_Sommario:_ Partiamo, io e mio fratello Emilio, per un viaggio
a Roma, a Napoli, in Sicilia. — Soggiorno in Roma. — Da Roma,
attraversando gli Appennini, andiamo ad Arsoli, Avezzano,
Montecassino, Capua e a Napoli. — L’albergo e l’albergatore. —
Amici. — Casa Gargallo. — Una chiamata alla Legazione Austriaca.
— Tragitto da Napoli a Messina. — Catania, Taormina. — L’Etna e
il prof. Gemellaro. — Siracusa, viaggio a cavallo lungo la costa
fino a Marsala. — Impressioni e disagi. — Locande e bettole. — La
cortesia delle persone, i discorsi. — Un contratto coi mulattieri
a Girgenti. — Un incontro misterioso. — Da Trapani a Palermo
per Calatafimi. — Lettere per diverse persone dateci da Tenca.
— Impressioni sulle condizioni civili di quel tempo nella bassa
Italia. — Ritorno e lettere di nostra madre a Genova.
In principio di luglio, fatti i nostri esami universitarii, io e mio
fratello Emilio ci sentimmo presi da una grande smania di prendere
una boccata d’aria fuor di paese, e di sollevarci un po’ l’animo dopo
tanti giorni di sciagure, e dopo i pericoli corsi, specialmente da
Emilio. Ci decidemmo per un viaggetto a Roma, a Napoli, e in Sicilia:
l’avere un passaporto per quei paesi, incatenati al pari di noi,
non era difficile; e poi ci sorrideva di vedere una parte d’Italia,
di questa nostra Italia a cui si dedicavano tanti pensieri e tanti
dolori. Partimmo per Genova, ove dopo un paio di giorni, passati in
compagnia di parecchi amici emigrati, o fuggiti dai recenti processi,
ci imbarcammo, e si andò a Civitavecchia.
Sbarcati, fummo condotti nell’uffizio della Dogana, ove ci furono
aperti i bauli, e un commissario di Polizia li perquisì minutamente.
Ne tolse i libri, un Machiavelli, un Molière e un paio di romanzi,
dicendoci che qualsiasi libro veniva sequestrato, e che avremmo
potuto cercarli poi alla Polizia centrale in Roma. Ma, in fatto non
li riavemmo più. Questa prima impressione non fu piacevole, e meno
piacevole ancora fu il viaggio da Civitavecchia a Roma in una vecchia
diligenza sgangherata, che Emilio diceva trovata tra le masserizie di
Torquemada.
In Roma rimanemmo quindici giorni, girando da mattina a sera, nella
canicola del luglio, trafelati, ma non stanchi di vedere e di ammirare.
Visitammo anche minutamente quei luoghi a cui le recenti memorie della
difesa di Roma davano uno speciale interesse: le mura, il _Vascello_
e la breccia, ove erano caduti Manara, Enrico Dandolo, Morosini, e
tant’altri amici e giovani valorosi in nome di una grande idea la quale
pareva non si potesse effettuare che in tempi ben lontani. Quando
incontravamo per le strade i soldati francesi esclamavamo in cuor
nostro: Che cosa fate voi qui? Il vostro posto sarebbe stato sui campi
di Lombardia da amici, e non qui da nemici!
Chi m’avrebbe detto allora che questa logica del sentimento avrebbe
avuto tra pochi anni il trionfo! E per di più, per opera di colui che,
in quei giorni, per essere dei patriotti in tutta regola, bisognava
chiamare con ira l’_uomo del 2 dicembre_!
Francia e francesi nei nostri animi giovanili erano associati
all’epopea della rivoluzione, e del regno italico; erano associati a
ogni più alta idea di libertà e di progresso! E ora invece vedere i
francesi in Roma, accanto agli svizzeri del Papa, venuti a sostenere
colle armi il governo temporale papalino!
Un’altra cosa che ci offendeva la vista e il sentimento era il trovare,
in ogni ufficio ove s’andasse, dei preti; dei brutti preti che, col
piglio di frequente rozzo e sgarbato, adempivano a incarichi che
proprio non avevan nulla a che fare colla sacristia. E ci stupiva poi
tanto il sentir bestemmiare contro i preti e dileggiarli, senza ritegno
e generalmente; noi, che eravamo abituati a rispettare i nostri bravi
preti di Lombardia. E che cosa poi non si diceva del governo dei preti!
Era un subisso di imprecazioni, che vorremmo per un momento solo far
udire a quelli che lo invocano... per passatempo.
Un giorno, mentre in piazza di Monte Cavallo stavo osservando
l’obelisco e i cavalli greci, vidi uscire dal palazzo del Quirinale una
gran carrozza a vetri tutta dorata. In quella carrozza c’era un bel
vecchio, tutto vestito di bianco, che benediceva dagli sportelli: il
suo viso pareva circondato da un’aureola di santità e di pace: sulle
sue labbra c’era un fine sorriso pieno di bontà; quel dolce sorriso col
quale forse aveva pronunziate un giorno quelle parole che risuonarono
dall’Etna alle Alpi: _Gran Dio, benedite l’Italia!_
Pensammo di recarci a Napoli, attraversando gli Appennini, passando
poi per Capua e per Caserta. Il primo giorno s’andò a Tivoli e ad
Arsoli, un ameno paesello presso il confine del regno di Napoli, con
un viaggio di parecchie ore di polvere e di afa in una vetturaccia, in
compagnia d’un frate che russava e d’una balia che allattava. Ad Arsoli
ci dissero che non c’eran locande per _galantuomini_: in quei paesi
si chiamano galantuomini quelli che noi chiameremmo persone civili.
Ci fu però indicato un palazzotto il cui proprietario, un certo signor
Marcello, offriva l’ospitalità ai forestieri, e ai _galantuomini_.
Il signor Marcello era un uomo gentile e gioviale. Ci alloggiò assai
bene, e la sera ci diede un’ottima cena. Ci disse ch’era di Roma, e che
dopo i fatti del 1849 passava parte dell’anno in quella sua villa; poi
mi raccontò molte storielle della sua gioventù, nelle quali c’entrava
anche il principe Luigi Napoleone. Ci disse pure che nella villa c’eran
sua moglie e le sue figlie, ma non ce le lasciò vedere. E avendogli noi
lodata la cena, ci informò ch’era stata cucinata da una sua giovane
cuoca; ma anche questa non fu visibile. E quando prima di partire la
cercammo per darle la mancia, si presentò in vece sua un’altra persona
di servizio, ch’era un maschio.
Il signor Marcello ci procurò una guida e tre muli per attraversare
l’Appennino. Si viaggiò tutta una giornata, valicando un monte arido
e dirupato, per una strada mulattiera che conduceva a Tagliacozzo, per
scendere poi ad Avezzano. La strada che noi facemmo era appunto quella
che, circa dieci anni dopo, veniva percorsa dalle bande dei briganti
che entravano dallo Stato romano negli Abruzzi; e su quelle balze
era preso e fucilato il carlista spagnolo Borjes, venuto in Italia
a capitanare il brigantaggio, a ricattare e a tagliar orecchie, da
dilettante.
Verso sera, prima di arrivare ad Avezzano, fummo raggiunti da un
signore, pure a cavallo, il quale con molta cortesia ci diede delle
indicazioni utilissime, e ci procurò un buon alloggio. Non contento di
questo, la mattina seguente venne a prenderci e ci condusse a vedere
il lago di Fucino e l’emissario di Nerone: poi ci volle accompagnare
fino a Sora e a Capua. Sulle prime ci eravamo tenuti con lui in molto
riserbo, ma a poco a poco smettemmo la diffidenza. Egli ci disse che
in seguito agli avvenimenti del 48 era stato relegato in provincia;
e ci diede una infinità di particolari su cose e persone che sapevamo
d’altra parte veritieri.
Questo cortese signore si chiamava Altobelli, e mio fratello Emilio lo
rivide a Napoli nel 1861, quando v’andò con Farini. L’Altobelli gli
raccontò che dopo la cavalcata e la gita con noi era stato arrestato
dalla Polizia, la quale voleva sapere quali macchinazioni avesse fatte
con quei due forestieri venuti dal confine romano; e, a buon conto,
l’avevano tenuto in prigione alcuni mesi.
Accomiatatici a Sora dal signor Altobelli, si andò in vettura a
S. Germano, poi a cavallo all’Abbazia di Montecassino. Eravamo
nell’agosto, e si pensi che caldo facesse. Il portinaio del convento,
indovinando i nostri desideri, ci condusse subito in un salottino da
toeletta ove potemmo lavarci, rinfrescarci, e toglierci di dosso tutta
la polvere che ci ravvolgeva. Quel bravo portinaio ci portò anche
delle buone limonate, e ci disse a nome del Priore, al quale avevamo
mandato i nostri biglietti da visita, che eravamo pregati di accettare
in refettorio una colazione. Accettammo con piacere, e la colazione
fu ottima. Alle frutta vennero due monaci benedettini, uno dei quali
credo fosse il Priore, a farci visita; poi il più giovane dei due ci
condusse a visitare il convento, la chiesa, e la biblioteca; visita che
durò parecchie ore, e che quel monaco ci rese anche più interessante
colla sua molta erudizione. Era di Napoli, e si chiamava Carfora; aveva
maniere distinte e gentili da signore.
Lasciammo con dispiacere quello splendido asilo, ove avevamo trovato
un’ospitalità tanto cortese; ove tutto era dedito alla fede, alla
coltura, all’arte: e ove tutto faceva dimenticare _li pretacci_ di
Roma, come dicevano allora i romani.
Viaggiando tutta notte in una diligenza, si arrivò la mattina dopo
a Capua. Di quel viaggio ricordo che un gendarme, incaricato di
scortare la diligenza, non trovando altro posto, venne a sedere in
mezzo tra me ed Emilio schiacciandoci sui fianchi del legno. Cercammo
di protestare, ma fu inutile. Che cosa non era lecito a un gendarme?
Anzi voleva essere ringraziato. Prima ci frugò indosso per assicurarsi
che non avevamo qualche arma nascosta, poi voltosi a Emilio, che aveva
un paio di giovanili baffetti biondi, gli disse: «Io vi dovrei far
tagliare _li mostacci_, perchè nel _Regno_ sono proibiti, ma veggo
che siete inglesi e per rispetto alla vostra nazione _non ci faccio
caso_. Ma ringraziatemi, perchè _vi faccio una grazia_. Ma pure mi
dovete ringraziare se sto _assettato_ in mezzo a voi, e vi proteggo
contro _li malfattori, che ce ne stanno tanti_.... che se venissero
nella notte avranno da fare con me... sangue di!... Ringraziatemi,
ringraziatemi...» Poco dopo, col fucile tra le gambe, si addormentò, e
russò fino alla mattina.
Da Capua si andava a Napoli con la strada ferrata, una strada ferrata
di carattere pacifico e conciliante, su cui il treno andava con la
velocità d’una _vettura_; i passanti lo facevano fermare per salire o
per scendere a loro volontà.
A Napoli alloggiammo in un albergo, in vicinanza di via Toledo, che si
chiamava, mi pare, del _Commercio_. Il proprietario e direttore era un
vecchio francese, Monsieur Martin, venuto a Napoli ai tempi di Murat,
e che quando non brontolava, come faceva quasi sempre, canticchiava
sottovoce continuamente una canzone francese che aveva per ritornello:
_Aux armes, aux armes, que vient le Duc de Parme_.
Appena arrivati trovammo alcuni amici che furono poi i nostri compagni
per tutto il tempo che si rimase a Napoli, ossia una quindicina
di giorni. Questi erano Carlo Casalini veneto, compagno di studi
di Emilio, e il conte Sassatelli di Bologna e Cristoforo Robecchi
milanese, che diventò molti anni dopo Console generale del Regno
d’Italia.
Se volessi dire tutte le impressioni di maraviglia da cui passavo da
mattina a sera, non la finirei più; quella bella Napoli m’aveva
ubriacato. Ma pur troppo accanto alle meraviglie del cielo, della
natura e dell’arte, c’eran le impressioni brutte che lasciava
nell’anima la gente bassa, che è appunto quella parte di popolo che,
chi non è del paese, vede di più.
Per noi che ci sentivamo italiani, cittadini di una Italia da farsi,
e che come tutti i liberali di quel tempo, circondavano il popolo di
tanta poesia e di tante speranze, era penoso il veder quella plebaglia
così priva di dignità e talora d’onestà. Allora c’erano ancora i
tradizionali _lazzaroni_, scomparsi poi col Borbone loro protettore.
I forestieri se ne divertivano, ma noi ne arrossivamo. Quello sciame
di pitocchi, di oziosi, che a ogni passo s’aveva tra’ piedi, che
piombavano addosso come locuste, che ingannavano, truffavano, e che
bisognava minacciare, o peggio, per liberarsene, era uno spettacolo
insoffribile, tristissimo. Ci confortavamo col dire tra noi che
quel popolo era tenuto ad arte nell’ignoranza e nell’abbiezione; ma
bisognava pur confessare che i risultati del sistema non potevano
essere più completi.
Tutta questa bordaglia faceva contrasto è vero con le classi alte, e
soprattutto coi molti eletti per ingegno e per cultura di cui non era,
e non fu mai, scarso quel paese. Ma allora molti di questi si tenevano
in disparte, e quasi appiattati, per non dar quell’occhio alla Polizia,
la quale non era meno feroce, ma era più vessatoria e più stupida della
Polizia del Governo militare di Lombardia.
Un giorno io e Emilio, tornati dalla gita del Vesuvio stanchi,
accaldati, ci buttammo sul letto mezzo vestiti, e ci addormentammo
profondamente, senza aver chiusi gli usci delle nostre camere. Ci
svegliammo verso l’ora del pranzo, e si pensi con quale spiacevole
maraviglia ci accorgemmo ch’eran scomparsi tutti i nostri abiti,
compresi quelli ch’erano negli armadi. Chiamammo il cameriere,
chiamammo il signor Martin, furono interrogate le persone di servizio
dell’albergo, ma dei nostri abiti non se ne seppe più nulla; e per
quel giorno si dovette pranzare in camera in maniche di camicia, e poi
andare a letto.
Il signor Martin ci giurò in francese, in italiano, e sulla sua testa,
che avrebbe scoperto il ladro. Per un paio di giorni lo sentimmo
strepitare e bestemmiare; poi tutto tornò in quiete, ed egli riprese a
canticchiare _aux armes, aux armes, que vient le Duc de Parme_.
Ciò che di buono fece intanto il signor Martin fu di chiamar subito
un bravissimo sarto, che con una rapidità ammirabile, cioè in un paio
di giorni, ci rifornì di quanto c’era stato rubato, portandoci degli
abiti assai ben fatti e di ottimo gusto. C’eran state rubate anche
le _marsine_, e avevamo un invito a pranzo proprio in quei due o tre
giorni. Il sarto con un sorriso benevolo ci rassicurò, e un’ora prima
del pranzo ci portò le _marsine_, i calzoni, e le sottovesti che
andavano a pennello.
Quando partimmo da Napoli il signor Martin, nel metterci in carrozza,
ci disse all’orecchio che il ladro dei nostri abiti era stato il
servitore d’un generale, venuto per la festa di Piedigrotta, e che
aveva le sue camere accanto alle nostre; ma che trattandosi di persona
dipendente da un pezzo grosso, era prudenza tacere.
Il pranzo, pel quale ci occorrevano le _marsine_, era in casa Gargallo.
Ai discendenti del traduttore d’_Orazio_ eravamo stati presentati
pochi giorni prima; ed essi, tutta una famiglia composta di fratelli,
sorelle, nuore e nipoti, ci avevano invitati pel giorno della festa
di Piedigrotta a veder la _parata_ la mattina, cioè la grande rivista
militare e il passaggio del corteo dei Sovrani, e poi a pranzo la sera.
Ci trovammo in casa Gargallo con altri invitati, che dovevano essere
dei borbonici della più bell’acqua. Ce ne accorgemmo quando passò la
carrozza del Re seguita dalle carrozze di Corte. Emilio mi diede subito
un’occhiata, per domandarmi se dovevamo ritirarci dal balcone, come
si faceva a Milano quando passava un generale austriaco. M’aspettavo
in buona fede che su quei balconi si facesse altrettanto, ma nessuno
si mosse. Io avevo già atteggiato il viso a una sdegnosa, severità
patriottica, ma ecco che i miei vicini incominciano a batter le mani, a
gridar viva il Re, e a salutare ammiccando con gli occhi le persone del
seguito.
Durante il pranzo poi i discorsi si aggirarono unicamente su notizie
di Corte; e dal mio vicino ricevetti le congratulazioni perchè anche
in Lombardia fossero stati ristabiliti l’ordine e la tranquillità!
Due giorni dopo facemmo la nostra visita di congedo in casa Gargallo.
Credevamo d’esser sulle mosse per andare in Sicilia; ma un improvviso
incidente venne a trattenerci ancora per una settimana. L’amico
Cristoforo Robecchi desiderava fare il giro della Sicilia con noi, e
avevamo quindi mandato alla Polizia i nostri tre passaporti chiedendo
il _visto_ per la partenza. Ma eccoci, dopo un’attesa di alcuni giorni,
una lettera che ci chiama alla Legazione d’Austria. A quei tempi gli
italiani, sudditi austriaci, viaggiando evitavano di presentarsi alle
Legazioni o alle Ambasciate austriache per cansarne le cortesie. Questa
volta eravamo chiamati, e bisognava andarci.
Alla Legazione fummo ricevuti dal primo segretario, poichè il ministro
era in congedo. Questo segretario, certo signor Rajmond, ci accolse
molto gentilmente, e ci avvisò che alla Polizia di Napoli era arrivata
una relazione, piena di sospetti sul nostro conto, in causa della
strada insolita che avevamo percorsa venendo da Roma, e in causa delle
_persone con le quali_ (il signor Altobelli) ci eravamo abboccati.
Non ci fu difficile dimostrare al signor Rajmond l’innocenza delle
nostre azioni, ed egli si assunse di persuaderne la Polizia napoletana,
e di domandare per noi quei passaporti speciali che occorrevano per
andare in Sicilia. Noi non sapevamo che il nostro passaporto per le
Due Sicilie non bastasse, e che per una sola Sicilia ce ne volesse uno
rilasciato anche dal Governo di Napoli.
Dopo due giorni siamo chiamati di nuovo alla Legazione, e il signor
Rajmond ci comunica la risposta del Governo il quale ci concedeva _due_
passaporti ma non _tre_; bisognava quindi scegliere tra noi chi poteva
partire e chi dovesse rimanere. Il signor Rajmond però, sempre gentile,
si offerse di interporsi ancora per ottenerci la _grazia_ di partire in
tre.
La grazia venne, ma un personaggio del Governo volle vederci e
interrogarci alla presenza del secretario della Legazione. Questo
personaggio, di cui non rammento il nome, era un ometto asciutto e
sbarbato; ci fece un lungo interrogatorio, squadrandoci da capo a
piedi a ogni domanda; poi alla fine con molta solennità ci disse:
«Ebbene, si concede a tutti e tre il passaporto per la Sicilia, ma si
concede soltanto per un riguardo alla loro _bandiera_!» E così dicendo
accennava con la mano al segretario della Legazione d’Austria.
_Per la nostra bandiera!_ cioè per la bandiera austriaca.
Così potemmo andare quella volta in Sicilia grazie a un funzionario
austriaco, il quale per di più ci raccomandò di tenerci molto in
guardia per cansare le vessazioni della Polizia borbonica, ch’egli pure
si permetteva, sorridendo, di riconoscere eccessive.
Partii pieno d’entusiasmo per il bel paese che avevo veduto, ma ne
venivo via con tre dispiaceri nel fondo dell’animo: quello cioè d’aver
perdute anche qui, e più che mai, molte illusioni su quel _popolo_ che
Mazzini mi aveva insegnato a mettere accanto a _Dio_; d’aver trovati,
nelle classi educate, dei borbonici; e d’aver avuto un protettore nella
Legazione austriaca.
Ci imbarcammo per Messina, e la traversata fu poco felice: il mare era
burrascoso, il battello procedeva male e quasi a stento; a Paola si
dovette fare una lunga fermata. Quando si giunse a Messina era sera,
e si dovette passar la notte a bordo; la conclusione fu che si rimase
sul battello cinquant’ore. Nel frattempo ci furono tutti quegli episodi
che si possono immaginare pensando a un battello durante una burrasca.
Io e Emilio per fortuna non pagammo quel tributo, che il beccheggio e
il rullio fecero pagare agli altri. Tra i passeggieri, ch’eran molti,
c’era tutta una compagnia comica; la compagnia Domeniconi che andava a
Messina. L’avevo veduta altre volte sulle scene, e allora la vidi tutta
col mal di mare, che ruzzolava sul ponte o nel salotto, in pose ora
tragiche ed ora comiche.
Tra gli altri viaggiatori c’erano delle donne, e anche qualche uomo,
che parevano impazziti per la paura; strillavano, pregavano, invocavano
tutti i santi napoletani e siciliani; e ad ogni nuovo colpo di vento, o
ad ogni ondata più violenta, facevano un nuovo voto. Ne fecero di così
smisurati (fra gli altri quello d’un organo a tre tastiere con sessanta
canne), da scommettere che non furon mantenuti tutti.
A Messina ci fermammo tre o quattro giorni, poi si andò a Catania, dopo
aver passata una giornata a Taormina; nella meravigliosa Taormina!
Dopo aver gironzolato per alcuni giorni nella bella città di Catania,
ci accingemmo alla salita dell’Etna. Ma l’Etna, ci si disse, non è
sempre cortese coi viaggiatori, e difatti non lo fu neppure con noi;
sicchè dovemmo contentarci di leggere sulla Guida la descrizione dello
spettacolo che vi si contempla dalla vetta. La prima fermata fu a
Nicolosi, ove, com’era di prammatica allora, si andò a far visita al
professore Gemellaro, l’illustratore dell’Etna, di cui egli parlava
come un buon babbo parla di un suo figliolo, che fa qualche scappata, è
vero, ma che gli dà pure molte consolazioni.
Dopo Nicolosi il tempo si fece così cattivo che dovemmo ripararci
in una grotta e starci forse un paio d’ore, intanto che un vento
impetuoso, accompagnato da una fitta gragnuola, schiantava gli alberi e
faceva rotolar sassi giù dalla montagna. Usciti dalla grotta giungemmo,
dopo altre sette ore di cammino, a un rifugio chiamato la casa degli
inglesi. Ci si passò la notte, mezzo assiderati, poichè in quella
casina anche il vento e la pioggia avevano libero l’ingresso. All’alba
tentammo la salita del cono, ma dopo una mezz’ora di strada fummo
ricacciati indietro da una _tormenta_ di lapilli e di neve, venuta a
dirci bruscamente che anche il cono non voleva saperne di noi.
E così si dovette rifar la strada giungendo a Catania stanchissimi per
la fatica, pel freddo e pel caldo, poichè dalla neve e dai ghiacci
dell’alta zona del monte eravamo passati, al piano, a 36 gradi
centigradi.
Ad onta di tutti questi demeriti che l’Etna ebbe verso di noi, io ne
ho conservato un grande e indimenticabile ricordo. Per quanto la mia
aspettativa fosse molta, essa fu superata; e ripensandoci, dopo tanti
anni, lo spettacolo vario e grandioso dell’Etna mi riempie ancora la
mente di maraviglia.
Ma altri spettacoli grandiosi ci si presentarono subito dopo,
principiando da Siracusa. Non parlerò della città moderna che se ne
sta accanto al piccolo porto, come un signore decaduto sta in un
quartierino modesto; ma ricorderò la landa che, arida e maestosa,
si diparte dall’attuale città, e su cui si distendeva la Siracusa
antica, la grande città greca, di cui non ci son più neppure le rovine.
Percorremmo quella landa per parecchie ore a cavallo, non trovando
che qualche raro frammento di pietre spezzate, là dove per più secoli
si agitò la vita d’oltre un milione d’abitanti. Durante quella lunga
cavalcata non trovammo, noi tre, una parola da dire. Certi spettacoli
rendono silenziosi e meditabondi anche a vent’anni.
Da Siracusa si andò a Girgenti, passando per Noto, Modica, Ragusa,
Vittoria, Terranova, Licata, viaggiando ogni giorno per sei o sette ore
a cavallo. Da Girgenti si andò a Sciacca, con una cavalcata di tredici
ore filate; poi a Selinunte, a Castelvetrano, a Mazzara, a Marsala,
sempre su cavalli, o su muli.
Ripensandoci, dopo tanti anni, mi si ridesta ancora l’impressione di
quelle ore calde, faticose, di quelle sabbie infocate sulle quali le
nostre cavalcature camminavano a stento sprofondandovi. Le vedo ancora
quelle terre arse e sabbiose, e quel cielo, che facevan pensare al
deserto, e all’Oriente. La fatica e gli stenti erano grandi, ma era
così grande tutto ciò che vedevamo che alla fatica non si badava più.
Quel mare azzurro, quelle spiagge vaghissime, quegli avanzi greci,
romani, saraceni, normanni che riuniti su una medesima terra ci
parlavano di tanti popoli e di tante vicende, trasportavano i nostri
pensieri in una sfera così alta e vasta che l’eco dei nostri disagi e
dei nostri piccoli guai non ci poteva arrivare.
De’ piccoli guai, e degli incomodi, oltre la fatica, il caldo e la
stanchezza, a dir vero ce n’eran parecchi. I tre maggiori erano la
fame, la sporcizia e i poliziotti.
Di solito si faceva anche allora il giro della Sicilia con vaporetti
che ne toccavano i punti più interessanti. Ma il giro della costa
per terra, che bisognava fare a cavallo non essendoci strade per
lunghissimi tratti, non veniva di solito intrapresa da chi viaggiava
per divertimento, se non da qualche inglese. Perciò eravamo presi
sempre per inglesi anche noi. E degli inglesi veri ne trovammo
infatti alcuni che facevano la nostra medesima strada ma la facevano
con maggior previdenza e con minori disagi di noi: portavano con
sè provvisioni di acqua, di vino, di viveri; e avevano le tende per
riposare di giorno, e occorrendo anche di notte, quando non trovavano
locande decenti.
Oggi in quasi tutti quei paesi della costa si trovano buone locande, e
strade; ma non era così a quei tempi, e val la pena rammentare come si
viaggiasse al tempo del Governo borbonico.
Dicendo che parecchie volte abbiam sofferto la fame non rendo che
un doveroso omaggio alla verità. In quelle bettole ignobili che si
trovavano lungo la strada non c’era il più delle volte che del pane
secco, del cacio ammuffito, o qualche altro commestibile che rovesciava
lo stomaco. Se ci fermavamo a qualche cascinale ci si trovavano al
più delle ova: se ci son le ova, argomentavamo tra noi, ci dovrebbero
essere anche le galline; ma siccome la logica non regge sempre le cose
di questo mondo, così le galline non c’eran mai, ed era impossibile di
scovarle per quanto si offrissero dei prezzi principeschi.
Nei piccoli paesi le così dette locande eran bettolaccie da mulattieri.
Sul limitare s’era subito accolti da un puzzo che vi diceva di non
entrare; e il più delle volte infatti non ci si entrava, e si dormiva
sotto la vôlta del cielo, con la sella del mulo per guanciale. Se
volessi parlare degnamente del sudiciume che ho ammirato in alcune
di quelle locande, e in qualcuno di quei paesi, ci sarebbe da farne
un poema. Il concetto d’un po’ di nettezza non c’era neppure nello
stato embrionale. Bisogna dire che la nozione della pulizia sia tra
quelle che penetrano per le ultime in certi cervelli umani, i quali
comprendono più facilmente il soprannaturale che il sapone.
Una volta (mi si perdoni ciò che sto per dire), mio fratello avendo
detto alla padrona della locanda di pulirgli un coltello, su cui c’era
stratificata una lunga storia di usi diversi, la locandiera sputò sul
mattone del pavimento, ci fregò sopra la lama, la risciacquò in un
catino d’acqua sporca, e l’asciugò ne’ suoi capelli; tutto ciò con
una rapidità e con una premura che dimostravano la miglior volontà di
servirci bene.
Al primo arrivare in un paese si era subito pigliati da un gendarme, il
quale prima di lasciarci andare alla locanda ci conduceva all’uffizio
della Polizia; dove ci si frugava nei bagagli, e perfin nelle tasche,
e ci si facevano i più strani interrogatori, ch’eran spesso un
divertimento. Alla fine ci domandavano una buona mancia. Dappertutto
eravamo poi sempre l’argomento d’una grande curiosità. Forestieri ne
vedevan di raro, era dunque ben naturale che tutti avessero un gran
desiderio di avvicinarci e di parlarci. Ma devo anche dire ch’eran
tutti molto cortesi ed ospitali, e che spesso si durava fatica a
cansare certe cortesie eccessive, come quelle d’offerte di doni che ci
venivan da persone che vedevamo per la prima volta. A Vittoria, avendo
noi lodati i vini di parecchi che ci avevano condotti a vedere le loro
cantine, tutti volevano che ne accettassimo dei fiaschi e persino dei
barili da portar con noi; un tale ci voleva donare un gran pacco di
cremor di tartaro non sapendo che cosa darci di meglio.
I discorsi, le domande che questa brava gente ci facevano, dimostravano
sovente una ben scarsa nozione degli avvenimenti moderni, mentre
poi dinotavano in loro quasi sempre una certa cultura classica e
soprattutto archeologica. Nè c’era da stupirsene, poichè negli stessi
_gabinetti di lettura e di conversazione_, come li chiamavano, non
ci abbiamo mai visto di moderno che il Giornale ufficiale delle
Due Sicilie. Il tenere isolate le popolazioni della Sicilia da ogni
contatto intellettuale col rimanente del mondo era allora una delle
principali preoccupazioni del governo borbonico.
Non era piccolo lo stupore di chi ci interrogava, a sentirsi rispondere
che non eravamo inglesi, ma italiani e lombardi. Allora ci venivano
rivolte, con una grande curiosità patriottica, infinite domande che
dimostravano quanto in quei paesi la gente fosse tenuta all’oscuro su
tutto ciò che riguardava gli altri paesi d’Italia.
A Girgenti, mentre stavamo contemplando gli avanzi d’un tempio greco,
un ufficiale, che ci parve di quelli addetti alle piazze, dopo averci
osservati per un pezzo, non reggendo più alla curiosità, ci si avvicinò
e ci diresse parecchie domande. Si capiva ch’era un buon uomo; per
farsi poi perdonare le sue interrogazioni egli le intercalava con
una infinità di scuse e d’offerte di servizi. Le nostre risposte
accrescevano sempre più la sua curiosità, ma ogni tanto rimaneva così
impigliato nelle sue sorprese che non sapeva più raccapezzarsi.
Il maggiore de’ suoi imbarazzi fu quando gli dicemmo che eravamo
italiani e lombardi. Non era forte nella geografia, e si ostinava a
voler mettere la Lombardia nella Svizzera. Ad onta di questo disinganno
che gli dovemmo dare, volle incaricarsi egli stesso di procurarci
le cavalcature per andare a Sciacca, e di farci il contratto coi
mulattieri. Era un contratto che si poteva sbrigare con poche parole,
ma quel buon uomo era verboso e voleva mostrarci tutto l’interessamento
che prendeva per noi. Alla fine, parlando ai mulattieri, conchiuse
con questa perorazione: «Sentite, questi signori sono cavalieri
prestantissimi che sanno scrivere! da Sciacca mi manderanno due righe
scritte di loro pugno, sulla carta, capite?.... e se mi scriveranno
che siete stati dei bricconi, io vi farò dare tante bastonate che ve
ne ricorderete per un pezzo!...» e qui fece una faccia minacciosa e
terribile, ma poi rabbonendosi subito continuò: «Ma voi siete dei bravi
figlioli, vi conosco... questi signori cavalieri saranno contenti di
voi, vi daranno una buona mancia... e voi avrete la mia protezione!» E
alzò il braccio in atto quasi di benedirli.
Con quei mulattieri si fece una lunga cavalcata, arrivando la sera a
Sciacca. Su quelle strade, in uno dei punti più deserti, ci imbattemmo
in due individui a cavallo che potevano essere contadini, o guardiani,
e che avevano i fucili ad armacollo. Questi, dopo averci squadrati
ben bene, tirarono in disparte i nostri due mulattieri e rimasero
per qualche tempo a confabulare con essi, poi scomparvero, mentre
noi proseguivamo lentamente per la nostra strada. Poco dopo i nostri
mulattieri vennero a dirci che quei due avevano fatto loro la proposta
di pigliarci alle spalle, di ammazzarci e di dividersi il bottino. I
nostri mulattieri soggiungevano d’essersi opposti, dicendo, per meglio
dissuaderli, che noi eravamo terribilmente armati, e che per di più
avevan veduti a poca distanza i gendarmi.
Quella proposta sarà stata vera? O i nostri mulattieri ce l’avevano
inventata per farsi raddoppiare la mancia, e per assicurarsi meglio
quelle due righe di benservito da portare all’uffiziale? Le due ipotesi
sono possibili del pari.
Quest’episodio fu il solo che ci rammentasse la poca sicurezza di
quelle strade. Noi le abbiamo percorse di giorno e di notte, senza
nessuna precauzione, e senza darcene pensiero; fortunatamente nulla
venne a turbare questa nostra serenità.
A Marsala ci fermammo una giornata per riposarci. Sul taccuino, ove
scrissi allora i miei appunti giornalieri, trovo scritto: _Oltre le
fattorie del vino e qualche avanzo dell’antica grandezza c’è poco da
ricordare_. Chi m’avrebbe detto allora che cosa ci sarebbe stato da
_ricordare_, sette anni dopo!
Da Marsala andammo a Trapani per mare, in una baia di pescatori, poi
un po’ a cavallo e un po’ in vettura si arrivò in tre giorni a Palermo,
passando per Calatafimi, Segeste, Alcamo e Monreale.
A Palermo, ove eravamo arrivati il 6 ottobre, rimanemmo otto o dieci
giorni, il tempo appena necessario per dare un’occhiata a quel paese
di maravigliosa bellezza, e alle cose più notevoli della città. Una
lettera di nostra madre ci aveva consigliato di affrettare il ritorno,
e ci diceva che a Genova avremmo trovate altre sue lettere.
Carlo Tenca ci aveva date delle lettere per alcune persone
coll’incarico di chiedere delle corrispondenze pel _Crepuscolo_, o
almeno delle informazioni di tanto in tanto; ciò per stabilire una
relazione intellettuale e morale tra i lettori del _Crepuscolo_ e la
Sicilia, come già avveniva con molte altre provincie d’Italia.
Trovammo delle distinte persone che ci accolsero con molta cortesia,
ma tutte ci diedero un’eguale risposta, e cioè che mandar delle
lettere, anche non politiche, sulla Sicilia era un affar serio e
quasi impossibile, poichè quelle lettere sarebbero state certamente
aperte dalla Polizia e sequestrate; chi poi le mandasse avrebbe avute
perquisizioni e vessazioni senza fine. Ci dissero per di più che
sarebbe stato poco prudente anche il lasciarsi veder troppo insieme con
noi per le strade, poichè chi bazzicava con forestieri diventava per la
Polizia un cittadino sospetto.
Valga ciò a dare un’idea delle condizioni in cui si trovava a quel
tempo la Sicilia e del modo con cui era governata.
Dopo aver percorsi gli Stati del Papa e del Re di Napoli, nel ritornare
in Lombardia, bisogna confessare che, ad onta dello stato d’assedio e
dei rigori del Governo militare, si provava un senso di sollievo; si
sentiva d’essere in un paese le cui condizioni erano meno socialmente
retrive, e che aveva un Governo meno stupidamente tirannico. Il Governo
austriaco era sempre stato, quanto alla politica, pedantescamente
assoluto; allora poi era in un periodo di violenta reazione; ma era
un governo civile del secolo decimonono, mentre il papalino e il
napoletano erano ancora in parte governi d’altri tempi, e giustamente
ritenuti tra i peggiori del mondo civile.
Da Palermo partimmo per Genova, con un battello a vapore, toccando solo
per poche ore Napoli, Civitavecchia e Livorno. A Genova trovammo le
lettere che nostra madre ci aveva annunziate; lettere importanti, che
ci lasciarono pensierosi e perplessi.