_Sommario:_ Sorpresa e disgusto dei cittadini nell’apprendere
il giorno dopo i fatti avvenuti. — Alcuni cittadini si recano
dal generale Giulay per scagionare la città. — Le misure prese
dal Governo locale, miti sulle prime, divengono severissime per
ordini venuti da Verona e da Vienna. — Arresti e impiccagioni. —
Carlo De Cristoforis, denunziato, cercato dalla Polizia, riesce
a nascondersi e a fuggire. — Studi e lavori del De Cristoforis.
— Sequestri sui beni degli emigrati. — Il Piemonte richiama da
Vienna l’ambasciatore conte Revel. — Le porte della città di Milano
chiuse per oltre un mese. — Il Piolti ricoverato in casa amica. —
Fronti, Furagy, Brizio. — Condanne in contumacia. — Nuovi rigori
dello Stato d’assedio. — Voci e notizie che giungono dalle carceri
di Mantova sui prigionieri. — Le condanne. — Episodio circa la
condanna di Antonio Lazzati. — Dopo la prigionia, Lazzati, Finzi,
Bertani, Castellazzo. — Mazzini dopo il 6 febbraio cerca riordinare
le fila di nuove cospirazioni in Lombardia. — Progetto di formare
delle bande armate nelle valli lombarde. — Cerca un nuovo capo
del partito repubblicano in Lombardia. — Ambrogio Ronchi. — Il
partito si sfascia e decade, i principali addetti se ne staccano. —
Simpatie rinascenti verso il Piemonte.
Il giorno dopo la popolazione apprese tra lo stupore generale i fatti
avvenuti. Quella tentata sommossa, così male ordita, inattesa, e
senza speranze di riuscita; la natura stessa dei fatti avvenuti, quei
soldati stilettati di sorpresa, i più in vie tranquille, non nel furore
d’una sommossa, da gente di cui non si sapevano o non si vedevano i
capi, suscitarono un sentimento di sorpresa e, bisogna pur dirlo, di
indignazione che fu quasi generale. A questo sentimento parteciparono
non solo i tranquilli cittadini, ma anche, e forse più, quegli uomini
d’azione che non erano stati creduti da Mazzini, quando lo avevano
sconsigliato, e che ora vedevano verificati i loro pronostici anche più
infelicemente di quanto essi medesimi avevano supposto.
Sotto l’impressione di questi fatti e della disapprovazione quasi
generale, alcuni cittadini pur rispettabili, ma male consigliati, si
recarono dal generale Giulay, comandante militare della città, per
esprimergli la sorpresa e il dispiacere della cittadinanza pei fatti
del 6 febbraio, e per pregarlo di non ritenerne per nulla solidale la
città.
Il generale, che per la prima volta vedevasi dinanzi a un gruppo di
distinti cittadini milanesi, disse a tutti parole cortesi, lodando
questo atto, quasi fosse di avvicinamento al Governo, e soggiungendo
che le alte classi milanesi avrebbero dovuto per l’innanzi staccarsi
dai rivoluzionari e, d’accordo col Governo, considerarli quali nemici
comuni.
L’atto di questi cittadini, alcuni dei quali avevan dato e diedero in
seguito alte prove di patriottismo, fu severamente giudicato anche dai
più fra coloro che avevano deplorato il 6 febbraio. L’astenersi da ogni
contatto col Governo era una delle massime più rigorosamente seguite,
ed era quindi biasimevole il farsi solidale con lui, tanto più dinanzi
a un tentativo di sommossa, per quanto folle, contro lo straniero.
Ma quei cittadini non tardarono ad avvedersi dell’errore commesso;
e il generale Giulay non li rivide più. Essi avevano perduta, per un
istante, la misura del loro dovere; e questo fatto ci prova fino a qual
punto fosse arrivata l’indignazione pubblica pei fatti del 6 febbraio.
Guai se il Governo austriaco avesse avuta in quei giorni condotta mite
e ragionevole! Certo si sarebbe cattivate delle approvazioni nella
parte più timida della popolazione. Ma, per fortuna, anche questa
volta il Governo austriaco ci pensò lui a mantenere tutti sempre più
strettamente uniti nell’odio e nella lotta contro di esso.
Le prime disposizione del Governo locale erano state relativamente
miti; un proclama del generale Strassoldo, in assenza di Giulay, pareva
avesse lo scopo di rassicurare la cittadinanza e di non ritenerla
responsabile degli atti commessi dai cospiratori; ma tale mitezza fu di
breve durata. Due giorni dopo arrivarono da Verona degli ordini severi
e violenti; altri ne giunsero in seguito da Vienna; il generale Giulay
aveva ripreso il comando di Milano. Lo stato d’assedio fu reso ancor
più rigoroso; le porte della città furon chiuse e nessuno poteva più
uscire od entrare senza uno speciale permesso; le strade erano occupate
militarmente e percorse giorno e notte da forti pattuglie di fanteria,
con cavalleria e sezioni di artiglieria. Sulle facciate delle loro case
i proprietari furono obbligati a tenere un lume acceso durante tutta
la notte, per assicurare l’illuminazione delle vie, caso mai venissero
tagliati i tubi del gaz in una insurrezione, a cui di certo nessuno
pensava più. Tutti i posti militari e i casotti delle sentinelle
furono circondati da alti e robusti cancelli di ferro; difesa che fu
introdotta in tutte le città della Lombardia e del Veneto, e che ci
rimase fino al 1859, quasi ad attestare lo stato perenne di guerra tra
la truppa e il paese.
Nelle classi popolari furono fatti arresti a centinaia, e vennero
tradotte in carcere anche parecchie distinte persone su futili indizî;
tra queste un mio amico, il marchese Luigi Crivelli, pel fatto di avere
una lunga barba rossiccia che lo faceva rassomigliare un poco al _capo
della cospirazione_, il Piolti, del quale la Polizia sapeva il colore
della barba, ma non ancora il nome.
Si cercò con ogni mezzo in quei giorni di atterrire la città. Tra gli
arrestati ne furon subito scelti sei, indicati da accuse incertissime,
e furono appesi alle forche fuori della porta del Castello, in faccia
alla città. Poco dopo si ebbero le prove della completa innocenza di
quattro almeno di quegli infelici; fra i quali c’era un tal Scannini
maestro in casa del conte Greppi: malaticcio era uscito di casa
soltanto per prender del latte.
Tra i popolani, arrolati alla rinfusa dal Brizio, molti purtroppo
appartenevano alla feccia della popolazione; e sottoposti a un
consiglio di guerra si affrettarono a svelare quanto sapevano e a
denunziare quei nomi che avevano sentito ripetere in qualche riunione.
Tra questi nomi ci fu quello di Carlo De Cristoforis, che s’era appunto
recato più volte a quei ritrovi per conoscerne l’importanza e per
dissuadere i migliori dal buttarsi in una così pazza impresa.
Il De Cristoforis, denunziato, fu subito attivamente cercato dalla
Polizia; e andò a frugare in casa sua il famoso commissario di Polizia
Bolza, a cui erano riservate le operazioni più importanti. Il De
Cristoforis s’era fin dal primo giorno nascosto prima in casa dei
fratelli Garavaglia, poi presso una sua pro zia, poi in una Casa di
salute accoltovi da un medico suo amico. Intanto pensava al modo di
mettersi in salvo: mandò uno dei suoi fratelli da una signora che
conosceva un tal Fossati, appaltatore dell’esercito austriaco, il quale
per ragione del suo ufficio aveva il permesso d’uscire con un barroccio
dalla città; e si combinò che il Fossati lo facesse montare a cassetta
come se fosse un cocchiere. Alla porta un agente fece sulle prime
delle difficoltà, non credendo che il permesso d’uscita valesse anche
pel cocchiere, ma poi si arrese alle insistenze del Fossati; e così
Carletto uscì dalla città. Corsero molte voci su questa fuga, messe in
giro per sviare la verità, ma la verità è questa; e io la seppi dalla
famiglia stessa.
Il De Cristoforis, attraverso le campagne, si recò a Travedona presso
Varese in casa de’ suoi amici Garavaglia; poi si recò a Ispra in riva
al lago Maggiore ove un pescatore lo nascose nella sua barca sotto
un mucchio di reti, e lo sbarcò sulla spiaggia piemontese; mentre i
soldati erano in chiesa per solennizzare con un _Te Deum_ il fallito
attentato di un tal Libeny contro l’Imperatore avvenuto in quei giorni
a Vienna.
Quel lago e quei paesi Carlo De Cristoforis non li doveva rivedere che
sei anni dopo, alla vigilia di morire nel combattimento di S. Fermo.
Il De Cristoforis era sempre d’umore lieto, arguto, festivo e anche nei
momenti più gravi e tragici aveva sempre pronta la barzelletta. Aveva
un coraggio, anzi un’audacia, a tutta prova; ed ammirava soprattutto
i tipi cavallereschi e da romanzo, per cui noi lo chiamavamo, con suo
gran piacere, _d’Artagnan_. Attivissimo, era sempre sulla breccia nelle
faccende patriottiche, si trattasse di cose gravi o di cose minime,
attratto specialmente dal fare ciò che gli altri non avrebbero osato.
Fu certamente uno dei giovani più geniali che ci fossero in quei
tempi a Milano. Dal 1849 al 1853, essendo chiuse le Università, egli
aveva insegnato legge quale privato docente; e nel concorso pubblicato
dall’Istituto Lombardo per una memoria sulle _condizioni economiche dei
contadini in Lombardia_ presentò un lavoro economico-statistico.
Il concorso fu vinto da Stefano Jacini con la celebre opera che fu
il principio della sua fama, ma anche il lavoro del De Cristoforis
fu altamente lodato, e ritenuto una nuova prova della cultura e
dell’ingegno dell’autore.
Ma al suo ingegno, e alla sua attività l’esilio, come vedremo, doveva
poi aprire nuove e fortunose vie.
Prima di chiudere queste note sul 6 febbraio, voglio ricordare l’atto
violento col quale il Governo centrale di Vienna, con un decreto del 13
febbraio, metteva sotto sequestro i beni di tutti i profughi politici,
compresi quelli che avevano avuto il permesso di emigrare ed avevano
ottenuta la cittadinanza piemontese. Nulla giustificava un atto simile,
col quale l’Austria voleva quasi rendere responsabile il Piemonte
della cospirazione mazziniana; onde il Governo piemontese protestò
energicamente, e richiamò da Vienna, il proprio ambasciatore, il conte
Revel.
Sono pur da ricordare le condanne che, dopo le prime impiccagioni
sommarie, furono pubblicate alcuni mesi dopo, di cui molte in
contumacia: venti furono condannati a morte, e quarantaquattro al
carcere duro tra i dieci e vent’anni; ma le condanne a morte, dopo le
prime, non furono eseguite, e le condanne ai ferri furono diminuite.
Tra i condannati in contumacia furono Carlo De Cristoforis, Guttierez,
Attilio De Luigi, Alberico Gerli a 12 anni, Assi a 20, e il Ferri, che
era arrestato, a 12 anni.
Che cos’era intanto avvenuto del Piolti de Bianchi, del Brizio, e del
Furagy?
Il Piolti s’era ricoverato presso un’amica di sua madre, certa
Antonietta Faido, che alle volte teneva qualcuno in pensione; c’era
rimasto tranquillamente, senza che alcuno s’avvedesse di lui, per tre
mesi. Dal suo nascondiglio, non ignoto a qualche amico fidato, riuscì a
far partire il Furagy e il Brizio, della cui fuga si incaricò il dottor
Arpesani, un buon patriotta: andarono tutt’e due nel Canton Ticino. Il
Piolti, aiutato da alcuni amici di Pavia, uscì da Milano il 5 di maggio
e andò a Stradella, dopo essersi tagliata la gran barba rossa.
Dopo la giornata del 6 febbraio, Milano rimase chiusa per oltre un
mese: si credette con ciò che nessuno dei cospiratori potesse sfuggire;
ma, tra i moltissimi arrestati, de’ capi ce ne furon ben pochi.
I rigori dello stato d’assedio furon accresciuti con disposizioni che
ora possono parere incredibili; e furono promulgati vecchi e nuovi
ordini della Polizia, che rendevano sempre più dura la vita cittadina.
Bisognava rincasare alle dieci di sera e avere una carta detta di
_legittimazione_ concessa dalla Polizia, e senza della quale si era
esposti a venir arrestati dalle pattuglie. Non si poteva andare per
le strade, o fermarvisi, che in due; e bisognava avere il mento raso,
perchè il pizzo e le barbe erano cose sospette. Le sentinelle, e le
numerose pattuglie obbligavano spesso chi passava a retrocedere,
od anche arrestavano a lor capriccio. La sera poi, per rincasare,
bisognava fare alle volte dei lunghi giri, se sui canti delle vie si
trovavano delle sentinelle, poichè se erano di cattivo umore alle
volte non lasciavano passare. E così si finiva spesso col cercare
l’ospitalità presso qualche amico.
Rammento ancora quei giorni con raccapriccio: il sospetto o la paura
d’un soldato, la perfidia d’un poliziotto, potevano mandare in prigione
per mesi ed anni anche il più pacifico cittadino; la burbanza dei
militari non aveva limiti.
Oh, chi non ha sentito batter le sciabole austriache sul selciato delle
nostre città, colla boria sprezzante del padrone, non può comprendere i
nostri odii, i nostri entusiasmi, il nostro amore geloso per la patria!
A rendere più tristi quei giorni si aggiunsero le notizie
sull’andamento del processo e sugli orrori delle prigioni di Mantova.
Ciò che si era preveduto stava per succedere; il governo militare, dopo
il 6 febbraio, gravò tanto più la mano sui prigionieri di Mantova,
e volle subito esercitare rappresaglie e vendette. Da quelle carceri
uscivano nuove voci di patimenti e di scoramento pei cattivi risultati
del processo; con insistenza poi si diceva che Antonio Lazzati, essendo
milanese, sarebbe stato presto impiccato per rappresaglia.
Non è mio compito il narrare qui i processi di Mantova, e mi limiterò
a dirne cose da me vedute e a notizie raccolte dalla viva voce di
amici che vi si trovarono impigliati. Su quei processi si hanno libri
e memorie che ne parlano diffusamente; leggano i giovani delle nuove
generazioni quegli scritti; rammentino anche i nomi degli eroi meno
noti, e ricordino sempre quante lacrime devano versare i vinti.
Il Lazzati era solo tra i giovani milanesi, appartenenti alla
cospirazione dei Comitati, su cui avesse messo la mano l’autorità
militare inquirente di Mantova. L’auditore capitano Krauss, di triste
memoria, supponeva giustamente che la gioventù milanese avrebbe dovuto
dare al processo un più largo contingente; e per ciò aveva sottoposto
il Lazzati ai maggiori patimenti per strappargli qualche confessione.
Ma questi era sempre rimasto fermissimo, e il suo eroico silenzio aveva
salvata la vita a moltissimi giovani milanesi, tra i quali devo pur
nominare mio fratello Emilio: forse avrebbe salvato anche se stesso,
se le sciagurate delazioni del Castellazzo, come si seppe poi, non
avessero resi vani i suoi sforzi nel terribile confronto col suo
accusatore dinanzi al Krauss.
Verso la metà del febbraio si venne a conoscere ch’erano state mandate
da Mantova a Verona, per la ratifica di Radetzky, le proposte per
le condanne; e corse la voce, tra la commozione generale, che fra i
condannati a morte ci fosse il Lazzati.
Il 28 febbraio furono pubblicate a Mantova ventisette condanne, a cui
poi ne seguirono altre. In quelle condanne il conte Carlo Montanari
di Verona, l’arciprete G. Grazioli di Revere, e Tito Speri di Brescia
erano condannati a morte; e le sentenze furono eseguite il 3 marzo.
A Lazzati era stata commutata la pena di morte in quindici anni di
fortezza con ferri.
Il processo per la cospirazione dei Comitati, cospirazione progettata
ma non condotta a fine, che non aveva approdato a nulla, a nessun
fatto, a nessun tentativo, si chiudeva alla fine col mandar nove
egregi cittadini sulle forche e trentadue nelle fortezze austriache per
molt’anni.
La notizia che il Lazzati dovesse essere impiccato era vera: si voleva
la sua morte come una rappresaglia contro Milano pel 6 febbraio: come
mai dunque all’ultim’ora gli fu commutata la pena? Su quel fatto corse
allora tra gli amici intimi del Lazzati una versione, ch’io udii in
casa Maffei e che riferirò.
Il 18 marzo 1848, allo scoppiare della rivoluzione, il generale
Wratislaw, prima di accorrere in Castello a prendere il comando
delle sue truppe, aveva affidato una sua bambina a una famiglia
di conoscenti, raccomandandola caldamente alle loro cure ospitali.
Ritornati a Milano gli austriaci, il generale Wratislaw era andato a
riprendere la sua figliuola, e a chi l’aveva ospitata, circondandola
delle maggiori cure, aveva detto: «Sento il dovere di darvi qualche
prova della mia riconoscenza; siamo in tempi gravissimi e, se a voi o
ad amici vostri potrò rendere un qualche servizio, ricordatevi di me,
pagherò il mio debito».
Saputosi ciò dalla famiglia o da persona amica del Lazzati, allorchè
giunse la notizia della condanna a morte, si pensò di fare appello alla
promessa del generale Wratislaw, che in quei giorni era comandante
della fortezza di Piacenza. Il generale si recò subito a Verona
per chiedere la grazia del Lazzati: ebbe sulle prime una ripulsa da
Radetzky, e soprattutto da Benedek, quel medesimo che tredici anni
dopo perdette la battaglia di Sadowa, e che allora era il più fiero
consigliere del maresciallo; ma il generale Wratislaw minacciò di
dimettersi, considerando la promessa fatta come un suo debito d’onore;
e fu dinanzi alla sua attitudine ferma che venne concessa la grazia al
Lazzati.
Siccome però si era stabilito di impiccarne tre, così si decise di
sostituirgli l’arciprete Grazioli.
Questo episodio della grazia, nel suo complesso, è vero; ma non cercai
troppo, in quel tempo, di conoscerne i particolari: tutto era avvenuto
tra poche persone, e tra queste sentii nominare, con grande riserbo,
una signora che vi avrebbe avuta la parte principale. Anche più tardi,
nel ritornare qualche volta insieme sui particolari della sua
prigionia, durata sei anni, quando il discorso si avvicinava al punto
della sua condanna e della commutazione di pena, il Lazzati si faceva
pensieroso e malinconico. Forse ripensava al _confronto_ col
Castellazzo, o gli balenava il sospetto che la grazia fattagli fosse
costata la vita al povero Grazioli, poichè si volevano, come fu detto,
tre vittime in quel giorno; forse il suo pensiero correva all’immagine
d’una persona a cui doveva la maggiore riconoscenza e ch’era poi morta
sul fiore degli anni. Allora si troncava il discorso.
Antonio Lazzati, Giuseppe Finzi, il dottor Luigi Pastro ed altri che
al pari di questi ebbero una parte nobilissima in quel processo, ne
parlavano poco, e solo con gli amici più intimi. Nei processi politici
ci sono sempre gli eroi, i deboli e i traditori: per un sentimento di
delicatezza, e di dolore nel tempo stesso, essi non amavano ritornare
su fatti dai quali risultava l’eroica fortezza dell’animo loro, accanto
alla debolezza di alcuni e al tradimento di altri. A chi lo interrogava
sul processo di Mantova e sulla sua prigionia, Lazzati preferiva
ricordare qualche episodio comico di quelli che accompagnano talora
anche i fatti più tragici; e con la sua faccia energica e severa, ma
nel tempo stesso piena di bonarietà, sceglieva nelle vicende dolorose
della sua vita gli episodi buffi, e li narrava con una comicità di
osservazioni che rendeva oltremodo piacevole il conversare con lui.
Dopo il 1859 egli non entrò nella vita politica attiva, e servì
modestamente il paese negli uffici amministrativi a cui lo chiamava la
fiducia pubblica. Era notaio, e tra i più reputati di Milano.
Ho avuto caro di ricordare specialmente questo mio vecchio amico, a
cui tanti giovani milanesi, tra i quali mio fratello Emilio, dovettero
allora tanta riconoscenza. Col suo silenzio, colla sua fermezza tra i
patimenti delle segrete di Mantova, egli li salvò dalle forche.
Chiuso il processo il Castellazzo ebbe l’impunità, uscì dalle carceri,
e mutò il nome. Nel 1859 si arrolò tra i garibaldini, cercò di
giustificarsi, e chiese un giurì che presieduto da Bertani, lo assolse,
o piuttosto gli perdonò[21].
Giuseppe Finzi mi raccontò che, trovandosi a Napoli durante la
dittatura di Garibaldi, un giorno il Bertani gli disse che il
Castellazzo, addetto alla sua segreteria, avrebbe desiderato
presentarsi a lui ed essere da lui perdonato. Finzi gli rispose:
«Non gli rifiuto il perdono, ma gli rifiuto di vederlo: non potrei
rispondere di me: l’ultima volta che lo vidi fu dinanzi all’auditore
Krauss; io ero incatenato, e difendevo disperatamente la mia vita in
un confronto con lui che, colle sue rivelazioni e colle sue accuse
insistenti, mi trascinava al patibolo. Come potrei io rivederlo?»
Bertani non insistette.
Il Castellazzo diventò segretario della Massoneria, e Grosseto lo
elesse deputato. Il giorno in cui entrò in Parlamento, il Finzi ne
uscì e diede la sua dimissione: uomini e giornali dei partiti estremi
e massonici, assalirono allora violentemente il Finzi; e la lotta, non
breve, asprissima, gli accorciò la vita.
Non avrei raccolti questi episodi, se allora e dopo non avessero avuto
un’eco dolorosa. Il fatto del Castellazzo sarebbe stato dimenticato
e perdonato, come fu dimenticata la condotta d’altri che non furono
pari al loro dovere; ma l’improntitudine e lo spirito settario de’
suoi amici vollero fare di lui un rappresentante della Nazione,
decretandogli onori, e il sentimento pubblico si ribellò. Fosse pur
stata vera la bastonatura, asserita da alcuni, ma contestata, non
era questa una ragione per far eleggere deputato chi aveva mandato
tanti sul patibolo colle sue confessioni, e per vilipendere quei tanti
intemerati patrioti che s’erano lagnati di lui. Il silenzio e l’obblio
dovevano bastare a lui e ai suoi amici, nè si doveva procurargli una
così trista celebrità.
L’esito disastroso del 6 febbraio e la fine tragica dei Comitati non
avevano scoraggiato per nulla il Mazzini. Il Piolti mentre era ancora
in Milano, lo aveva ragguagliato di quanto era avvenuto; e il Mazzini,
da Londra dove era tornato, gli aveva risposto come a un generale
disgraziato dopo una battaglia perduta: si congratulava che le forze
fossero rimaste intatte e organizzate, dopo aver fatte buone prove;
lodava l’operato di lui, e gli mostrava l’intenzione di ritentare con
altro sistema, quello cioè di bande armate che occupassero i monti e le
valli per poi piombar sulle città.
L’importante, per Mazzini, era di non arrestarsi nelle cospirazioni
e nelle sommosse, senza riguardo ai mezzi e alle opportunità: anche
dopo il 6 febbraio Mazzini non s’accorgeva che l’eccesso stancava, e
conduceva a ruina il suo sistema e i suoi intenti.
Ora dunque bisognava cercare un nuovo capo del partito, per una nuova
chiamata alle armi, dacchè il Piolti de Bianchi era stato messo fuori
di combattimento. Mazzini pensò per questo infelice incarico a mio
fratello Emilio, e gli fece avere una lettera col mezzo del Piolti:
Emilio mandò la risposta con lo stesso mezzo. Ecco ciò che scrive nelle
sue memorie il Piolti su questa lettera che ricevette aperta affinchè
la leggesse:
«In quella lettera del Visconti presentii il futuro ministro degli
affari esteri. Agli entusiasmi di Mazzini egli opponeva il calcolo
della ragione. Passando in esame la situazione politica dei vari
Stati d’Europa e quella dei partiti in Italia, concludeva col dire che
l’Europa si trovava stanca, all’indomani d’un periodo rivoluzionario,
e desiderosa di riposo; che in Italia conveniva tener gli animi desti
e decisi ad una opposizione che rendesse impossibile il governare a
un Governo forestiero, ma che non bisognava cimentarsi in tentativi,
aspettando invece quel risveglio degli animi, in tutta Europa, che,
passato il periodo di accasciamento, non poteva mancare».
«Queste lettere erano bellissime, soggiunge il Piolti, e duolmi di
non aver potuto prenderne copia» (Piolti de Bianchi. _Memorie del 6
Febbraio_).
Il Mazzini, naturalmente, continuò per la sua strada, e trovò un nuovo
capo della nuova cospirazione, un certo Ambrogio Ronchi, che venne
presto arrestato: il 13 novembre di quell’anno fu condotto nel Castello
di Milano, poi a Mantova, ore morì in prigione dopo infiniti patimenti
nel maggio del 1856. Mazzini continuò imperterrito ad occuparsi
direttamente della formazione delle sue bande; e vedremo presto quale
ne fu l’esito.
Intanto dopo l’arresto del Ronchi, s’ebbe uno strascico di altri
arresti e di processi minori, tutti affidati al Krauss di orribile
memoria. Ci furono episodî dolorosi e crudeli, di cui parlano i ricordi
del tempo: ma a questi non potrei aggiunger nulla, poichè il filo delle
mie relazioni era rotto. Il processo di Mantova, le condanne, le fughe,
il distacco da Mazzini dagli amici che vedevo più di frequente, tutti
del campo dei dissidenti, avevano troncate allora le mie informazioni.
Negli anni dello stato d’assedio, e nel decennio della resistenza, il
1853 fu certamente l’anno più duro; fu l’anno in cui maggiormente si
accumularono sul paese patimenti e sventure; ma fu anche l’anno che
ebbe la maggiore influenza politica in Milano e in Lombardia, e che
mise i primi germi di quel nuovo indirizzo, intorno a cui si dovevano
disciplinare le menti e le forze che tendevano al gran fine. In
quell’anno s’era veduta una lunga preparazione di Mazzini, diretta a
una data meta, condurre precisamente verso una meta opposta.
Da quattro anni Mazzini, con un lavoro minuto, tenace, colla
formazione dei Comitati, colla preparazione d’una sommossa,
tendeva a fare scoppiare quel vasto incendio, quella rivoluzione
da cui l’Italia, secondo lui, sarebbe uscita indipendente, una,
repubblicana. Il concetto della proporzione tra i mezzi e il fine
nella mente di Mazzini, che pure era alta, non si affacciava mai: gli
bastavano le deduzioni speculative della teoria e del suo pensiero.
La bandiera monarchica, dopo il 1848, pareva ripiegata, pareva
inoperosa, impotente; i disillusi e gli impazienti s’erano buttati
al _mazzinianismo_: dunque, argomentava il Mazzini, si poteva osare,
si poteva rifare il movimento rivoluzionario del 1848; e la nuova
rivoluzione sarebbe stata il trionfo della Repubblica.
Ma gli uomini più serî del suo partito argomentavano diversamente. Lo
avevano sconsigliato dal tentare una sommossa, egli aveva risposto loro
col 6 febbraio; lo sconsigliavano dal tentarne altre, egli preparava
le bande armate. Ciò aveva fatto nascere discussioni e dissensi sulle
prime; e alla fine era avvenuto un completo distacco tra Mazzini e il
suo Stato Maggiore.
Ma il Mazzini, più che mai convinto che la ragione fosse tutta dalla
parte sua, imperturbato lasciò che da lui si staccassero i suoi vecchi
amici, gli uomini migliori del suo partito; e riprese il lavoro di
cospirazione, scendendo questa volta giù, giù più basso, dove si
ragionasse meno, dove certi scrupoli fossero minori, e dove gli si
obbedisse più ciecamente. Ma anche qui ormai il suo seguito fu scarso,
e mano mano si andò assottigliando sempre più. Il 6 febbraio, finito
così miseramente, aveva sfatato il suo autore nelle classi popolari.
Il sistema immutabile del Mazzini di ordire ogni giorno da lontano una
piccola congiura, un piccolo fatto a cui egli non era mai presente, e
che finiva sempre con una nuova sventura, doveva necessariamente finire
col provocare negli animi un senso di reazione e di disgusto.
Io non fui in relazione col Mazzini; ma ero tra gli intimi del salotto
Maffei e del gruppo del _Crepuscolo_, ove il Mazzini aveva avuto gli
amici più autorevoli in Milano. Le impressioni mie, che ho qui esposte,
sono l’eco fedele dei discorsi che ho uditi, e di ciò che ho veduto
svolgersi in quel tempo. L’anno 1853, che doveva segnare l’apogeo di
Mazzini e il trionfo della sua idea, ne principiò invece in Lombardia
la decadenza e un rapido tramonto.
Tale era lo stato degli animi dopo il 6 febbraio, e dopo i processi
di Mantova. E mentre l’astro di Mazzini impallidiva, cominciavano in
Piemonte ad apparire quei primi albori d’una luce nuova, che presto
doveva diffondersi su tutta l’Italia. Il contegno dignitoso e fermo
del Governo sardo e del suo Re di fronte all’attitudine minacciosa
dell’Austria dopo il 6 febbraio; l’attività, la serietà con cui si
riordinava in Piemonte le finanze, l’esercito e ogni ramo della cosa
pubblica; l’ordine con cui vi procedeva la libertà, attiravano di
nuovo, con simpatia e con un vivo sentimento di speranza, verso il
Ticino gli sguardi delle popolazioni lombardo-venete.