_Sommario:_ Casa Dandolo, casa Manara, casa Carcano. — La pace
dopo la guerra di Crimea. — L’attitudine di Cavour nel Congresso
di Parigi. — Il nuovo indirizzo del patriottismo italiano. — Il
_Crepuscolo_, e Carlo Tenca. — La vita cittadina si rianima.
— Feste. — Teatri. — Gli ufficiali austriaci. — La contessa
Samoyloff. — I duelli, e il duello di Gustavo Viola. — Il nomignolo
di oca dato dagli austriaci alle signore milanesi patriotte. — Una
tragedia per marionette. — Il duello di Manfredo Camperio.
Oltre al salotto della contessa Maffei, ove si radunava lo _Stato
Maggiore_, direi, dei patriotti milanesi, v’erano altri salotti, altri
convegni, nei quali si teneva acceso l’odio al dominio straniero e il
proposito d’una lotta incessante. Tra i ritrovi, di cui ero un assiduo
frequentatore, ritrovi di persone legate dalla intimità contratta nella
comunanza delle aspirazioni, c’erano quelli delle case Carcano, Dandolo
e Manara.
La casa di donna Giulia Carcano, vedova di don Camillo, cugino del
letterato Giulio Carcano, era frequentata da un’accolta di giovani
studenti, compagni in gran parte dei figli di lei. Erano sei i figli
di donna Giulia, tre maschi e tre fanciulle, che essendo belle e
simpatiche contribuivano a rendere più attraente e più gaia quella
società di giovani. Dei tre fratelli, due, Alfonso e Lodovico,
arruolatisi nel 1859 e nel ’66, volontari in cavalleria, morirono;
Lodovico morì nella battaglia di Custoza, e Alfonso per gli strapazzi
della campagna garibaldina del ’60. Ciò che distingueva quel gruppo
di giovani era la serietà dei propositi patriottici accompagnata
dall’allegria e dall’audacia. Come una squadra di bersaglieri, essi
erano sempre pronti a correre all’avanguardia ogni volta che si
trattasse di qualche azione patriottica. Io andavo di solito in casa
Carcano nelle prime ore della sera; più tardi passavo in casa Maffei,
dove diventavo anch’io un po’ più serio, e ricevevo l’ispirazione e la
parola d’ordine d’un’azione più pensata, che trasmettevo poi ai miei
giovani amici.
In casa Dandolo si riuniva anche una parte della società di casa
Carcano, soprattutto quelli ch’erano stati compagni di scuola o
commilitoni di Emilio Dandolo e del fratello Enrico morto, come s’è
detto, sotto le mura di Roma. Il conte Tullio Dandolo, loro padre,
uomo di varia cultura, scrittore cattolico, autore assai pesante di
moltissimi libri di storia, di letteratura e di filosofia religiosa,
era un personaggio serio, ma tollerante; e quando vedeva la sua casa
invasa da tanti giovani, capi scarichi, di solito se ne andava e ci
lasciava in libertà.
Faceva gli onori di casa la contessa Ermellina, sua seconda moglie,
molto più giovane di lui; signora piacevole, di spirito vivace,
di sentimenti generosi, patriottici che esercitava una simpatica
attrattiva su quanti frequentavano la sua casa. Del suo coraggio
e della sua devozione agli amici diede prove, come vedremo,
indimenticabili.
Era stato istitutore dei fratelli Enrico ed Emilio Dandolo il
professore Angelo Fava, che allora trovavasi emigrato in Piemonte. Il
Fava, uomo di vasta e seria cultura, aveva fatto dei Dandolo i suoi
due scolari prediletti, trovando nell’ingegno precoce e forte dell’uno
e dell’altro, un facile terreno agli studî e alle più alte idealità.
Egli aveva formate, e direi quasi esaltate, le anime generose di quei
giovani, al sentimento della patria e della religione, e ne fece due
credenti e due eroi. Educato insieme, e quasi un loro fratello, Emilio
Morosini, anima gentile e mistica, moriva accanto all’amico Enrico
Dandolo, a 22 anni, sotto le mura di Roma, facendosi ammirare dal
nemico per lo straordinario valore.
Carmelita Manara Fè, vedova di Luciano, dall’anno 1849, dopo la
morte del marito, viveva ritirata occupandosi de’ suoi tre giovani
figli, il minore dei quali era nato qualche mese dopo la morte del
padre, circondata da pochi amici. Tra questi i più assidui erano
Emilio Dandolo, nelle cui braccia, come è noto, era spirato il marito
di lei, e qualche altro superstite degli ufficiali del battaglione
Manara. Il suo salottino principiò ad essere più frequentato quando le
speranze patriottiche cominciarono a riaccendersi. Carmelita Manara,
quando io la conobbi nel 1855, aveva poco più di trent’anni; era
stata bellissima, ed era ancor bella; d’una beltà pallida e delicata,
illuminata quasi dalla luce diafana d’un lento tramonto a cui la
condannava quel mal sottile che doveva precocemente spegnere lei e
i suoi figli. Eppure sulle sue bianche gote ricompariva una fiamma
improvvisa, e i suoi begli occhi celesti s’illuminavano, quando gli
amici le portavano qualche notizia in cui vi fosse una speranza, o le
richiamassero alla memoria qualche sacro ricordo d’un passato recente.
Tra gli ufficiali superstiti del battaglione Manara, tra i quali
c’erano Lodovico Mancini, il dottor Signoroni ed altri, che la
visitavano frequentemente, devo ricordare, oltre Gennaro Viscontini
già ufficiale dei granatieri, un tale Alessandro Mangiagalli, il
cui caso era di quelli che non sono infrequenti nelle rivoluzioni.
Il Mangiagalli era cocchiere e cavallerizzo in casa Manara: allo
scoppiare della rivoluzione, e durante le Cinque Giornate, egli si
mise accanto al suo padrone e non si staccò più da lui, seguendolo
nelle file dei volontari sui campi di Lombardia e sulle mura di Roma.
Gli atti di straordinario valore, e le sue attitudini militari lo
additarono all’ammirazione dell’intero battaglione, nel quale percorsi
i gradi minori diventò uffiziale. Da quel giorno, leggendo e studiando
nelle ore di riposo, e convivendo cogli altri uffiziali, si procurò
rapidamente quel tanto d’istruzione e d’educazione che gli occorreva
per frequentare una società educata. Ritornato a Milano, dopo la resa
di Roma, i suoi nuovi amici gli acquistarono una _cavallerizza_ e lo
introdussero nelle loro case. Così ricomparve in casa Manara quale
amico quel medesimo Mangiagalli che ne era stato il cavallerizzo.
Fu questo uno degli episodi di quell’affratellamento e di quella
solidarietà tra le diverse classi sociali che allora esisteva, in nome
del comune amore per la patria.
L’annunzio della pace conclusa tra le Potenze, dopo la campagna di
Crimea, pace che veniva a troncare improvvisamente quelle speranze che
riposavano sull’eventualità d’una guerra che durasse e si allargasse,
aveva messo sulle prime in tutti un sentimento di scoraggiamento e di
sfiducia. Ma fu un’impressione che non durò molto, poichè alla pace
successe, verso la fine del febbraio, il Congresso di Parigi nel quale
il conte di Cavour, come è noto, a viso aperto portò dinanzi alla
diplomazia la questione italiana.
Le conversazioni, le discussioni, la vita cittadina, si facevan
dappertutto più animate. La contessa Maffei aveva aperto a un maggior
numero di amici e di conoscenti il suo salotto, a cui aveva aggiunto
una nuova sala, che aveva cessato d’essere quel ritrovo di pochi intimi
che vi si raccoglievano come superstiti d’un naufragio. Col crescere
di numero cresceva anche l’influenza che da esso si irradiava; la
conversazione vi si faceva sempre più animata, varia e spiccatamente
patriottica. Essa che in passato, come vedemmo, aveva circondato
d’ogni suo ideale Giuseppe Mazzini, ora, disillusa, principiava a
_idealizzare_ il Re, il _Re Galantuomo_, come ormai si chiamava in
tutta Italia Vittorio Emanuele; e diffondeva intorno a sè la nuova fede
che l’animava, coll’entusiasmo e coll’attrattiva della sua anima eletta
e gentile.
Anche l’influenza del _Crepuscolo_ andava crescendo e allargandosi
sempre più. Denso di studi svariati e severi, il _Crepuscolo_ seguiva
rigidamente il programma col quale era sorto; seguiva in ogni ramo
il movimento intellettuale del suo tempo; e discorreva di quanto
avveniva in ogni parte del mondo, fuorchè in Austria. Questo silenzio,
ostinato e altiero, era osservato e compreso da tutti, ed esercitava
una propaganda più efficace di qualsiasi clamorosa protesta, se la viva
protesta fosse stata possibile a quel tempo.
A mantenere questa condotta inflessibile nessuno poteva essere più
adatto di Carlo Tenca, carattere integro e tutto d’un pezzo. Fin degli
scritti dei collaboratori, ch’erano i suoi più autorevoli amici, egli
faceva un severo esame per mantenere al _Crepuscolo_ l’uniformità
dell’indirizzo. Le opinioni e la volontà erano in lui tenacissime,
sebbene sempre rivestite di forme cortesi poichè, quantunque d’origine
popolana, nei gusti, nelle maniere, nei sentimenti, in tutto aveva
una certa distinzione aristocratica. Era anche stato un bel giovane.
Studioso e lavoratore indefesso, d’abitudini modeste e vivendo del
suo lavoro, non venne mai meno alla dignità e alla più severa onestà
della vita anche in momenti difficili, come presto vedremo. Calmo,
freddo, senza mai agitarsi esercitava intorno a sè coll’esempio una
larga influenza. Era l’ispiratore, era l’anima secreta del salotto
della contessa Maffei, pur avendo il fine buon gusto di non parerlo
mai. Anch’egli era stato amico di Mazzini, ma dopo il 6 febbraio se
n’era staccato; ed ora, pur tenendosi in un certo riserbo, seguiva
con simpatia e con l’animo fiducioso, gli avvenimenti che si andavano
svolgendo in Piemonte.
Il patriottismo aveva cessato d’essere triste e accasciato come negli
anni antecedenti, s’era fatto anzi gaio e più audace: la vita cittadina
s’era di molto rianimata, e fin dal principio dell’inverno s’annunziava
un carnevale lieto; parecchie case ricche e patrizie riaprivano le loro
sale, da molti anni chiuse. Ricordo tra queste le case della duchessa
Visconti di Modrone e di sua sorella la marchesa Rescalli.
Il teatro della Scala ridiventava, quale era stato prima del
quarantotto, il principale ritrovo della società milanese.
Ma l’opposizione a tutto ciò ch’era austriaco si faceva sempre più
acuta; e più insofferente diventava l’attitudine dei giovani verso gli
ufficiali, ch’erano la personificazione vivente del governo forestiero.
Ci sono delle impressioni che bisogna aver provate per poterne
discorrere: non s’immagina come ci ribollisse il sangue a vedere le
uniformi austriache, e il fare da padrone sicuro e spavaldo con cui
l’ufficiale straniero passeggiava in casa nostra.
Gli ufficiali dal canto loro irritati pel tacito e continuo insulto
della popolazione, che li teneva così severamente segregati, reagivano
appena se ne presentasse loro l’occasione, e uscivano in parole di
sprezzo e in propositi di vendetta. Dei discorsi che gli ufficiali
tenevano, e delle ingiurie che parecchi di loro lanciavano contro i
milanesi, ne veniva l’eco dalle sale della contessa Samoyloff, che
eran le sole le quali in quei giorni accogliessero generali e ufficiali
austriaci.
La contessa Giulia Samoyloff, nata contessa Palhen, era una russa,
che per le sue ricchezze, per le sue stravaganze e per le avventure
della sua vita ebbe una grande notorietà a Parigi e a Milano, dove
aveva soggiornato più volte e per diversi anni, fin da prima del
1848. La sua ava materna aveva sposato in seconde nozze quel conte
Giulio Litta milanese, che recatosi in Russia, nella seconda metà
del secolo decimottavo, vi era diventato ammiraglio e aveva riunite
grandi ricchezze. Il Litta era ritornato a Milano nel 1830 e ripartito
poi per Pietroburgo vi era morto l’anno 1839, lasciando alla contessa
Samoyloff un assegno vitalizio di centomila lire annue a carico dei
Litta suoi eredi. La contessa Samoyloff era stata in relazione con
la migliore società milanese; ma venuto il quarantotto rivolse le
sue simpatie verso l’Austria e ruppe le relazioni che aveva a Milano.
Nel frattempo era rimasta vedova tre volte; e aveva fatto un paio di
matrimoni bizzarri. All’avvicinarsi del 1859 ripartì da Milano e non vi
ricomparve che molti anni dopo, per breve tempo.
Una sera, in principio di gennaio del 1856, nell’atrio del teatro della
Scala un ufficiale austriaco urtò con fare sprezzante un giovane amico
mio e di Emilio, Gustavo Viola. Questi era figlio della signora Saulina
Viola Barbavara, una delle più intime amiche della contessa Maffei,
della quale frequentava ogni sera la conversazione: da pochi mesi era
tornato a Milano, dopo aver fatto gli studi in Germania. Il Viola si
risentì vivacemente dell’atto scortese, diede all’ufficiale il proprio
biglietto da visita, e il giorno dopo ci fu un ritrovo di padrini.
Padrini del Viola furono mio fratello Emilio ed Enrico Besana; si fissò
ed ebbe presto luogo il duello, e il Viola ricevette un grave colpo di
sciabola ad un braccio.
I duelli che avvenivano cogli ufficiali austriaci procedevano sempre
colle più squisite forme cavalleresche, ma non si accettavano mai
proposte di accomodamento per quanto potesse esser futile la causa
della sfida. Dopo il duello, scambiate le maggiori cortesie, i nostri
solevano congedarsi dicendo: «Qui finiscono i nostri rapporti; da
questo momento non ci conosciamo più, non ci saluteremo più.» — Gli
uffiziali rimanevano sorpresi e comprendevano l’abisso che c’era tra
noi e loro.
Allorchè avvenivano queste vertenze era nostro impegno il mostrarci
molto esperti nella scienza cavalleresca, anche per non subire de’
soprusi, trovandoci di fronte a degli ufficiali che avevano le loro
usanze e le facevan valere. Perciò tra noi giovani che ci preparavamo
a fare gli spadaccini girava un codice francese del duello, che
dicevasi molto autorevole, nel quale eran risolti tutti i casi con una
precisione e con una sicurezza che parevano indiscutibili.
Il pensiero dei duelli teneva accese non poco le fantasie di noi
giovani. Il duello cogli ufficiali austriaci ci pareva un dovere
patriottico; era il combattimento individuale sostituito alla guerra
che non era in poter nostro di fare; ed era certamente un mezzo per
tener viva quella continua tensione degli animi, e quella lotta morale
ch’erano la nostra forza.
Il duello di Gustavo Viola ebbe un’eco di commozione per parecchi
giorni in casa Maffei, e di ingiuriose spavalderie in casa della
contessa Samoyloff, la quale prima del 48 era stata amica di Clara
Maffei e di Saulina Viola.
In casa Samoyloff, a quanto si disse, fu dato e messo in giro
dagli ufficiali austriaci un nomignolo alle signore milanesi della
società elegante, che nei loro salotti tenevano alta l’_intonazione_
del patriottismo. Le chiamavano le _oche_, parodiando quelle del
Campidoglio, perchè tenevano sveglio nella gioventù l’odio alla
dominazione austriaca. Quel nomignolo veniva accolto anche da noi, e
lo ripetemmo a titolo d’onore per quelle signore che maggiormente si
distinguevano. Essere una delle _oche_ voleva dire essere una signora
alla moda, una signora della società distinta e patriottica.
I propositi battaglieri delle sfide e dei duelli non impedivano a me
ed ai miei amici di passarcela allegramente e di approfittare di quel
po’ di carnevale, meglio che si potesse. I nostri ritrovi allegri erano
specialmente in casa Carcano e in casa Dandolo, ove si improvvisavano
festicciuole e cene due o tre volte la settimana.
Una volta dopo una cena in casa Carcano, tra i giuochi e gli scherzi,
avendo io provato a dire alcune terzine di Dante, come se fossero
declamate da una marionetta, i miei amici scopersero che avevo il dono
di natura d’imitare questo genere di attore. Detto fatto si decretò
che si avesse tutti insieme a recitare una tragedia parodiando un
teatrino di marionette. Da quel giorno fummo tutti in faccende; chi
si incaricò dei vestiari, chi degli addobbi delle scene, ed io fui
incaricato di scegliere la tragedia e di destinare le parti a quelli
che, provandocisi, riuscivano più abili.
Pensando all’incarico avuto mi parve che la tragedia dovesse essere
fatta appositamente e che fosse adatta anch’essa a un teatro di
marionette, ma senza dimenticare il patriottismo. Mi misi all’opera, e
dopo un paio di settimane ebbi in pronto una tragedia in cinque atti,
in cui tutto era parodia; l’argomento, i personaggi, i versi.
La pace era venuta poco prima a chiudere improvvisamente la guerra
di Crimea e le speranze che se n’erano concepite. Eravamo dunque in
un momento, che per fortuna fu breve, di disinganno e di sfiducia:
Cavour non era ancora tornato dal Congresso di Parigi. Scelsi per
argomento della parodia la guerra turca e intitolai la tragedia
_Nicolò_. Nell’imperatore Nicolò I, a quel tempo si personificava il
più puro dispotismo e cercai di far capire che nella parodia della
Russia alludevo all’Austria. Il complesso della rappresentazione riuscì
qualcosa di così comico che ogni tanto gli attori dovevano fare delle
pause per lasciar sfogare l’ilarità irrefrenabile, clamorosa degli
spettatori e la propria. Gli spettatori eran tutti nostri amici, e
c’era fra loro anche della gente seria, come il Tenca, il Massarani,
Giulio Carcano, Paolo Ferrari e parecchi altri. Il successo fu
bellissimo e la recita fu replicata con un pubblico più numeroso; ma
dopo la terza rappresentazione fui chiamato alla Polizia; ricevetti
l’ordine di smettere e mi fu tolto il passaporto che tenevo.
Ho voluto ricordare questa rappresentazione delle marionette, perchè
allora ebbe a Milano i suoi giorni di notorietà. Si rise molto; e anche
il ridere era per noi un’arma.
Ma eccoci poco dopo a un altro duello che levò rumore più degli
altri per le circostanze che lo accompagnarono; il duello di Manfredo
Camperio col capitano di stato maggiore Schönhals.
Per timore d’averne dimenticato qualche particolare, dopo tanti anni,
mi rivolsi, mentre buttavo giù queste memorie allo stesso mio amico
Camperio, il quale mi rispose colla seguente lettera:
«_Santa di Monza, 6 gennaio 1899._
«Eccoti, caro amico, la storia da te desiderata, del mio duello col
barone Schönhals, morto l’anno scorso a Vienna, capo dello Stato
Maggiore.
«Era l’inverno del 1856. Da pochi mesi ero di ritorno da un
avventuroso viaggio in Australia, ove trovandomi senza mezzi, fui
costretto per ritornare in Italia, ad imbarcarmi quale marinaio a
bordo di un legno olandese che doveva far rotta per Rotterdam.
«Il barone Ciani, mio zio, volle quell’inverno festeggiare il mio
ritorno con un ballo in casa (corso Venezia, 59). Pregò me e i
suoi numerosi nipoti di fare gli inviti e il ballo riuscì la più
brillante festa di quell’inverno. Recatomi al ballo verso le 11,
chiesi ed ottenni un valtzer da una bella e intelligente signora di
mia conoscenza, nota pel suo patriottismo (signora Gerosa).
«Si fece un giro, quando a un tratto la mia dama si arresta, e
serrandomi il braccio mi indica colla testa un punto della sala.
«Sorpreso dà quell’atto guardai e vidi un uffiziale austriaco in
grande uniforme, coperto di medaglie, appoggiato allo stipite d’una
porta.
«— Dio mio! dissi, come mai mio zio può aver invitato un uffiziale
austriaco? È certo un malinteso (Il capitano era inquilino nella
casa di mio zio. Seppi poi che il capitano aveva fatto quel giorno
stesso una visita colla moglie, una bella inglese, allo zio il
quale credette di doverli invitare al suo ballo; e credette anche
che il capitano sarebbe venuto in borghese). — Sarà bene, rispose
la signora, ma intanto lei avrà la bontà di far venire una vettura
perchè io non resto più a lungo in questa sala, e la mia carrozza è
comandata per le quattro del mattino.
«Mentre aveva luogo questo breve colloquio, molti gruppi di signore
si andavano formando, e le danze erano cessate. Tutte le signore,
senza eccezione, volevano andarsene.
«Allora dissi alla mia gentile ballerina: — Tranquillizzi le sue
amiche, penserò io a mandar via l’austriaco — e me ne andai diritto
dall’uffiziale, pregandolo a voler uscire con me.
«Egli mi seguì tutto sorpreso, e giunto nell’anticamera, gli dissi
di accompagnarmi fino al pianerottolo. Allora gli feci capire, nel
modo più gentile, come la sua presenza in uniforme avesse messo
lo scompiglio nella festa e che le signore tutte avevano deciso
di partire se egli restava; lo invitavo quindi come gentiluomo a
lasciare egli stesso la sala per evitare che il ballo fosse sospeso
in causa sua.
«— Come? mi rispose in francese. (Si noti che io gli avevo parlato
in tedesco). È l’uniforme del _vostro_ Imperatore quella che io
porto! Voi volete disonorarla?
«— Non è punto questione d’onore, ma noi tutti qui non ammettiamo
che questa sia l’uniforme del _nostro_ Imperatore, ma l’uniforme
dell’armata austriaca di occupazione, che speriamo non resterà a
lungo nel nostro paese. —
«Allora il capitano, con molta prudenza, vedendo che
nell’anticamera si affollavano signori e signore ascoltando quel
colloquio, non insistette, e mentre ci scambiavamo i biglietti di
visita, pregò uno dei presenti di andare a prendere sua moglie, poi
si accomiatò, dicendomi:
«— Mi darete, spero, una soddisfazione per questo vostro strano
modo di procedere!
«— Certamente, risposi non dubiti, capitano.
«Le danze ripresero, ma poco dopo temendo io, come infatti avvenne,
che la Polizia, sempre vigile, informata di quanto era avvenuto,
avrebbe circondata la casa per pigliarmi, me la svignai dalla parte
dei _Boschetti_. Presi una vettura e mi feci condurre a una bottega
da guantaio dove si vendevano degli abiti da maschere.
«Poi, vestitomi da _puff_ (maschera allora molto comune), corsi al
veglione del teatro Carcano, pensando ch’era quello il miglior modo
per sviare dalle piste i poliziotti.
«Dopo un paio d’ore seppi dagli amici Tarlarini e Giulio Venino, ai
quali mi fece conoscere, che la Polizia era sulle mie traccie, non
avendomi trovato a casa mia.
«Colle dovute precauzioni corsi a casa, sempre vestito da _puff_,
per prendere un po’ di denaro e per salutare i miei. Concertai la
fuga per mezzo di mio cugino Augusto Besana e dell’amico Tarlarini,
che mi cambiò a casa sua il vestito da _puff_ con quello d’un suo
contadino, e messomi in un biroccino, mi fece condurre ad una sua
campagna.
«All’uscire da una delle porte della città, provai non poca
emozione pel timore di essere arrestato; ma il contadino ch’era
con me era conosciuto dalle guardie e queste non badarono al suo
compagno.
«Potei così recarmi ad Ozzero, in casa del marchese Luigi d’Adda,
ove mi aveva preceduto un espresso perchè vi fossi ospitato.
A tarda notte accompagnato dai fedeli barcaiuoli del marchese
attraversai il Ticino e mi recai a Vigevano, in casa d’un mio
antico commilitone del 48, Gusberti, capitano dei bersaglieri.
«Prima che partissi dal ballo Ciani, Carlo Prinetti (ora senatore)
ed Emilio Dandolo, mi si erano offerti per farmi da padrini nel
duello che avrebbe avuto luogo.
«A Vigevano dovetti mettermi a letto con una forte febbre e con una
tosse indiavolata, prodotta dagli strapazzi della notte precedente
e dal freddo intenso della trottata ad Ozzero in giacchetta da
contadino.
«Il giorno dopo da Milano mi venne la notizia che il capitano
Schönhals si era recato, dopo casa Ciani, a un ricevimento del
generale Giulay, e avendo raccontato il fatto avvenutogli, il
generale aveva mandato l’ordine ad uno squadrone di ussari, che
aveva sempre i cavalli sellati, di circondare la casa Ciani.
«La Polizia che non aveva potuto seguire la mia pista, mercè i
due travestimenti, aveva però saputo che io mi trovavo in salvo in
Piemonte.
«Due giorni dopo, trovandomi sempre a letto, ebbi avviso dai
miei padrini che gli uffiziali austriaci, presentatisi a loro, mi
pregavano di ritornare per battermi su territorio lombardo, non
potendo gli ufficiali passare il confine. Mi davano però la parola
d’onore che non avrei avuto nulla da temere da parte del Governo.
«Accettai, ritenendo sacra la parola d’un uffiziale. Ancora
febbricitante ripassai il Ticino col mio amico bersagliere. Dopo
aver girato per quasi un’ora sulle sabbie del Ticino, incontrai
i miei due testimoni, che mi condussero al posto fissato pel
combattimento.
«Eravamo tre soli italiani; l’amico che mi aveva accompagnato si
teneva lontano tra i cespugli. Gli uffiziali austriaci arrivarono
in buon numero: due soldati portavano delle ceste in cui c’erano
sciabole, spade e pistole.
«Dopo i saluti di prammatica, i padrini del mio avversario ed i
miei si ritirarono per la scelta delle armi e per le condizioni,
avendo io lasciate libere ad essi le une e le altre.
«Il dibattito fu lungo, perchè tra gli uffiziali austriaci, un
capitano Wagner, che fu in collegio con me a Dresda, aveva detto
che io era un forte tiratore di punta e di sciabola, e aveva
insistito perchè i padrini escludessero appunto i colpi di punta.
I miei padrini non concedettero ciò. Padrini del barone Schönhals
erano due colonnelli. Credo che uno fosse un Lichtenstein, noto pei
molti e bei cavalli che sfoggiava al Corso.
«Ci mettemmo in guardia. La febbre e la tosse in quel momento mi
cessarono e attaccai vigorosamente. Ma le sciabole portate dagli
uffiziali erano talmente leggiere che si piegavano ad ogni colpo.
Colpii l’avversario con due fendenti al petto, ma di piatto, avendo
la lama girato nel manico.
«Mostrata la sciabola ai padrini, me ne feci consegnare una
seconda, la quale andò in due pezzi al terzo colpo. Me ne
consegnarono una terza. Ero furente.
«Attaccai il capitano sotto misura, tirandogli un colpo alla
testa che non ricordo quale effetto abbia avuto: mi pare d’averlo
colpito all’orecchio. La sciabola mi si spezzò di nuovo e nello
stesso tempo lo Schönhals mi dava una leggera ferita sopra l’occhio
destro.
«Intervennero i padrini. Dopo che ebbi data la mano al capitano
Schönhals, perchè non avevo nulla di personale contro lui, bensì
contro l’uniforme che egli portava, raggiunsi, senza guardarmi
indietro, l’ospitale barca piemontese col mio amico bersagliere, e
ritornai nel libero Piemonte.
«Eccoti, caro Visconti, la storia genuina di quel mio duello, che
fece a quel tempo molto chiasso, anche a Parigi, ove trovavasi
Cavour al Congresso per la pace dopo la guerra di Crimea.
«In un duello prima del mio, era stato ucciso il mio buon amico
Della Porta, giovane innamorato della Patria e di un coraggio a
tutta prova. Poco pratico nel maneggio delle armi, il povero Della
Porta, esile di persona, aveva avuto per avversario un uffiziale
ch’era un colosso. Mi rincrebbe di non averlo vendicato.
«Altri duelli con uffiziali precedettero e seguirono il mio, tra
i quali quelli del Viola, del Ropolo, del Mancini, di Giacomo
Battaglia, di Gerolamo Fadini e di altri.
«Ma chi si ricorda oramai di quei giovani, quali furono i Dandolo,
i Besana, i Prinetti, i Mancini, i Simonetta, i Morosini, il
Battaglia e mille altri che tu hai conosciuto!...
. . . . . . .
«_Il tuo_ MANFREDO CAMPERIO».