della Luogotenenza austriaca, e il conte

Ceschi di Santa Croce. In principio della seduta giunse a Cavour un

dispaccio che gli annunziava la partenza da Milano dei due inviati

austriaci.

Io ebbi la fortuna di poter assistere a quella memorabile seduta,

che ancora dopo tanti anni, se ci ripenso, mi risuscita nell’animo

tutta la commozione di quell’ora. Cavour, raggiante e colla calma del

trionfatore, disse delle ultime trattative colle grandi potenze per un

Congresso e pel disarmo; espose l’attitudine dell’Austria, e chiese i

_pieni poteri_. I deputati si riunirono subito negli uffici; elessero

la Commissione e il relatore della legge, che fu l’avv. Chiaves, e

rientrarono nell’aula due ore dopo, con la Commissione che proponeva

unanime l’approvazione della proposta. Fu un’acclamazione generale;

tutti i deputati sorsero in piedi, nell’attitudine solenne di gente

forte e risoluta; il pubblico dalle tribune acclamava, sventolava i

fazzoletti, si gridava, si piangeva; era un delirio, una febbre.

Cavour, avvisato che gli inviati austriaci erano giunti, uscì subito

dall’aula. A un amico che incontrò, disse: «Esco dall’ultima riunione

della Camera piemontese; la prossima riunione sarà quella della Camera

italiana.» E si recò al Ministero, ove poco dopo giungevano gli inviati

condotti dal conte Brassier de Saint-Simon, ministro di Prussia.

Essi recavano una lettera del ministro Buol. Era l’_ultimatum_

dell’Austria; era quell’ingiunzione del disarmo che Cavour, colla

fatidica intuizione del genio, aveva presagita dieci mesi prima,

parlando col conte Cesare Giulini.

Tre giorni dopo Cavour consegnava agli inviati austriaci la risposta

pel ministro Buol, colla quale veniva respinta l’intimazione; il giorno

29 Vittorio Emanuele dirigeva al suo popolo e al suo esercito un nobile

e vigoroso proclama col quale annunziava la guerra; e subito dopo

Napoleone rompeva le relazioni coll’Austria.

In mezzo a tanta commozione, in mezzo a tante notizie che si

succedevano d’ora in ora, in cui le speranze si alternavano coi timori,

e i sogni di fortuna e di gloria erano spesso turbati dallo spettro

d’un disastro, il contegno della popolazione di Torino era veramente

ammirevole. Tutti erano seri e calmi, tutti si mostravano compresi del

sentimento del dovere, disciplinati e fiduciosi nel Governo e nel Re.

È così che i popoli si rendono padroni della fortuna, e raggiungono

alti destini: le popolazioni nervose e turbolente sono destinate alla

decadenza.

Una mossa d’un corpo nemico, verso Biella, lasciò supporre un giorno

che gli austriaci volessero muovere rapidamente su Torino, prima

che giungessero i francesi. L’esercito sardo era concentrato tra

Alessandria e Casale; Torino era affidato alla sola Guardia Nazionale.

Questa, volonterosa e risoluta, si preparò subito a difendere la città,

e avrebbe fatto nobilmente il suo dovere, se gli austriaci, che durante

quella campagna furono sempre lenti e incerti, non si fossero ricreduti

presto di quella breve audacia, con cui avevano dichiarata la guerra.

Il Correnti, nella cui casa avevo conosciuto tra gli altri Luigi

Mezzacapo, mi accennò una sera, un po’ misteriosamente, ai progetti

che aveva Cavour per far insorgere i paesi dell’Emilia, appena

l’esercito nostro avesse passato il Ticino. Mi disse che il Mezzacapo

era destinato a recarsi nascostamente a Bologna, ove avrebbe preso

il comando di corpi volontari che dovevano prontamente formarsi. Mi

soggiunse che il Mezzacapo avrebbe condotto alcuni giovani con sè, e

mi chiese se volessi essere tra questi. Accettai con entusiasmo. Il

giorno seguente andai da Mezzacapo, e si rimase intesi: egli partiva

per Genova, ove avrei dovuto raggiungerlo più tardi dopo suo avviso:

intanto dovevo ritirare la domanda che avevo fatta per essere ammesso

alla scuola d’Ivrea, e dovevo darmi con maggior lena allo studio dei

regolamenti militari.

Quei giovani, di cui dovevo essere un commilitone, e che poi

raggiunsero Mezzacapo quindici giorni dopo, seguirono quasi tutti la

carriera militare; e così sarebbe avvenuto di me, per qualche tempo

almeno, poichè ne avevo allora molto desiderio. Marte però non fu di

questo parere: non mi volle, e così rimasi in borghese, come vedremo.

Cavour aveva intanto nominata, verso la metà di maggio, una Commissione

consultiva di lombardi per predisporre i primi decreti amministrativi

che il Governo, entrando in Lombardia, avrebbe emanati in forza dei

pieni poteri. Dovevano essere decreti provvisorî che, pur lasciando

in parte l’amministrazione vigente, la mettessero in armonia cogli

ordinamenti liberi del Piemonte. Fummo chiamati a far parte di questa

Commissione il conte Cesare Giulini, che ne fu il presidente, Correnti,

mio fratello Emilio, Allievi, il conte Oldofredi, Luigi Torelli, Enrico

Guicciardi, qualche altro delle diverse provincie lombarde, ed io, che

essendo il più giovane ne divenni il secretario.

La Commissione si radunava ogni giorno per parecchie ore, e dopo una

settimana fu in grado di presentare i suoi studi al conte di Cavour; il

quale ne trasse poi quei decreti che furono pubblicati a Milano, quando

Vigliani assunse il Governo della Lombardia quale Commissario generale

straordinario.

In quelle lunghe sedute imparavo molte cose, da chi ne sapeva più di

me, ma con la febbre addosso che s’aveva in quei giorni, mi annoiavo

e m’impazientivo. Per cui, appena potevo, ritornavo ai portici, ai

caffè, in cerca di amici e di notizie; correvo dietro a ogni drappello

di soldati o di volontari che andavano al campo per raggiungere i

loro corpi, o facevo delle lunghe soste a porta Susa, aspettando che

arrivasse qualche drappello francese. Non ero solo in queste mie soste

a porta Susa, e tra i molti che ci vedevo ogni giorno avevo notato un

giovane ufficiale di cavalleria, che pareva specialmente preoccupato

e impaziente. Ma ecco finalmente un mattino, non un drappello, ma un

intero reggimento. Fu un delirio; evviva ed abbracci che non finivan

più. Tra la folla ancora rividi il mio giovane uffiziale, il quale,

pur tenendosi un poco in disparte, guardava fissamente il reggimento

francese che sfilava, e i suoi occhi erano inondati di lacrime. La sera

rividi quell’uffiziale in un caffè, e seppi ch’era il duca di Chartres.

Egli aveva riveduti i soldati di Francia, quel mattino, per la prima

volta dopo il 24 febbraio del 1848, quando, bambino, tenuto per mano

dalla madre, atterrito e ignaro, veniva con essa e il fratello condotto

alla Camera dei deputati per poi andare in esilio.

Dopo quel reggimento ne vennero altri ed ogni giorno c’era

l’ingresso di altre truppe francesi, che la popolazione accoglieva

entusiasticamente. Aveva ragione quel fantaccino che udii una volta

dire a un compagno: _Veux tu des sigares, un absinthe, un grog? Crie

vive l’Italie et tu auras tout ce que tu voudras_.

Tra i varii amici venuti da Milano e dall’esilio, in cui m’imbattevo

per le vie di Torino, m’ebbi la grata sorpresa, in quegli ultimi

giorni, d’incontrare Carlo De Cristoforis. Erano sei anni che non

ci vedevamo: ci eravamo stretta la mano l’ultima volta la sera del

6 febbraio 1853. Quante peripezie, quanto s’era tremato per lui! Era

in uniforme di capitano dei Cacciatori delle Alpi, e mi disse ch’era

venuto a Torino da poche ore per sbrigare alcune faccende del suo

reggimento al Ministero della guerra, per incarico del colonnello

Medici, e che sarebbe ripartito quella sera stessa; aveva veduti alcuni

amici comuni, e voleva che si pranzasse insieme.

Carletto, durante il pranzo, ritrovò tutta la sua antica allegria, il

suo spirito, la sua festività. Ci raccontò molti episodi della sua

vita d’emigrato: era stato allievo della scuola di Stato Maggiore a

Parigi; professore di fortificazioni in un collegio militare di Londra;

istruttore di reggimento e capitano nella Legione Anglo-Italiana

formata a Malta durante la guerra di Crimea. S’era costantemente

occupato di studî militari, che riunì in quel suo libro: _Che cosa

sia la guerra_, che è tuttora altamente apprezzato tra gli studiosi di

scienze militari.

Alla fine ci parlò del reggimento e della compagnia a cui era stato

assegnato, e ch’erano in marcia verso il confine; e al pensiero che tra

pochi giorni si sarebbe venuti alle mani cogli austriaci gongolava di

gioia.

Quando l’allegra brigata si sciolse, Carletto volle che l’accompagnassi

alla stazione. In attesa del momento della partenza, passeggiavamo

per la stazione, e Carletto continuava a tenermi allegro con mille

coserelle buffe. Ma quando le guardie annunziarono la partenza,

Carletto a un tratto si fece serio, mi abbracciò, e mi disse: «Ti

saluto per l’ultima volta!... Sì, caro Gino, noi non ci vedremo più!

La mia vita fu una sequela di avventure, e ne uscii sempre salvo; essa

ebbe una grande aspirazione, combattere per l’Italia, e poi servirla

nell’esercizio nazionale. Ora che il mio sogno si avvera... io morirò!

Sì, caro Gino, lo sento, ne ho il presentimento... questa volta _ci

lascio la pelle_...» Sorrise, poi esclamò «Addio, addio, ricordati di

me!»

Entrò nel vagone, il treno partì, e io rimasi mesto, quasi atterrito.

Pochi giorni dopo, ossia il 27 maggio, egli moriva all’assalto di San

Fermo, alla testa della sua compagnia. Povero e generoso Carletto!

Ricordi di gioventù · 第 74 / 105 题