I.

_Sommario:_ L’Arciduca Massimiliano Governatore generale del

Lombardo-Veneto dopo la morte di Radetzki. — Massimiliano cerca di

attirare a sè diversi cospicui cittadini. — La Convenzione per le

ferrovie italo-austriache. — Cesare Cantù. — Resistenze e lotte

della società e dei patriotti milanesi contro Massimiliano. — Il

salotto della contessa Maffei, il conte Giulini, e la resistenza

all’Arciduca. — Parole di Cavour al Giulini e al Dandolo. —

Casa Crivelli e casa Dandolo. — Timori che destava l’azione di

Massimiliano. — Propositi di dimostrazioni e di duelli che si fanno

in casa Dandolo.

L’anno 1858, al pari dell’anno antecedente, principiava a Milano con

una viva preoccupazione nelle classi che chiamerò _dirigenti_; nella

parte voglio dire più eletta e patriottica delle classi aristocratiche

e borghesi che allora veramente dirigevano l’opinione pubblica

cittadina. L’anno prima trattavasi della venuta dell’Imperatore, ora

trattavasi dell’arciduca Massimiliano giunto da poco e già insediato

tra noi.

L’arciduca era un bel giovane alto, biondo, e che vestiva di solito

l’uniforme di ufficiale di marina. Lo aveva preceduto la fama di uomo

intelligente, attivo, pieno di buona volontà, di maniere affabili, e di

intenzioni larghe e liberali a favore dei paesi di cui doveva prendere

il governo. Voci ufficiose cercavano di accreditare l’opinione ch’egli

avesse dei poteri più larghi di quanto apparisse. A queste voci, o,

dirò meglio, a queste speranze, aveva partecipato l’arciduca stesso.

In cuor suo egli andava esagerando la sua missione, e credeva di

cavarne quei risultati che gli prometteva la sua fantasia. Non privo di

coltura, ma utopista, di mente fantastica e un po’ leggiera (come l’ha

provato la tragica avventura del Messico), egli non si era accorto che

a Vienna le cose erano intese ben diversamente: la sua missione era una

lustra. Egli aveva creduto di diventare il Principe d’uno Stato quasi

autonomo, mentre da Vienna era stato mandato a riprendere la tradizione

dell’antico Vicerè, ossia di quel fantoccio che c’era prima del

quarantotto: perchè l’Austria mutasse, ci volevano, prima Solferino,

poi Sadowa.

La morte di Radetzki, avvenuta il 5 gennaio 1858, aveva contribuito

a rinforzare le illusioni dell’arciduca. Il vecchio maresciallo

dal 1848 aveva avuto il governo civile e militare delle provincie

lombarde e venete, da lui riconquistate all’Austria, rappresentandovi

colla durezza delle armi e del governo la politica della reazione e

dell’assolutismo; ossia il governo di Metternich peggiorato.

Radetzki era uomo di mente mediocre e di poca coltura; ciecamente

devoto al suo Imperatore, buon militare, bonario tra i suoi soldati,

dai quali era amatissimo, duro, severo cogli avversari e nell’esercizio

del governo. «Tre giorni di sangue assicurano trent’anni di pace»,

aveva detto alla vigilia delle Cinque Giornate, e nella sua mente

angusta e tenace n’era convinto. Investito di poteri illimitati,

governò il paese per quasi dieci anni senza pensare al domani; lo

governò come un paese occupato in tempo di guerra, dimenticando

che questo paese era una delle parti più importanti della monarchia

ch’egli difendeva; e dimenticando che con un governo imprevidente,

coll’odio che lo circondava, e ch’egli accresceva, poteva preparare,

per l’avvenire, alla monarchia austriaca le più gravi e minacciose

questioni politiche. E così avvenne. Le sue lettere all’amata figlia

Federica, pubblicate dopo la morte di lui, sono piene di affetto

paterno e di tenerezza; ma di ferro, di fuoco e di forche pei sudditi

italiani malcontenti.

La sua morte capitava in buon punto: pareva segnasse la fine d’un fosco

passato, e che col suo successore, il giovane arciduca, ora, sorgesse

un’alba promettente.

Massimiliano si mise subito all’opera, e per alcuni mesi da Vienna lo

lasciarono fare, e si lasciò che si impigliasse nell’equivoco. Egli si

trovò da principio come in un deserto, e cercò d’attirarvi gente che

piantasse delle tende intorno a lui. Pensò di conoscere un po’ di quei

sudditi che doveva governare; cercò di attirarli a sè, e di crearsi

delle simpatie e de’ partigiani, nulla risparmiando fin da principio

per raggiunger tale scopo. Ma era tardi.

Un primo addentellato, per incominciare, gli era offerto da una

Convenzione stipulata a Vienna per una grande Società Ferroviaria,

che aveva tra gli altri scopi l’esercizio delle ferrovie, fatte e da

farsi, nel Lombardo-Veneto[31]. Fra i firmatari della Convenzione c’era

stato il duca Lodovico Melzi, e l’arciduca lo fece chiamare offrendogli

un’alta influenza nella amministrazione. Il Melzi accettò, a condizione

che fossero nominate nei vari uffici le persone ch’egli avrebbe

indicate: ma più tardi il direttore di Polizia osservò che i proposti

dal duca erano tutte persone compromesse o sospette. Infatti molti dei

giovani ammessi allora negli uffici delle ferrovie militavano nel campo

patriottico, alcuni erano reduci da poco dall’esilio e dalle prigioni;

anzi, poco dopo, v’ebbe un impiego anche il Lazzati. Massimiliano

tuttavia li nominò tutti dicendo: «ora spero che questi almeno verranno

da me.» Ma anch’essi trovarono dei pretesti per non andarci, e non ci

andò nessuno. L’arciduca dovette accorgersi, fin da principio, che non

otteneva neanche la riconoscenza _comandata_.

Fra i suoi progetti c’era stato anche quello di fondare un gran

giornale, che doveva chiamarsi la _Gazzetta Italiana_: si concedeva a

quella gazzetta il nome di _italiana_ purchè fosse sottinteso quello

di _austriaca_. Alcuni dicevano che la direzione del nuovo giornale

dovesse venir affidata a Cesare Cantù, che l’arciduca aveva voluto

conoscere; ma altri asserivano che il Cantù fosse destinato a incarichi

ben più alti. Il Cantù smentiva queste dicerie, soprattutto la prima.

Il fatto provò ch’erano dicerie tutte.

Il giornale doveva essere il portavoce dell’arciduca Massimiliano

e della sua politica, ma il solo annunzio datone destò nel pubblico

una forte opposizione, e già si preparavano delle dimostrazioni. La

_Gazzetta Italiana_ doveva in realtà essere diretta da un giornalista

di professione, il Menini, circondato da altri redattori, tra i quali

Emilio Treves, un giovane triestino assai promettente, che doveva farvi

la parte letteraria. Ne fu preparato il primo numero, quale saggio,

e si mandò a Vienna: ma ne venne subito la proibizione. Così il gran

giornale morì prima di nascere, e l’arciduca veniva già sconfessato;

come implicitamente si faceva per ogni atto di qualche importanza della

sua politica, tutta fondata, come dicemmo, su degli equivoci.

Ma l’arciduca intanto procedeva impavido, e tra le prime persone a

cui si rivolse ve ne furono alcune, tra le più notevoli, di parte

clericale. Vi trovò alcuni seguaci, e gli argomenti coi quali cercavano

di giustificarsi potevano essere speciosi: dicevano che bisognava una

buona volta chiudere il passato; ch’era tempo di sollevare il paese da

quello stato di inerzia e di prostrazione in cui giaceva da tanti anni,

per metterlo sulla via del progresso economico; che ormai si dovevano

mutare gli scopi e le speranze per l’avvenire; essere ormai un’utopia

l’ostinarsi a sperare nel Piemonte, impotente qual’era: dicevano, che

le potenze a ogni modo non volevano la guerra; che bisognava quindi

preparare una soluzione nuova, giovandosi dell’arciduca Massimiliano,

venuto appositamente per assecondarla ed effettuarla; che bisognava

infine cercare l’autonomia e la libertà per altre vie.

Tale miraggio messo innanzi a un paese che da tanti anni, o languiva

nell’attitudine rigida d’una astensione passiva, o combatteva senza

speranze vicine contro il suo governo, era un pericolo grave. Da

quasi dieci anni il paese aspettava invano la riscossa, e ormai

principiava a dar qualche segno di stanchezza. Il contegno e il

linguaggio di Massimiliano divennero in breve seducenti per molti, che

già principiavano a discutere apertamente se si dovesse appoggiarlo e

seguirlo. Dico subito, però, che tra questi non ce n’era neppure uno

che avesse appartenuto al patriottismo militante; erano persone che in

passato avevano seguita l’onda dei più, ma che non avevano partecipato

all’azione attiva, e che, pur nutrendo sentimenti di italianità, non

s’erano compromesse di fronte al governo austriaco. Gente mediocre,

all’infuori di pochi, che non fece più parlare di sè, e che scomparve

sommersa dall’alta marea degli anni che seguirono.

Si lasciava credere come dissi, che tra i fautori di Massimiliano ci

fosse anche Cesare Cantù. Il Cantù, lavoratore indefesso, non viveva

che nella cerchia ristretta dei suoi intimi, e di alcuni ammiratori. Da

giovane era stato egli pure imprigionato dagli austriaci, ma poi non

era più entrato nel secreto consorzio dei patrioti, non s’era unito a

nessuno di loro, e viveva solitario tra i suoi libri e i suoi lavori.

Il Cantù era egli pure un avversario del Governo austriaco, ma sdegnoso

delle opinioni altrui, non seguì nel 58 il movimento d’opposizione

a Massimiliano, e il pubblico a cui doleva di non avere con sè, in

quei giorni di lotta, un cittadino illustre, gli si mostrava severo e

credette anche ciò che non era[32].

La società milanese di solito si occupava ben poco dei personaggi

governativi e politici austriaci; anzi c’era quasi l’affettuazione

di non parlarne mai: ma di Massimiliano, dopo solo due mesi ch’era

a Milano, si parlava già molto. Era questo un risultato a cui nessun

Principe, nessun Governatore austriaco, prima di lui, era arrivato mai.

Egli amava far parlare di sè, e occupare di sè l’opinione pubblica:

non essendo quindi possibile lasciar cadere lui e la sua missione

nel silenzio, bisognava combatterlo tanto più vivamente, bisognava

rendergli impossibile l’esecuzione di qualsiasi suo disegno, di

qualsiasi sua buona intenzione.

Massimiliano, per la causa dell’indipendenza, era un pericolo. I

suoi sforzi, l’opera sua assai probabilmente non avrebbero condotto a

nulla, sarebbero riusciti alla fine a un disinganno per lui e pei suoi

aderenti; ma nel frattempo potevano illudere, potevano attraversare la

politica nazionale del Piemonte. Le lusinghe di Massimiliano potevano

indurre molti a sperare in lui e ad abbandonare quella resistenza

che durava da dieci anni e che, rendendo vani tutti i tentativi

dell’Austria, aveva data tanta forza alla politica nazionale del

Piemonte.

Bisognava dunque combattere Massimiliano più che i marescialli che ci

avevano governati cogli stati d’assedio, colle prigioni e colle forche.

_Combattere Massimiliano in ogni modo, e ad ogni costo_, fu la parola

d’ordine che allora corse imperiosa tra i patriotti milanesi.

Quindici anni dopo, quando Vittorio Emanuele andò a Vienna a far visita

all’imperatore Francesco Giuseppe, un ministro austriaco, discorrendo

di Milano con mio fratello Emilio, che accompagnava il Re, ricordò

gli anni corsi tra il 49 e il 59, e rammentò le nostre resistenze e

le nostre lotte. Pareva al ministro austriaco che le classi dirigenti

italiane avessero avuto sotto mano una cospirazione formidabile per

mantenere il paese, con tanta disciplina, in quello stato di lotta

continua. Mio fratello gli rispose: «Non c’era nessuna cospirazione

permanente; ci fu qualche speciale cospirazione, ma breve e di pochi;

ma c’era la grande cospirazione di tutti, naturale, spontanea: la

fermezza e la disciplina erano mantenute nelle nostre file dai metodi

di governo di quel tempo; erano mantenuti dai vostri governanti,

dai vostri generali, dalle vostre Polizie. Una volta sola la nostra

_cospirazione_ diventò difficile, e ci mise in pensiero... fu quando ci

mandaste l’arciduca Massimiliano.»

Uno dei ritrovi, ove più gagliardamente ed efficacemente si preparava

e dirigeva la lotta contro l’arciduca, era il _salotto_ della contessa

Maffei: nella storia di quel salotto l’inverno del 1858 segna forse

la data più memorabile. L’antica tinta repubblicana di alcuni anni

prima era scomparsa: il patriottismo andava sempre più disciplinandosi

intorno a una nuova fede, la fede in Vittorio Emanuele e in Cavour.

_Casa Maffei_ voleva dire in Milano una società politica e battagliera;

alcuni la credevano un ritrovo arcigno di letterati e di pedanti; ma

era tutt’altro.

Nel piccolo appartamento di via Bigli, dove la contessa Maffei riceveva

ogni sera, si incontravano persone serie, vecchi patriotti, uomini di

studio e di bella fama, ma vi intervenivano anche signore del mondo

elegante, artisti, giovani che vedremo poi nel 1859 varcare il Ticino

e arruolarsi tra i volontari. Nelle serate in casa della contessa si

discorreva piacevolmente di cose serie, e di cose liete; si discorreva

di politica, di letteratura, d’arte, e dei fatterelli cittadini; si

scherzava e si rideva, ma l’intonazione generale era sempre altamente

patriottica. La contessa Maffei, di natura indulgente e mite,

diventava fiera e intransigente ogni volta che fosse in questione

il Governo straniero. Si pensi con quanto entusiasmo essa e i suoi

amici prendessero parte, in quell’inverno del 1858, alla lotta contro

l’arciduca Massimiliano che ferveva nella società milanese.

Chiarina Maffei esercitava sempre molto fascino intorno a sè, il

fascino della gentilezza e della bontà. Intelligente e colta, senza

essere nè una letterata, nè una dotta, aveva l’entusiasmo d’ogni cosa

buona e bella, l’entusiasmo della patria soprattutto. Era sempre in

faccende per far del bene; e quando i suoi mezzi, ch’eran modesti,

non le permettevano di fare quanto il suo cuore avrebbe voluto, allora

ricorreva agli uomini ricchi, o influenti, ricorreva specialmente al

conte Cesare Giulini, la cui carità e generosità erano inesauribili.

Il Giulini era sempre in Milano una delle persone più note e distinte;

ricco, generoso, di mente alta, di sentimenti nobilissimi, aveva

l’animo buono e caritatevole. La sua cultura era vastissima e la sua

memoria era straordinaria, mentre poi era altrettanto straordinaria

la sua distrazione, a proposito della quale si raccontavano tra gli

amici i più divertenti episodî. Il dovere e la patria erano per lui una

religione, e la parte ch’egli ebbe negli avvenimenti patrii, dal 48 al

59 in Milano, fu grande, pure svolgendosi con quella semplicità e con

quella modestia ch’erano nella sua natura. Quando il paese fu libero,

il conte di Cavour voleva fare di lui un Governatore, un Ministro; ma

egli non accettò, e nel 1862 moriva non avendo che 47 anni.

Il Giulini, che aveva conservato dei legami d’amicizia col Cavour e

coi principali uomini politici del Piemonte, trovava modo di fare di

tanto in tanto delle gite, ora palesi ora secrete, a Torino; e di là

portava alla contessa e agli amici più intimi quelle notizie ch’erano

l’alimento delle nostre speranze. Non aveva mancato d’andarci in quei

giorni, e col Cavour aveva discorso di Massimiliano e della nuova

situazione che l’arciduca cercava di preparare in Milano: e ci aveva

riferito che Cavour, come conclusione del discorso, gli aveva detto

all’orecchio: «È urgente che facciate mettere di nuovo Milano in

_istato d’assedio_!»

Questo motto, che diventava una parola d’ordine, corse rapidamente di

bocca in bocca, con patriottiche indiscrezioni, e servì ad infondere

in una cerchia di persone, che si facea ogni giorno più larga, un nuovo

ardore e una maggiore audacia.

Emilio Dandolo era stato chiamato a Torino da Cavour, che gli disse:

«Caro Dandolo, ci siamo: Napoleone mi promise, che se gli austriaci

mettono piede sul territorio Piemontese, egli verrà in nostro aiuto.

A farci invadere penseremo noi. A Milano fate cogli amici, e cogli

amici del paese, del vostro meglio per tener viva la fiaccola del

patriottismo e per tener viva l’agitazione.»

Il marchese Luigi Crivelli, quel medesimo che fu in prigione dopo il

6 febbraio in grazia della barba, e sua moglie, la marchesa Carolina,

nata Medici di Marignano, riunivano in casa loro una società numerosa

di persone, tra le quali predominava la gioventù. Si rideva, si

ballava, e si faceva del patriottismo risoluto e chiassoso: il punto

verso cui convergevano anche in casa Crivelli tutti i discorsi era

l’arciduca Massimiliano; si può immaginare quale effetto vi facessero

le parole di Cavour, ripetute all’orecchio in gran secreto... ma da

tutti.

L’arciduca Massimiliano, a cui non era ancora riuscito di dare a Corte,

nè una festa, nè un ricevimento, adoperava tutte le arti della sua

seduzione personale per fare delle conoscenze, e per chiamar gente

intorno a sè: si rivolgeva a persone notevoli per ingegno, per studî o

per pratica amministrativa, ogni volta che gli si presentava qualche

affare di pubblico interesse; e faceva chiamare, sotto i più futili

pretesti, anche dei semplici gentiluomini per aver gente a Corte. In

tal modo, ogni tanto, si veniva a sapere che qualche nuovo pesciolino

era stato preso all’amo, e che qualche nuova recluta era entrata in

palazzo reale a far visita all’arciduca. Era appunto ciò che non si

voleva.

«Bisogna finirla,» s’era detto; bisogna arrestare queste diserzioni

dal campo _intransigente_ che a un po’ per volta possono creare una

situazione nuova, pericolosa, contraria ai nostri disegni, contraria

alla politica che con tanta abilità e con tanta fortuna seguiva il

Piemonte. Finirla, è presto detto, ma in qual modo?

La sera, dopo il teatro, andavo frequentemente coi miei amici dalla

contessa Dandolo, e chiacchierando e fumando fino ad ora tarda,

si facevano le nostre discussioni e le nostre piccole cospirazioni

politiche. La contessa, intelligente, animosa, ardente di sentimenti

giovanili come noi, era l’anima della conversazione. Alle volte, essa

ci faceva imbandire qualche cenetta, improvvisandola, e si passavano in

casa sua delle ore deliziose.

Una sera, mentre si parlava dell’arciduca e di quelli che abboccavano

al suo amo, qualcuno di noi, forse Emilio Dandolo stesso, saltò su

a dire che, per impedire le visite a Corte, bisognava pur pensarne

qualcuna, se non bastava la pubblica riprovazione, se non bastavano il

negare il saluto e il troncare i rapporti d’amicizia con chi ci andava.

Nei nostri discorsi, ch’erano l’eco dei discorsi e dei pensieri di

persone più serie di noi, c’era una preoccupazione, c’era il sentimento

secreto d’un pericolo che cominciava a manifestarsi. Quale potrà

essere il risultato, pensavano già parecchi, dell’azione continua,

instancabile dell’arciduca? Riescirà egli ad aprire una breccia nel

patriottismo disciplinato, rigido, ch’era durato fino allora? quanti

mano mano non andranno cedendo alle lusinghe governative? quali nuovi

interessi non verranno per avvicinare il paese al Governo? Il pubblico,

il gran pubblico, dicevano i patriotti, fino a quando ci seguirà nella

resistenza inflessibile anche dinanzi a un regime che si annunzia mite

e largo di promesse? E una tregua dei lombardo-veneti nella resistenza

non avrà delle conseguenze fatali per la politica di Cavour?

E dunque? Dunque che cosa si fa?... Dunque si potrebbe far qualcosa

di chiassoso... sfidare a duello, per dirne una, quelli che d’ora

innanzi senza esserne obbligati andranno volontariamente a Corte, o si

avvicineranno in qualsiasi modo alla politica dell’arciduca!

L’idea fu accolta con entusiasmo: questa bravata ci parve bellissima,

ed era infatti al livello della temperatura delle nostre teste, e di

quella in mezzo a cui si viveva.

Dopo ciò, quella sera ci separammo, colle teste calde di progetti e di

duelli.

Ricordi di gioventù · 第 64 / 105 题