_Sommario:_ Una visita a Corte del marchese Luigi d’Adda. — Una
provocazione di Alfonso Carcano alla Scala e una sfida. — Sono
uno dei padrini. — Una chiamata del Direttore di Polizia. — La
notte seguente si va in Piemonte. — Il duello. — L’Arciduca chiama
Stefano Jacini per incaricarlo d’uno studio sulle condizioni
economiche della Valtellina. — Jacini scrive un bel libro, e
la Valtellina rimane nelle condizioni di prima. — Le illusioni
dell’Arciduca. — Voci d’una missione data da Massimiliano al duca
Melzi presso Napoleone. — Il principe Porcia, e il suo sfratto
da Milano. — Cavour a Plombières. — Cavour chiama il Giulini e il
Dandolo. — Progetti di Cavour per l’anno seguente. — Ultimi mesi
di vita di Emilio Dandolo. — La famiglia Lutti di Riva di Trento. —
Accordi e sottoscrizione, per mandare i volontari in Piemonte nella
seguente primavera. — La Società Nazionale italiana.
L’arciduca Massimiliano continuava imperterrito, e talora anche con
qualche buon risultato, a usare le sue arti seduttrici; quando eccoci
ad un nuovo episodio, capitato proprio qualche giorno dopo l’intesa
_dei duelli_, in casa Dandolo.
Era assai noto a quel tempo, in Milano, come amatore di cavalli ed
esperto cavallerizzo, un marchese Luigi d’Adda Salvaterra, fratello del
marchese Gerolamo, letterato, scrittore d’arte, e noto bibliofilo. Il
d’Adda compariva quasi ogni giorno sui bastioni della città, ch’erano a
quel tempo il luogo della passeggiata pubblica e il ritrovo del _mondo
elegante_, cavalcando l’uno o l’altro dei suoi bei cavalli arabi.
Correva, caracollava, e lo avevano soprannominato il _Mazeppa_.
Un giorno Massimiliano, che di tanto in tanto cavalcava egli pure
sul bastione, mandò il suo aiutante a dire al d’Adda che desiderava
ammirare il bell’arabo. Il d’Adda gli si avvicinò, l’arciduca gliene
fece gli elogi e lo pregò di mandare i suoi cavalli alla cavallerizza
di Corte, desiderando cavalcarli. Dopo di ciò, sotto varî pretesti,
lo fece andare a Corte più volte, e lo invitò a colazione. Il d’Adda
accettò gli inviti.
Questo fatto, che in altre circostanze sarebbe passato inosservato,
allora fece parlar molto; e a qualcuno, tra quei dell’_intesa_, parve
venuta l’occasione di dar principio al _programma_ dei duelli. «Si
incominci dunque dal d’Adda!» Trattandosi d’una persona tanto nota in
Milano, come il d’Adda, il caso era opportuno, sebbene violento, per
una dimostrazione chiassosa.
Ragazzate! potrà esclamare qualcuno nel leggere questi fatti; ma i
giovani d’allora erano così: e si può essere indulgenti con questi
ragazzi, quando si pensi che pochi mesi dopo, tra mille pericoli,
lasciavano la casa loro per prender le armi; e che molti alle loro case
non ritornarono più.
Alcune sere dopo ci fu un veglione alla Scala e Alfonso Carcano, ch’era
il più giovane della compagnia di Casa Dandolo, ci andò in maschera,
e detto fatto si diresse verso il d’Adda, e dopo un breve colloquio,
alludendo alla visita fatta all’Arciduca, lo insultò; poi levatasi
la maschera gli diede il suo biglietto da visita. Il d’Adda era in
un palchetto con due forestieri, dei quali è facile immaginarsi lo
stupore. Corse subito la voce del fatto per tutto il teatro, e per
alcuni giorni in Milano non si parlò d’altro.
La mattina seguente vennero da me donna Giulia e Costanzo ch’erano
la madre e il fratello dell’Alfonso Carcano, dicendomi che questo si
teneva nascosto, e pregava me e il marchese Massimiliano Stampa Soncino
a fargli da padrini. La buona donna Giulia piangeva, ma mi pregava
d’assistere suo figlio.
Due giorni dopo ci fu un ritrovo tra i padrini; pel d’Adda furono quei
due che s’eran trovati nel palco, venuti alla Scala per _divertirsi_ al
veglione; ed erano un Della Rocca, ex ufficiale spagnolo, e un Cervis
di Novara. Nel frattempo ebbi una chiamata alla Polizia.
Il Direttore mi ricevette tenendosi ritto in piedi e parlandomi in tono
brusco e severo.
— «So tutto,» prese a dirmi: «il marchese Luigi d’Adda è stato l’altra
notte insultato in teatro da un giovinastro mascherato... sappiamo chi
è... e sappiamo anche la causa dell’insulto!... Si parla di un duello,
e si dice che lei sarà uno dei padrini... ma io le dico che questo
duello non si farà! Ha capito?... Questo duello sarebbe uno scandalo!
Questo duello mi obbligherebbe a far arrestare lei e i suoi due amici,
e a far aprire contro di loro una duplice inquisizione, cioè pel
delitto di duello, e pel delitto politico! Ha capito?... Ora le domando
formalmente di darmi la sua parola d’onore che il duello non si farà...
o almeno che lei non vi prenderà parte. Mi risponda!»
— «Del duello di cui lei mi parla,» risposi «finora non so nulla.
Ma devo però dirle che io non le potrei dare la parola d’onore che
mi domanda. Lei è un gentiluomo, e comprenderà che, se un amico mi
chiedesse di assisterlo in un caso simile, io non potrei rifiutare.»
Si discusse per alcuni minuti, fermi l’uno e l’altro nei nostri
argomenti; egli alzando la voce e in tono sempre più minaccioso; io con
l’aria rassegnata, come una vittima, caso mai, dell’amicizia. In quella
stessa mattina il marchese Soncino aveva avuta un’eguale chiamata dal
Direttore di Polizia, e aveva sentite le stesse minacce, e aveva data
la stessa risposta, poichè le avevamo combinate.
Nel nostro abbocamento era parso, ai padrini del d’Adda, sulle prime
che un diverbio di veglione dovesse venire accomodato con qualche
bottiglia di _champagne_, ma presto capirono che sotto il diverbio
apparente c’era una questione politica, e che il duello era quindi
inevitabile.
Si convenne un duello alla pistola, da farsi al di là del Ticino,
presso la frontiera. Ma il difficile era l’andarci, sorvegliati come
erano dalla Polizia.
Si combinò di partire quella stessa sera, e per non svegliar sospetti
s’andò tutti al teatro della Scala, mostrandoci nei palchi fino all’ora
convenuta.
Dal teatro, poi scomparimmo improvvisamente, e andammo difilato in
piazza Fontana, dove ci attendevano due carrozze.
Per attraversare il Ticino, a quel tempo, non c’erano ferrovie; eravamo
in febbraio, nevicava e faceva un gran freddo; io ero in giubba, con la
cravatta bianca, le scarpette lucide e le calze di seta: gelavo! Non
avevo il passaporto, indispensabile a quei tempi; per questo, quando
si arrivò alla frontiera, montai a cassetta d’uno dei due legni, e il
Della Rocca mi fece passare pel suo cameriere. In un villaggio, al
di là del confine, trovammo un ufficiale di cavalleria piemontese,
che, prevenuto dal mio collega, il marchese Soncino, aveva portato
le pistole. L’ufficiale ci condusse in una boscaglia distante circa
un chilometro, che facemmo in mezzo al fango e alla neve. Oh le mie
scarpette! e che freddo! Con noi era venuto Scipione Signoroni, un
giovane nostro amico medico, e già ufficiale di Manara.
I due avversari furono messi di fronte, a venti passi di distanza. La
sorte indicò il Della Rocca pel comando del duello, che doveva essere
al segnale. Puntarono; _uno, due, tre_; i due colpi partirono insieme,
ma le due palle andarono a conficcarsi negli alberi vicini; avevano
avuto più giudizio di noi. Ma a nostra discolpa ripeterò ancora una
volta che a quel tempo noi ci consideravamo come già in guerra, e che
se allora la gente si fosse condotta sempre con certe buone regole
di prudenza e di giudizio, gli austriaci forse passeggerebbero ancora
per le vie di Milano. Si ricaricarono le pistole, ma allora i padrini
avversari si avvicinarono a noi dicendo che, avuto riguardo alla causa
che ci aveva condotti sul terreno, si poteva far cessare lo scontro
e riconciliare i due avversari. Fummo tutti del medesimo parere: la
dimostrazione politica era fatta, e sarebbe stato assurdo il continuare
il duello. Il d’Adda ci teneva a giustificarsi; ci scambiammo delle
strette di mano e delle parole cortesi, poi partimmo subito per Milano.
Qualche ora dopo, vien da me il Soncino, che aveva avuto una nuova
chiamata dal Direttore di Polizia: questi era stato con lui ancora
più brusco del giorno prima; ma con sua gran sorpresa il mio amico
s’era accorto che il Direttore non sapeva ancora che il duello fosse
avvenuto!
«Sento ripetere che lei dovrebbe essere uno dei padrini, ma questo
duello non si farà! Se tentassero di farlo, li farò sorprendere in
_flagrante_; li farò arrestare tutti, e manterrò la mia parola...
duplice processo! Glielo dico di nuovo... ha capito?»
Il Soncino aveva taciuto stringendosi nelle spalle, come chi è
rassegnato alla fatalità, solo ripetendo ancora che, pregato, non
avrebbe potuto rifiutarsi a un amico: non aggiunse altro, poi corse da
me. «Oh che commedia!» si disse fra noi. «Ma come la finirà?»
In Milano per alcuni giorni non si parlò che del duello, e se ne fece
un gran chiasso. Io e i miei due amici, non sapevamo che fare: parecchi
ci consigliavano prender il largo; ma noi, d’accordo anche coi nostri
avversari, si decise di non muoverci, e di negare che ci fosse stato il
duello, non essendocene le prove, caso mai ci arrestassero.
Non fummo arrestati. Più tardi venni a sapere che al nostro arresto
s’era opposto il luogotenente Bürger, il quale aveva giustamente
osservato al Direttore di Polizia che, non essendo egli riuscito ad
impedire il duello, era meglio che fingesse di non saperne nulla; tanto
più che il processo avrebbe sollevato un chiasso enorme su un fatto
ch’era meglio mettere in tacere. Così la passammo liscia.
Intanto l’arciduca continuava tenacemente nel suo sistema, e venne la
volta in cui chiamò anche delle persone ch’egli sapeva appartenenti
al campo nemico. Tra queste, un giorno, fece chiamare Stefano Jacini;
proprio uno di casa Maffei!
Lo scopo della chiamata era nobilissimo, e tale da rendere ben
difficile un rifiuto. Una grave questione economica affliggeva allora
una delle provincie lombarde, e impensieriva la pubblica opinione con
pietosa sollecitudine.
La Valtellina ufficialmente chiamata, come s’è detto, la provincia di
Sondrio, da nove anni era colpita nel suo principale prodotto: i suoi
celebri vigneti erano ormai completamente distrutti dalla crittogama,
l’_oidium_, contro cui non s’era ancora trovato il rimedio. Le altre
colture, in Valtellina, erano secondarie, e non c’erano che pochissime
industrie. Per di più, e come questo non bastasse, il Governo
austriaco, che meditava di applicare un nuovo censimento delle terre
alle provincie lombarde, per accrescerne i redditi fiscali, aveva
cominciato a farne l’applicazione, per esperimento, alla provincia
di Sondrio, ch’era la più piccola: così era avvenuto che, mancandovi
il prodotto principale, la terra non bastasse quasi più al pagamento
dell’imposta. I piccoli proprietari andavano a mano a mano coprendosi
di debiti per vivere; le piccole e le medie fortune, in molte parti
della provincia, scomparivano rapidamente, e si vedevano cadere
nella miseria moltissimi che avevano sempre vissuto nell’agiatezza.
Ciò avveniva specialmente per quelli che possedevano soltanto terre
coltivate a viti nella provincia. In quegli anni intere famiglie
scomparvero; parecchie, che avevo conosciute benestanti, le rividi,
più tardi, povere o molto decadute. Quelli che, nelle famiglie di
contadini, non potevano emigrare, languivano di patimenti e di fame.
Nelle Preture giacevano moltissime eredità che non potevano venir
assegnate per l’impotenza degli eredi a pagar le imposte e i trapassi.
In parecchi paesi la popolazione diminuiva come se fosse stata colpita
da un grave contagio.
Questi fatti avevano vivamente commossa l’opinione pubblica in
Lombardia, e da ogni parte si invocavano provvedimenti. Il Governo
militare non ci aveva badato più che tanto, contentandosi di applicare
il nuovo catasto, e di riscuoterne rigidamente le imposte. Ora
l’arciduca Massimiliano volle occuparsi della questione, e cominciò
col bandire una grande lotteria in tutto il regno Lombardo-Veneto per
soccorrere i più bisognosi: poi pensò di fare studiare le condizioni
della Valtellina da Stefano Jacini, noto pei suoi studi economici e
pel suo libro sulle _condizioni dei contadini in Lombardia_, premiato
dall’Istituto Lombardo.
L’Jacini, chiamato, si presentò all’arciduca, e dopo un lungo colloquio
accettò l’incarico. Non posso nascondere che questa accondiscendenza
dell’Jacini spiacque, e che gli amici gli tennero il broncio. Il
puritanismo intransigente di quei giorni non permetteva che l’arciduca
trovasse adesioni o appoggi in nessuno e in nulla, sopratutto per
cose che fossero o che potessero parer buone. La contessa Maffei,
me ne ricordo ancora, ne rimproverò l’Jacini, che principiò col
giustificarsi, dicendo che di molte cose non era ancora al fatto.
Egli era tornato da poco da un lungo viaggio, e non conosceva bene
l’attitudine presa dalla società milanese di fronte all’arciduca
Massimiliano. Rammento che, un giorno, durante quel broncio degli
amici, l’Jacini mi prese a braccetto e si fece insieme una lunga
passeggiata: mi raccontò che avendo da poco percorsa la Francia,
l’Inghilterra e la Germania, e avendo discorso con personaggi
importanti di politica e delle cose d’Italia, tutti con voce unanime
gli avevano espresse l’opinione che l’Italia dovesse ormai smettere
qualsiasi velleità di riscossa col mezzo della politica piemontese
o dei moti insurrezionali, poichè tutta l’Europa si sarebbe opposta
alla guerra. E concludevano che ai lombardo-veneti si presentava
un’insperata fortuna, e cioè, l’energico e intelligente desiderio d’un
arciduca di ottenere la loro autonomia amministrativa, sotto il suo
governo; e che gli italiani quindi lo dovevano assecondare, se non
volevano ribadire la loro servitù per seguire una chimera.
Questa appunto era la tesi dei fautori ufficiosi dell’arciduca; la tesi
dei timidi, e della gente stanca; la tesi pericolosa, che Cavour ci
eccitava a combattere con tutte le nostre forze.
All’Jacini chiesi se avesse parlato col Giulini che veniva da Torino:
«non ancora» mi rispose, e io lo eccitai a vederlo al più presto.
L’Jacini non ritornò dall’arciduca, ma eseguì l’incarico avuto, e
fece il suo bel libro sulle condizioni economiche della Valtellina.
La quale, all’infuori della lotteria, non ottenne dal Governo nessun
provvedimento, e rimase abbandonata alla sua sorte. Fu un primo esempio
di ciò che valevano i propositi di Massimiliano, destinato a illudersi
e ad illudere.
Alla Valtellina provvide più tardi il Governo nazionale, che cominciò
col diffondere gli insegnamenti e gli esperimenti, allora ancor
nuovi, per combattere la crittogama della vite; poi ordinò con una
legge, durante i _pieni poteri_, la riduzione del censo. Promotori di
tale legge furono Enrico Guicciardi, il conte Luigi Torelli, Antonio
Allievi, Cesare Correnti, Romualdo Bonfadini, mio fratello Emilio,
Stefano Jacini e Antonio Scialoja, a cui Cavour diede l’incarico di
prepararne lo studio e di formularla. La Valtellina ne ebbe allora un
immenso beneficio, e potè avviarsi alla sua risurrezione economica.
L’affaccendarsi di Massimiliano era continuo, ma il terreno gli era
conteso a palmo a palmo con una opposizione incessante. L’opera sua
però non era affatto pratica, ed era pur sempre vigilata da Vienna,
dove si era pronti in caso a disapprovarla e a frenarla. Quella sua
eccitabile fantasia, e quella facilità d’illudersi, che dovevano più
tardi condurlo fatalmente al Messico, l’avrebbero indotto, come fu
detto allora, a confidarsi con l’imperatore Napoleone, e a fargli
chiedere secretamente se avrebbe avuto il suo appoggio nei progetti
relativi al Lombardo-Veneto.
Allora si disse anche di questa missione confidenziale incaricasse un
gentiluomo di Milano, il duca Lodovico Melzi d’Eril, e che il Melzi,
il quale per ragioni di famiglia viveva molto a Genova e all’infuori
della società politica milanese, accettasse in buona fede l’incarico.
Il Melzi andava frequentemente a Parigi, e Napoleone lo accoglieva
con molti onori quale discendente del Vice-Presidente della Repubblica
Italica e alle Tuileries veniva annunciato col nome di _Duca di Lodi_,
titolo dato da Napoleone I al conte Francesco Melzi. Della missione
nulla però si seppe di positivo: non lasciò traccia, e non ebbe
seguito.
Di ciò che avveniva, e che si pensava, nel circolo dell’arciduca
Massimiliano e del luogotenente Bürger, s’aveva alle volte qualche
sentore col mezzo del principe Alfonso Porcia, di cui abbiamo già
parlato.
Fu il principe Porcia che mi disse che il luogotenente Bürger s’era
opposto agli arresti pel duello del Carcano col d’Adda. Poco dopo però
toccò anche a lui, non ostante le sue relazioni, un provvedimento di
rigore. Un giorno s’imbattè in Massimiliano, passeggiando con alcuni
amici, i quali naturalmente non salutarono l’arciduca; il Porcia, o non
s’accorse dell’incontro, o non volle fare diversamente degli altri; ma
bisogna dire che quella volta l’arciduca fosse di cattivo umore, perchè
il giorno dopo il principe Porcia riceveva l’ordine dalla Polizia di
lasciar subito Milano e di recarsi nelle sue terre in Austria.
Per quanto l’arciduca si affaccendasse, ogni giorno più si faceva
palese la sua impotenza a far qualcosa di serio, e ogni suo tentativo
cadeva nel vuoto. Egli era arrivato in uno di quei momenti fatali in
cui un Governo, prima di far libro nuovo, è condannato a far la somma
degli errori e delle colpe del Governo che l’ha preceduto.
La resistenza aveva ormai il sopravvento; ormai si diffondeva la
certezza che anche questa difficile, questa pericolosa battaglia,
i milanesi l’avevano vinta; e si faceva più forte il desiderio di
prepararsi uniti, ai nuovi avvenimenti che erano nel presentimento di
tutti.
In un giorno del mese di maggio ebbi la visita di un tal Pagani, che
sapevo essere una persona seria e rispettabile. Questo signore venne
a parlarmi della _Società Nazionale_ che il La Farina aveva fondata
l’anno prima, e che andava estendendosi in tutta Italia. Era questa
un’Associazione ordinata come una società segreta, ed aveva, tra gli
scopi, anche quello di riunire in sè le società segrete mazziniane.
Era programma della Società Nazionale l’indipendenza e l’unità d’Italia
con Casa Savoia, sotto la guida di Cavour. Questa società operava già
attivamente; e più tardi seppi che Cavour aveva detto al La Farina «ho
fede che l’Italia diventerà uno Stato con Roma capitale; venga da me in
secreto, e se la diplomazia lo saprà e reclamerà, io la rinnegherò come
fece San Pietro.» (Vedi anche la storia del Bersezio).
Dopo il colloquio ch’ebbi col Pagani, mi adoperai anch’io a far entrare
nella Società Nazionale parecchi miei amici e conoscenti, sopratutto di
quelli che avevano avuto dei legami colle associazioni repubblicane, e
a cui piacevano le società segrete. C’è della gente che ha bisogno di
pensare colla testa altrui e di agire coll’altrui volontà. A me invece
è sempre piaciuto di regolarmi da me, e quindi ho sempre aborrito le
società segrete e i vincoli misteriosi di soggezioni anonime. Nella
stessa Società Nazionale, che pure m’ispirava fiducia, pei suoi intenti
onesti e patriottici, io non volli entrare.
In quel tempo, a Milano, e credo anche in tutta l’alta Italia, nessuno
parlava di Massoneria. Questa c’era stata, prima del 1848, collegata
coi movimenti dei Carbonari e della _Giovane Italia_, ma non col
movimento del quarantotto: poi era quasi scomparsa, e non doveva
rifiorire che più tardi, nel modo che tutti sanno.
L’arciduca Massimiliano anche a Venezia, ove si era recato colla sposa
nell’estate del 1857, prima di venire a Milano, aveva fatto parlar
molto di sè cercando di attirar alcuni dei più cospicui cittadini,
come il conte Bembo, e il conte Cittadella Vigodarzere, e lasciando
intravvedere speranze e novità.
Ma mentre Massimiliano s’agitava nel vuoto, Cavour teneva in mano ben
altre fila, e andava dritto al suo scopo. Il 20 luglio del cinquantotto
era a Plombières, e ne’ suoi famosi colloqui con Napoleone, poneva le
basi dell’alleanza e iniziava gli accordi per la guerra: poi ritornava
trionfalmente in Italia, schermendosi a stento dalle dimostrazioni
traverso la Svizzera e in Piemonte.
Poco dopo il suo ritorno a Torino, Cavour fece chiamare Cesare Giulini,
poi Emilio Dandolo. Disse loro le trattative e gli accordi fatti
con Napoleone, con un certo riserbo naturalmente, allo scopo ch’essi
preparassero gli amici in Milano e in Lombardia a quell’azione che
poteva assecondarlo ne’ suoi scopi. Tra le confidenze fatte a Giulini,
Cavour gli aveva anche detto come Napoleone, per giustificare la
guerra dinanzi alla Francia che n’era riluttante, stimava necessario
che il Piemonte fosse attaccato, e invaso dall’Austria. Ciò avrebbe
giustificato l’intervento francese. _Faites vous attaquer_, aveva detto
ripetutamente Napoleone a Cavour.
Cavour aveva chiesto al Giulini se gli paresse possibile che nella
primavera del prossimo anno, quando l’Austria farebbe la leva, i
proprietari di Lombardia mandassero i loro contadini coscritti in
Piemonte. Se venissero, aveva concluso Cavour, io li accolgo nei
reggimenti piemontesi... l’Austria mi chiederà l’estradizione ed il
loro disarmo... io rifiuterò; l’esercito austriaco allora invaderà il
Piemonte!...
Giulini gli rispose che avrebbe seriamente studiata questa proposta coi
suoi amici, e che si sarebbe fatto il possibile per attuarla, almeno in
parte.
Cavour con questa proposta ebbe una felice percezione degli
avvenimenti. Non furono i colpiti della leva quelli che nell’inverno
seguente passarono il Ticino e furono arruolati dal Governo piemontese;
ma furono i volontari, come vedremo, che passarono in Piemonte, quelli
di cui l’Austria chiese il disarmo, e che determinarono il caso di
guerra e l’invasione.
Cavour, nel confidare a Emilio Dandolo gli accordi di Plombières,
gli aveva dato specialmente l’incarico di intendersi coi giovani di
maggior autorità di Milano, con quelli sopratutto che avevano avuto dei
rapporti colle società mazziniane. Cavour voleva attirare a sè tutte le
forze vive del paese, voleva con sè i più operosi, i più audaci; voleva
distrugger le sette, e riunire tutti sotto la gran bandiera dell’unità
d’Italia colla monarchia dì Savoia.
Mio fratello Emilio ebbe allora un lungo colloquio con Emilio Dandolo,
che gli riferì i discorsi fatti con Cavour, e gli intendimenti di
lui. Cavour fin d’allora lasciava intendere le sue mire unitarie,
voleva però essere egli solo la guida, e il giudice dei modi e delle
opportunità per raggiungere lo scopo. Mio fratello riferì questi
discorsi a suoi amici; con queste promesse e con questa parola d’ordine
anche i più circospetti lasciarono ogni esitazione. Quelli che un
giorno avevano seguito Mazzini pel concetto unitario, quelli che da
lui s’erano staccati perchè disillusi, ora accettavano risolutamente di
seguire la nuova bandiera e il nuovo capo.
Dandolo presentava poi mio fratello Emilio a Cavour.
Così in quei giorni, Cavour, non solo metteva le basi
dell’indipendenza, dell’unità e della libertà d’Italia, ma creava
un partito politico nazionale, che fino allora, in Italia, non aveva
esistito, il partito unitario, monarchico, liberale. Intorno a questo
partito si riunirono, in maggioranza, le persone più eminenti. Con
l’aiuto di questo partito Cavour potè compiere grandi cose, e i
suoi successori più illustri poterono condur l’opera a compimento.
Bisogna essere vissuti a quei tempi, bisogna aver seguiti quei fatti
ansiosamente giorno per giorno, per avere la profonda convinzione che
Cavour tutto mosse e diresse, e che il grande artefice del nuovo regno
d’Italia fu lui.
La guerra nella prossima primavera fu in un baleno il pensiero, la
speranza, la fede di quanti furono partecipi delle confidenze fatte
agli amici da Cavour. Nel crocchio de’ miei amici ormai non si parlava
d’altro: un giorno mi fu comunicato il progetto di avviare una seconda
sottoscrizione per prepararsi agli avvenimenti della primavera, sia che
si trattasse di mandare i coscritti in Piemonte, sia che si dovesse
promuovere qualche fatto, di cui si parlava misteriosamente, per far
scoppiare la guerra.
La guerra! Ogni sera ne parlavamo con entusiasmo in casa Dandolo, e
allora si colorivano le gote pallide del povero Emilio Dandolo, la
cui salute andava rapidamente declinando, minata dall’etisia. Egli
conosceva il suo stato, ma tuttavia era deciso di recarsi al più presto
in Piemonte, per assicurarsi il suo antico posto di ufficiale. «Non
voglio morire in letto,» soleva dire, «voglio morire da soldato su
un campo di battaglia.» Pur troppo il suo desiderio non doveva essere
esaudito: ormai non gli mancavano che pochi mesi di vita, e non potè
intravedere che l’alba delle comuni speranze.
Andai quell’anno a passare il mese di agosto in casa Lutti a Campo
nelle Giudicarie, presso Riva di Trento. Il mio amico Vincenzo Lutti
di Sant’Alessandro era fin d’allora una delle persone più importanti
del partito nazionale liberale del Trentino; e la famiglia Lutti,
ricca, ospitale, era in quelle valli, tra le più illustri, e ospitava
nell’estate e nell’autunno, ora a Riva di Trento, ora nella villa di
Campo, o in quella di Sant’Alessandro sul lago di Garda, un’accolta di
amici che si avvicendavano, e tra i quali si incontravano spesso delle
persone notevoli d’ogni parte d’Italia. Andrea Maffei teneva presso
quella famiglia la sua consueta dimora; e vi si vedevano di frequente
Andrea Verga, l’illustre alienista, e i poeti Prati e Gazzoletti. La
vecchia madre del mio amico Vincenzo, donna Clara, era una signora che
amava mostrarsi amica e protettrice dei letterati: aveva due figlie,
Francesca e Maria, delle quali Francesca era una scrittrice e poetessa
valente: Vincenzo era un uomo molto colto, musicista appassionato,
pieno di spirito, d’ingegno e di cuore. Al Lutti, e agli amici che
trovai quella volta nella villa di Campo, comunicai le notizie avute
dal Giulini, e così anche nei paesi trentini si fece subito l’intesa
per la sottoscrizione e per l’invio dei volontari in Piemonte in
primavera.
Qualche mese dopo, un ufficiale piemontese, Alberto dei marchesi Incisa
della Rocchetta, veniva a Campo per fare col Lutti delle escursioni
e delle ricognizioni militari ordinategli dal Ministero della guerra
piemontese.
Ritornato a Milano dalla Valtellina, alla metà di novembre, seppi nel
circolo intimo degli amici di casa Maffei che il progetto di mandare
in Piemonte i coscritti a primavera era stato abbandonato. Invece nei
gruppi dirigenti, nella Società Nazionale, e tra i giovani, correva la
parola d’ordine che a primavera gli antichi volontari del 48 e del 49,
e quanti altri potessero, dovevano passare in Piemonte per arruolarsi
nelle truppe regolari, o in corpi di volontari.
Il progetto veniva accolto con entusiasmo, e la Società Nazionale
sopratutto si adoperava con una attività instancabile a diffonderlo
fra i giovani, e a compiere ogni preparativo per attuarlo. La
sottoscrizione, iniziata qualche mese prima, pigliava vaste
proporzioni; e venivano sottoscritte ingenti somme, note solo a quelli
che le raccoglievano; e con una larga cospirazione si preparavano i
mezzi per rendere possibile e facile avviarsi alle frontiere piemontesi
e il varcarle ai giovani che si apparecchiavano a compiere questa
grande dimostrazione; la più seria e la più efficace che mai si fosse
veduta in Italia.
A questa intesa parteciparono persone d’ogni classe e d’ogni paese,
nelle provincie lombarde e nelle venete. Tale occulto lavorìo durò
quasi tre mesi; noto a molti, vi partecipavano pure, com’era naturale,
vetturali, contrabbandieri, barcaioli; la Polizia n’era sulle tracce,
ma non riuscì ad impedirlo: nessuno tradì.